22 settembre duemilasempre

22 Set
Era il settembre 2006, equinozio d’autunno. In quei giorni qualcuno si era fatto saltare in aria ad Heathrow. Da quell’episodio proibirono le bottigliette d’acqua negli aerei europei. Prima di partire verso il Baltico, dal computer fisso nella stanza dei miei genitori, creai questo blog.
Era l’aprile 2007, nel cuore del Baltico. Da un internet café di Pietroburgo mi collegai per scrivere un testo come un altro. Ricordo il sollievo di ritrovare un mondo conosciuto (la tastiera di un computer, plastica e vetro, l’energia elettrica) dopo giorni e giorni di steppa e deserto.
Era il maggio 2008, la faccenda baltica nel frattempo si era fatta seria, così seria che era divenuta caliente, tropicale. Dall’altra parte del mondo uno scenario imprevisto diventava la mia casa. Come un caracol, come una lumaca, ancora oggi mi porto sulle spalle quella casa. Ancora oggi mi trovo a rifugiarmi negli spazi segreti che conservo, invisibili a tutti, comprensibili a nessuno. Ancora oggi mi chiedo quale parte di me sia rimasta laggiù, registrata tra queste pagine, fuggita per sempre attraverso le parole.
Era il marzo 2009, marzo d’autunno, autunno australe. Dormivamo nella camera da letto di una famiglia di fascisti argentini caduti in disgrazia. Buenos Aires era la somma di tutte le città possibili, la somma di tutti gli incroci, i destini, le poesie. Il diario báltico rimaneva lì, ai margini della notte, appoggiato ai tavolini di un bar che avevamo creato apposta per noi.
Era l’ottobre del 2012, cadevano nuovamente le castagne nei boschi di Viola, cadevano le castagne perché finalmente c’era qualcuno a guardarle. Rotolando tra le nostre vite ci avevano fatto cadere, ma le pagine hanno continuato a scriversi, a scriversi da sole, nelle notti di solitudine come se davvero scrivere sia l’unica azione sensata da fare.
Era il maggio del 2017, la prosa si era fatta altisonante aveva cercato la lirica aveva abbandonato l’innocenza, ma di quel tratto iniziale aveva conservato la ricerca dell’inutile, il grido allucinato lanciato nel vuoto della notte, l’idea che qualcuno, dall’altra parte del filo, esistesse davvero.
Era l’inverno del 2021, ammucchiavo le pietre contro i pendii della montagna come si ammucchiano le parole, un ordine abbozzato per rimettere insieme frammenti del sé. La montagna franava sotto il peso dell’ultima neve, ma nella terra umida si conservavano i frammenti di un mondo in divenire. Scrivere sulla montagna come altri prima di sé.
Era un giorno di settembre di vent’anni dopo quel 22 settembre 2006. Sono passati due decenni, mille e venticinque testi, sono passate molte persone che un tempo scrivevano e commentavano, oggi non ci sono più. Metafora dell’internet, che da laboratorio partecipato e collettivo è diventata il sogno atrofizzato di ogni possibile salvezza. Non c’è più nessuno che legge qui sopra, o forse qualcuno c’è ancora, e allora l’Uomo Baltico continuerà a scrivere.
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Diary of a Baltic Man

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