Archive for June, 2015

The law is ilegal


20 Jun

'dbye

…e dimmi la verità: quella ragazza che è scesa all’ultima stazione, ho visto che la guardavi.
Piera abbozza un sorriso insinuato.
Non c’è neutralità possibile quando si parla di queste cose.
Non guardavo lei, guardavo le sue mani, guardavo il modo silenzioso con cui sgranocchiava i suoi biscotti, guardavo il suo imbarazzo quando si scopriva a guardare me.
ll sorriso di Piera si fa evidente.

E poi?
E poi ha aperto la borsa e ne ha tirato fuori uno smartphone gigante, e anche questa volta mi sono detto “è tempo di dirci addio”.
Il sorriso di Piera adesso si è trasformato in un sorriso diverso, contrito.
Uno di quei sorrisi che si portano via scorie e travestimenti, che mostrano il mondo per quello che è.

Il treno adesso viaggia tra prati colorati di rosso, ogni paesaggio si sovrascrive su quello precedente.
Ai campi di lavanda si aggiungono i cipressi.
A fianco dei cipressi appaiono rocce scure.
Nella mia mente si forma un’immagine, ma non fa in tempo a svilupparsi.
Rimane lì nel regno delle possibilità, insieme alla ragazza seduta sul treno.

Qualche minuto più tardi è Piera a parlare.
Non ti sembra che io e te siamo come madre e figlio?
Io non so se potrei essere tua madre. Ma tu potresti essere mio figlio.
Mi viene spontaneo ridere, e forse è perché ha ragione.
Ma cosa vorrebbe dire essere tuo figlio? Cosa cambierebbe?

Piera mi guarda mentre il treno entra in una galleria.
La luce scompare solo a metà.
“Essere un figlio…”, dice.
Dice qualcosa che in realtà non dice.
Ecco, vedi… un genitore deve insegnare tutto.
Un figlio deve prendere solo quel che gli serve.

Sul sedile di fianco, là dove c’era la ragazza, un tipo con la camicia a righe siede tranquillo, e legge un libro che si intitola “In pregnancy with yoga”.

Portando una vecchia stufa a Elva


09 Jun

Distesa d’asfalto.
Il carrello sobbalza, mosso dagli spazi discontinui del vento.
Lei mi parla di un qualcosa di strano, davvero non sa se ha voglia di amare.
Nella cittadina di provincia c’è un mercato, bancarelle e tappeti.
Nel frattempo lei racconta e la macchina avanza.
L’amore, a quanto pare, non è abbastanza.

 

Tra le gole del fondovalle.
Un magnifico ponte dipinge curve abbozzate sopra il regno dell’umido.
Non hai voglia di amare quando ti accorgi che c’è una quotidianità che sovrasta.
La stufa è parcheggiata, ben salda, a lato del ponte.
Noi parliamo seduti dall’altro lato, di fronte a una panetteria.
Forse il vero amore è quel che si accontenta.

 

Il motore arranca lungo stradine sospese.
Da qui partivano gli uomini per commerciare capelli, nei lunghi mesi d’inverno.
Il carretto strattona la macchina, la stufa resiste.
Siamo un’immagine emblematica di un qualcosa che ci sfugge.
Una rabbia d’amore a trazione anteriore.

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03 Jun

E’ una notte come le altre e le prendo la mano per chiederle cosa significa.
“Cosa?”, dice.
Non rispondo: allungo solamente un’espressione rivolta verso quei numeri che porta sul retro del polso.
E’ una data.
Ventidue novembre duemiladue.
E’ una data autunnale. Ma lo è per me, non per lei, che si muove in un altro emisfero.
E’ un insieme di coppie, “22”, “11”, “20 e “02”.
E’ uno scioglilingua numerico. Il “2”, l’“1” e lo “0”.
Se fossero colori, per me sarebbero bianco, nero e rosso.
Cosa è successo il ventidue novembre duemiladieci?
Non credo che mi interessi veramente.
O forse sì, chi lo sa.

Non mi risponde subito.
Non mi risponde neanche dopo: si limita a ruotare lentamente il suo sguardo verso di me, ma non c’è niente di oscuro sotto le sue sopracciglia.
Intanto la candela illumina di luce ondulata ogni dettaglio intorno a noi. Solo noi rimaniamo in ombra.
“E’ una data”, dice.
“La data in cui mi sono fatta un tatuaggio”.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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