Archive for March, 2012

Le Voci del Tanaro – 1


29 Mar

Le Voci del Tanaro e’ un tentativo di Kolossal fatto in casa.
Cinque mesi di riprese, cinquanta persone coinvolte, cinquecento ore di materiale girato, cinquemila momenti di assurdita’ captati lungo il corso del fiume Tanaro, da Briga Alta a Bassignana.

Se ne riparlera’ dal 5 maggio in poi.

Autunno? Viola?


22 Mar

Nell’autunno 2010 siamo andati a vivere tra le montagne e gli amici di mia nonna per raccontare qualcosa. Non lo spopolamento di quelle valli in cui si è scritta la storia del mio sangue, non la morte di una cultura vecchia come la croce, non la rassegnazione di chi ha vissuto – o sente di aver vissuto – e piega lo sguardo indietro per non dover pensare all’assenza di un domani.
Non solo.
Volevamo raccontare qualcosa.

Non eravamo capaci, non sapevamo come fare. Il video nell’éra dell’immagine si è imposto come la forma migliore per chiedere a qualcuno di starti ad ascoltare: abbiamo scelto il video.
Sapevamo di dover avere qualcosa da raccontare – non lo avevamo.

Nel corso delle settimane una cascata di pensieri è rimasta intrappolata nell’obiettivo della videocamera. Abbiamo montato una storia che poteva essere mille altre ma sempre la stessa.
Uomini e donne che si raccontavano, leggevano il mondo, non vi si riconoscevano. La tragedia intravista in uno sguardo rassegnato. Il rammarico serpeggiante, la sincerità nel riconoscere che “è andata così”. In maggioranza anziani, che un giorno furono contadini, mariti, amici d’infanzia. Con il passare del tempo è caduto anche l’inganno del tempo: quel qualcosa che volevamo raccontare, in fin dei conti, non era l’ideale di un paradiso perduto. Andava più in là.

Dopo qualche mese abbiamo iniziato a proiettarlo. Un po’ di gente è venuta vederlo, qualcuno si è preso la briga di scrivere un commento, in silenzio. Qualcun altro ancora è diventato una riflessione costante, un’amicizia, un altro racconto per storie future. I personaggi rappresentati nel video hanno continuato ad andare a dormire tranquilli e rassegnati. I loro nipoti probabilmente non sanno nemmeno che questa documentazione audiovisiva esiste. Un membro del consiglio comunale del luogo in oggetto [un luogo puramente casuale: ne esistono a migliaia di uguali, sparsi tra il reticolato del globo terraqueo, ma questo aveva un bel nome] si è lamentato perché sulla pubblica piazza non c’erano bambini, e “danneggia l’immagine del paese”. La capra filosofa che parla nel video oggi ha partorito due bei capretti.

Questa sera però ho capito cosa volevamo raccontare, in quel video. Nella sala col pavimento di marmo bianco c’erano una ventina di studenti. Facoltà di Agraria, Università di Milano, ragazzi di vent’anni trascinati per una settimana in un’enorme caserma della Scuola Forestale che da un giorno all’altro è spuntata fuori nella cittadina in cui sono nato. C’erano loro, e un paio di professori.

Dopo la proiezione è arrivato il dibattito. Un po’ di retorica, alcuni spunti interessanti, un filo conduttore importante. I ragazzi sono studenti della facoltà di Agraria, vengono dalla Val Camonica, dalla Val d’Ossola, dalle montagne trentine, dalle pianure piemontesi, dalla città di Roma. Molti di loro studiano gli alberi e i semi degli alberi perché vogliono realmente impararne le leggi segrete, e non perché ambiscono a diventare custodi di conigli e spacciatori d’ossigeno per turisti domenicali, o vendere formaggio a cinquantotto euro al kilo con sottotitoli in inglese.

Il loro professore, invece, insiste sul concetto fondamentale. Loro diventeranno tecnici agroalimentari, e dovranno pensare a quei cinquantotto euro al kilo. Non importa dove, non importa poi così tanto neanche il come: se le opportunità saranno migliori, sarà opportuno anche migrare. Le montagne, in fondo, non si somigliano poi tutte?

Il problema è che questi giovani, vent’anni tutti, hanno un’altra idea in testa. Molti di loro si sono iscritti ad Agraria per completare quella che è una loro reale passione, che comunque già praticano nei boschi dietro casa. Molti di loro passano il sabato pomeriggio a potare noceti, e vorrebbero vivere in montagna ma privilegiando il vivere alla montagna, soprattutto se si tratta  della loro montagna, e la conoscenza intrinseca della natura cambia, cinquanta chilometri più in là. Hanno capito che la logica dei cinquantotto euro al kilo è la stessa che ha giustificato la pista da sci, gli scempi edilizi, la montagna che è diventata una succursale della città – come le filiali delle banche che ospita.

Hanno capito soprattutto che gli alberi di mele andrebbero potate anche se le mele non si vendono, che l’idea di una distesa piena di vigne suona più “grottesca” che “meravigliosa”, che lo schema che ti vogliono tramandare non è il più giusto, ma è solamente quello che qualcuno ha tramandato a loro. Nel nostro documentario, i vecchi si lamentano perché i giovani fuggono. Anche i giovani si lamentano perché i giovani fuggono, però poi iscrivono i figli di cinque anni alla scuola elementare della bassa valle, per fare un dispetto al sindaco del paese, che non si decide ad asfaltare la strada dietro casa loro.

Dopo il dibattito, sono salito nelle stanze dell’inquietante caserma con i ragazzi. Tra le pareti, vino e aria di guerra. I giovani sono stanchi di dover ricevere e trasmettere un’anomalia che evidentemente non funziona. Molti di loro si stanno rendendo conto che la maggior parti delle persone al potere oggi non sono solamente ignavi e ipocriti, ma sono soprattutto incapaci. Incapaci di leggere il mondo, di scrivere una rotta, di mettere in scena un’idea di futuro. Molti di loro si lamentano perché un loro professore, che muove le leve della facoltà in cui insegna, parla di “economia di montagna”, ma non sa riconoscere l’antenna televisiva camuffata da pino che svetta più alta degli altri pini, sui tetti della mia cittadina.

Un’intera generazione di giovani ha le idee chiare. Il mondo è da riscrivere, con coraggio e fantasia. Il mondo è da riscrivere, ma prima di tutto, è importante eliminare quel che non ha funzionato. Questo era quel qualcosa che volevamo raccontare nel nostro documentario.
Facendolo.

Azione-distruzione


21 Mar

La CREAZIONE
di un problema
nuovo

è

la DISTRUZIONE
di uno stato di tranquillità
esistente.

Junìn


19 Mar

Soy, pero soy también el otro, el muerto
El otro de mi sangre y de mi nombre,
Soy un vago señor y soy el hombre
Que detuvo las lanzas del desierto.

 

(Jorge Luis Borges di fronte alla statua di suo nonno, ufficiale d’esercito nella battaglia di Junìn).

in(e)voluzione


15 Mar

Suo nonno diceva “ënsrì”.
Suo padre ha sempre detto “innesté”.
Lui dice “innestare”.

La maggior parte dei suoi amici
non sa nemmeno più cosa significhi.

Il buon vecchio giornalismo di domani


08 Mar

Esisteva il giornalismo, una volta. Quello buono. Quello serio. Quello riservato a una schiera di pochi eletti (che avevano la scritta “Press” sul cappello), uomini chiaramente consapevoli del proprio ruolo e dei limiti che questo comportava.

Poi venne il giornalismo. Quello spettacolare. Quello da grandi tirature. Quello innescato dal ruolo primario dei mezzi di comunicazione nelle sorti dei governi e degli uomini, quello da superstar che potevano permettersi il lusso di salire sullo stesso piedistallo degli oggetti dei loro servizi (Pinco Pallino intervistato da).

E infine, fu il tempo del giornalismo. Inteso come sportivo, gossipparo, popolare, zerbinizzante. Volti imbellettati utilizzati come amplificatori per trasmettere e inculcare un messaggio ben preciso: quello del datore di lavoro. Di un datore di lavoro che è anche politico che è anche opinion leader che è anche a capo di una holding che è anche te.

E adesso, è il tempo del giornalismo. Artigianale, esaustivo, direttamente dal produttore al consumatore. Di fronte ai principali quotidiani nazionali (tutti uguali: La Stampa è esattamente identica al tg delle 20.30, La Repubblica esiste tale e quale anche in Colombia, il taglio è quello trito e ritrito e viene messo insieme da stagisti sottopagati), appare ridicolo, una volta di più, il linguaggio dei cosiddetti “media”. Ci sono i blogs, ci sono movimenti d’opinione d’ogni sorta, ci sono esseri umani (i giornalisti) che non possono più materialmente raggiungere ogni notizia, e per ogni notizia ci sono centinaia di esseri umani che la vivono in prima persona – e hanno iniziato a esprimerla. Quando sfoglio uno qualunque di questi giornali, quando leggo questi patetici articoli messi insieme con lo schema tradizionale, provo un sentimento di autentica pena per questi costruttori di nulla, impegnati a tenere in piedi un anacronismo fatto di carta catrame e pubblicità, un unico giornale che parla le cinquemila lingue senza dire veramente niente.

La buona notizia, però, è che il giornalismo siamo anche noi. Con le nostre fotocamere, con i nostri frullatori che fanno video in full hd, con skype che permette di chiedere a un amico a fukushima di che colore è l’insalata da quelle parti. Tecnicamente non sarebbe troppo difficile attendere il sindaco di fronte al municipio, con il dito pronto sul tasto “rec”, e chiedergli “e quindi dottò, questo nuovo ospedale da cinquemilamilioni, a che cosa servirebbe?” Anche per questo, non è facile non incazzarsi di fronte a chi parla di “censura”, di “ai giornali però questo non interessa”, di “questo sì che andrebe detto in televisione”: la vera censura la operiamo noi, se continuiamo a comprare il giornalone da novanta pagine, se clicchiamo l’articolo sul vicino di casa del marito di garlasco, se condividiamo su facebook le foto dei nostri figli ancora feti e non quelle poche notizie che potrebbero interessare a qualcun altro.

Ah. A proposito: il reportage che segue l’abbiamo messo insieme – in due giorni – a Quito. Una conoscente parla di questo drammatico fenomeno silenzioso che coinvolge Haiti ed Ecuador, internet ti dice chi può spiegarti qualcosa, una videocamera e un po’ di montaggio fanno il resto. Costo totale: 10 euro (includendo due ottimi succhi di mango e maracuya con latte). La Stampa, Repubblica, Rai, Mediaset, Corriere & Co. continuano a mantenere inviati a Londra, per raccontare la pelliccia della regina.

90 anni dopo


06 Mar

“Quelle che che amo di più sono le persone che possibilmente non abbiano fatto neanche la quarta elementare, cioè le persone assolutamente semplici. Non lo dico per retorica, ma perché la cultura piccolo borghese, almeno nella mia nazione (ma forse anche in Francia e in Spagna), è qualcosa che porta sempre a delle corruzioni, a delle impurezze. Mentre un analfabeta, uno che abbia fatto i primi anni delle elementari, ha sempre una certa grazia che poi va perduta attraverso la cultura. Poi si ritrova a un altissimo grado di cultura, ma la cultura media è sempre corruttrice”.

Pier Paolo Pasolini

In purity


02 Mar

Rinchiudersi nel mondo interiore.
Giocare al delirio là fuori dalla porta.
Due ambienti, duemila possibilità.
Molti si rinchiudono nel pensiero per inerzia.
Altri prendono troppo sul serio la plastica.
La verità è che il mondo di fuori appartiene all’universo interiore.
E nessuno dei due esiste.
Ma allora, dov’è la purezza?
La purezza è il perfetto equilibrio.
La sospensione su un vuoto che non esiste.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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