Archive for April, 2011

Baltic Man cambia motore


29 Apr

Una valigia. Un cuscino. Un vassoio. Un portacenere. Un amico. Un nemico. Una finestra. Uno specchio.
Un giradischi. Un registratore. Un cinema. Un libro. Un quaderno. Un muro. Un ponte. Un fiume.
Un oggetto. Un soggetto. Un confessore. Un tentatore. Uno strumento musicale. Un aggeggio incomprensibile.

Tutto questo è stato, giorno dopo giorno, per cinque lunghi anni. Mi ha seguito ovunque sono andato, ha viaggiato sulle strade di Argentina, si è riempito di sabbia in una casa senza vetri alle finestre al Tropico. Ha sopportato ogni tipo di violenza, ha subìto un trapianto di memoria RAM, ha fuso e sostituito due caricabatterie (uno ha anche fatto una fiammata), ha sopportato ogni tipo di voltaggio, è rimasto fedele ad ogni tipo di padrone. La sua plastica consumata, carica di vita, è la pubblicità migliore alla gloriosa marca Dell™.

Oggi, dopo cinque anni di glorioso servizio, si è guadagnato una giusta pensione – ma continua a funzionare. Attratto dalle luci della tastiera con intensità regolabile, Baltic Man cede alle lusinghe della futilità e si trasferisce su piattaforma Mac.

Jahuapacha


26 Apr

“Nel sottosuolo, ucupacha, così come qua, abita molta gente. Ci sono popoli bellissimi che vivono là sotto, ci sono alberi, lagune e montagne. A volte si possono ascoltare le porte chiudersi nelle montagne, e questa è la presenza degli uomini che abitano lì… Il caipacha è dove abitiamo. Nel jahuapacha vive il potente, antico saggio. E lì tutto è piano, è meraviglioso… Non so quanti pacha ci sono là sopra, dove ci sono le nuvole è un pacha, dove c’è la luna e le stelle è un altro pacha, più in alto di questo c’è un altro pacha dove ci sono cammini d’oro, dopo c’è un altro pacha dove sono riuscito ad arrivare ed è un pianeta di fiori dove ho visto un bellissimo passero che stava bevendo il miele dai fiori. Sono arrivato fin lì, non sono riuscito ad andare più in là. Tutti gli antichi saggi hanno studiato per cercare di arrivare al jahuapacha. Sappiamo che lì si trova il dio, ma non siamo mai andati fin là…”

Don Sabino Gualinga
, 87 anni, yachak di Sarayaku.

I Nacirema – ovvero, tutto è relativo


18 Apr

Nell’estate del 1956 l’American Anthropologist” pubblicava un articolo di Horace Miner dal titolo Body Ritual among the Nacirema:

Not in my name“L’antropologo si è talmente abituato alla diversità dei modi in cui i popoli si comportano in situazioni simili, che non si stupisce nemmeno di fronte alle usanze più esotiche. Il professor Linton fu il primo a portare, vent’anni fa, all’attenzione degli antropologi il rituale dei Nacirema, ma la cultura di questo popolo è ancora pochissimo conosciuta.
La cultura Nacirema è caratterizzata da una sviluppata economia di mercato. Mentre la maggior parte del tempo delle persone viene dedicato a scopi economici, una larga parte dei frutti di queste attività e una cospicua parte del giorno vengono spesi in attività rituali. Il centro di tali attività è il corpo umano, l’aspetto e la salute del quale incombono come concetto dominante per l’ethos delle persone. [...]
La credenza fondamentale che sta alla base dell’intero sistema sembra essere che il corpo umano è brutto e che la sua naturale tendenza è di debilitarsi e ammalarsi. Per questo ogni abitazione ha una stanza con uno scrigno, dove anche i bambini vengono iniziati ai misteri. Nello scrigno sono contenute molte cure e pozioni magiche senza le quali i nativi non potrebbero vivere.
I Nacirema hanno un orrore e una fascinazione quasi patologici per la bocca, la cui condizione si crede avere un’influenza sovrannaturale in tutte le relazioni sociali. [...] In aggiunta ai riti privati della bocca, le persone una volta o due all’anno vanno a cercare un santone della bocca. Questi sacerdoti hanno un impressionate corredo di parafernalia, consistente in una varietà di trapani, punteruoli, sonde e punzoni. L’utilizzo di tali oggetti per esorcizzare il male della bocca dà vita a incredibili torture rituali del cliente. [...]
E’ dura comprendere come siano vissuti così a lungo sotto il peso che essi stessi si sono imposti. Ma anche costumi esotici come questi presentano significati reali se osservati dall’interno, come suggerito da Malinowski quando scriveva: “Guardando da lontano e dall’alto, dai nostri luoghi sicuri nella civiltà sviluppata, è facile vedere tutta la crudezza e l’irrilevanza della magia. Ma senza il suo potere e la sua guida i primi uomini non avrebbero potuto superare le difficoltà pratiche come hanno fatto, né avrebbero potuto raggiungere i più alti stadi della civilizzazione”.

Per comprendere il tono ironico dell’articolo, basta leggere al contrario il nome del popolo in questione.

(Tratto da Qua).

Arcipelago filmico orientale


10 Apr

Tra le varie chicce saltate fuori al V “Next International Film Festival” di Bucarest, la più morbosa è sicuramente quella sputata dal tecnico del suono di “Il favoloso mondo di Amélie“, film che nel 2001 ha associato indelebilmente l’immagine di una Parigi ipercolorata con le progressioni musicali di Yann Tiersen. Come è nata la colonna sonora più riuscita del cinema europeo degli ultimi anni? Semplice: per caso.
Racconta Jean Umansky (l’ingegnere del suono di cui sopra) che tutto il team di produzione, a montaggio ormai ultimato, si è riunito per giorni e giorni di fronte ai monitor, a provare, uno per uno, i dischi di tutti i compositori contemporanei, alla ricerca della musica – quella giusta – per accompagnare la storia.
Niente.
Fino a quando, una mattina, una sotto-assistente anonima che è arrivata prima degli altri si è messa ad ascoltare il suo disco preferito, il disco di un giovane musicista sconosciuto, e si è accorta che quella fisarmonica dal suono vagamente normanno funzionava, nella quotidianità di Amélie. Il risultato che il film è ricordato per la sua colonna sonora, e Yann Tiersen è conosciuto come “quello che ha scritto la musica di Amélie“.

Un film è un’isola. Un’isola sconosciuta. Se ci finisci dentro, in novanta-centoventi minuti puoi visitare terre fantastiche, drammatiche, silenziose, assordanti, bianconere, musicali. E il nostro compito, in Europa, è fare esattamente l’opposto di quanto si produce in Nord America. E cioè: generare film che mettano in dubbio la natura umana, che non si limitino a confermare quelle poche certezze che abbiamo”. Molti i piccoli produttori e i registi indipendenti presenti, a testimonianza di un mondo che silenziosamente vive di una dinamismo notevole, che si imparenta sul facebook.
Un occhio puntato sul cinema romeno. Dimenticato dai suoi governanti, drogato di decostruzione del tempo ceauseschiano, vittima di quel gran capolavoro a sorpresa che ha sconvolto Cannes nel 2007. 4 months 3 weeks 2 days, croce e delizia del cinema nazionale.

E poi: il cinema del futuro. Tra i film in programma al Festival, “Lucydia“. Un progetto sperimentale, perché gli attori utilizzati per realizzarlo…non esistono. Il regista è un pazzo australiano che si è inventato un social network in stile “second life”, e come un “grande fratello” manovra i protagonisti del suo fantamondo (personaggi virtuali manovrati da esseri umani reali), li istiga ad odiarsi, a unirsi, ad amarsi, quando è il caso. A parte il fatto che il film non va più in là di un banale polpettone di baci e combattimenti, c’è un qualcosa di fondo che non convince. Il pregio di queste nuove tecnologie sarebbe quello di creare – anche visualmente – mondi in tutto e per tutto simili a quello reale, personaggi possibili nella vita reale così come nel cinema – dove tutto è possibile. Perché, quindi, non continuare ad utilizzare personaggi umani?

Note al lettore


08 Apr

1. La Romania: paese latino con carattere slavo, cultura cristiano ortodossa che diventa comunista passando per una forma di fascismo.

2. La Romania: il profumo dei “covrigi” venduti dalle vecchiette avvolte in foulard all’ingresso della stazione ferroviaria Gara de Nord, nei freddi ed umidi mattini invernali, quando grigiamente albeggiava.

3. La lingua romena: una sorta di francese parlato con accento portoghese.

4. Popolo romeno: il più scettico che esista. Allegro e disperato allo stesso tempo. Per ragioni storiche coltiva la religione del fallimento.

1. Roberto Balzani, Alberto De Bernardi, Storia del mondo contemporaneo, Editori Pearson, Paravia
2. Gian Piero Taricco. Una mail.
3. Anonimo
4. Emil Cioran. Dall’intervista in “Cioran, un angelo sterminatore”, realizzata da Fernando Savater

Prendi un fiammifero


05 Apr

Oltre ai vari ed eventuali (e comunque tutti giustificati) motivi per disprezzare profondamente i Dik Dik, Mogol, gli Innominati, gli Innominabili, i Camaleonti, i New Dada, i Pù, i Ribelli, gli pseudotali e tutti gli altri, eccone uno più valido degli altri.

Erano gli anni Sessanta, e la S.I.A.E. (Società Italiana Autori Ed Editori) era già quell’ente burocratico farraginoso che continua ad essere oggi. Tra i suoi compiti, quello di distribuire le royalities derivanti dalla musica originale riprodotta per un X pubblico. Eppure, un bizzarro vuoto legislativo non specificava cosa sarebbe successo nel caso di brani scritti da autori stranieri, proprio negli anni in cui esplodeva la rivoluzione giovanile, e il mondo esplodeva trascinato dai nuovi messia del rock.

In Italia, ovviamente, qualcuno fiutò l’aria. Strimpellatori di chitarre, giovani vicini al mondo discografico di Milano, studenti di letteratura inglese intuirono il grande business parassita, e iniziarono a stuprare le grida provenienti dall’Inghilterra o dagli Stati Uniti (che ovunque diventavano colonne sonore di rivoluzioni) con versioni provinciali da oratorio, che distruggevano la psichedelia e la ribellione, che trasformavano “All or Nothing” in “Oggi piango”, che trasformavano l’arte (degli altri) in benefici (propri).

Il traduttore-adattatore percepisce la sua quota di diritti su tutte le utilizzazioni del pezzo sul territorio di competenza della Siae, a prescindere che sia stato eseguito in italiano, in inglese, in qualsiasi altra lingua, o anche senza parole .

Perchè questa era la verità. Per ogni riadattamento in italiano di un testo straniero, il traduttore veniva premiato con la metà dei diritti d’autore che spettavano a quel brano. Ma è curioso notare come questa generosa quota del 50% veniva mantenuta anche quando una radio, una televisione o una sala da ballo trasmetteva la versione originale. In pratica, ogni volta che il grande classico “A whiter shade of a pale” suonava sul territorio italiano, Mogol intascava migliaia di lire, in quanto autore della traduzione italiana.

La conseguenza? Centinaia di successi venivano immediatamente tradotti e depositati presso SIAE da un’élite di furbacchioni, che si accaparavano, così, il 50% delle esecuzioni future. E’ per questo che nei polverosi archivi italiani si possono trovare hits milionarie quali “Mister Tamburino”, tra le altre. Poi qualcuno all’estero si accorse dell’inghippo, e sospese la concessione dei diritti di traduzione per l’Italia.

E a noi rimane un Mogol bello lucido al festival di Sanremo e un’ignoranza che si ripete: cinquant’anni dopo gli innominabili, continuiamo ad essere l’unico popolo al mondo che scarnifica i film con il doppiaggio, piuttosto che imparare l’inglese.

Fonte: Franco FABBRI, “Il Suono in Cui Viviamo” – Feltrinelli 1996

Bucarest


02 Apr

Come in un lungo piano-sequenza cinematografico, Bucarest sono mille realtà sovrapposte in continuità lineare. E’ un’immagine di forte luce chiara, grigio imperante, e una scenografia di pubblicità in formato americano e palazzi tedeschi e bulevard francesi e disastri sovietici e bruttume contemporaneo, un’immagine mossa dai passi di un popolo che si cerca e s’insegue – ma anche in questo caso sono livelli sovrapposti – tra diverse velocità.
Una città che si rinnova e si sconvolge. Tra abbandono e desiderio, in fuga dal passato e bramosa di futuro, Bucarest lascia all’azzardo la gestione del suo presente. I grandi parchi del nord, in attesa di una primavera che non arriva, rubano la scena ai cubi di cemento di altre epoche e rivoluzioni, e tra le vie del centro una lapide qua e là ricorda venti ventenni caduti sotto i colpi del dittatore. Falce e martello hanno lasciato il posto alla stella a tre punte dei mercedes neri, parcheggiati sulle piazze del centro, ma capita anche di veder transitare un trattore, di fronte al chilometro zero della poliedrica nazione. E poi ci sono i rifugi, tanti rifugi, sintomo di un popolo giovane affamato di cultura e di fuga da un futuro che qualcuno vorrebbe dipingere blu con dodici stelle gialle. I rifugi, tanti rifugi, mimetizzati negli scantinati dei grandi edifici o illuminati da manifesti virtuali. I musei della capitale, un’elegante tradizione classica, e un teatro che in Europa è leggenda e che riscopre oggi Eugéne Ionesco. Ma anche concerti di ogni tipo, strepitosi trii jazz in tourné dall’Austria, e una retrospettiva cinematrografica sull’Europa vista dalla non-Europa, dall’Europa dei confini, da registi serbi, croati, georgiani, romeni. E nel frattempo, come nella storia di Parada, nei sobborghi intorno alla stazione i figli di Ceacescu continuano a sniffare colla nei sacchetti di nylon, sotto gli sguardi indifferenti di chi comunque non si ritiene responsabile, perchè gli zingari, i rom e i sintu, sono zingari anche a Bucarest.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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