Archive for the ‘Cinema’ Category

IMPA | La ciudad – il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere


03 Dic

Frame by IMPA | La Ciudad. Per gentile concessione Gargagnán Film

Il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere. IMPA | La ciudad, l’ultimo film di Diego Scarponi, ci porta all’interno di IMPA, “la fabbrica”, o per meglio dire, la “fábrica recuperada” dall’ostinazione visionaria dei suoi ex operai, a Buenos Aires. Nell’Emisfero Altro, dove le cose funzionano al revés.

Fin dai suoi esordi, lo sguardo scarponiano si è appiccicato agli stabilimenti industriali, spesso visti per quel che si sono convertiti nella fase discendente della loro rapida parabola: relitti, relitti ingombranti e talvolta problematici, ma pur sempre relitti densi di storia, luoghi nei quali si è lavorato, faticato, vissuto, ma anche e soprattutto creduto in qualcosa. Dall’Età del Ferro savonese agli Appalachi di portelliana memoria statunitense, gli ambienti post-industriali attraversati da Diego Scarponi sono luoghi duri, sporchi e afflitti, ma mai del tutto vuoti. Risuonano ovunque le voci dei protagonisti di quei luoghi, gli operai, mai intesi come un’entità collettiva e amorfa (la “massa operaia”), ma come singoli individui che, prima di tutto, hanno vissuto una storia. La loro personalissima storia.

A differenza di quanto registrato da Diego in Italia o negli Stati Uniti, tuttavia, la fábrica di Buenos Aires non risuona solamente di nostalgia e afflizione per i bei tempi andati, ma sprigiona tutta la sua forza di manifesto, indicazione di cammino per il futuro. Se i mega-stabilimenti in stile IMPA, con la loro architettura razionalista e un’estetica rigida e imponente, nacquero come Cattedrali del progresso, costruiti in quel modo anche e soprattutto per celebrare un’umanità nuova (“delirio onnipotente, dominio che sovrasta”, cantava Giovanni Lindo), la “Nuova IMPA” decostruisce e reinterpreta quel sogno, riportandolo alla prospettiva orizzontale, riportandolo alla prospettiva-uomo. Non è un caso che questa storia abbia origine alla fine del Novecento, il Secolo pesante del ferro e dell’acciaio. La fábrica recuperada ritratta nel film (e assemblata dal meccanico di fonderia Lorenzo Martellacci, fido collaboratore scarponiano) è un laboratorio di futuro, un laboratorio di presente, dove la rivoluzione inizia a partire dal linguaggio. Colpisce soprattutto un aspetto, in questa variegata umanità ex-operaia che si adopera per dare nuova vita e nuovo senso a quegli spazi e quella storia: il rispetto verso le parole, la volontà di ricostruire il mondo ripartendo dalle basi – dal linguaggio, appunto. Nella nuova IMPA, fabbrica del futuro, i laboratori di danza, artigianato, videomaking, la scuola auto-organizzata e la nuova linea di produzione (autogestita) vengono organizzati con tono gentile e inclusivo, declinando ogni frase al maschile e al femminile, los compañeros y las compañeras, los estudiantes y las estudiantes, una ripetizione costante e paziente che, goccia dopo goccia, saprà veramente forgiare un mondo diverso. Nella fabbrica occupata colpisce l’attenzione per i dettagli, forse perché là dove si producevano oggetti la consapevolezza verso il valore delle cose è più alta, e se una lampadina non funziona è tutto il mondo che non va. Ecco quindi che gli studenti del corso di percussioni prima di iniziare a suonare accendono un fuoco, perché va bene essere in una fabbrica, ma per suonare in cerchio occorre prima di tutto un fuoco, l’origine della musica, l’origine del tutto.

La stessa attenzione, la stessa cura quasi clinica, segna la composizione del film. Con occhio clinico e consapevole indicazione di rotta, Scarponi e i suoi collaboratori tracciano il ritratto (corale) della fabbrica e dei suoi abitanti, sull’ispirazione del cinema di quel Maestro ancora vivente, Frederick Wiseman, che ha riportato il cinema documentario alla sua dimensione primigenia – quella, appunto, di saper documentare rimanendo in disparte, osservando in silenzio. Ne esce così un ritratto del mondo com’era, com’è e come potrebbe essere, se il destino delle fabbriche in agonia fosse scritto dai loro protagonisti diretti e non dalle logiche di potere, se la prima, la seconda e la terza persona plurale includesse anche il femminile, un “tutti” e “tutte” che sia davvero per tutti e per tutte.

 

a-pietro


01 Mag

Le stesse critiche, se non più aspre, ritornarono poi in occasione della prima de L’uomo di paglia, dove il protagonista, sempre un operaio, viveva addirittura un classico dramma borghese che non poteva appartenergli. Scriveva Umberto Barbaro: «Cari amici, a me questi operai di Germi che si comportano senza intelligenza e senza volontà, senza coscienza di classe e senza solidarietà umana – metodici e abitudinari come piccoli borghesi – la cui socialità si esaurisce in partite di caccia domenicali o davanti ai tavoli delle osterie – che non hanno né brio né slanci, sempre musoni e disappetenti, persino nelle cose dell’amore – che ora fanno i crumiri e ora inguaiano qualche brava ragazza, spingendola al suicidio – e poi piangono lacrime di coccodrillo, con le mogli e dentro chiese e sagrestie – questi operai di celluloide, che, se fossero di carne e ossa, voterebbero per i socialdemocratici e ne approverebbero le alleanze, fino all’estrema destra, non solo sembrano caricature calunniose ma mi urtano maledettamente i nervi».

da wikipedia

Sarayaku giorno 11


29 Dic

Una tarantola gigante nella tenda. Gambe e muscoli spezzati inseguendo indigeni troppo veloci in camminate di sedici ore. Pelle annerita dal Witog. Allucinazioni di pastasciutta e birra e vino e robe dolci e in sostanza di tutto ciò che non sia pesce. Pesce fresco a colazione pranzo e cena. Lunghe camminate notturne in una selva che è un mondo indipendente dal nostro. “Anche il fiume è una città”, dice Josè Luìs. Discussioni su sistemi alternativi al capitalismo consumista. Un aereo-soccorso di primo mattino, perchè un serpente ha morso qualcuno. Il vecchio saggio che sembra essere la persona più bella del mondo. Verde espresso in centomila tonalità diverse. Undici giorni che già sembrano undici mesi. Sarayaku come alternativa.

Sarayacu giorno 6


24 Dic

Se i nostri governanti fossero “selvaggi amazzonici”.
Se per trovare una Comunità non fosse necessario uscire dal Mondo dell’Ovest.
Se l’unico sapore concesso sia quello dell’acqua dell’aria dei pesci e non quello dei soldi.
Se tutti imparassero a pretendere.
Se camminare e non guidare.
Se il giorno e la notte il buio e la luce la fatica e antiche leggende.
Se tutti usassero internet per entrare nel mondo e non solo fuggirci.
Se i vecchi fossero i saggi e non un cumulo di ossa da parcheggiare in un luogo che non consumi troppa pensione.
Se pensare nel “futuro” non fosse programmare “domani” ma lo spazio e l’ambiente di cinque generazioni più in là.
Se la politica fosse come a Sarayacu, “un qualcosa che serve per costruire pace e pensare all’ambiente e nient’altro”.
Se si sta nella selva lontano da tutti per imparare qualcosa.
Se tutti alzassero di qualche centimetro la linea dei loro orizzonti, allora avrebbe ancora un senso il vostro noioso, fottuto Natale.

Sarayacu giorno 2


20 Dic

Il fiume più secco del previsto, e un carico extralarge di benzina che la comunità impiegherà per cercare nell’interno-selva palme buone per costruirci tetti. Risultato: ritardo nei permessi per partire (e non essere arrestati per contrabbando di combustibile con Perù e Brasile), lunghi e frequenti incagliamenti (scendere e spingere, please), e il viaggio spezzato da una notte passata a riposare, in una capanna abbandonata. Venti ore di viaggio anzichè le cinque-sei previste.

Sarayacu però è una conferma. Le stesse facce di un anno prima, e una nuova generazione di neonati. La stessa, sorprendente organizzazione sociale di una comunità che sa perfettamente cosa vuole e come pretenderlo, e si oppone alla costruzione di strade ma vuole radio e internet veloce.

Quindici giga di immagini nei primi due giorni. Tutto è fotografia, cartolina, umanità in movimento. Sui tavoli di legno di una capanna equatoriale, un indigeno di quarant’anni chatta su msn e un paio di ragazzi ascoltano bob marley. Emancipate yourself from mental slavery.

Amazzonia interattiva


18 Dic

Di Sarayacu si era già parlato.
Nel frattempo, niente è cambiato: la Comunità continua la sua “resistenza partecipata” difesa dallo spazio naturale della forestamazzonica, mentre il mondo di fuori impazzisce ma tenacemente si afferra al suo equilibrio precario.

La novità, piuttosto, è un processo di “digitalizzazione della memoria storica” che i Sarayacu hanno deciso di intraprendere, per partecipare sempre più attivamente, insieme all’universo dei popoli nativi americani di cui sono parte integrante, alla costruzione di un mondo e di un modo di vivere il mondo diverso da quello imposto dalla cultura dominante. Ed è una bella notizia.

Per i prossimi giorni, quindi, “noi” (dove per noi si intende un gruppo omogeneo disperso tra il parallelo tre, Torino e Kabul) seguiremo questo processo con videocamera e buona energia, e poi qualcosa succederà. O forse no.

Sul treno


01 Dic

Lui. Occhiali e pancetta incipiente. Studente. Parlantina loquace. “Hai visto ieri, quel regista che è morto?”
Lei. Suoneria del telefono orribile e molesta. Indecisa tra giurisprudenza e disegno grafico, dice. “Quale regista?”
Lui. “Un regista veccio. Era anche famoso”.
Il giornale di fronte. Un presidente con gli occhiali nella foto. “Addio Monicelli. Gli italiani non ti dimenticheranno mai”.

Autunno Viola


15 Nov

Autunno Viola
Abbiamo fatto un film, un documentario. “Fatto” come una volta, impastando acqua sale e farina, sporcandoci le mani e cuocendo a fuoco lento.
Un documentario che è anche una storia personale, rinchiusa nel sangue e nei cromosomi ed esplosa tutta dietro la videocamera, un documentario che è anche un gioco che è anche un esperimento che è anche una cosa seria, terribilmente seria.

Autunno Viola era un passaggio fondamentale, quasi obbligato. Anni spesi ad inseguire storie, ad osservare la quotidianità di mondi che erano sempre “altri”, ad ascoltare immaginare capire scrivere appassionarsi. E questo è un ritorno alle origini, un viaggio verso il senso delle cose, una dichiarazione d’amore verso un mondo in via d’estinzione.

Il documentario è stato realizzato a prezzo quasi nullo, tre mesi pieni di sana passione. A questo punto si tratta di produrlo e riprodurlo, e vedere che succede. Servono dollari, non fiori, ma opere di bene.

Una porta aperta


06 Mar

Ho visto il cinema 3D. Quello con gli occhialini, i personaggi che si materializzano a mezzo metro dal tuo naso e tutte queste cose. “Alice in wonderland”, precisamente.

E dico che quest’ambizione di trasporre la tridimensionalità a livello grafico-visuale potrebbe portarci, fuori da Hollywood, a qualcosa di molto, molto pericoloso.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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