Archive for December, 2009
Posted by Baltic Man in Comunicazione, Ecuador, Giornalismo, Sud America, Viaggi, Vita, tags: Ecuador, Natale, pachamama, peacereporter, sarayacu
Uno tra i tanti possibili. Nella selva amazzonica, comunità di Sarayacu, simbolo di lotta di difesa della Pachamama da chi vuole continuare a tirar su petrolio nonostante i tempi incerti. Due bottiglie di vino nello zaino, cinque o sei ore di canoa e un autoctono dai capelli lunghi un metro. Non servono ciccioni vestiti di rosso o bambini vecchi duemila anni per festeggiare il natale.
Poi, per chi non sa cosa fare, c’è un articolo su Peacereporter.
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Una musica diversa. Un suono diverso, suono di montagna. Aria diversa, diverso il sole, tremila metri di metropoli sparsi tra i vulcani. Un giornalista impazzito, un leader indigeno, un politicante in giacca e cravatta ad indagare tra le sabbie mobili della diplomazia. Un paese che si spegne due ore al giorno, un desayuno continental como remedio contra la muerte, un bus troppo pieno per un teatro troppo vuoto. Inseguridad, calentamiento global, los muertos y los sicarios e giornali latinoamericani tutti uguali. Il silenzio, la retorica, la puzza di muffa, e giornali latinoeuropei tutti uguali. Il taxista che ti racconta la gran verità, “non importa la crisi economica, il gran problema è che nei mondiali 2010 noi non ci saremo”. Le minoranze politiche, le minoranze etniche, le minoranze legali, le minoranze mentali. Un pezzo di anima da ritrovare negli internet cafè, sottoforma di parole virtuali, sussurrate in un documento word. La valigia piena di pezzi di carta da mostrare al guardiano della Gran Eternità, Sua Maestà io ho provato a vivere, ecco le prove. La sensazione di una mano calda nella mia mano fredda, come quando ti amputano una gamba e continui a percepirne la presenza ed il dolore. Il dolore, il più grande tra i sentimenti umani. Quel gran pittore ecuadoriano che riposa nel suo mausoleo lassù sulla collina, tra i veri colori del suo falso mondo migliore. Il tutto ed il contrario di tutto, e la consolazione di chi non ha niente, che poi la consolazione non esiste, non è nient’altro che egoismo taroccato.
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Un internet cafè sulla linea della frontiera, aspettando un Chiken Broaster al di là della strada. Questo primo Ecuador è il ritrovarsi con il freddo, con l’aria di montagna infilata tra i vestiti, con un popolo apparentemente elegante, straordinariamente educato, in una parola: andino.
La frontiera tra Colombia ed Ecuador è un fiume nero sotto il ponte. Ai due lati, due paeselli grigi e notturni, colpiti duramente dalle crisi diplomatiche dei Piani Alti, con Uribe e Correa che non smettono di insultarsi. La prima sorpresa succede in cassa di cambio, 40.000 pesos colombiani per quaranta dollari. Per quaranta dollari. Da queste parti usano il dollaro, e qualcuno dovrebbe spiegarmi per me.
E poi: il buio. L’Ecuador è senza luce, gravi crisi energetiche colpiscono profondamente il paese, in quest’epoca di perenne siccità. Storie di America Latina, domani sorgerà comunque il sole, dai finestrini di un autobus in direzione Quito.
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Overdose di sabbia e staticità. Soffia il vento del mare e ricopre le strade e le case di sabbia, qualcosa tipo una nevicata. Si vedono in giro palme di natale, robe mai viste. Un’occhiata al calendario, lunedi martedi ottobre novembre dicembre, scorrono i mesi invisibili tra mattine dal risveglio a ritmo naturale, cinque mesi esatti dall’insediamento nel Pueblo Caribeno di Salgar e sentirsi padroni della baia da una vita intera. Non funziona così.
E’ la staticità, a corrodere gli ingranaggi delle cose. Interrompe il movimento, il libero fluire delle esperienze sulla pelle, chiude la porta su realtà potenzialmente possibili. Un’America Latina immensamente grande si estende in direzione sud, e dalla finestra sul retro, si vede l’oceano. E’ tempo di camminare, di scrollar via la salsedine dallo zaino, di riscoprire il maldischiena da sedile di bus. Verso la metà del mondo. Perlomeno.
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Por fin llegaron, las brizas de diciembre. Como aquel personaje de la mitologia griega, como una dulce amenaza compartida, como una mentira, pero llegaron. Llegò la musica ahì donde antes habìa silencio, llegò la arena a sumergir la poca hierba, llegò el encanto de los viejos tiempos que fueron.
Huelen a salsa, a vallenato y champeta en fusiòn mùltipla, y quiebran un muro de silencio largo cuatro meses y medio. Entran en la casa por debajo de la puerta, sacuden las sabanas antes de posarse sobre la piel, y cuando por fin se van queda, sobre las cosas, esa capa inconsistente que se trayeron de quien sabe donde, por allà al norte, màs allà de la orilla del mar.
Hay quien dice que ya no es como antes. Que ya no existe la misma luz, que los hijos crecieron, que la contaminaciòn ambiental volviò loco al mundo entero. Por supuesto, tampoco las brizas son lo que eran, en estos años desgraciados se han vuelto màs flojas, y pronto desapareceràn tambièn ellas. No sé. No sé que significa el antes, ni aquì ni allà. Y quizà sea mejor asì.
Solamente, me dì cuenta de que adoro a las brizas. Especialmente en diciembre, cuando sacan el calor de las calles y en su lugar le ponen la gente, y le quitan este sentido aburrido a la Navidad: sencillamente, la vuelven el comienzo de algo, algo que, por lo que dicen, se acabarà con un gran Carnaval. Por eso duermo con la puerta abierta, para que las brizas me cubran con su capa misteriosa.
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…”la realtà è ciò che è, e non ciò che dovrebbe essere”. (Lenny Bruce)
…”era follemente innamorata di un uomo, ma è anche vero che avrebbe potuto fuggire con il primo sconosciuto incontrato per strada. Anche se non era mai stata seriamente sola, è altrettanto corretto dire che non era mai stata seriamente con qualcuno”. (Anonimo, scritto su un frigo)
…pretendi di analizzare le leggi della Natura ma il tuo cuore, fatto a sua immagine, è per te enigma senza soluzione. (Marquese De Sade)
…”a proposito della malattia: non ci sentiamo quasi tentati a chiederci se potremmo sopravvivere, senza di lei? Solo il gran dolore libera per davvero lo spirito”. (Nietzsche)
…”stars, hide your fires. Let not light see, my black and deep desires”. (Shakespeare)
…”Il sole è mio padre e la terra mia madre. Siederò sul suo seno”. (risposta di un capo indiano all’invito del Presidente a sedersi)
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Una comitiva decisamente surreale. Uomini, donne e bambini fuori-contesto in quel mondo amorfo, entità vaganti che scorrevano di fronte ai suoi occhi, inserendo una componente straordinariamente umana ad una sceneggiatura grossolana e volgare. Stralunati e persi, i membri del gruppo avanzavano in rumoroso silenzio, il suono delle loro voci coperto dall’anima della città.
Il ragazzo seduto alla fermata dell’autobus li osservava, incapace di trovare una connessione logica in quella strana combinazione di elementi. Semplicemente, non può esistere, pensava. Soffiava il vento di dicembre, e c’era chi doveva stringere tra le mani il cappello, tra il gruppo degli insoliti passanti. E fu in quel momento che ricordò. Le storie da tavolo di fast-food, la leggenda del bus dei poveri. L’esistenza tangibile di un ghetto, di un’altra città nei quartieri senza asfalto del Sur, una massa senza nome che appariva solamente sui giornali di cronaca nera e che in una notte specifica, per celebrare una Vergine fra le tante, riuniva i suoi pochi spiccioli e noleggiava un bus e portava i suoi bambini tra le luci del Norte, ad ammirare i giardini dei ricchi ed i loro centri commerciali, a contemplare gli addobbi di natale, a dire, sussurrare o pensare, anche solo per una notte, “io esisto”.
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La ghigliottina fu usata per l’ultima volta il 10 settembre 1977 nel carcere di Marsiglia, per l’esecuzione di Hamida Djandoubi, reo di torture e omicidio.
La ghigliottina fu usata per l’ultima volta il 10 settembre 1977 nel carcere di Marsiglia, per l’esecuzione di Hamida Djandoubi, reo di torture e omicidio.
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