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Vento ed eco. Profondo eco, profondo vento. Suonano le campane dell’immaginazione, richiamano a lontani e sbiaditi doveri. La coscienza arriva là dove il corazòn si ferma. Nel gioco di luce degli occhi, sullo schermo di un computer, nei graffiti sui muri si posano le immagini, i riflessi e le scritte di un mondo che, inesorabile, sta per scomparire. Nella stanza a fianco dorme Alessandro, il compagno di viaggio, l’amico e il fratello di sangue che è venuto a prendermi per portarmi via da questo mondo di cartaveliina.

Io non so cosa dire. Non so cosa scrivere. Non voglio dire niente e tutto ho già scritto. Su un pavimento, sulla tua pelle mulatta, su un foglio di carta che poi ho bruciato nell’orgoglio e nell’intimità. Sbiadito sul pavimento, tra formiche e avanzi di vita, rimangono i 100 sonetti d’amore di pablo neruda. Nient’altro da dire, nient’altro da scrivere, tutto si bagnerà nelle lacrime dell’ultima notte di solitudine a quattro mani.

La tua gente, i segnali di fumo di un Pellirossa, un’Aquila addormentata nella mano. Sto davvero pensando all’evidente sudditanza dello “scrivere” nei confronti del “dimenticare”, e da lì mi inoltro in ingannevoli circoli mentali troppo più veloce delle dita.

Strano davvero il viaggio erratico, a queste latitudini. Il caldo fertile rimpingua i rigagnoli dei sentimenti. Nella stanza a fianco si sentono voci indistinte, amici di amici improvvisano un poker e ne distruggono il sottostante tavolo. Risuonano accenti paisa. Al loro fianco, mi immagino una nativa, immersa nel mondo virtuale in cui si è racchiusa, camminare gomito a gomito con la sua vecchia amica “sé stessa”. Dietro lo schermo passeggia un suo possibile futuro vedovo e lei se lo lascia scappare. Leo cammina a testa alta sopra il filo sul burrone.

-“Dopodomani alle 7 del mattino dovrò prendere il taxi”.

-“Aaah non farla drammatica. Stop that. Tutti hanno preso un taxi per partire pieni di tutto dopo la loro festa d’addio. Una volta Benat è anche riuscito a fermare l’unica taxista donna del sud america, una tettona che non ha mosso un dito mentre lui moriva sotto tonnellate di valigie”.

-“Tu non capisci. Nessuno ha mai dovuto prendere un taxi per finire in un terminal per finire in un bus di venti ore per finire in un bus urbano per finire in un aereo per la Spagna per finire a TORINO. Tu non capisci”.

Urlano di qua ed urlano di là. Sento dietro la porta gente correre fuori dalle vie della ragione. Dietro di lui qualcuno piangendo ride e parla di peperoncino negli occhi. Ma Leo non se n’è accorto, ricollega le logiche delle sue verità:

“Praticamente prendo tutto sto casino di aerei e bus e navi e treni per finire su uno scivolo che conduce direttamente nella merda”

D’improvviso capisco. Rivedo, come in una serie di fotoflash, la cronologia del nostro cammino, ritrovo frammenti di etereo ricordo spersi tra le brezze di savona e le tempeste delle nostre provincie, annego nel trago amaro che questa notte ci tocca. Ombra costante, aleggiano melodie di fado portoghese. Ricordo il tempo in cui tornammo a casa – quale casa? – ebbri, sbranando anguria e mango mi confessavi la spinta definitiva che ti ha trasportato su queste terre. Ci ripenso ora scrutando le facce qua riunite, nascosto in mezzo a altre stronzate ritrovo un po’ d’orgoglio, un qualcosa di cui andar fiero d’aver condiviso con loro.

Te ne vai e per la prima volta il piccolo mondo di questa grande città addormentata sui caraibi si ferma. Non ho mai visto questa casa inondata dalle lacrime, né ho ritenuto logico piangere sopra un qualcosa macchiato di reversibile. Eppure i muri urlano silenzio, in questa prima notte vedova del tuo spirito. Da oggi non esisteranno più parole né tacite intese, il logico ritornerà a distinguersi dall’illogico, non ci saranno più donne né assurde storie di donne in quest’eterna primavera. Un mutismo androgino e solitario scenderà sulla vita a delirio e caffè.

Ciao Amico mio, compagno di Viaggi.

Sul valore di 25 dollari nell’età dell’Euro. 15,90, o giù di lì. Puoi comprarci una scheda telefonica in Spagna, o un frullatore su eBay. Spenderli allo stadio in una domenica grigia o investirli in una scommessa assurda con qualche amico disgraziato. 25 dollari sono una dozzina di ottime birre in Lituania, 250 spiedini di carne di cane a Pechino, un caffè a Venezia e 3 giorni di salario minimo in Colombia. 25 dollari sono un lusso per qualcuno e una mancia al cameriere per altri. Erano il presupposto di spesa al supermercato “quando una volta sì, che stavamo bene”, e oggigiorno non li converti nemmeno più nel cd della tua band preferita. 25 dollari, o 16 euro, sono 25 fogli da un dollaro e 16 monetine di euro. 25 dollari non bastano a comprare una macchina fotografica ma bastano per una scheda di memoria da un giga.

25 dollari vale l’account “Pro” di Flickr, una cifra che l’oculato Baltic Man non avrebbe mai speso. Le mie discendenze si radicano nella Bassa Langa Piemontese, gli stessi posti di fame e malora di Beppe Fenoglio e Cesare Pavese tanto per intenderci, e la sola idea di investire denaro in una cosa che non si può toccare materialmente è un qualcosa di inconcepibile. Ohibò. Succede però che appaiono amici strepitosi vestiti da Babbo Natale, e magicamente l’account diventa pro e si riempirà presto di simpatiche foto. Chapeau.

Erano altre epoche ed altri luoghi, ma più o meno un anno fa Ella si congedava dai tempi baltici obbligandomi ad ascoltare una canzone che altrimenti non avrei mai conosciuto.

Nella riproduzione casuale che lentamente scivola verso le cosiddette braccia di Morfeo, risuonano parole e concetti che ancora risvegliano la coscienza, ritratti disegnati da pennello e pianoforte sempre più verosimili e in qualche modo romantici nell’iperinflazionato mondo odierno.

ibamos para rutas perdidas. vàinas bakànas que de pronto se entrelazaban en el humo de medellìn o en trago de mendoza, pero siempre habìan palmeras. Palmeras y un sueco cantando, cagando y cantando. musicas y palabras, pasos y palabras, cosas y palabras. charlas bastante imposibles y para esto reales, tal vèz conversaciones gastronomicas sabrosas y elegantes.

éramos buena gente, la que se busca y se encuentra viajando, y se despide en un buzòn de mensajes porque sabe que el mañana lo decide el jazz.

iremos para rutas perdidas. cañazos y vodka ojalà se entrelazaran entre el ciel de caribe y el mar de Crimea.

Una strana sensazione nell’aria. Una casa incomprensibilmente vuota, per la prima volta i muri sono bagnati di una sostanza riflettente che non contempla i fantasmi. La casa è vuota, la stanza è vuota, le anime stesse sono vuote e ripetitive e paranoiche. Empty, vacìo. Parlano i chiodi nei muri, urlano al fumo la disperazione totale: llevaban en ellos trozitos de vida, trozitos de vida ahora cerrados en malletas y recuerdos.

L’armata dei superstiti accalorata agonizza intorno a una tavola. Il fondo è di vetro, attraverso lo sguardo s’intravedono piedi e immondizie e battiti di ali. Una combriccola di zombies, incollata a vicenda da dadi e bottiglie, da miele e parole, da brividi e buio. La superficie vitrea riflette un computer, cordone artificiale e itinerante. Nei suoi viaggi sbatte nella notte piccanti individui dalla città dell’ovest al disordine costeño.

Le parole volano e le mani scivolano nel caldo umido di vertigine e furore. Mentre i clacson accendono, le luci uccidono, le carezze smuovono la moltitudine di depravata passione. ¿Hai perso il filo? Anche io. Nel tombino di una città senza tombini.

segovia.jpgApro Skype e inizio a raccontarmela con Arno. Mi parla di Russia, si rimpiange la tabula piena di nullo Mongolo di un anno fa, mi racconta che quest’estate dopo esser tornato in Francia e prima di tornare a San Pietroburgo passerà un paio di mesi a lavorare ad Amburgo, e gli preme pianificare un incontro da qualche parte in Spagna o giú di lì, nel frattempo.

Inizio così a scambiare due parole con il brother d’america, disperso nei campi (da calcio) del Texas compie 18 anni si regala il sogno di un futuro a stelle e strisce. Mi racconta cose che già so e nel frattempo lo invidio, lo comprendo, gli auguro il meglio per la sua maggiore età che nel delirio americano non è maggiore età. Vorrei parlagli ancora ma mi scappa nel suo mondo di neogrande, the god-damned.

Passo le notti a parlare con Paolo, estasiato da quelle 12 ore di fuso perfetto che trasformano il canto dei miei grilli stanchi nel delirio del suo traffico a Honk Kong, e insieme ridiamo e insieme piangiamo su quanto è grande e bello e diverso e strano il mondo. Sono conversazioni che sanno al tempo stesso diSvyturys e d’oriente, nel sottofondo delle sue parole milioni di formichine da new-economy.

Dispersa nel nulla vaga Doriana, nella sua costante deriva su un piroscafo reale intorno a un continente irreale e sudamericano. Appare raramente e come appare scompare, ma nel frattempo ha lasciato uno schermo sullo schermo, uno squarcio devastante e aperto, e velocemente tutto si svuota e davanti agli occhi rimane la magia del Fu. Poi tutto si ricuce e appare Cesar da Madrid maledicendo tempi duri e votandosi propenso a un prossimo disordine universale.

Trovo nei pallini verdeskype tutta la Lituania, un paese e tre città che mi scrivono mi ricordano si informano e mi fanno viaggiare fin lassù, insieme a loro, come è giusto che fosse e come un giorno sarà ancora. Uomini donne ragazzi e ragazze che saranno come me per sempre, me li porterò dietro sottoforma di pallini verdeskype. Ragazzi, ragazze e certezze.

Non spezzo il filo che mai si ruppe con il mio pezzo di anima baltica disperso tra i castelli della Loira, parliamo di cose lontane che pure appaiono più vicine, e nitide, e fulgide nell’immaginario dell’un-l’altra lì a viverle. Affido all’etere il compito di trasportare passioni semplicemente accantonate. Nell’incanto dell’illusione, vivo profumi e sapori di labbra lontane.

Di tanto in quanto, ritornano così alla luce pezzi di notti vissute, angoli di Varsavia o di Riga o di Mosca che arricchiscono il tutto della loro indelebile presenza, pezzi di altri pezzi che si ricompongono in un ordine superiore da custodire gelosamente e sotto vuoto. Mancano però troppi tasselli, troppe facce vissute e adorate, frammenti di quella vita avanticristo che fu e che sembra inesorabilmente avviata verso la perdizione nell’immobile oblio del feudo natale.

Mentre tutto scorre. Scorrono diverse tinte di verde, in un mosaico di specie vegetali mai viste nè immaginate che si ammassano più in là della striscia di asfalto. Lentamente sfilano carri, buoi e cavalli, in questo continuo saliscendi che inesorabile caratterizza la Colombia del centrosud. Seduto li a fianco, nel polveroso cassone di una jeep, un militare al termine del suo calvario se ne torna a casa. Nasconde un pappagallo verde e giallo in un sacco, ricordo dei suoi mesi nella selva. Le formidabili “palmas de cera” della Valle di Cocora, roba che cresce solo lì. L’affanno festoso del Giovedi Santo di Neiva, nella sua contrapposizione tra proibizionismo alcolico e Peccato: è proibito l’alcol ma ovunque si sbrana carne. Quel padre di famiglia che accompagnandoti all’ostello ti mostra le foto dei suoi figli. Disquisizioni mentali sull’impossibilità di viaggiare da solo: 15 minuti dopo aver lasciato Barranquilla il tentativo era già sfumato, e adesso ci si muove costantemente in 5. Scorrono le genti e i popoli, dalla terra di San Augustìn affiorano souvenir di popolazioni precolombiane sparite chissà dove. El hijo de puta dell’autobus, che vende 32 biglietti per 28 posti, e allora bisogna discutere e poi litigare e poi sedersi su un gradino e chiudere gli occhi scaraventato di qua e di là dalle curve dalle buche e da Syd Barret. Quell’amico fenomenale che manda email dall’italia dicendo “avevo un amico a medellin, guarda se lo trovi”. Quell’altra amica che stava sperduta nel Quindio, e rivederla è stato un ritorno a Notti Baltiche. La ritrovo come l’avevo lasciata, mi ritrova come mi aveva lasciato. Probabilmente ho anche gli stessi jeans. Le facce, gli occhi e gli accenti, cosi colombiani cosi diversi dalla colombia del nord. Considerazioni perfino sul vento, mi si dice “chiudi gli occhi e spegni i sensi, renditi conto solo dal vento che sei in sudamerica. La gente della strada che ti vende tutto quello che si potrebbe comprare, si capisce quando dalla polvere esce un trattato su “La persecuciòn sovietica en la Iglesia de Lituania”. Musiche che si mischiano si confono ma mai si picchiano tra loro. Simon Bolivar in tutte le sue forme bronzee, a Manizales è un incrocio tra uomo e condor. Scorrono anche le acque, e veloci, e calde e fredde sottoforma di terme e di cascate. Il colombiano che si illumina per spiegarti che ha un cugino a Latina. Tutta quella gente di là dall’oceano, chissà cosa sta facendo, mentre le strade del Sud America lentamente scorrono.

© by Baltic Man