Archive for dicembre, 2011

Dyb


30 Dic

Un amico ha scritto un libro, e non è automatico leggerlo, è automatico scrivergli – dopo.

Un amico ha scritto un libro, perchè aveva qualcosa da dire.

Un amico ha scritto un libro, perchè avevamo qualcosa da ascoltare.

Un amico ha scritto un libro, poi un altro, poi un altro ancora. Questo di oggi è l’ultimo, prima del prossimo. Quando ho iniziato il suo primo libro, il mio amico non era ancora mio amico. Quando l’ho finito, il mio amico non era ancora mio amico, ma era già mio amico.

Un mio amico ha scritto un libro, e a questo punto è chiaro che mi è amico anche il libro, perchè i libri dei miei amici sono anche miei amici.

Un mio amico ha scritto un libro, ed è come se l’avesse narrato a voce. L’ha scritto come l’avrebbe pensato e come l’avrebbe parlato, l’ha scritto parlando, l’ha letto scrivendo. Ha scritto un libro come racconta una storia, ha scritto una storia per raccontare un libro.

Un mio amico ha scritto un libro, pieno di stereotipi e contro gli stereotipi, ha scritto un libro su una terra che fu la mia su un’età che fu la mia su una realtà che non abbiamo ancora fra le mani.

Un mio amico ha scritto un libro, per deviare il maldipancia verso inaspettate speranze.

Un mio amico ha scritto un libro per scrivere un libro, e non per pubblicare una copertina.

Un mio amico ha scritto un libro, strano, iperreale, romanzato, fotografico, trasparente, libro.

Un mio amico ha scritto un libro.

NoiAltri


27 Dic

[Guarda questa gente. Automati dallo sguardo bovino, sottomessi alla loro routine quotidiana, senza fermarsi mai nemmeno un momento, a guardarsi intorno e pensare. Sono l’unico essere umano cosciente, in un mondo di pecore.

Xehismi


21 Dic

Into the psychedelìa

Di Cecilia Reyes.

Il tempo e lo spazio, l’“essere qui” e l’“essere cosciente” di “stare qui”, l’esplorare la nostra esistenza attraverso entrambi, interessanti questioni esistenziali.
Il primo è quest’entità in cui esprimo la mia mente cercando di trovare le parole per decifrarlo, il secondo invece è già decifrato attraverso i sensi: i 2800 metri sul livello del mare, l’odore a pesce fritto della cena, la temperatura dei miei piedi, il sapore a vino della lingua, la sedia su cui mi siedo e a loro volta tutte le molecole che vibrano e la compongono. Questo è lo spazio, molto più semplice da comprendere, ma senza il quale non potremmo nemmeno essere, voglio dire, pensiamo e siamo coscienti della nostra esistenza nell’universo, ci vediamo in uno specchio, mangiamo, cresciamo, amiamo, nasciamo, moriamo, tutto questo grazie al fatto che siamo un cumulo di cellule, di materia percettibile. Il tempo invece è molto più mistico, scorre o trascorre (in italiano è quasi onomatopea), fluisce. Molti pensatori lo paragonano a un fiume che non è mai lo stesso fiume. Facciamo l’esercizio mentale di sederci sulla sponda di un fiume, piccolo, grande, come lo vorrete immaginare. Osservate con ferma attenzione un solo punto del fiume: l’acqua che sta arrivando in questo momento in realtà se n’è già andata, è già lontana, e quella che viene in questo nuovo momento è l’acqua che nel momento precedente stava ancora arrivando. So che sono troppe parole, e chiedo scusa. Voglio solo sottolineare una cosa: questa acqua che vediamo in ogni momento è passato ed è futuro, il presente non può esistere senza entrambi. Nel preciso istante in cui scatti una fotografia del momento presente, è già passato. Nelle parole di Borges, assistiamo “all’agonia del tempo presente disintegrandosi nel passato”.

E il futuro è sempre l’oggi, è il ritorno all’eternità. L’idea di un futuro è ciò che ci alimenta, per questo lo costruiamo a partire dal presente, con pezzi di passato e con giochi di memoria. Platone diceva che il tempo è l’immagine mobile dell’eterno e il futuro sarebbe il movimento dell’anima verso il futuro. Tornare alla non-esistenza, all’eternità. Mi viene in mente una scena per spiegare l’astrazione: immaginiamo una corsa di macchine che partono da un punto A per raggiungere un punto B, noi siamo in tribuna osservando la corsa, semplicemente osservando, seduti senza nessun genere di movimento, nell’“eternità”. Il tempo trascorre sotto forma di sequenza, i secondi sono particelle di eternità, una dopo l’altra in fila, è movimento. La corsa inizia e finisce, come la vita, e subito dopo, torniamo ad essere semplici spettatori fuori dallo spazio della corsa, immobili nel tempo.

Noi, come viaggiatori verso l’eternità, sopportiamo tutto il peso del cammino con le sue incertezze, anche se fortunatamente sappiamo che esiste un nuovo sole che arriverà domani, e dopodomani, e il giorno dopo dopodomani, dandoci il tempo per comprendere il viaggio. Immaginate per un momento che tutto il carico dell’esistenza ci fosse dato tutto in un immenso pacchetto: aperta la confezione, ci sono centinaia di lettere, libri, documenti, film, numeri che ti spiegano tutto. Sarebbe possibile divorare tutta quest’informazione contemporaneamente? No. Per questo ci è stato dato il tempo, per assimilare con calma ognuno di questi libri, lettere, film, informazioni; per leggerli, comprenderli, connettergli gli uni con gli altri. Il rompicapo non si può risolvere in un secondo: ogni tassello è al suo posto, uno dopo l’altro, in successione.

Mi piace scoprire che tanto Borges, come Nietzsche, come Einsten e Hawking, Platone e Sant’Agostino si appassionarono a questo tema come me. Lo stesso Borges diceva che se riuscissimo a decifrare il tempo, decifreremmo tutto. Perché se il tempo fluisce dal passato verso il futuro, ed è infinito, deve avere un’origine. Se fosse eterno, il futuro potrebbe muoversi verso il passato, e non è così che funziona. Un’origine del movimento del tempo, un’origine dell’universo, potrebbe essere la nostra stessa origine. Per questo mi piace studiare e pensare alla meraviglia del tempo, perché è intimamente connesso al nostro problema più profondo: Chi Sono? Chi Siamo? Che facciamo qui? Il tempo è ciò che si scompone mentre penso all’origine del tempo.

Amo il mistero dell’esistenza. Come bene ha detto Sant’Agostino, “sapere che la mia anima arde per sapere tutto”. Essere io stessa è una prova palpabile dell’esistenza del tempo, crescere come qualunque altro essere vivo, cambiare, essere diversa dal giorno precedente, fisicamente e mentalmente, essere cosciente che lo scalino dove appoggio il piede oggi è lo scalino che si abbandona e che davanti ai miei occhi – nascosto? – c’è quello su cui si sta salendo, attraversare mille circostanze che ti conducono verso un destino che nel frattempo è già fuggito, e nonostante tutto questo continuare ad essere sempre io, rimanere senza che importi lo scorrere del tempo, come chi rimane in piedi in mezzo a una tempesta che minaccia di travolgerlo. Siamo sempre noi, fermi in ciò che è mobile, ma mobili dentro ciò che è veramente ferma, l’eternità. Come ho scritto da qualche parte in passato, ogni giorno è un No all’eternità… E non per niente abbiamo giorni e notti, non per niente la terra gira intorno al sole a causa di tale forza. Contiamo i numeri, viviamo e ricordiamo la nostra vita sotto il mandato del sole. Tra un giorno e l’altro, ci prendiamo la notte per dormire, per sognare, io aggiungerei anche per morire, per poter ogni mattina tornare a nascere in un nuovo giorno che scorrerà sempre verso la direzione della notte, come la nostra vita scorrerà sempre verso la morte. Per questo è così magica la notte quando rimaniamo svegli, è un pezzo di oscurità che possiamo vedere. E per questo è così magico il sogno, perché è ciò che più assomiglia alla morte, nel nostro universo conosciuto. E per questo è così magico il tempo, perché mi permette di pensarlo a sé stante, mentre vedo l’orologio trasformarsi in futuro, avvicinarsi al lunedì, al domani.

Ed è già domani.

Traduzione Baltica.

La logica dello scimpanzé


20 Dic

Just a walk

Riceviamo e pubblichiamo:

Cinque scimpanzé sono stati fatti entrare in una stanza vuota ad eccezione di una scala, in cima alla quale è poggiata una banana.
Il primo scimpanzé che vede la banana sale sulla scala per afferrarla e mangiarla. Ma appena si avvicina al frutto un getto d’acqua
ghiacciata si abbatte su di lui dal soffitto ricacciandolo giù. Gli altri scimpanzé, provando a salire a loro volta, ottengono il
medesimo risultato e alla fine, completamente fradici, rinunciano alla banana.
Si chiude quindi il getto d’acqua e si sostituisce uno degli scimpanzé con un altro, asciutto. Appena lo vedono entrare, gli scimpanzé che già erano nella stanza provano ad evitargli la doccia fredda dissuadendolo dal salire sulla scala. Ma il nuovo arrivato non capisce. lui vede una banana e un gruppo di simili intenzionati ad impedirgli di gustarsela. Cerca dunque di farsi strada a forza, scatenando una zuffa con gli altri che vorrebbero trattenerlo. Ed essendo solo contro quattro, le prende di santa ragione.
Si fa entrare allora un secondo scimpanzé asciutto al posto di uno bagnato. Il predecessore non gli lascia il tempo di entrare che già gli è addosso pestandolo a sangue. Non sapendo nulla della doccia fredda, pensa che così si accolgono i nuovi venuti e si ritrova mezzo morto senza aver scorto né la scala, né la banana.
Si sostituiscono il terzo, il quarto e il quinto scimpanzé con altrettanti scimpanzé asciutti. E ognuno di loro è accolto nella stanza con una tempesta di botte. L’accoglienza diventa via via più violenta perché gli scimpanzé, considerando questo un rito da perfezionare, si coalizzano per stordire il nuovo venuto.
In cima alla scala c’è sempre una banana. Ma ai cinque nuovi scimpanzé, suonati come sono, non viene nemmeno in mente di avvicinarvisi. La loro sola preoccupazione è quella di tenere d’occhio la porta dalla quale apparirà l’ennesimo sventurato da riempire di botte.

[L’esperimento è stato condotto allo scopo di studiare i comportamenti di un gruppo in un’azienda].

Pianosequenza


18 Dic

Umanità.

La peste, le farfalle. Le luci colorate, un tunnel metafisico verso il tempo. Odor di vino, profumo di voci. I timpani trapanati da sguardi animali. Le conversazioni tra amici, i maglioni per uscir fuori a fumare. Paesaggi appartenuti a vite precedenti. Lei che lo ascolta sognante, lui che le sfiora le ginocchia. La croce del sud nel cielo, che si vede solo d’inverno. Succede tutto adesso, succede tutto qui. Si rompono i bicchieri sul pavimento. Lei che adesso abbassa lo sguardo, lui che è avvolto da un brivido freddo. Voglia di gridare, di sentire il silenzio, di sdraiarsi sul legno. Tra i pezzi di bicchieri rotti e le luci colorate e lui che le sfiora il ginocchio. Qualcuno che parla di rivoluzione possibile.  Il riflesso di un abbraccio, di quelli che è come fare l’amore. Piatti, bicchieri, adrenalina e forchette.

Le sedie rimaste come loro due le hanno lasciate. Un’ombra che spazza via quel che rimane. La notte, che quando esci parli a voce bassa per doveroso rispetto. La luce adesso illumina per davvero la meraviglia del vuoto. Quante cose non dette sotto il vetro del cielo. Quanti attimi immaginati e poi realmente vissuti? Altri ricordi agganciati alla carne. Stretta nelle mani, l’illusione del tempo. Tutto ciò che non ci appartiene.

Я


17 Dic

Significa “realtà”, al contrario.
Ma anche “Io”, in lingua russa.
Nei dialetti alpino-provenzale, poi, la “R” è una lettera che esiste ma non esiste, si fa fatica a pronunciarla.

“Я” è il tentativo di un esperimento.
Un discorso in cui il risultato finale era la parte più trascurabile dell’insieme.
Il tema narrante è quello della critica, dell’autodistruzione, del vero, del falso e delle loro relative rappresentazioni.
Il tema narrante è quello di non avere temi narranti.

Nel rispetto della migliore tradizione


11 Dic

Allora, la sequenza, suppergiù, è questa:

1- La famiglia è ossessionata dall’idea della figlia casta e pura fino all’altare.
2- La figlia, sedicenne, ha un rapporto sessuale.
3- La figlia, sedicenne, che ha appena avuto un rapporto sessuale ma anche una famiglia ossessionata dall’idea della verginità (e dell’altare), sa che presto sarà spinta verso il consultorio per il solito “controllino”.
4- La figlia si inventa di essere stata violentata.
5- Chi erano? Erano in due. “Capelli neri. Ricci. Uno dei due aveva una cicatrice sul volto. Puzzavano”.
6- Di fronte alla realtà della fimmina aggredita, i maschi con la clava gridano vendetta.
7- Un campo rom bruciato da una folla indiavolata.

Chi ha scritto l’ennesima sceneggiatura? Il prete e la sua paranoia di verginità? I giornali e i loro rom che esistono solo quando stuprano? Duemila anni di cultura machista, per cui le donne vengono violentate e gli uomini condannano NON lo stupro in quanto tale, ma l’idea che LA NOSTRA FIMMINA è stata violentata, l’affronto alla tribù va vendicato con il sangue?

Ernst Jandl – Sonnett


10 Dic

Ernst Jandl è stato per il cinema ciò che John Cagè fu per la musica, ciò che Godard tentò di essere per il cinema, ciò che il cinese stravaccato qua di fronte – sul tavolino di un hostal de malamuerte en Paris – è per il buoncostume.

Più in là di ogni regola, più in su di ogni accademia, più in giù del codice espressivo, più ad ovest del contenuto.

SONNETT (1969)

Sonnett
sonnett
sonnett
sonnett.

Sonnett
sonnett
sonnett
sonnett.

Sonnett
sonnett
sonnett.

Sonnett
sonnett
sonnett.

(La poesia rispetta la struttura tradizionale di ogni sonetto, composto di due quartine e due terzine rimate).

Gli aniumani


03 Dic

Gli animali si dividono in:

a) appartenenti all’Imperatore
b) imbalsamati
c) addometicati
d) maialini di latte
e) sirene
f) favolosi
g) cani in libertà
h) inclusi nella presente classificazione
i) che si agitano follemente
j) innumerevoli
k) disegnati con un pennello finissimo di peli di cammello
l) et caetera
m) che fanno l’amore
n) che da lontano sembrano mosche.

(tratto da Le parole e le cose di M. Foucault, tratto a sua volta da un testo di Borges, tratto da “una certa enciclopedia cinese”).

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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