Non è alegria, non è baile, non è violencia il filo conduttore di questo gran continente latino. L’uomo comune, il simbolo di un unico grande popolo è (era) un cantante argentino, tanto sconosciuto in Europa quanto popolare tra le sue genti: Sandro de América. A Buenos Aires come a Bogotà, in Chile e in Ecuador, nelle case del pueblo così come nei giradischi dei ricchi, Sandro alias el Gitano è la costante sempre presente, il simbolo d’identità. Giuro di aver visto metallari alcolizzati mettere le mani avanti, come per dire “no. Sandro non si tocca”, ed intere famiglie ascoltare i suoi dischi in macchina, la domenica. Al punto che, per comodità, ad ogni incontro con sconosciuti, ho imparato a presentarmi “Sandro. Come il cantante”.
Le ragioni del suo successo? Era bianco, era argentino, era il cosiddetto “figo”. Era dotato di una voce impressionante (”la voz”), e di una grande abilità nel modularla a seconda dell’interpretazione. Pioniere del rock nel sud, si convertì presto in una stella della musica melodica, dopo una rapida stima in termini di profitti economici. I suoi dischi furono i più venduti negli Stati Uniti, tra i latinos, e la sua carriera sfociò presto nel cinema. Impressionante il delirio che gli tributavano le fans, di ogni epoca ed età.
Consumato dal tabacco e dalla vita, il 4 gennaio la Voz de América se ne è andata (difficile dire é passato a miglior vita). La cosa assurda, in tutto ciò, è che non si chiamava neppure Sandro. I funzionari del Registro Civile, nella Buenos Aires degli anni ‘40, lo avevano considerato un nome illegale.
Quando negli anni Settanta dipinse “El Macuto” (Il bruto), Oswaldo Guayasamin concretizzò su tela una sua immagine visionaria. Aveva previsto, nel fuoco dei cattivi presagi che popolavano l’America Latina di quelle epoche difficili, l’ennesimo caudillo populista a minacciare il futuro del suo popolo, un uomo “che avrebbe creato conflitti internazionali e sarebbe rimasto più di un decennio al potere”.
Trentacinque anni più tardi, è curioso costatare come l’arte continui ad essere l’avanguardia dell’umanità nella rincorsa al proprio futuro, dimostrando molta più fantasia come la realtà stessa. Un venezuelano, di fronte a “El Macuto”, non può fare altro che sperare di essere di fronte ad un altro ritratto di Dorian Gray.
…”la realtà è ciò che è, e non ciò che dovrebbe essere”. (Lenny Bruce)
…”era follemente innamorata di un uomo, ma è anche vero che avrebbe potuto fuggire con il primo sconosciuto incontrato per strada. Anche se non era mai stata seriamente sola, è altrettanto corretto dire che non era mai stata seriamente con qualcuno”. (Anonimo, scritto su un frigo)
…pretendi di analizzare le leggi della Natura ma il tuo cuore, fatto a sua immagine, è per te enigma senza soluzione. (Marquese De Sade)
…”a proposito della malattia: non ci sentiamo quasi tentati a chiederci se potremmo sopravvivere, senza di lei? Solo il gran dolore libera per davvero lo spirito”. (Nietzsche)
…”stars, hide your fires. Let not light see, my black and deep desires”. (Shakespeare)
…”Il sole è mio padre e la terra mia madre. Siederò sul suo seno”. (risposta di un capo indiano all’invito del Presidente a sedersi)
Definire l’anima di Barranquilla in italiano: praticamente impossibile. Esistono concetti o sfumature che funzionano solo tra le strade di questo grande villaggio di due milioni di persone, e perdono il loro significato se estrapolati dal loro contesto naturale. Meglio usare altri linguaggi, allora. Come la musica e il baile, vera essenza di questa terra, dove la caratteristica principale risiede del mestizaje, nella fusione di caratteri diversi (africani, indigeni, arabi ed europei) ad opera del Grande Sole.
Systema Solar non fa nient’altro che rappresentare il mestizaje in musica. Mixando i ritmi folclorici locali con l’elettronica, nello scenario naturale della vita en la calle. Ciò che ne risulta, è uno strumento piuttosto utile per intuire ciò che significa Barranquilla.
In Colombia come in Lituania, una prerogativa costante: i francesi colonizzano il mondo con i loro “centri di cultura francese”, gli italiani con “pizzeria nonna rosa” (con la possibile variante del “nona rosa”, quando si tratta di “italiani di seconda generazione”. E chissà poi perchè, tra tutti gli elementi distintivi di un popolo, debba essere proprio la lingua il primo a scomparire).
E così uno si chiede: è così che ci ricorderanno? Francesi gente di cultura, italiani popolo di pizze, muzzarelle e ristoratori? Non potrebbe essere al contrario, visto il paté de fois e un certo passato rinascimentale?
Potrebbe, SE. Se esistessero anche nel Belpaese politiche lungimiranti. (Se esistessero anche nel Belpaese politiche). Se qualcuno iniziasse a comprendere che quando un popolo è fottuto, può almeno provare a giocare la carta di un passato glorioso, da vendere in giro. Se un (uno solo) ambasciatore iniziasse a convertirsi in un essere tale da giustificare il suo prezzo (a Vilnius l’ambasciatore italiano godeva di uno stipendio più alto di un parlamentare lituano). Se la gente capisse, magari spegnendo la televisione, che la cultura italiana sta scomparendo in patria, prima ancora che nel mondo. Soppiantata dal pecorino.
- “Papà, soy gay”.
- “…còmo asì? Te volviste un pintor, o un arquitecto?”
- “No, soy gay”.
- “…eres un amigo del hijo del Presidente?”
- “No, soy gay”.
- “Entonces, no eres gay. Eres solamente un pobre marica”.
______________________________________________________
- “Papà, sono gay”.
- “Come sarebbe a dire?? Sei forse diventato un pittore o un architetto?”
- “No, sono gay”.
- “Sei allora un amico del figlio del Presidente?”
- “No, sono gay”.
- “Allora non sei gay, sei solamente un povero finocchio”.
Noi si guardava qualche frammento di “Le notti bianche“, per apprezzare il linguaggio chiaro e pulito del grande Mastroianni, superbo anche nella dizione. Poi una ragazza, fino a quel momento pensierosa, mi guarda negli occhi e chiede: “Senti un po’, perchè gli italiani, che erano all’avanguardia in tutto ciò che significa Arte, da Palestrina a Michelangelo a Leonardo Da Vinci a Fellini, sono diventati ciò che sono oggi? Cos’è successo? Com’è potuto accadere?”
Nel 1946, l’incontro tra due tra i più grandi maestri del ventesimo secolo (Salvador Dalì e Walt Disney) innescò un cortometraggio che, per mancanza di fondi, non venne mai realizzato. Cinquant’anni dopo, precisamente nel 1999, il nipote di Disney approvò la produzione (fedele ai disegni originali) di uno dei più grandi capolavori dell’arte grafica. Il cortometraggio, uscito nel 2003, non è ancora stato commercializzato. Surrealismo, musica, psichedelia. Enjoy it.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”