Archive for March, 2008

Cocco bello cocco fresco


30 Mar

sandro-230.jpg

Nulla sarebbe da tramandare ai posteri a proposito delle arti gastronomiche colombiane, se non fosse per la frutta.

Se il piatto piú tipico di Barranquilla è il sublime “perro caliente“, nient’altro che la traduzione fedele di “hot dog”, non è visitando altre regioni colombiane che il buongustaio resterà affascinato dalle pietanze locali.

La costante, straricca, variegata presenza di frutta è però un qualcosa che lascia deliziato l’avventore, davvero. In ogni angolo di qualsiasi strada un ambulante vi stupirà con un qualcosa mai visto prima, sia esso arancione verde o multicolor, allargando il catalogo mentale di chi conosceva solamente pere ciliegie o fragole.

Prendi per esempio la roba nella foto lì in alto. E’ una macchina in legno che stritola la canna da zucchero, ricavandone il succo dolcissimo che, mescolato al limone, sarà venduto come “guarapo“. Sensazionale.

ps.: a proposito di foto, clicca sulla finestra flickr in alto a destra e vedrai le new-entries.

Buenaventura, è Pacifico


28 Mar

sandro-351.jpgVagavo per la mattina afosa di Cali quando mi accorsi di un fatto importante: non c’era niente di mediocremente interessante da fare in quella città.

Andai così nella stazione degli autobus, e dopo un rapido check della situazione trovai in quel cartello “Buenaventura” un richiamo mistico. D’altra parte si trattava di una città sul Pacifico, e quella poteva essere l’occasione per pucciare il pollicione per la prima volta in quell’oceano così lontano. Controllai così la guida che però non contemplava quella meta, interrogai i passanti che, mantenendosi su livelli discordanti, giungevano alla medesima conclusione: quella città è pericolosa, non andarci.

Tre ore dopo ero così a Buenaventura. Per la prima volta, credo, non avevo passato il viaggio leggendo. Lo spettacolo naturale fuori dal finestino, l’incredibile sequenza di forme vegetali mai viste nè immaginate furono un incantamento continuo. Verde e nero, nero e verde. Il “nero” erano gli esseri umani, che a poco a poco apparivano sempre più a tinta unita, lungo quel cammino per Buenaventura.

D’un tratto, capii. Quella città era figlia di un’”importazione” schiavista-africana di massa, e il livello di povertà e disagio fotografava perfettamente la situazione. Ciònonostante, i colori del mare e i sorrisi delle matrone che mi scorrevano vicino con le loro ceste di maracuja o pesceboh sulla testa rendevano splendidamente sudamericano ed esotico quel posto. D’altra parte, notavo negli sguardi della gente e nei silenzi improvvisi come l’esotico ero io, bianco pseudogringo con una combinazione di vestiti assurdi in quel loro feudo portuale. In un attimo ebbi più di un amico, come accade a chi viaggia da solo e a chi viaggia in una città di neri.

Venne poi la sera, e da lì la notte. In un attimo quell’angolo di mondo cambiò faccia, e tutti i colori del pomeriggio s’incupirono pesantemente. Non c’era la luna, e non c’erano più le matrone dai loro cesti sulla testa. Le vie del porto diventavano adesso proprietà di altre genti, quell’esercito di persone che troppo ovunque popola questo martoriato Paese. A quel punto, comunque, ero lì, e l’Università del Mondo teneva quella sera un’altra lezione: giusto esserci.

Nessun pregiudizio contro quelle due puttane che con finto interesse mi avvicinarono, o contro il loro amico marinaio filippino. Nessun pregiudizio nemmeno contro lo strano sessantenne padrone di un italiano perfetto, e di un dichiarato amore per il Belpaese. Nessun pregiudizio, solo tanta pena, per il 13enne marijuanomane esperto in rapine e fratello del suo coltello. Nessun pregiudizio, solo tanta tantissima attenzione.

Per la cronaca, la notte finì con una cauta fuga in taxi, nonostante il giaciglio fosse a 500 metri dal porto. La prossima volta racconterò cos’è successo il giorno dopo, cioè oggi, il coronamento della Buona Avventura.

Make rock don’t make the war


26 Mar

agencia-cali-sur-017.jpg

Dal Museo d’Antioquia di Medellin.

Paranoie lente e scoscese


25 Mar

“In Colombia più che in altri Paesi sudamericani, l’autobus è un mezzo sicuro, comodo e veloce per viaggiare”, sentenzia la guida.

Forte di questa certezza, mi dirigo verso il bus che da San Augustin dovrà portarmi a Popayan, scegliendo come al solito la notte per gli spostamenti terreni. Quando mi viene detto che per coprire i 140 km tra i due paeselli saranno necessarie 6 ore, sogghigno e mentalmente mi burlo di chi probabilmente si sta burlando di me.

Tragico errore di valutazione.

Come d’abitudine, anche questa volta gli autisti hanno caricato sul mezzo quelle 5 o 6 persone in più rispetto ai sedili, ma l’esperienza insegna e la lotta per la sopravvivenza è un istinto innato nell’uomo, cosicchè con largo anticipo conquisto il mio spazio. Mossa fortunata, perchè i viandanti riempiono il mezzo di ogni bene immaginabile, e tra sacchi di patate bambini e cesti di canna da zucchero buttati lì sul pavimento si parte.

Non passano 2 km che il mio vicino di sedia attacca:
“Mi ciamo Rigoberta Menchù”.
“¿¿Como??”
“No, dico, il libro che stai leggendo”.
“Ah, si legge MI CHIAMO….me llamo. E’ in italiano”.

Cercando di non pensare alla serie infinita di curve che questo passo delle Ande propone, continuo nella lettura, combattendo il pungente Vallenato con ottimo free-jazz argentino.

“Sei italiano?”
Italianocosteño.”
“Ah. Come si dice in italiano FIESTA?”
“Festa”
“Ah! E amigo?”
“Amico”.
“Ehi! Si assomigliano un casino queste lingue!”
“Perbacco, hai ragione!”

Segnali preoccupanti prendono vita da questo inizio viaggio, il preludio ispira leggera sfiducia. Che diventa totale quando di colpo l’asfalto finisce, e l’autobus inizia la sua lunga scalata alle polveri e alle pietre di quella montagna.

“E come si dice in italiano il mio nome?”
“Come ti chiami?”
“Heredio”
“Rompicoglioni”.

La claustrofobica situazione non offre via di fuga. Cerco di sintonizzare le mie pulsazioni con quelle della bambina che dorme sulle mie gambe, figura fatata. L’autobus testardo sale, arranca, si ferma, sgomma, salta, ma sale, si.
Devi sapere che i mezzi pubblici hanno i contakilometri a schermo intero, per consentire al popolo di sollevarsi in rivolta se si superano i limiti fissati. E’ proprio quel contakilometri a portarmi al confine con la pazzia, 18 – 23 – 12 – 20 km/h costanti, con punte notevoli dei 7 e dei 26. Lenta lentissima ascesa.
Devi anche sapere, cosa curiosa, che nei terminal colombiani si è soliti arredare le pareti con un simpatico pannello gigante, per illustrarti in termini numerici quanti incidenti, feriti e morti si sono avuti nei mesi scorsi sulla tal linea con la tal compagnia.
L’immagine del tabellone del malaugurio è apparsa in tutta la sua nitidezza quando dall’alto hanno cominciato a scendere moto, poi jeep, poi un uomo a piedi in solitaria (immagino un prete, o un estremo untore) e finalmente altri autobus. Davanti a me l’anteprima del giornale del mattino, quel quotidiano di cui non ricordo il nome che farcisce l’inconsistente notizia con punti esclamativi: “¡¡Scontro fra autobus!! ¡Tra le vittime anche un italianocosteño, alcuni sacchi di patate e un cesto di canna da zucchero!”

Poi l’attenzione del cervello si è spostata su altri temi, principalmente sui primi dolori di collo e i molteplici indolenzimenti degli arti tutti, occupati dall’angelica bambina che – unica sull’autobus – proseguiva nel suo sonno. A un certo punto ho inevitabilmente iniziato a chiedermi quanto siano alte queste cordigliere delle Ande, quando i fanali dell’autobus illuminano una roccia spaventosa, decorata con vernice multicolore, riportando il seguente messaggio divino: “Angel Valler sindaco 2008-2011″. Segnale incoraggiante da non sottovalutare, pare che su quell’infinita montagna ci siano forme di vita, a meno che Angel Valler non sia l’autista dell’autobus.

L’ultima sorpresa della notte prima di un coma irreversibile sono stati due soldatini grigioverdi, lassù sulla punta, sbucati dal nulla, palesemente infreddoliti. L’irreversibile ottimismo che ha colpito la mia coscienza in questo malaugurato giorno ha quindi iniziato a chiedersi: “Saranno FARC? O i Paramilitari? O Angel Valler di professione autista è impazzito confuso e stiamo invadendo un’altra volta l’Ecuador?” Niente di tutto ciò. Perquisizioni e foglio da compilare. Non porto armi e tantomeno droga. E anche se ne avessi avuta, in qualche angolo di zaino, l’avrei già consumata tutta sicuramente.

captura.jpg

p.s. la foto è del compañero de viaje Juano. Ciò che ha visto lui l’ho visto io, ma lui l’ha fotografato meglio.

Istantanee a pioggia


22 Mar

Mentre tutto scorre. Scorrono diverse tinte di verde, in un mosaico di specie vegetali mai viste nè immaginate che si ammassano più in là della striscia di asfalto. Lentamente sfilano carri, buoi e cavalli, in questo continuo saliscendi che inesorabile caratterizza la Colombia del centrosud. Seduto li a fianco, nel polveroso cassone di una jeep, un militare al termine del suo calvario se ne torna a casa. Nasconde un pappagallo verde e giallo in un sacco, ricordo dei suoi mesi nella selva. Le formidabili “palmas de cera” della Valle di Cocora, roba che cresce solo lì. L’affanno festoso del Giovedi Santo di Neiva, nella sua contrapposizione tra proibizionismo alcolico e Peccato: è proibito l’alcol ma ovunque si sbrana carne. Quel padre di famiglia che accompagnandoti all’ostello ti mostra le foto dei suoi figli. Disquisizioni mentali sull’impossibilità di viaggiare da solo: 15 minuti dopo aver lasciato Barranquilla il tentativo era già sfumato, e adesso ci si muove costantemente in 5. Scorrono le genti e i popoli, dalla terra di San Augustìn affiorano souvenir di popolazioni precolombiane sparite chissà dove. El hijo de puta dell’autobus, che vende 32 biglietti per 28 posti, e allora bisogna discutere e poi litigare e poi sedersi su un gradino e chiudere gli occhi scaraventato di qua e di là dalle curve dalle buche e da Syd Barret. Quell’amico fenomenale che manda email dall’italia dicendo “avevo un amico a medellin, guarda se lo trovi”. Quell’altra amica che stava sperduta nel Quindio, e rivederla è stato un ritorno a Notti Baltiche. La ritrovo come l’avevo lasciata, mi ritrova come mi aveva lasciato. Probabilmente ho anche gli stessi jeans. Le facce, gli occhi e gli accenti, cosi colombiani cosi diversi dalla colombia del nord. Considerazioni perfino sul vento, mi si dice “chiudi gli occhi e spegni i sensi, renditi conto solo dal vento che sei in sudamerica. La gente della strada che ti vende tutto quello che si potrebbe comprare, si capisce quando dalla polvere esce un trattato su “La persecuciòn sovietica en la Iglesia de Lituania”. Musiche che si mischiano si confono ma mai si picchiano tra loro. Simon Bolivar in tutte le sue forme bronzee, a Manizales è un incrocio tra uomo e condor. Scorrono anche le acque, e veloci, e calde e fredde sottoforma di terme e di cascate. Il colombiano che si illumina per spiegarti che ha un cugino a Latina. Tutta quella gente di là dall’oceano, chissà cosa sta facendo, mentre le strade del Sud America lentamente scorrono.

Dietro la tazzina


19 Mar

Si dice che la Colombia sia il principale produttore mondiale di caffè, con il Brasile. La realtà della strada, però ha le sue sfumature, e a volte capita di rimpiangere le due dita di oro nero a euro 1 italiani. Effettivamente anchè il caffè è un’arte, o quantomeno un nobile atto, e gli italiani ne sono maestri.

Manizales, con i suoi dintorni irreali di colline d’argille e alberi quasi finti è conosciuta per le eccellenti piantagioni del Sacro Chicco. Sotto un tetto continuo di canna di bambù – la versione madre di quella che si conosce lì, qua si chiama “guaguà” e raggiunge i 14 metri – un reticolato verdeinfinito e pallini rossi sono le mappe geografiche di tanti piccoli mondi.

Ogni “finca” è infatti un microcosmo autosufficiente, dove i ragazzi della provincia arrivano per lavorare e si lì sposeranno per vivere la loro vita al profumo di caffè. I loro figli impareranno presto i segreti degli 8 mesi di vita del chicco, e una cooperazione tra contadini e il patròn della finca permetterà la costruzione, anno per anno, di un’aula in più nella scuola.

I benefici della tazzina quotata un euro rimarranno comunque lontani dalle fincas: dal 1988, anno del crack tra i paesi cafeteri, gli accordi non sono più stati rinnovati e i prezzi per i produttori primi sono rimasti gli stessi di 20 anni fa, fermi ai 2 $ al kg quando le vacche sono grasse.

L’esplosione del valore avviene con il passaggio alla torrefazione, e l’insostenibile prezzo fissato dalla Federazione Cafetera Colombiana per ottenere la licenza (350-400.000 €) lascia campo libero in questa fase alle multinazionali. In più, sempre più spesso appaiono malattie e strani insetti “inviati dai brasiliani spaventati di perdere la loro leadership, 15 anni fa”, come spiega Patròn Jorge.

Non si dispera il contadino-guida Sergio: “quando de cada en cuanto la televisione annuncia nuovi problemi per il mio paese, salgo sulla collina più alta della finca e davanti a questo spettacolo mi sento la persona più fortunata del mondo”.

Domingo paisa


17 Mar

botero.jpgCamminata stanca nella domenica delle palme. Ci si accorge dell’evento perchè autobus e taxi sono vestiti di chincaglierie verdi, rami di palma appunto. Nei giardini, oasi d’ombra, instancabili predicatori armati di megafono allertano gli astanti contro le tentazioni di un qualche Male.

Le anime sono distratte. I bar, le radio dei venditori ambulanti e perfino i maxischermi divulgano il messaggio di Juanes and friends, riuniti in folla oceanica in quel di Cucuta per cantare sopra le frontiere e le divisioni, finalmente vestiti di bianco e sprovvisti di slogan assurdi. Perfino i taxisti riposano nei loro nidi, per una volta lasciano suonare la radio e impongono il silenzio ai loro clacson perenni.

Medellin rassicura e infonde tranquillità. Le sue tante aree verdi, su tutte il notevole Parco Botanico, rendono ancora più fresca la città dell’eterna primavera. Tra le bancarelle d’antiquariato sfila l’orgoglio Paisa, quelle ragazze che all’unanimità vengono definite “le più belle della Colombia”, non importa se ad aiutare la natura intervenga spesso la mano dei chirurghi estetici più famosi del Sud America. E le eccezioni sono altrettante opere d’arte, gordas di bronzo seminate da Fernando Botero per i quattro angoli della città, il dono alla Casa Madre del suo figlio più celebre.

Un giro nel centralissimo cimitero impressiona, a suo modo. Ordinate in sequenza cronologica, le tombe datate anni ’80 sono esponenzialmente più numerose rispetto a quelle di qualsiasi altra epoca. Segni perpetui lasciati a Medellìn dall’altro suo figlio, altrettanto celebre.

Medellin 15 a.P.


15 Mar

medellin.jpg

The sunrise is showing a complete different world.
Shades of shoking nature are filling the composition on the glass, while the bus is crossing curves and horses in the crazy run to Medellin.

Something big is appearing from the screen. The city is a huge mass of red roofs lost between the green, asleep bi¡etween the mountains which are taking care of her. Traffic lights and order bring it to another Colombia, a country where ordinary life is different, according to Caribbean’s standards.

No any person could believe in the change. Fifteen years ago, this it was one of the worst places in the world, when Pablo Escobar was “el patròn” and Medellin was the Cape Carnaval on the way Cocaine-World.

Now there is a metro (the only one in the country) and the Big Ghost is just on the feelings of the city. Medellin is known as the Botero’s bornplace, and Lonely Planet describes it as a “Texan-colombian place”. Nightlife is really safe, and people is living much more quiete here than in Barranquilla or Naples. Just in the poorest suburb of the city, families are keeping Pablo’s picture in the living-rooms, but this is another story, and no one wants to heard it.

P.s. 1 and 2: Tibet is trying to call us. Please answer. The picture in the post is taken by “Montañero”, whoever he is.

Itinerario a punto interrogativo


13 Mar

photo-0208.jpg

E tu che pensavi di andare in Colombia per conoscere i colombiani. Anche qua si rispetta la legge che vuole Terroni o Catalani in ogni paese del mondo, per quanto piccolo esso sia (perfino in Lituania una regione dal nome impronunciabile parlava di indipendenza…). Ebbene, a Barranquilla non ci sono colombiani. Solamente costeños.

Popolazione presente solo sulla costa del nord, i “costeños” si distinguono dai “paisa” (Medellin) o dai “cachacos” (Resto del mondo) in quanto più belli/intelligenti/ festaioli/calienti/ospitevoli e logicamente insuperabili nella caccia alle donne. Inutile aggiungere che il grande Pibe era costeño, proprio come Shakira o Gabriel Garcia Marquez o una sfilza di personaggi più o meno noti che hanno reso grande la Colombia (cachaca) nel mondo.

Niente di male in tutto ciò, se non fosse che a un certo punto sale l’interesse a conoscere il Maldito Cachaco. E così partirò questa sera, con un bagaglio effettivamente minimale per esigenze di spazio ma provvisto dell’immancabile amaca, in direzione del Nemico, del Diverso. Come al solito zero programmi e pochi soldi. Ma con la certezza di ritrovare un pezzo del puzzle sperduto in quel grande calderone di follie chiamato Colombia.

Ja Ljublju CCCP’s ghosts


12 Mar

L’insostenibile richiamo dell’Est.
Il post nasce sotto un sole di trenta gradi mentre Arno mi racconta il suicidio del suo vicino di casa a Pietroburgo.

Un cumulo di immagini costantemente sopra la coscienza si materializza puntualmente negli angoli piu’ disparati, agli antipodi del mondo. L’est richiama al sole, a cose lontane, a immagini che entrano dal naso e profumi che avvolgono le spalle, in una patina di lingue lontane.

Eppure, c’é un Est piú vicino, a due passi di aereo di lá dalla vecchia cortina. Una metafora del passato che si strappa via con la forza la maschera grigia, accedendo sempre di piú alla comunione – ogni sorta di comunione – con le anime un tempo lontane.
Quell’est, che dall’Europa si estende fino a tutto ció che nella Fredda Guerra vestiva tinte grigiorosse, nasconde nelle proprie periferie l’essenza della veritá, di cambi radicali francamente impossibili per il potere di una o due generazioni.

Nelle periferie di Kiev, negli autobus bielorussi, nelle notti baltiche e tra le strade di Irkutsk aleggia quell’irresistibile forza che sa di richiamo maledetto, quella “ricerca del Brutto” che appaga il maniaco alla ricerca di insana malinconia mal raccontata.

Il video li’ sopra non significa niente. E’ il frutto di 8 noiose ore in chissá quale aeroporto con un Movie Maker che non funzionava. Eppure raccoglie qualcuno di quei fotogrammi, attimi di eternitá nell’enorme tabula rasa dimenticata.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


Ricerca personalizzata