Archive for the “Bielorussia” Category

Si muovono a piccoli passi tra la folla accelerata, braccio sotto il braccio e sole con se stesse. Due vite agli antipodi tra le pietre della citta’ millenaria; donne palesemente sole schiacciate da  un mondo di esuberanza maschile all’ora di pranzo. Splende il sole sui vicoli del porto, splende il sole piu’ in su delle case piu’ in su del cielo, splende il sole la’ nello spazio e nel tempo perduto.

Si muovono a piccoli passi con gli occhi fissi nel vuoto, cercando tracce di un passato, di un paese, di un figlio. Di un uomo. Donne sole abbandonate alla deriva. Occidente dimentica in fretta le sue madri; le terre dell’est non ne hanno mai avuta una. Entrambe si incontrano in un tacito compromesso. Un pezzo di carta e duecento euro al mese, via western union. L’illusione di morire un po’ meno sola. Ma entrambe sanno che non puo’ servire a nulla, che non e’ mai servito a nulla, i sacrifici rimangono impressi sul ventre materno ed i figli crescono infastiditi da una madre che ha abbandonato periferie e famiglie per umiliarsi al servizio di vecchi d’altri popoli. I figli possono essere crudeli, si prendono la vita e ti lasciano la morte, te la lasciano in compagnia di una sconosciuta moldava.

Si muovono a piccoli passi, cosi’ uguali e cosi’ diverse. Si appoggiano una sull’altra senza incrociare mai gli occhi, e nessuno sguardo si posa su di loro, esseri invisibili da evitare con un dribbling. Solamente le prostitute zittiscono un momento, quando passano di fronte ai loro portoni. Verrebbe da chiedersi che cosa pensino mentre camminano, quelle due donne cosi’ forti, quei due esseri umani cosi’ fragili.

Poi se ne vanno in fondo alla darsena, la’ dove non si siede piu’ nessuno.
Ad osservare il mare.

Comments No Comments »

Gente, il discorso è serio. Tra un paio di mesi devo (DEVO?) tornare in Italia, e voi non mi aiutate per niente. Leggo quotidianamente repubblica.it e il corriere.it, e rimango alquanto tumefatto da ciò che è diventato ormai il mio paese. Voglio dire. Una sagra di fighe e battibecchi. Una grande osteria a cielo aperto dove chi la spara più grande vince il quartino di vino, non importa ciò che accade altrove, gli spaventevoli intrighi dello stivale la fanno sempre da padrone.

Per fare un esempio. Un paio di giorni fa si è verificato un notevole atto terroristico a Minsk, una di quelle robe che se accadessero a Berlino o a Milano Marittima sequestrerebbero la morbosa attenzione dei media per due settimane almeno. Ciònonostante, è avvenuto a Minsk, e non ci sono motivi di rilievo per aggiornare gli italioti sull’avvenimento. Molto meglio approfondire il dramma del vestito da sposa a Rapallo, ovvio. Inutile sottolineare che Minsk è a 60 km dall’Unione Europea, che da quelle parti la gente spalma il lucido da scarpe per ubriacarsi low-cost, che il dittatore Lukashenko alla fine dei conti non si è mai permesso di attaccare la magistratura del suo Paese (stavolta con la P maiuscola) perchè svolgeva il suo sacrosanto lavoro giustizialista.

A tutto ciò pensavo nei giorni della liberazione di Ingrid. Alla sposa di Rapallo, alle mogli di Tronchetti Provera, alle allegorie del criminalnano e a tutti i pregiudizi che le massaie di Voghera riescono ancora (incredibili, stupende) a lanciare contro le popolazioni cosiddette extracomunitarie. Sugli schermi della televisione scorrevano le prime pagine dei più infimi quotidiani mondiali, ma della stampa italiana nessuna traccia, come è giusto che sia. Bella gente, anche il concetto di “terzo mondo” sta cambiando. Lo dicono i giornali, inconsapevoli, ogni mattina.

Comments 5 Comments »

L’insostenibile richiamo dell’Est.
Il post nasce sotto un sole di trenta gradi mentre Arno mi racconta il suicidio del suo vicino di casa a Pietroburgo.

Un cumulo di immagini costantemente sopra la coscienza si materializza puntualmente negli angoli piu’ disparati, agli antipodi del mondo. L’est richiama al sole, a cose lontane, a immagini che entrano dal naso e profumi che avvolgono le spalle, in una patina di lingue lontane.

Eppure, c’é un Est piú vicino, a due passi di aereo di lá dalla vecchia cortina. Una metafora del passato che si strappa via con la forza la maschera grigia, accedendo sempre di piú alla comunione – ogni sorta di comunione – con le anime un tempo lontane.
Quell’est, che dall’Europa si estende fino a tutto ció che nella Fredda Guerra vestiva tinte grigiorosse, nasconde nelle proprie periferie l’essenza della veritá, di cambi radicali francamente impossibili per il potere di una o due generazioni.

Nelle periferie di Kiev, negli autobus bielorussi, nelle notti baltiche e tra le strade di Irkutsk aleggia quell’irresistibile forza che sa di richiamo maledetto, quella “ricerca del Brutto” che appaga il maniaco alla ricerca di insana malinconia mal raccontata.

Il video li’ sopra non significa niente. E’ il frutto di 8 noiose ore in chissá quale aeroporto con un Movie Maker che non funzionava. Eppure raccoglie qualcuno di quei fotogrammi, attimi di eternitá nell’enorme tabula rasa dimenticata.

Comments 16 Comments »

dscn2136.JPG

Odio chi non va al cinema, o non legge i libri, o non conosce l’esistenza di Skype. Li odio esattamente quanto i loro cugini “Tuttologi“.

Rapallo. Conosco un po’ di bella gente, là. E la scoperta che in qualche modo si possa odiare il posto dove si è cresciuti un po’ mi agghiaccia. Ma poi, pensare che d’estate in nessun modo si possa parcheggiare una macchina, nel posto dove si è cresciuti, definitivamente mi stronca.

Non ti ho mai capita. Non ti capirò mai, tu e le tue prigioni mentali in cui ti sei autorinchiusa col pretesto di finti silenzi.

E’ venuto a trovarmi Stefàn, tedesco dal perfetto accento inglese che popolava la Kaunas nevosa e festante. Mi ha portato una cassa di birra teutonica, prosit. Svuotandone un paio di bottiglie, mi chiedo quando smetterò di ricevere visite “internazionali” ed inizierò ad attivarmi in direzione opposta.

Strana sensazione parlare con la madre americana di tuo fratello via skype traducendo la conversazione alla madre di tuo fratello italiana. Surplus di genitori.

Mente perversa e sadomasa, il tempo. Che risana le ferite. Che cancella con colpi di schiuma precisi ed infiniti ogni tipo di macchia dei sensi. Perchè in fondo lui sa, sornione, che al passato si guarda sempre con velata malinconia. 

A volte mi chiedo cosa mi porta a passare i miei lunedì di settembre a rispondere a commenti politicamente bizzarri ai miei video su Youtube. Non lo so, che ci posso fare, non lo so.

Tempi addietro si parlò di una fantomatica quanto salvifica apparizione Ryanair a Cuneo. Come tutte le leggende, però, pian piano la storia cadde nell’oblio. C’è un qualcuno in grado di illuminare di nuovo?

Comments 5 Comments »

Erano giorni di fine novembre, un novembre diverso da tutti gli altri e proprio per questo doveva essere concluso in maniera degna. Eravamo io, Paolo e Borja, inutile dilungarsi in descrizioni o commenti, chi conosce me può conoscere anche loro e per chi non mi conosce resta l’arma in più dell’immaginazione.

Erano i giorni di un giro in Bielorussia, conseguenza di qualche viaggio mentale comune capace di spingerci in un posto che pare così lontano solo fino a quando non ci abiti 200 kilometri più in là: occasione ghiotta.
Ricordo l’autobus con le prime avvisaglie di cirillico, ricordo facce leggermente diverse, ricordo soprattutto la prima Dogana che abbia mai visto nella mia vita. Dogana vera, con ore di attesa (per fortuna non per noi), milioni di controlli, facce dure e cani sugli autobus. Probabilmente anche corruzione, meglio non aver la possibilità di ricordarsela, quella.
Poi Minsk, di notte, una città per noi troppo nascosta sotto un alfabeto incomprensibile, un insieme di simboli strani capaci di trasformare il mio nome in БOЗЗOЛO CAHДPO e le cose più banali in simboli da decifrare ad intuito.

Il mattino, non troppo diverso dalla notte, vittima di quella nebbia che in 6 giorni su 7 riesce a nascondere tutta la città, ci sfuggiva sempre a dire la verità, eravamo troppo latini e troppo cazzoni per riuscire a godercelo in un’ora accettabile.
Eppure i ricordi della città sono nitidi, si manifestano in ordine e modernità, eleganza e buon gusto sempre; mixati a un’architettura esageratamente sovietica e a troppe guerre che ne hanno cancellato tutte le origini primarie, riuscivano a fare di Minsk una città effettivamente unica al mondo nonostante uguale a tutte le figlie di mamma Russia, un piccolo grande gioiellino di un paese che era sostanzialmente agricolo.
I pensieri più strani, però, ce li regalava la situazione sociopolitica in cui viveva la Bielorussia all’epoca della nostra visita. In qualche modo, effettivamente, eravamo lì soprattutto per lui. Aleksandr Lukashenko, l’uomo controverso che da sempre guidava il Paese. Descritto come un dittatore, un uomo duro, un Sovietico illeso dal Muro di Berlino. Effettivamente, il ritratto corrispondeva.
La sua Bielorussia era un Paese che funzionava, un paese apparentemente senza poveri (o perlomeno senza troppi poveri), un’isola di ordine, pulizia e piena occupazione in mari che erano sporchi degli opposti problemi. Un posto dove tutti potevano vivere e mangiare ogni giorno senza problemi.
Però, c’era la gente, e nonostante l’inglese fosse alla fine ostacolato qualcuno lo parlava bene. Ricordo addirittura di qualcuno che conosceva l’italiano! Era parlando con loro, che si capiva di vivere in un mondo solo superficialmente perfetto
Libertà personali che per me erano fuori discussione lì non esistevano. I giornali erano solo filogovernativi. Le televisioni anche, e quando parlava il Presidente si viveva a reti unificate. La polizia aveva la discrezione di poter arrestare chiunque senza limiti fino a dieci giorni, poi effettivamente serviva almeno un processo e qualche prova. Buona parte degli studenti aveva salutato tutti e si era spostata in Lituania o Lettonia, per sfuggire a un clima in università insostenibile se avevi qualcosa da obiettare. La politica estera, viaggiava solo su un binario: quello verso Moska. Il resto non era considerato, tant’è che un festival cinematografico era chiamato “internazionale” solo perchè oltre ai film di casa ce n’erano un paio cubani e iraniani.
La verità sta nel mezzo, si dice…per me stava in quello che avevo visto. Cioè polizia in ogni incrocio e in ogni angolo (quella ufficiale, le altre…non lo so), pronta a “conoscerci meglio” appena provavamo a fare qualche foto a palazzi governativi. Ed ecco che la verità, di colpo, si sposta leggermente dal centro…
Gli altri ricordi parlano di Grodno, la terza città del Paese, che il desiderio di Bielorussia Vera e Periferica ha portato sotto i miei occhi. Elegante, più antica, più marginale, meno controllata dalla polizia, più alcolica nelle persone per la strada. Un posto da vedere, prima ancora che Minsk.
I miei ricordi finiscono qua…per il resto mi guardo le foto, di quei giorni in Belarus.

Dieci minuti di “conversation” con la polizia per questa foto…

Chiesa ortodossa, Grodno

Comments 8 Comments »

I visti ci sono, i passaporti anche, i voucher parlano un alfabeto incomprensibile ma ci fidiamo. Okay, tutto è pronto, devo solo preparare lo zaino ma lo farò 5 minuti prima dell’autobus, come al solito…
Bielorussia. Un posto fuori da tutto, ai margini anche delle nostre conoscenze. Se ne parla solo a riguardo di bambini e adozioni, a volte per storie di prostituzione, o magari perchè capita che la Nazionale ci giochi contro. Ebbene sì, anche questa è Europa, almeno sulla carta, almeno sui confini ufficiali.
In pratica, tutto è diverso. La Bielorussia non vuole rinunciare al suo nome che richiama inevitabilmente alla Russia ma quella vera, quella che tutti identifichiamo nel sovietismo e nella faccia di Lenin. La Bielorussia non vuole identificarsi in quello che non è, in un Unione Europea ben lontana rispetto al mondo dei C.S.I. che ha la sua sede proprio a Minsk. La Bielorussia non può avvicinarsi all’altro mondo, perchè l’altro mondo non la vuole, le rinfaccia alcune cose che no no, proprio non si possono accettare. Robe pesanti, si parla di Diritti Umani.
La Bielorussia, una manciata di kilometri da qui. Moltiplicati all’infinito tra visti e problemi burocratici vari. Inevitabile andarci, e io lo farò tra un paio d’ore, con Paolo e Borja in squadra perfetta. A vedere uno degli ultimissimi paesi comunisti del mondo, a vedere com’è una dittatura.

Comments 11 Comments »

© by Baltic Man