Marvel Moreno te explica bien lo que significa Barranquilla. Aunque si solamente quien viviò esta ciudad por un rato, sea un mès un ano o una vida (tambièn la vida es un rato) puede alcanzar a comprender como la mezcla de realidad y finciòn que relatan sus paginas es mucho màs verosimìl de lo que se pueda pensar. “En diciembre llegaban las brisas”, premio “Grinzane Cavour” – y otros màs – en la literatura europea, no es asì conocido en la tierra donde naciò. Tierra que idolatra hasta niveles sacrales su hijo predilecto, gabrielgarcìamarquez alias Gabo, y se olvida de quien no se olvidò de ella huyendo en Parìs.
Marvel Moreno escribe sobre hipocrisia, pasiòn, machismo, sexo, mestizos indios negros y ancestros europeos. En una palabra, Barranquilla. No obstante la ubicaciòn temporal sea los Cincuentas, es asombrante la actualidad de la inflada temàtica “relaciòn entre un hombre y una mujer”, sobre todo si se piensa que cincuenta anos de batallas en contra la cultura machista aquì nunca aparecieron. De aquì sale el ultra-feminismo radical de esta autora que fuè Reina del Carnaval, junto a una crìtica a las mujeres de su ciudad, responsables como los hombres de una situaciòn eterna, inmutable.
“…los años han pasado. No he vuelto ni creo que vuelva nunca a Barranquilla. A mi alrededor nadie conoce siquiera su nombre. Cuando me preguntan còmo es, me limito a decir que està junto a un rìo, muy cerca del mar”.
L’amico Cruz lavora a RCN, il principale canale televisivo di Colombia.
L’amico Cruz ha 24 anni, ha i rasta lunghi un metro, fa il direttore artistico in una telenovela.
L’amico Cruz guadagna cifre notevoli, ha macchina + autista, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato.
Colombia produce le migliori telenovelas del mondo, si dice.
Colombia vive di telenovelas, con le telenovelas gioca a ricrearsi una realtà finta, nelle telenovelas si perde e si ritrova, reale.
Colombia, come le telenovelas, molte volte è un mondo chiuso, diffidente verso il Nuovo, arroccato su quegli stessi principi che già dettavano legge (nella vita quotidiana e nel quotidiano delle novelas) 30 anni fa.
L’amico Cruz a settembre lascia tutto, il suo contratto d’oro la sua “Novia para dos” e la sua macchina con autista, per andare a Berlino a studiare cinema. Niente meno e niente più che rimettersi in gioco, rinunciare alla prostituzione dei soldi, vivere.
Colombia è come Italia, ma con una risorsa in più: ci sono tanti Amici Cruz, tante persone che cercano ancora di cambiare le cose. C’è ancora una notevole quantità di gente che preferisce un equilibrato amplesso con la vita all’alternativa del farsi fottere. Passivamente.
ps: per un tacito accordo entre il sottoscritto e la telenovela colombiana, entrambi possiamo dire di aver condiviso i nostri cammini con una comparsata di due minuti due l’un con l’altra.
Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.
John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.
C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.
Contrariamente a quanto il Concilio di Trento potra´affermare, lo sviluppo umano negli ultimi -diciamo- 1000 anni ha seguito un cammino bidirezionale: uno nasceva e moriva tra i precetti accettati (e sviluppati) dalla Chiesa Cattolica, l’altro si sviluppava in umidi scantinati e finiva, a volte, tra le fiamme del rogo.
Nonostante il Cattolicesimo abbia contribuito notevolmente a portar l’umanitá al livello scientificomorale attuale (sta al libero arbitrio personale stabilire la positività o negatività della faccenda), é altrettanto importante riconoscere il mondo occulto e nascosto che sempre ha sviluppato teorie alternative, quel mondo che qualcuno definisce “alchemico“. Teorie tra l’altro allargate ai 3 continenti, e a tutte quelle tradizioni millenarie che la Chiesa, ovviamente, non tollerava.
C’é una cosa interessante in tutto ciò: la simbologia alchemica ed i suoi tabú. Prendiamo l’immagine di qualche post piu’ in basso ad esempio: il cervello lavato e rilavato in fiumi d’acqua santa e freakkate alla M. Manson lo collega a qualcosa satanico, no? No. Quella roba, uno tra i tanti simboli alchemici che hanno ispirato altri campi, rappresenta il ciclo vitale con l’uomo al suo interno. Il tetragramma, cosi si chiama, arriva alle allucinazioni di Syd Barret fino ad apparire, tra l’altro, sulle copertine dei Pink Floyd…
Tutto ció perché mi sono intrippato con il lavorone mentalmusicovisuale del mio ospite bogotano, Farid, e con tutto un movimento underground che voi del “Primo mondo” nemmeno vi immaginate.
ibamos para rutas perdidas. vàinas bakànas que de pronto se entrelazaban en el humo de medellìn o en trago de mendoza, pero siempre habìan palmeras. Palmeras y un sueco cantando, cagando y cantando. musicas y palabras, pasos y palabras, cosas y palabras. charlas bastante imposibles y para esto reales, tal vèz conversaciones gastronomicas sabrosas y elegantes.
éramos buena gente, la que se busca y se encuentra viajando, y se despide en un buzòn de mensajes porque sabe que el mañana lo decide el jazz.
iremos para rutas perdidas. cañazos y vodka ojalà se entrelazaran entre el ciel de caribe y el mar de Crimea.
Per uno strano scherzo del destino, nel mio errante cammino ho incontrato pochi professori geniali e un esercito di ciarlatani, paraprofessionisti messi là dietro una cattedra a insegnare il loro nulla. Non è dei secondi che val la pena parlare, ma delle poche e valide eccezioni: gente che ha sempre lasciato il formalismo fuori dalla porta, che senza remore ti chiama Coglione quando sopravvivacchi in un’università che paghi - eccome, se la paghi -, professori che ti trattano come figli ma come i figli si trattavano una volta, a bastone e carota si suol dire.
Ebbene, una di queste falle nel sistema è apparsa nella Uninorte. Professoressa, psicologa, marketinwoman, madre di un figlio che studia in Vietnam e di un altro che suona il sax contralto con Baltic Man in mezzo a un ufficio, la Nostra ha creato un’impresa senza particolari scopi di lucro se non quello di investigare giornalisticapsicologicamarketsocialmente nella disastrata Barranquilla. Un’impresa dove il personale è under30, e quando si festeggia un compleanno l’ufficio si blocca e appaiono pappagalli. Un’impresa dove, manco a dirlo, da un po’ di tempo passo i pomeriggi, e guarda lì che ti scopro che in Colombia, ebbene si, si può lavorare. E che lavorare, ebbene si, può essere un gioco.
Protagonista della storia è comunque una sedia. Una sedia, lo giuro, una sedia a dondolo. “La pechichona“, cosi si chiama, suole rievocare i bei tempi andati, quando a ritmo blando le nonne e le mamme lentamente ci trascinavano giù (o su) nel mondo (soprattutto in Colombia, dove quest’oggetto conserva il suo aplomb) richiama alla saggezza popolare: lì si siedono governanti, artisti, faccendieri, gente che viaggia in moto dall’Alaska alla Patagonia, futuri santi, poeti e navigatori. Un progeto di “marketing culturale”, nato dalla fantasia della Profesora di cui sopra e rapidamente diffusosi nel Barranquillese. Geniale. Assolutamente geniale.
Ammettiamolo, il castigliano che si parla in Colombia è eccellente. Nonostante il malcelato disprezzo che accomuna baschi catalani e andalusiani di Spagna nel condannare le distorsioni linguistiche operate dalle popolazioni sudamericane, tutti concordano nel definire la parlata colombiana come la migliore, sotto il tropico del Cancro.
Reso il giusto omaggio ai colombiani, è comunque interessante analizzare alcune particolarità con cui si esprimono. Questo Paese conta 65 lingue ufficiali, indigene discendenze dalle parlate indie, e se per caso qualcuno volesse perfezionare il suo quechua o il chibcha si consiglia vivamente un viaggio nelle terre dell’est, là dove il verde viene definito con più di una parola.
Limitando però il punto d’osservazione agli slang regionali, salta fuori tutto il lato folkloristico delle popolazioni costeñe, regione a cui (lo avrai già capito) Barranquilla appartiene. “Marica“, ad esempio, transmuta il suo significato spagnolo di “finocchio” a quello barranquilleño di…tutto. Non esiste un esempio migliore, per definire il lemma, del “belin” genovese.
“Full“, “Chevere” e “Bacano” stanno poi a colorare ogni situazione o cosa di cui si voglia parlar con toni enfatici, sia essa una festa un professore o una bibita al mango. L’epiteto maggiore, il superlativo assoluto, si ottiene raggruppando il potere di ognuna di queste parole: “esta chica es full chevere” sarà il complimento migliore possibile.
Notevoli anche le influenze gringhe nella parlata, figlie di un cinema che non si doppia ma si sottotitola, quali “el man” per indicare “quel tizio”, pronunciato però come si legge: el man. Esiste comunque un’alternativa autoctona, “el niero“, diminutivo de “el compañero”.
La vita famigliare, a stretto contatto con le parlate e le espressioni del posto, hanno però insegnato (per bocca di madre di famiglia, va detto) la Perla Geniale, una di quelle espressioni che dovranno essere esportate e globalizzate: “el abrichocho“. Sarebbe il rhum, o un superalcolico in generale. Per comprendere meglio il concetto, è necessario sapere che il “chocho” è…il motore che muove il mondo. Chapeau.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”