Crazy Americans. In the warm Houston’s suburb you’ll find the best things. Real Art, even more than Rothko’s Abstractism (from Latvian origines) or than other artists more or less populars.
This is the story: Mr. Jeff McKissack, born in 1902, has built during lot of years his original private museum, picking up and welding together the strangest objects from the road, wih a claim of 40,000 hours to build his perfect place: The Orange Show.
The reason is simple: Jeff wanted satisfy like hat his urge to create, to inform others about his personal vision, but in his “own words”. The main purpose of The Orange Show is to encourage people to eat oranges, drink oranges, and enjoy the life. Clear, it isn’t?
Not so far away from there is “The Beer Can House“. As u can understand from the name but not from the logic, is a house covered entirely by Beer Cans. Exactly, 39,000. The autor is John Milkovisch, a beer lover, despite of the wife’s claims, who was anyway able to save the house inside. Is usefull tell that “The Beer Can House” is protected by “The Orange Show Foundation”.
Sono Pazzi Questi Americani. Dai sobborghi cittadini di un’afosa Houston saltano su le cose più belle. Arte genuina, ancora più dell’astrattismo di Rothko (tra l’altro di origini Lèttoni, toh) o di altri vari artisti più o meno celebri.
La storia è questa: tal Jeff McKissack, classe 1902, ha messo in piedi nel corso degli anni il suo originalissimo museo privato, raccogliendo e saldando insieme i più strambi oggetti raccolti per la strada nel corso della sua esistenza, per una stima di circa 40.000 ore dedicate alla creazione del suo Luogo Perfetto: The Orange Show.
La ragione di tanta operosità è semplice: Jeff ha voluto così soddisfare il suo bisogno di creare, di rendere partecipi gli altri delle sue visioni personali, ovviamente con “parole sue”. L’obiettivo principale de The Orange Show è quindi quello di incoraggiare la gente a mangiare arancie, bere arancie, e vivere col sorriso. Logico no?
Poco lontana è la “Casa delle lattine di birra”. Come suggerito dal nome e soffocato dalla logica, si tratta proprio di una casa ricoperta interamente da lattine di birra. Precisamente, 39 mila. La “Beer Can House” è stata addobbata, lattina su lattina, da John Milkovisch, noto amante della dorata bevanda, tra le comprensibili proteste della moglie che è comunque riuscita a salvare dall’ecletticità del consorte gli interni. Inutile aggiungere che la “Beer Can House” è ora sotto l’algida della “The Orange Show Foundation”.
Sono Pazzi Questi Americani. Probabilmente perchè si parla di Texas, ogni macchina è un camion rimorchio. Ti uccidono se butti uno stuzzicadenti per terra e poi non fanno la raccolta differenziata perchè gli costerebbe 30 dollari di tasse in più. Una normale famiglia riesce a produrre in una giornata una quantità di rifiuti simile a quella di un ristorante. Ristoranti che comunque non esistono, visto che qua tutto è fast-food al neon. Sono favorevoli alla pena di morte ma non saprebbero spiegarti perchè. Impazziscono per tutto quello che è italiano nonostante di veramente italiano non ci sia niente tranne che il nome. Hanno creato supermercati infiniti dove dentro si può degustare ogni tipo di prodotto, dalla frutta alla carne al vino, tanto che alla fine hai mangiato cena e ti chiedi a cosa serva fare la spesa. Hanno costruito la Nasa a Houston ma spediscono ogni sorta di motorazzo su nel cosmo da Cape Canaveral, in Florida. Studiano fantasiose leggi che ti permettono di guidare a 16 anni, votare a 18 senza però poter bere una birra fino a 21, ma una bambina di 13 anni mi spiega che le sue compagne fumano già marijuana. Vivono proprio come nei film che producono, a Hollywood, ma toccare tutto con mano è un’altra cosa. Perfino quando passa quello strano scuolabus giallo istintivamente si cerca di vedere se alla guida c’è Otto, dei Simpson.
Tutto si fonde e si confonde in un weekend che profuma di mito. The show is going, lì tra i mille e più locali al neon della downtown di Austin…dalle taverne invalicabili ai minori di 21 anni la magia si espande, e come un viaggiatore in asia intrappolato dalla moltitudine di aromi che avvolgono e rapiscono l’avventore della notte di Austin sarà preso e sbattuto dentro uno e poi l’altro e poi l’altro locale ancora, trascinato dalla forza del Blues o del rock ‘n’ roll.
E’ tutto al primo stadio, melodia sporca come esce dall’ampli e melodia rimasta incollata alle origini, senza sintetizzatori elettronica e onde radio. E’ cappellacci e sudore, stivaloni e stratocaster, soli e fantasia.
Il background è di facile intuizione, 6 metri per 5 di stelle e strisce che benedicono chitarra voce basso batteria tromba ed armonica, mentre quel sabato sera assaggiato in centinaia di canzoni prende forma nel suo habitat naturale, proprio lì dove troppi anni prima nasceva l’intramontabile mito di Steve Ray Vaughan .
L’imminente mattino non rompe il meccanismo. All’ora del pranzo c’è la seconda indigestione di musica. Un locale-tipo, i tavolini sparsi di un ristorante selfservice si ammucchiano davanti ad un palco, dove all’una del pomeriggio (!) lo spettacolo riprende: un quintetto di neri irrompe con il loro Gospel, mi diverto a pensare ai loro connazionali italiani contemporaneamente a sballarsi con l’un-due-tre del liscio. Potenza e precisione mirabilante, ma il prezzo del biglietto lo valgono tutto le facce dei presenti, mi giro mi rigiro inquieto a cercare John Belushi o Aretha ma inutilmente. Mi distrae un vecchio, interessato alle insolite presenze italiane, cerca di spiegarmi le magie di questo Texas dove lui andava a scuola attraverso i ranchs in cavallo. Il chitarrista si è ormai distaccato dalla realtà, immerso nei suoi infiniti giri d’assolo.
Il suolo americano e’ frenetico, non mi si lascia il tempo di comunicare deliranti impressioni di 49 ore di viaggio-no-sleep.
Le prime impressioni di questa grande America sono strane, semplicemente si accumulano tutti gli elementi piu’ semplici visti e rivisti in anni di film holliwoodiani e si trasformano in realta’.
Non c’e’ tempo per pensare, la meravigliosa famiglia che mi ha rapito mi strappa da qua per trascinarmi ad Austin, capitale del Texas (anche tu pensavi che la capitale del Texas fosse Housto, nevvero?)
Progetti. Libri. Baci agli amici. Question marks. Musica. Wikipedia. Mille inutili ossessivi controlli. Senso di perdizione estremo. Pacche sulle spalle e strette di mano. Promesse. Email scritte su scontrini sparsi. Paranoie. Mamme. Mamme in paranoia. Pranzi con i Primus. Conti. Sconvolgimenti. Valutazioni. Centomila pellegrinaggi a BuroCrazyLandia. Visti. Capriole dell’anima. Overdose di vaccini. Dolcetto di Dogliani che, si sa già, mancherai. Questo si quello no. Sguardi. Auguri di buona pasqua a gennaio. Raccomandazioni. Adiòs chavales. Codici pin. Bunker farmaceutico. Incontenibile esplosione interna. Pantaloncini e magliette corte. Fanculo inverno. Chavez & Uribe. Uomo baltico e mar caraibico. Domandedomandedomande. Sguardi commiseratori. Sguardi disapprovatori. Sguardi invidiosi. Sguardi caldi d’affetto. Sguardi.
Mandrie intere di torinesi e pseudotali vi saranno passati sotto nel corso della storia, senza mai percepirne la presenza. Si tratta di un normalissimo piercing gigante, artisticamente installato su un palazzo settecentesco nei pressi del centro.
Da entrambe le estremità, si scorgono scendere goccie di sangue: blu in un angolo e rosse nell’altro, vogliono rappresentare le due anime di Torino, quella sabauda di prima capitale d’Italia e quella novecentesca di città operaia.
Pare che ci sia monnezza ovunque, che i ministri in qualche modo inquisiti si dimettano (in giappone si suiciderebbero), che Parlamenti interi applaudano le loro patetiche arcane ragioni.
Se la televisione non sa di niente e se quando dice puzza troppo, rimane la musica come via di fuga fedele. Ed ultima.
Non saprei nemmeno spiegare bene perchè. Semplicemente è un qualcosa che si sa di dover fare, una di quelle scie modello-Cometa da seguire senza bisogno di altre risposte. Una specie di treno, che passa in quella piccola stazione vicino a casa tutti i giorni e che basta prendere, non per salvarsi e nemmeno per fuggire a qualcosa, solamente per andare. Per liberarsi da situazioni che calzano attorno alla mente e all’anima perfettamente, troppo comodamente, così comodamente che lentamente assopiscono in un caldo abbraccio energie che comunque esistono. E’ chiaro e palese che è tempo di andare, di succedere ancora una volta e ancora una volta in un altro posto, di strizzare tutto come una spugna con la consapevolezza che al ritorno sarà meravigliosamente zeppa un’altra volta; si chiudono i libri dei Grandi Maestri e si aprono pagine bianche da riempire di mondo. E’ l’ultimo passo quello più difficile, il movimento delicatamente brusco che separa due mani che si stringono e sfiorandosi prendono due direzioni diverse nella speranza che dall’altro lato del mondo si possano incontrare di nuovo, è infinità e battaglie. La forza dell’istinto è superiore a tutto, oltrepassa inestricabili barriere di assurda burocrazia, si aggrappa a Perle Preziosissime che le università sanno offrire e si dirige verso la direzione ostinata e contraria a quella dell’ultimo arrivo. Legami indistruttibili di Case passate si preparano ad accogliere nuove cellule esagonali dello spazioso alveare. Sul sedile di fianco appariranno certezze, figlie di promesse sincere in notti vissute tra umide mura e in macchine rosse, profezie di viaggi a quattro mani finalmente avverate ma compagni di viaggio già da tempo e per sempre. Da qualche parte mi aspetta un fratello, calamita da potenze infinite che superano montagne ed oceani, e porteranno a texane ricongiunzioni di famiglia e di feelings. E poi, nella più assoluta passività, il vento del Sud America saprà portarmi fino alla prossima casa, al prossimo tutto, dove la vita prenderà i colori della Colombia del Nord.viandanti
viaggiano i perdenti
Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua San
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua Santità
Viaggiano ansie nuove
Sempre nuove…
Cadono di vertigine…
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”
"English" version
I apologize for the lack on the translation, but this is this is an automatic translator...