Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.
John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.
C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.
Ricordo quelle notti che passavo sotto casa sua, ricordo quella finestra, ricordo uomini armati e vecchie moto sonnolente. Inoltrandomi nei meandri dell’ingegno, cercavo di spingere la mia voglia di lei più in là della finestra della sua stanza, elucubrazioni inutili. Sempre guardavo con tenero timore ai vetri della finestra di una ragazza, figurandomi la membrana sottile e inviolabile delle sue tende come un’iconografia ben definita, metafora di altri segreti che una femmina sa ben custodire.
Nessuno sapeva cosa succedeva là dietro. Schiere di maledetti e di disgraziati, paraventi di un romanticismo in decadenza, si ritrovava sullo stesso marciapiede, nella stessa ora delle stesse notti, a contemplare i movimenti lenti di quella silhouette misteriosa e maledetta. Ogni battito delle sue ciglia si amplificava nel filtro ottico delle tende, e provocava un brivido di unisono nella platea sottostante. Bellezza di vita trasformata in bottiglia e stretta forte tra le mani; qualcuno indovinava il colore della piuma che portava appesa all’orecchio.
Dora ancora una volta, ancora una notte, si scrollava via di dosso quei vestiti che un conservatorismo ancora vivo le incollava alla pelle tutte le mattine. Spogliandosi di fronte alla finestra, si immergeva in un rito magico che la portava direttamente alla comunione con quel dio alternativo che si era creata. Vento o brezza, bestia selvaggia o cucciolo d’anima, principe azzurro o membro virile, si rifugiava nel culto di quell’entità multiforme ogni volta che suo padre e sua madre la chiudevano dietro un muro di insulti e pianti. Non perché avevano scoperto che un uomo si era portato via quel leggero peso che la loro bambina ormai donna sentiva nel ventre e nella mente, ma perché era lei stessa a inseguire, tra fantasie e delirio, quell’overdose di passione che la trasportava d’incanto nel suo paradiso politeista.
E quando finalmente nuda, spegnendo la luce, scostava le tende e liberava nel vuoto l’ultimo triangolo di stoffa che aveva in quel giorno coperto la sua essenza, un disgraziato, o un maledetto, scagliava sul cemento la bellezza di vita trasformata in bottiglia e stringendo tra le dita il dono del suo dio si allontanava nella notte umida, tiepida, infinita.
Erano altre epoche ed altri luoghi, ma più o meno un anno fa Ella si congedava dai tempi baltici obbligandomi ad ascoltare una canzone che altrimenti non avrei mai conosciuto.
Nella riproduzione casuale che lentamente scivola verso le cosiddette braccia di Morfeo, risuonano parole e concetti che ancora risvegliano la coscienza, ritratti disegnati da pennello e pianoforte sempre più verosimili e in qualche modo romantici nell’iperinflazionato mondo odierno.
Enfoque de luz roja en el blanconegro de tu piel. Flash. Luego todo desaparece, desaparecen los sentidos y solo tu presencia queda en la colchoneta de piedras. En la oscuridad total tu ya no existes cerca de mi, apoteosis y ternura llenan el aire, allà donde terminan mis dedos empieza tu hùmeda entidad y mis ojos ahora se mueren en el blanconegro de tu piel.
Dalle Alpi alle Piramidi, dal Mazzanarre al Reno -passando per Colombia- resiste in piedi la balla di cartone della Famiglia Perfetta. Bimbi, padri e nonni vittime e carcerieri di sè stessi nel sacrificio di un nome – o un cognome – esempio e guida per la società. Poi, si entra nel Mulino Bianco e si scoprono le crudeltà più insensate, gli stessi errori ripetuti da tre generazioni, l’odio reciproco come collante per infarcire le cene domestiche. Tutti attorno al capofamiglia, coi coltelli tra le ginocchia, nel tepor del focolare.
In nessuno dei 16 paesi impegnati all’Europeo si segue la faccenda come in Colombia. Davvero. Questa gente e’ completamente malata di calcio, soprattutto di calcio europeo, e arriva agli estremi di spiegarmi che tal Aquilani e’ un giocatore della Roma e non e’ un infiltrato nelle fila azzurre. “Logico “che oggi El Espectador cartaceo apra con la notizia dell’eliminazione degli adorati “azzurris”, logico.
Immerso nella brezza del mio letto gigante dalle lenzuola rosse e blu cercavo di raccoglier parole per spiegare ai piu’ cos’e’ stato l’addio di Compar Leo alla comunita’ barranquillera. Evidente l’infattibilita’ dell’impresa, non si puo’ certo dipingere lo straordinario personaggio a chi non ha il background per assimilarne l’essenza. Poi, il telefono squilla e Leo stesso mi annuncia, da qualche angolo di Colombia, che per l’Italia tuttavia c’e’ tempo. Ecco, that’s my friend.
Da qualche parte, sul Mar Baltico, oggi il sole non scende. La sua presenza calda irradia le lagune e feconda la terra e le menti. Con discrezione, con candida e paterna presenza brinda alla sua mezzanotte nell’angolo giù in fondo, dove acqua terra e luce si fondono nell’orgasmo della Natura. Quattro mesi di freddo, di buio e di vento scompaiono annichiliti dalla potenza dell’effimero.
Contrariamente a quanto il Concilio di Trento potra´affermare, lo sviluppo umano negli ultimi -diciamo- 1000 anni ha seguito un cammino bidirezionale: uno nasceva e moriva tra i precetti accettati (e sviluppati) dalla Chiesa Cattolica, l’altro si sviluppava in umidi scantinati e finiva, a volte, tra le fiamme del rogo.
Nonostante il Cattolicesimo abbia contribuito notevolmente a portar l’umanitá al livello scientificomorale attuale (sta al libero arbitrio personale stabilire la positività o negatività della faccenda), é altrettanto importante riconoscere il mondo occulto e nascosto che sempre ha sviluppato teorie alternative, quel mondo che qualcuno definisce “alchemico“. Teorie tra l’altro allargate ai 3 continenti, e a tutte quelle tradizioni millenarie che la Chiesa, ovviamente, non tollerava.
C’é una cosa interessante in tutto ciò: la simbologia alchemica ed i suoi tabú. Prendiamo l’immagine di qualche post piu’ in basso ad esempio: il cervello lavato e rilavato in fiumi d’acqua santa e freakkate alla M. Manson lo collega a qualcosa satanico, no? No. Quella roba, uno tra i tanti simboli alchemici che hanno ispirato altri campi, rappresenta il ciclo vitale con l’uomo al suo interno. Il tetragramma, cosi si chiama, arriva alle allucinazioni di Syd Barret fino ad apparire, tra l’altro, sulle copertine dei Pink Floyd…
Tutto ció perché mi sono intrippato con il lavorone mentalmusicovisuale del mio ospite bogotano, Farid, e con tutto un movimento underground che voi del “Primo mondo” nemmeno vi immaginate.
ibamos para rutas perdidas. vàinas bakànas que de pronto se entrelazaban en el humo de medellìn o en trago de mendoza, pero siempre habìan palmeras. Palmeras y un sueco cantando, cagando y cantando. musicas y palabras, pasos y palabras, cosas y palabras. charlas bastante imposibles y para esto reales, tal vèz conversaciones gastronomicas sabrosas y elegantes.
éramos buena gente, la que se busca y se encuentra viajando, y se despide en un buzòn de mensajes porque sabe que el mañana lo decide el jazz.
iremos para rutas perdidas. cañazos y vodka ojalà se entrelazaran entre el ciel de caribe y el mar de Crimea.
C’è una cosa che mi fa sballare, anzi due. La prima è il colpo di genio di La Russa (ministro della difesa? La Russa? Si??), con i suoi soldati in cittá “ma solo per un anno”. La mia avversione personale contro qualsiasi divisa mi impedisce di commentare equilibratamente la cosa.
Meglio ancora, peró, le risposte del Di Pietro, o di tal ex-parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. E’ sorprendente l’inquietante disinformazione che serpeggia in Italia a proposito di Colombia, sorprendente e triste, se si considera che non è solo la massaia di Saluzzo a sparar le sue teorie su un posto lontano che nemmeno conosce, ma anche politici, mogli di Sarkozy, dottori e panettieri enunciano le loro veritá su questo strano paese cocainomane e dittatoriale.
Sia chiaro. Colombia continua ad essere il primo esportatore di Biancaneve nel mondo (e la Sicilia continua ad essere un ottimo approdo commerciale), e la sua situazione politica puó essere quantomeno criticata (non sicuramente da un italiano, che elegge per la terza volta el Padrino Pituffo, come lo ha definito un barista di Bogotá, piú informato sul mondo di Di Pietro & friends). Peró, posso giurare che parole come “regimi dittatoriali sudamericani” sono un tantino campate in aria, si.
Ció non accade nelle politiche (e societá) spagnole, francesi o inglesi, attive nel promuovere da queste parti ogni forma di cooperazione, intuendo il potenziale futuro di un Paese che sta crescendo di anno in anno e che sembra aver superato i suoi anni piú difficili. Come giustamente commenta Fla, in ogni cittá sudamericana c’é un centro culturale francese (Barranquilla conferma), e tra gli europei che arrivano in Colombia per turismo gli unici italiani appaiono a Cartagena, feudo della prostituzione low-cost.
Che aggiungere? Niente. Il post è scritto, mi faccio una bella striscia di pura-colombiana e sono pronto a scendere per le strade di Bogotá, con il fedele kalashnikov a tracolla. Se voi volete seguir l’esempio colombiano, fatelo cosi.
Da troppo tempo mancavo in una grande citta’. A questo penso mentre un’orda di cinesi giaccacravattati esce da un pub irlandese e mi passa accanto. Banale dire che Barranquilla o Medellin hanno i loro grandi numeri: in Sud America non e’ la massa urbana a definire la grandezza di una metropoli. Nemmeno in questo, la massa degli “invisibili” che popola i sobborghi ha il suo peso, mangiare-bere-dormire-sopravvivere non sviluppa economie e allora anche Barranquilla coi suoi due milioni di anime diventa un paesello.
E invece, finalmente, eccomi incasinato tra codici di bus e polveri sottili (e comunque decisamente piu’ spesse di quelle europee, molti mezzi qua vanno a carbone). Eccomi perso a vagare nell’oblio comprando amache e un libro a 1000 pesos, 0.30 cents, “Plan y beneficio en la economia sovietica”, chiaro e lampante che mai lo leggero’. Ritrovo le lampadine accese anche al martedi’, utopie metropolitane che animano e smuovono i sonnambuli 7 giorni (notti) su 7. Mi invitano a mangiar robe diverse, con genti diverse, tra le altre la direttrice di Semana.com. Respiro nell’aria, oltre alle polveri sottili, il fermento politico che tanto manca sulla costa, l’elettrico aere che POTREBBE preannunciare grandi novita’.
E poi, una presenza fissa. Una serie di personaggi che, inspiegabilmente, incontro costantemente nelle capitali del mondo. I “metrosessuali”, un’entita’ indefinibile prima di tutto a loro stessi, un mix di newslangcool e disordinata pazzia che ancora una volta mi ospitano nelle loro allegre case profumate d’illogismi. I metrosessuali. Como le metropolitane, i metronotte e i metrologismi.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”