Archive for the “Barranquilla” Category

Harold, capelli neri e occhi nobili, accento paisa. Vive nella strada, i suoi occhi sono gli occhi di chi ha voglia di chiuderli per un momento, e nascondersi dalle luci della città. Impossibile. Ci riesce con i suoi disegni, a nascondere con la mano la parte brutta delle cose, come si fa avvicinando una mano a cinque centimentri dalla pupilla, la parte marcia rimane coperta e si vede solo una striscia di mondo. Ha la pelle chiara ma anche scura, dipende dai punti di vista, e si sa che i punti di vista sono importanti in una terra dove è meglio mettersi la crema solare per evitare di diventare troppo neri. Harold è nero perchè la strada. Perchè dorme su un cartone nella 73 con 55, lì dove cinque anni fa c’era un parco e adesso ci stanno costruendo la fermata del TransMetro. Eppure sono una brava persona, però tu sai come vanno le cose, io comunque non sono di qua, però è un piacere averti conosciuto, di fronte al Carrefour di solito la gente ti guarda piuttosto male, e invece io voglio solo vendere la mia arte, sai, io la chiamo arte perchè è una cosa che faccio io, che la faccio io e la faccio così e non so nemmeno perchè, forse perchè mi piace così. Però ti guardano male, non so come sia nel tuo paese però qua la gente è razzista, è classista, c’è la società dove devono essere tutti uguali però non possono, sai questo è un paese che ha molti problemi eppure è bello, si sta bene, la gente è felice e sono felice anch’io.

Poi siamo andati al cinema. C’era un film strano, non si capiva se eravamo noi a guardare gli attori attraverso lo schermo, o viceversa.

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Il primo sintomo sospetto è un insolito silenzio per le strade. Atipico, in un contesto di venerdì pomeriggio, giorno da sempre dedicato alla sana attività di sedersi a un tavolino e bere birra e giocare a domino e assordarsi di musica Vallenata, in questa Barranquilla sempre più simile a Macondo (o non sarà il contrario?).

Il mistero è presto svelato. “Ley seca”, si chiama. “Legge secca”. Si ironizza pure sulla terminologia, in questa Colombia così teatro dell’assurdo, che neanche il miglior Eugène Ionesco avrebbe potuto inventarsi di meglio. Un fine settimana di puro proibizionismo, vietata la vendita di qualsiasi sostanza alcolica fino alle 22.00 di domenica, ci sono le elezioni e non si può bere.

Simpatico, tetrico, colombia. Colombia, nient’altro da dire. Se non che la motivazione reale la dice lunga sul sistema elettorale criollo: se la gente beve, al mattino è stanca e pigra, “enguayabada”, si dice qua, e contribuisce ad ingrossare le fila di un astensionismo scomodo per le ambizioni dei signorotti politici locali.

Basti pensare ai bus elettorali. Che fanno la ronda dei quartieri più popolari, e per stretta analogia fomite di facili consensi, gente che a votare non ci andrebbe mai perchè semplicemente non esiste, è invisibile a qualsiasi logica economica e politica e sociale, semplici proprietari di una mano che può mettere una X sul logo giusto (e a volte non è nemmeno sufficiente: sono frequenti denunce di “morti che votano”, cinque o dieci anni dopo il decesso). Fanno il pieno, scaricano la massa di fronte al seggio, istruiscono su come votare e poi riportano tutti a casa. Ognuno riceve il giusto prezzo per la propria X, 5 dollari per il senatore e 20 per il presidente.

Storie di Colombia, costa Caribe. Terra fuori dal tempo, fuori da ogni logica e paradigma di sé stessa. Niente di magico, puro realismo.

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Un incontro tra italiani emigranti e viaggiatori può generare le conseguenze più assurde. Se ci si aggiunge che lo scenario è un deserto sonnacchioso e polveroso come Barranquilla, assetato di creatività ma incagliato nel – coerentissimo – stereotipo di Macondo di sé stessa, i risultati possono addirittura essere memorabili.

E’ il caso del Cucinema. Cucinare il cinema. Un esperimento iniziato a Roma, dove un gruppo di amici ha pensato bene di unire due arti supreme in un matrimonio creativo. E proseguito, in una lunga serie di successi, nelle  più remote località d’Italia e d’Europa. Fino ad arrivare, sabato scorso, in America, a Nord del Sud, per lasciare una scia di rinnovato entusiasmo dietro di sé.

La ricetta, come al solito, nei piatti migliori, è semplice. Si preparano due  o più tavoli. Sul primo, si stende una vecchia pellicola a 16 millimetri, cancellando prima buona parte delle immagini. Sul secondo, uova, farina e sale, e tutto ciò che serve per cucinare un qualcosa concordato in precedenza (nel nostro caso, Strozzapreti alla romana). I partecipanti, dai 5 ai 95 anni, passano da un tavolo all’altro, protagonizzando un doppio processo creativo che culminerà con la cena, e la successiva proiezione del film realizzato, roba da cinema sperimentale. La colonna sonora può essere composto da poesie, o dai commenti in fase di realizzazione, o da qualsiasi fonte sonora presente nelle vicinanze.

Il risultato è questo:

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Ochomil Cerruti, dicen que serán traídos
a poblar la Sierra Nevada de Santa Marta. Si un Cerruti
nos ha bastado para darnos la carga que nos ha
dado ¿qué haremos con ocho mil? Valía más que nos
trajesen culebras o alacranes. En la Argentina, ya no
saben qué camino tomar con los italianísimos. Pero
nosotros siempre seremos tontos e inexpertos.

“Ottomila Cerruti, dicono che verranno a ripopolare la Sierra Nevada di Santa Marta. Se un Cerruti ci è bastato per creare tutti questi problemi, che faremo con ottomila? Sarebbe stato molto più utile se ci avessero portato vipere o scorpioni. In Argentina, non sanno più che farci con gli italianissimi. Eppure, noi saremo sempre più tonti ed inesperti…”

Da Colombia Cristiana, 1892, a proposito dell’immigrazione italiana nella Colombia del Nord. Il Cerruti in questione fu un personaggio scomodo per l’oligarchia colombiana, un qualcosa come i vari “Imam terroristi” dei tempi moderni.

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Por fin llegaron, las brizas de diciembre. Como aquel personaje de la mitologia griega, como una dulce amenaza compartida, como una mentira, pero llegaron. Llegò la musica ahì donde antes habìa silencio, llegò la arena a sumergir la poca hierba, llegò el encanto de los viejos tiempos que fueron.

Huelen a salsa, a vallenato y champeta en fusiòn mùltipla, y quiebran un muro de silencio largo cuatro meses y medio. Entran en la casa por debajo de la puerta, sacuden las sabanas antes de posarse sobre la piel, y cuando por fin se van queda, sobre las cosas, esa capa inconsistente que se trayeron de quien sabe donde, por allà al norte, màs allà de la orilla del mar.

Hay quien dice que ya no es como antes. Que ya no existe la misma luz, que los hijos crecieron, que la contaminaciòn ambiental volviò loco al mundo entero. Por supuesto, tampoco las brizas son lo que eran, en estos años desgraciados se han vuelto màs flojas, y pronto desapareceràn tambièn ellas. No sé. No sé que significa el antes, ni aquì ni allà. Y quizà sea mejor asì.

Solamente, me dì cuenta de que adoro a las brizas. Especialmente en diciembre, cuando sacan el calor de las calles y en su lugar le ponen la gente, y le quitan este sentido aburrido a la Navidad: sencillamente, la vuelven el comienzo de algo, algo que, por lo que dicen, se acabarà con un gran Carnaval. Por eso duermo con la puerta abierta, para que las brizas me cubran con su capa misteriosa.

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Una comitiva decisamente surreale. Uomini, donne e bambini fuori-contesto in quel mondo amorfo, entità vaganti che scorrevano di fronte ai suoi occhi, inserendo una componente straordinariamente umana ad una sceneggiatura grossolana e volgare. Stralunati e persi, i membri del gruppo avanzavano in rumoroso silenzio, il suono delle loro voci coperto dall’anima della città.

Il ragazzo seduto alla fermata dell’autobus li osservava, incapace di trovare una connessione logica in quella strana combinazione di elementi. Semplicemente, non può esistere, pensava. Soffiava il vento di dicembre, e c’era chi doveva stringere tra le mani il cappello, tra il gruppo degli insoliti passanti. E fu in quel momento che ricordò. Le storie da tavolo di fast-food, la leggenda del bus dei poveri. L’esistenza tangibile di un ghetto, di un’altra città nei quartieri senza asfalto del Sur, una massa senza nome che appariva solamente sui giornali di cronaca nera e che in una notte specifica, per celebrare una Vergine fra le tante, riuniva i suoi pochi spiccioli e noleggiava un bus e portava i suoi bambini tra le luci del Norte, ad ammirare i giardini dei ricchi ed i loro centri commerciali, a contemplare gli addobbi di natale, a dire, sussurrare o pensare, anche solo per una notte, “io esisto”.

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In questo articolo un noto profesor de italiano del Tropico riflette sull’aiuto gesuita tributato ai bisognosi.

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Definire l’anima di Barranquilla in italiano: praticamente impossibile. Esistono concetti o sfumature che funzionano solo tra le strade di questo grande villaggio di due milioni di persone, e perdono il loro significato se estrapolati dal loro contesto naturale. Meglio usare altri linguaggi, allora. Come la musica e il baile, vera essenza di questa terra, dove la caratteristica principale risiede del mestizaje, nella fusione di caratteri diversi (africani, indigeni, arabi ed europei) ad opera del Grande Sole.

Systema Solar non fa nient’altro che rappresentare il mestizaje in musica. Mixando i ritmi folclorici locali con l’elettronica, nello scenario naturale della vita en la calle. Ciò che ne risulta, è uno strumento piuttosto utile per intuire ciò che significa Barranquilla.

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