Archive for novembre, 2011

Fedeltà alla Bandiera


28 Nov

Appreso e appurato che Wikipedia pretende la parvenza di una bandiera per certificare l’esistenza di una nazione, ed avendo chiaro il principio per cui il riconoscimento effettivo di un qualcosa oggi è attribuito dalla sua relativa pagina su Wikipedia, il Coniglio Lapo approva la creazione di una bandiera biodegradabile da appendere sui balconi della cara Tanaria.  Il materiale da utilizzarsi dovrà provenire dal riciclo di vecchie bandiere (sportive, di partito, religiose, pseudonazionali), ed avrà una vita utile di giorni sessanta – comunque superiore ai parametri espressi dalle direttive comunitarie in materia.

La caducità della bandiera esprime al meglio il pensiero di un leader politico esemplare quale è Lapo, che non nasconde il suo desiderio di cambiare il vessillo a scelta di come tira il vento. Gli analisti del settore sottolineano inoltre la forte contemporaneità intrinseca nella scelta di Lapo, in quanto si inserisce in quelle dinamiche di modernità liquida che definiscono la nostra epoca come “il trionfo dell’effimero”.

Se poi si considera che i venti sono quattro, moltiplicati per le dodici lune del ciclo solare, sommati al numero di individui appassionati di combinazioni grafiche astruse, si comprende facilmente perchè il Coniglio Lapo pretenda Fedeltà alla Bandiera, a patto che ogni cittadino si crei la sua.

Ecco dunque l’onore di presentare al pubblico questo pezzo d’autore di Bandiera della Tanaria, che riprende i colori dell’autunno, e si propone di diventare il pezzo-simbolo di questa stagione ricca di disegni innovativi. Il marrone e l’arancione rappresentano gli ideali di Lapo, “terra” e “carote”. Il disegno al centro è la stilizzazione del graffito dell’Uomo di Bego, antico Prototanàro che ha inciso su una caverna dell’Alta Tanaria la prima espressione artistica del Nobile Popolo.

Lapo ha quindi le idee chiare. Questa è la bandiera definitiva. Fino a nuovo ordine.

Reminescenze su un quaderno giallo


25 Nov

La scuola sociologica utilitarista sostiene che gli individui agiscano inseguendo sempre il loro personale interesse, dice il professore, e intanto fuori dalla finestra il grande fiume appare pericolosamente a secco, è questo che pensa Nacho mentre osserva il cargo all’orizzonte, carne fresca dalla Cina, carne e plastica e gas e metallo, mentre la teoria collettivista, proposta da Durkheim, considera la cultura come un grande strumento potente che guida le interazioni tra gli esseri umani verso un innato senso del bene comune, anime erranti orientate verso il giusto, e secondo questa versione olistica della realtà anche gli egoisti non sarebbero più egoisti, sembra dire il professore, o sembra intendere il tipo con la maglia di bob marley seduto in terza fila, mentre lecca con gli occhi la linea di stoffa nascondersi tra il calore di Beatriz, mentre la nave cinese si avvicina verso il porto, questi cinesi così collettivisti fino al midollo, interessi personali costruiscono bene comune, interessi personali costruiscono oggetti di plastica, ma come condannare quei padri di famiglia che rubano le motociclette fuori da questa università terzomondiale? Potrà definirsi “utilitarista” colui che persegue l’interesse dei propri figli? O saremo forse di fronte a una situazione di sostanziale collettivismo (l’azione personale di rubare per perseguire l’interesse sociale di un’infanzia meglio alimentata), e allora a questo punto cosa sarei io, il più utilitarista tra gli egoisti, l’anticollettivista per definizione, la falla nel sistema il parassita o un individualista d’avanguardia, un individualista immerso in una dimensione socialmente utile, una vittima della collettivizzazione spinto a perdersi in acque straniere, un inutilitarista imperterrito dedito a antitrasformare il collettivo in utilitario – e quindi implicitamente un prodotto della visione olistica della società – mi dica professore, cosa sono io?

Neve


18 Nov

“…in verità, il poeta, il vero poeta, possiede l’arte del funambolo. Srivere è avanzare parola dopo parola su un filo di bellezza, il filo di una poesia, di un’opera, di una storia adagiata su carta di seta. Scrivere è avanzare passo dopo passo, pagina dopo pagina, sul cammino del libro. Il difficile non è elevarsi dal suolo e mantenersi in equilibrio sul filo del linguaggio, aiutato dal bilanciere della penna. Non è neppure andar dritto su una linea continua e talvolta interrotta da vertigini effimere quanto la cascata di una virgola o l’ostacolo di un punto. No, il difficile, per il poeta, è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficle è diventare funambolo della parola”.

Maxence Fermine – Neve.

Bloom (like an artist)


17 Nov


Carne fresca nel congelatore


15 Nov

‎”In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è protratta più a lungo, in una parte dell’opinione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione ideale, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività. Questo arcaico stile di rivendicazione, che finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati, è un grosso ostacolo alle riforme. Ma può venire superato. L’abbiamo visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.” [Mario Monti 2 gennaio 2011]

Potere alle donne


12 Nov

    All the world is the same     

Che sia la fine della risoluzione psicomuscolare dei rapporti, a questo punto.

Non è solamente un discorso finanziario, politico, sociale, sociologico, economico, antropologico, logico.
E’ una questione storica.
Se si vuole cambiare veramente l’impostazione generale delle cose, se si vuole provare a disegnare un’altra società, è tempo di scendere nella profondità delle differenze, là dove l’umanità viene suddivisa innanzitutto in due – e relativi sottomultipli.

Ci sarebbe da discutere assai sulla validità della costruzione tradizionalmente intesa “uomo”/”donna” in auge finora. Dove passano i confini? In quale punto la “natura” si piega alle leggi della “cultura”? Resta il fatto che, nel frattempo, nella gestione delle pratiche sociali – evidentemente fallimentari, a questo punto (possiamo dirlo?) – si subalternano, ovunque, maschi adulti, bianchi, e con un pessimo gusto per le cravatte.

I risultati sono ben noti: guerre di predominio, intimo bisogno di possessione, relazioni meccaniche di causa-effetto determinate, in fondo, da una medesima logica: stabilire un volto e un nome al macho dominante della situazione. Nel frattempo, con una certa ipocrita analisi critica (anche tra i filosofi, dopotutto, esistono machos diminantes) la filosofia dei rapporti di potere ha registrato ogni passaggio, teorizzato le più fantasiose utopie,  discusso ogni proposta, adottato e rinnegato ogni delirio. E allora… è tempo di cambiare, di invertire il paradigma.

Potere alle donne, alla loro incongrua logica superiore, al loro istinto diversamente animale. Che siano finalmente loro a prendere in mano la società, a scrivere le leggi del branco, a dettare il ritmo e fermarsi quando è il caso. Potere alle donne, alle donne che hanno capito cosa significa essere femmina, alle donne che non hanno più bisogno del loro macho dominante. Potere alle donne, alle donne per davvero, potere alla storia dimenticata dai libri di storia, all’esperienza accumulata nell’ingiustizia sociale, alla forza di chi viene definito – per paura o cinismo – più debole. Potere alle donne, al buon senso di una logica “altra”, al mistero della parte femminile del cosmo, alla determinazione di chi ha lottato e continua a lottare, all’incazzatura di quattromila anni di bibbia e di costola dell’uomo. Potere alle donne, come in Islanda, come nel 2532, come nelle comunità africane magistralmente amministrate da donne. Potere alle donne, perchè finalmente non ci sia più bisogno di dire “potere alle donne”.

Berlusconi siamo noi


09 Nov

Maschere e identità

Quel che dispiace è sapere che non è servito a niente, che da domani ci sarà comunque sempre qualcuno più furbo e più bello, che dopodomani i colpevoli saranno stati gli altri, che tra dieci anni berlusconi non l’avrà votato mai nessuno. Non saranno serviti a niente le contraddizioni tra puttane e vaticani, l’uso criminoso della televisione giustificato dai milioni di italiani che hanno continuato a subirlo in silenzio, il bieco razzismo e l’evidente presa per il culo collettiva. Tra dieci anni tutto sarà parte di folklore nazionale, berlusconi sarà diventato un sorriso e un “io l’avevo detto che”, ogni tipo di prostituzione etica sarà giustificato in cambio di 3000 euro al mese, il suo modello di “classe dirigente” continuerà ad essere l’unico esistente, agli italiani non importerà sapere che le loro “forze dell’ordine” continuano a commettere omicidi di stato ma continueranno ad interessarsi di partecipazione politica solo quando vedranno minacciato il portafoglio. Non saranno serviti a niente questi ennesimi anni di mediocrità culturale, l’evidente caricatura che siamo diventati, di fronte alle nuove generazioni degli altri europei. Il pubblico continuerà a parlare come parlano sui treni oggi, la cosiddetta “critica” non faticherà ad adeguarsi ad un nuovo leader da adulare (presentando fattura), e continueranno ad essere pochi quelli che hanno realmente frequentato Pasolini. Non servirà a niente pensare che è stato solo uno sbaglio: la storia si ripete, e difficilmente agli italiani capita di volerci mettere le mani sopra, per migliorarla.

“Dunque siate radicali: voi lo sapete, tra i vostri conoscenti, tra i vostri amici, tra i vostri parenti, chi ha supportato il Sultano. Non dimenticatevene: quando non comanderanno più, non ci dovrà essere compassione per queste persone, che sono responsabili fino alla loro ultima azione pubblica (compiuta per convenienza, per malafede o per ignoranza – non c’importa). La democrazia sembra funzionar meglio laddove è coadiuvata dalla riprovazione etica verso i suoi pervertitori, no?”

(Il Professor Morte)

Per quanto me ne intendo


06 Nov

Tra il 2009 e il 2010, per un paio di semestri, mi è capitato di insegnare la lingua italiana in un’università colombiana.
Il lavoro più inutile del mondo, a quanto pare. Vanificato e azzerato dalle logiche perverse che stanno dietro alla “lingua”, quando questa viene convertita in strumento politico.

Tra i miei studenti – “clienti”, secondo il linguaggio in uso in quell’ateneo privato – c’erano ragazzi con cognome italiano, studenti di storia dell’arte che sognavano di vedere Firenze e Venezia, ma soprattutto c’erano studenti del terzo millennio che, come tutti i loro colleghi qua e là per il mondo, ambivano a passare un semestre universitario in Europa, attraverso le decine di programmi di interscambio esistenti nella nostra epoca globalizzata.

Il grande inghippo, anomalia nel sistema, era rappresentato da Dante Alighieri. Non il Sommo Poeta padre della lingua, ma i suoi nefasti discendenti più lontani, l'”Istituto Dante Alighieri di Bogotà”, che avrebbe dovuto certificare le competenze linguistiche, per autorizzare la procedura di richiesta del visto (nota bene: non per autorizzare il visto, ma per autorizzare la procedura di richiesta del visto, da inoltrare presso l’italica ambasciata). Uno studente colombiano che avesse voluto richiedere il foglio per studiare in Italia, avrebbe dovuto presentarsi a Bogotà (non esistono sedi decentrate), pagare 100 US dollari, e sostenere un “test d’ingresso per il Livello C1”. A niente sarebbe servito addurre motivazioni di carattere logiche (“il motivo del mio viaggio in Italia è proprio lo studio della lingua italiana”), o allegare le lettere di accettazione standard che gli atenei italiani inoltrano agli studenti vincitori di borse di studio tipo Erasmus (“si precisa che tutti gli studenti stranieri beneficeranno di un corso di lingua gratuito”). L’ambasciata di Bogotà, in materia di visti per motivi di studio, è chiara: anche se  lo scopo del viaggio è lo studio, è necessario sostenere il “test d’ingresso”.

Il cinismo trova però la sua massima espressione nel momento in cui il malcapitato studente colombiano si trova di fronte al test in questione, e deve sottolineare in ogni frase l’opzione corretta. Per esempio:

1)    Non ho dubbi che Marco sia il miglior specialista in materia.
2)    Per quanto me ne intenda/intendo, è stato un bel concerto

A questo punto, di fronte alla mail dell’ex-studentessa colombiana che scrive chiedendo un’opinione sul suo esame appena sostenuto, si leva lo sconcerto. Quattro italiani, laureati in materie umanistiche, discutono per due giorni le varie soluzioni. Alla fine è un tomo polveroso, una grammatica italiana dalle pagine ingiallite, a decretare le risposte giuste – o meglio, quelle meno sbagliate.

La risposta giusta, l’unica possibile, afferma che è triste vedere come la lingua venga prostituita da becere logiche di pseudopolitica. Di fronte alla “necessità” (?) di limitare il numero di ingressi di stranieri in italia, si pretendono competenze linguistiche che l’80% degli italiani “veri” non possiede.

Mah.


01 Nov

ehi, voi!

voi?

noi!

noi noi?

no!

noi voi!

ma noi chi?

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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