Archive for January, 2011

Astenuti e perditempo


28 Jan

Innanzitutto una rivelazione. “Desiderio” deriva dal greco “de” e “sidere”, “abbandonare le stelle”, spostare lo sguardo dal cielo alla terra, dall’assoluto alla carne, allontanarsi dall’assoluto e concentrarsi sul fango.
Che è un po’ come dire che ATTORE è l’esatto anagramma di TEATRO. Sotto il mantra della lingua si celano significanti contorti.

Poi un link. Questioni di Sanità e Rivoluzioni, le riforme progressiste di Rafael Correa e la corruzione innata in chi è nato latino (qua come là). Questo è il nostro articolo per Peacereporter.

E un altro link. KaparySarayaku, che in lingua kitchwa (millenario idioma che non contempla la E e la O, ma in compenso ha tante K e tante Y) significa “Grido di Sarayaku”. Grido antico, dignitoso (o che parola quantomai demodé), e oggi trasposto su piattaforma digitale, direttamente dalla selva d’Amazzonia. Grido di libertà.

E infine un link ancora. Per disquisire di disillusione e di libri, ossia di tutto ciò che ci rimane, a nati nel dopo-tutto (a noi nati dopotutto). L’unico problema, è che si legge in spagnolo. Qua.

Loredane


27 Jan

Eravamo tutti lì, seduti in pizzeria, era la cena dell’ufficio, sai che noi al lunedì a volte ci ritroviamo, al lunedì perchè è una sera che non c’è niente nemmeno in tivvù, e poi improvvisamente è entrato lui. Te l’ho detto che è diventato pazzo, era uscito fuori di testa un paio d’anni fa, e io lo sapevo perchè la Monica prima lavorava con lui e mi diceva che in ufficio lui se ne stava sempre zitto ed evitava la gente, infatti dopo un po’ era anche diventato difficile, sai com’è, lavorare con uno che non sai mai se è incazzato o no, che tu magari nelle pause caffè vuoi rilassarti un po’ e fare due chiacchiere e questo rimane incollato al computer a cercarsi chissà cosa su google, cioè poi un giorno è impazzito e si è messo a insultare la Monica perchè ha comprato la giacca da 400 euro a sua figlia, sai quella giacca bella che aveva l’altra sera in palestra al corso di step, l’hai vista, e allora ti dicevo che eravamo in pizzeria ed è entrato lui, io ci sono rimasta lì perchè sapevo che era andato a vivere in India, avevo sentito dire che viveva là in qualche comunità di gente come lui, sai sti qua che partono e hanno degli intrighi qua e là e non sai bene cosa facciano, e invece a quanto pare è tornato, peggio ancora di quando è partito, irriconoscibile, ha i capelli tutti lunghi che sembra un barbone, e poi adesso va in giro con quell’olandese mezzo strano che abita in quella cascina lassù a San Raniero, che da quel che dicono non sa nemmeno lui da che parte è girato, pensa che aveva uno studio da geometra su in Olanda o dove abitava e ha mollato tutto per venire a nascondersi lassù sui bricchi, che mi ha detto mio marito che è un posto che non funziona nemmeno bene la televisione, e comunque è entrato con sto qua in pizzeria e avevano una faccia che non ti dico, povera gente, e si sono messi a guardarci ma avessi visto come, roba che a momenti mi alzo e vado e gli chiedo se vogliono una foto, però lo vedi che è impazzito, poveretto, che non connette più tanto bene, pensa che il marito della Betta, e dico il marito perchè si sposano a marzo, a proposito si sposano al Santuario, lui subito non voleva perchè dice che è caro ma poi la betta ha insistito, bè lui ha lavorato un paio d’anni a Francoforte o in qualche posto così, e allora parla bene l’inglese e ha sentito cosa dicevano, pensa lui ha guardato quell’altro sfigato e “è quella gente lì”, ha detto, indicandoci, “che ha reso possibile berlusconi”.

Azzurro, arancione e nero


21 Jan

Aurora boreale. Tre pennellate forti e definitive: azzurro, arancione, nero. Senza passato né futuro, senza terra o destinazione, solamente emozioni sospese nell’aria a diecimila metri d’altezza.

Non credo negli dei, negli angeli e nei miracoli. Però soprattutto non credo nella terra, nel senso ultimo di un qualcosa che sei miliardi di persone si ostinano a cercare nell’infima miseria della vita quotidiana. Credo nel cielo, spazio aperto e infinito, che inizia dove finisce la nostra carne e cosa nasconde chissà.

Credo nel cielo, è meraviglioso e tangibile fuori dal finestrino. Laggiù sotto le nuvole c’è la groenlandia, la terra del ghiaccio, e il freddo arriva su fin nelle ossa, in questo risveglio improvviso. So perfettamente che non stavo sognando, che è tutto vero, che è vero che non è vero niente. So perfettamente che il sogno è questo, io sospeso in una capsula metallica che mi porterà là dove tu non ci sei più.

Pensieri? Pochi e confusi, vince su tutto l’immensità azzurra e arancione, e l’ultima stella della notte. Solo adesso per esempio mi rendo conto che non abbiamo mai parlato di morte. Di niente, di bici, di amici, di coerenza, di sogni, di sesso, d’amore, d’assurdo, di tutti gli altri, di noi, di tutto questo abbiamo parlato, e mai di morte.

Forse era meglio così. Eravamo giovani, e lo saremmo sempre stati. Tu ci sei riuscito; io, da oggi, sono improvvisamente più vecchio.

Poi viene su una strana sensazione di sopravvivenza. L’inizio di un gioco beffardo, una roulette russa che si risolve in un uno-contro-l’altro, un conto alla rovescia. Fuori dal finestrino c’è un vuoto, ma è un vuoto che in qualche modo scalda e conforta, muove la speranza verso una forma di consapevolezza in un certo senso superiore. Forse non c’è niente dopo la morte, forse sì. Sicuramente non c’è niente giù su quella terra, tranne una linea di tempo effimera che brucia tra le mani.

Sarà stata l’esperienza mistica di crescere insieme, e guardare il mondo che prende forma ed aver voglia di fuggire. Oggi che tu te ne sei andato, questo spazio definitivo che toglie il respiro è molto più di una tentazione. Il cielo esiste, e noi non ne sappiamo niente.

Il cielo esiste, è tutto ciò che realmente possediamo. Esiste ed ha una voce ed è una vibrazione, troppo debole o immensamente forti per le nostre orecchie di membrane ed ossa. C’è chi lo chiama dimensione e chi lo chiama paradiso, chi ne ha paura e chi aspetta di arrivarci. Io rimango incollato al finestrino e contemplo questo nulla pieno di tutto. So che da qualche parte, tra questo azzurro, questo aracione e questo nero, ci sei anche tu.

Goodbye
Testo: Somewhere in the sky, 17 gennaio 2010.
Foto: Somewhere in the earth, Marco in un giorno in cui si viaggiava verso nord. Ottobre 2006.

Restyling


09 Jan

Dice che “in internet tutto si muove veloce, e il tuo sito è sempre lo stesso”.
It can be.
E così, tre anni (o più, chi si ricorda ormai…) dall’ultima chirurgia estetica, L’Uomo Baltico cambia faccia e si trasforma. A rischio di perdere i cinque lettori quotidiani, tradizionalisti incalliti, che si ritroveranno spaesati dalla novità.
Bah.

Sarayaku giorno 20 – La Verità


07 Jan

El canto del sabio

Sarayaku è una comunità indigena d’Ecuador, nascosta nella regione Amazzonica, a sei-sette ore di canoa dal centro urbano più prossimo. L’ambiente naturale è uno tra gli ecosistemi più ricchi del mondo, con centinaia di specie animali e vegetali protette.

La sua gente, fin dall’alba dei tempi, vive con l’ambiente circostante in un rapporto di equilibrio perfetto. Le decisioni vengono prese dai saggi, gli shamani, che tramandano il loro sapere per via orale, attraverso cerimonie che prevedono il dialogo con gli spiriti dei vari elementi naturali (acqua, aria, serpenti, pietre, cielo, eccetera). La gente di Sarayaku ha l’abitudine di svegliarsi di buon mattino, prima dell’alba, e intorno al fuoco ogni membro della famiglia racconta agli altri i suoi sogni, che vengono interpretati dai più saggi e investiti di un significato.

Anche l’organizzazione quotidiana è strutturata secondo tradizioni antichissime: gli uomini cacciano, pescano e costruiscono case, le donne si prendono cura della casa e della chakra, (l’orto), e preparano la chicha, una bevanda leggermente alcolica, che è la protagonista di ogni riunione sociale.

Nel 2003, alcune multinazionali del petrolio (tra le quali, AGIP) hanno tentato di invadere il territorio Sarayaku (135.000 ettari circa), supportate e difese dai soldatini dell’esercito ecuatoriano. Al contrario di numerose altri popoli indigeni locali, che hanno accettato gli inganni  di chi promuove una falsa ricchezza fondata sulla distruzione di un ecosistema e di una natura, Sarayaku ha scelto di combattere, di lottare “per l’unico patrimonio possibile”, il proprio territorio. Uomini, donne e bambini hanno abbandonato le loro case per quattro mesi, impegnati a respingere gli invasori stranieri e nazionali; i dirigenti comunitari sono stati accusati di terrorismo e sabotaggio.

Forti della loro consapevolezza e dell’appoggio ricevuto da numerose ONG canadesi ed europee, i Sarayaku hanno resistito. Nel marzo 2011, probabilmente, la Corte Interamericana dei Diritti Umani sancirà definitivamente il loro diritto all’autodeterminazione, e sarà una sentenza storica, in America Latina. Ma soprattutto, consapevoli della necessità di esistere anche fuori dalla Selva, la gente di Sarayaku ha intrapreso un cammino di organizzazione politica e comunicazione, e studia sul campo una proposta di sviluppo umano in equilibrio con l’ambiente e le tecnologie disponibili. Un modello di civiltà all’infuori del capitalismo.

2011 - Space Odyssey

A Sarayaku, oggi, la gente usa il Mac e trasmette dalla sua radio. L’elettricità è fornita da pannelli solari; la connessione al mondo, da antenne satellitari che portano internet wireless. I giovani studiano l’inglese e riprendono la coltivazione di piante medicinali amazzoniche, i più adulti organizzano la resistenza indigena pensando a un domani che prende forma tre, quattro, cinque generazioni più in là. Uno di loro, Marlon Santi, è Presidente della CONAIE. Tutti insieme, nei giorni di minga (lavoro collettivo), camminano svariati kilometri su e giù per montagne e fiumi, con il machete in mano.

Se il Futuro ha ancora un senso, si nasconde a Sarayaku.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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