Il sesso degli angeli

27 Giu

Ricordo quelle notti che passavo sotto casa sua, ricordo quella finestra, ricordo uomini armati e vecchie moto sonnolente. Inoltrandomi nei meandri dell’ingegno, cercavo di spingere la mia voglia di lei più in là della finestra della sua stanza, elucubrazioni inutili. Sempre guardavo con tenero timore ai vetri della finestra di una ragazza, figurandomi la membrana sottile e inviolabile delle sue tende come un’iconografia ben definita, metafora di altri segreti che una femmina sa ben custodire.

Nessuno sapeva cosa succedeva là dietro. Schiere di maledetti e di disgraziati, paraventi di un romanticismo in decadenza, si ritrovava sullo stesso marciapiede, nella stessa ora delle stesse notti, a contemplare i movimenti lenti di quella silhouette misteriosa e maledetta. Ogni battito delle sue ciglia si amplificava nel filtro ottico delle tende, e provocava un brivido di unisono nella platea sottostante. Bellezza di vita trasformata in bottiglia e stretta forte tra le mani; qualcuno indovinava il colore della piuma che portava appesa all’orecchio.

Dora ancora una volta, ancora una notte, si scrollava via di dosso quei vestiti che un conservatorismo ancora vivo le incollava alla pelle tutte le mattine. Spogliandosi di fronte alla finestra, si immergeva in un rito magico che la portava direttamente alla comunione con quel dio alternativo che si era creata. Vento o brezza, bestia selvaggia o cucciolo d’anima, principe azzurro o membro virile, si rifugiava nel culto di quell’entità multiforme ogni volta che suo padre e sua madre la chiudevano dietro un muro di insulti e pianti. Non perché avevano scoperto che un uomo si era portato via quel leggero peso che la loro bambina ormai donna sentiva nel ventre e nella mente, ma perché era lei stessa a inseguire, tra fantasie e delirio, quell’overdose di passione che la trasportava d’incanto nel suo paradiso politeista.
E quando finalmente nuda, spegnendo la luce, scostava le tende e liberava nel vuoto l’ultimo triangolo di stoffa che aveva in quel giorno coperto la sua essenza, un disgraziato, o un maledetto, scagliava sul cemento la bellezza di vita trasformata in bottiglia e stringendo tra le dita il dono del suo dio si allontanava nella notte umida, tiepida, infinita.

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5 Responses

  1. LT. Perro ha detto:

    Definitivamente, tengo que aprender italiano.

  2. Baltic Man ha detto:

    Definitivamente.

    Y no solo para cantar las letras de “felicità”…!

  3. davideb ha detto:

    Ciao, ti andrebbe di fare uno scambio link con il mio sito? Se ti va contattami e lasciamo un commento sul mio, e aggiungi il mio blog con il nome di Crystal Street. Spero tu accetti.

    ciao e grazie 😉

    http://www.crystalstreet.altervista.org

  4. Nyx ha detto:

    ma dopo ke uno legge quello ke hai scritto come fa a non dirti:” devi fare lo scrittore?”, me lo dici, nuovo Baricco?
    bye…
    p.s: sentiti “In Italia” di Fabri Fibra, te lo dice una ke odia il rap…;)

  5. Baltic Man ha detto:

    Non lo so.
    Qua da noi contano solo sentimenti e sensazioni, niente carta nè pagine, niente volpi nè uve irraggiungibili.

    Andiamo avanti così, alla giornata. O alla nottata.

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Diary of a Baltic Man

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