Archive for the ‘Colombia’ Category

Venerdì Santo a Macondo


20 Apr

Gabriel Garcìa Màrquez muriò
el ùnico dìa en que no salìan los periòdicos.

La notizia che tutti i giornalisti aspettavano
è rimasta troncata a metà.

Y como dijo el Maese
la realidad le ganò a la màgia.

25 mar 014


25 Mar

Buon compleanno Antanas.

Bacatà


20 Mar

E’ cambiato l’aeroporto, è cambiato il tono di certi graffiti, non è cambiato nulla.

L’odore di benzina bruciata che sparisce dopo dieci minuti di assuefazione, il costo della corsa sugli autobus urbani, la camminata precaria con cui le ragazze dal tacco lungo ci salgono sopra.

Verrebbe addirittura voglia di dire che si riconosce l’autista, e la moglie dell’autista che ritira il denaro, quattro anni più tardi.

Bogotà e tutto quel che si porta dentro,
la Colombia come un rifugio sincero.

Vaga sensazione di chimerico idealismo,
le storie lette sui libri degli altri che diventano possibili.
Questo è il luogo in cui tutto è
Questo è il mio essere, privato di un “dove”.

Le strade della capitale si portano addosso il movimento e il sudore di un intero Paese
si portano appresso avanguardia e storie possibili.
Perdersi nel crogiolo tra fumi e veleni e l’immagine dell’oasi
tra film piratati e in un unico grande concerto.

Lì intorno si snoda una terra e un tempo alterato.
Sono cambiati i nomi di alcune cose; non è cambiato nulla.

Anti-antipolitici


27 Mar

Antefatto doveroso: ho scritto un libro.
E’ iniziato nel 2007, quando sul balcone di Kaunas, in una pausa sigaretta tra una birra e un vodka, è apparsa una ragazza colombiana.
– E tu che ci fai, qui?
– Sono venuta in Lituania per cercare di capire da dove arriva l’uomo che ci ha cambiato la vita, a Bogotà.

La storia di Antanas Mockus era troppo potente, per non immergersi fino in fondo.
Un intellettuale che trasforma la società utilizzando, a dosi alterne, massicce e contemporanee, arte, pedagogia, sperimentazione semiotica e politica.

Nel 2010, mentre il libro si scriveva da solo, ci furono le elezioni colombiane.
E dalla Colombia si tentava di proporre articoli alla stampa italiana, soprattutto a quella progressista, perché la situazione era piuttosto unica.
Un individuo autentico, indipendente e libero, stava per giocare scacco matto ai macchinari di potere di un Paese tra i più corrotti al mondo.

La stampa italiana però non dava cenni di vita, per un motivo semplice: l’azione di Mockus stava spiazzando sia le forze di destra che quelle di sinistra, e creava imbarazzanti confronti con il contesto italiota.
Il giorno delle elezioni Repubblica non ne parlò, altri liquidarono Mockus come “un candidato ecologista”.

Oggi, tre anni più tardi, il libro è uscito.
Ma nel frattempo è uscito anche Grillo e il suo Movimento, e anche l’Italia si è accorta che non esiste una sola impostazione, un solo linguaggio, un solo percorso, per raggiungere i palazzi dell’amministrazione pubblica.

E a questo punto per esempio leggiamo su L’Espresso un interessante paragone tra due personaggi che tra loro condividono soltanto la carica innovativa di rottura con gli schemi finora conosciuti.

Ora. La prima considerazione che potrebbe venire in mente è che, anche grazie a “uno come Mockus”, l’Italia può tirare un sospiro di sollievo nel prendere atto che ci può essere un Grillo. Ed è un piccolo risultato. Ma, rovesciando il ragionamento, è altrettanto vero che, anche grazie a Grillo, quella branca di pubblici opinionisti in qualche modo vicina al “progressismo” si è accorta dell’esistenza di Mockus, personaggio in tutto e per tutto fuori dagli schemi, e anche per questo, difficilmente assimilabile in paragoni e metafore.

Se L’Espresso avesse approfondito a tempo debito il fenomeno-Mockus in Colombia, oggi non rischierebbe di rimanere coinvolto nell’errore di considerare che un’alterità politica nei confronti dell’esistente debba obbligatoriamente essere immaginata, sempre e comunque, con quegli stessi termini populistici che alla fine confluiscono nella definizione di “antipolitico”.

Per riassumere: Antanas Mockus è uno studioso che fin dalla sua prima formazione – Francia 1970, Filosofia e Matematica – si dedica all’analisi delle possibilità di cambio sociale. Il suo intero cammino personale e professionale si è sviluppato tra le strade della creatività e dell’arte, applicate ad una solida fiducia nell’utilizzo della pedagogia per trasformare una città (o un Paese, e quindi un’intera società) in un laboratorio dinamico di possibilità. Nei suoi anni di insegnamento all’Universidad Nacional de Bogotà i suoi studenti impararono a pensare “fuori dagli schemi” osservando il loro professore scrivere con il gessetto sulle pareti dell’aula una volta che la lavagna era ormai piena, per poi proseguire sulla porta della stanza, e da lì verso le pareti del corridoio….

Intrapresa l’attività politica [la prosecuzione della pedagogia con altri mezzi], Mockus apparì per strada travestito da SuperCittadino, con l’obiettivo di stimolare un gioco creativo in cui il risultato finale era una grande riflessione relativa alla destinazione da attribuire ad uno spazio urbano per la prima volta percepito come collettivo.

Ecco un primo paragone possibile tra il Comico e il Pagliaccio, con il non secondario dettaglio che pochi mesi più tardi, una volta eletto a Sindaco della capitale colombiana, Mockus sostituì interamente il corpo dei vigili urbani con un esercito di clown, attori teatrali, mimi. Il suo obiettivo era semplice: risolvere i problemi legati al traffico. I vigili urbani non facevano altro che alimentare un antipedagogico sistema di corruzione e di “soddisfazione dell’ego” per gli automobilisti che evitavano le sanzioni, mentre i mimi e i clown, con creatività e solidità sociologica, avrebbero toccato un tasto caldo per il prototipo di automobilista latinoamericano: l’orgoglio.

Ma a chiunque voglia continuare a immaginare i due nuovi eroi in termine di similitudine, basti pensare questo: Antanas Mockus circolava con un cartellino da arbitro di calcio in tasca, e ogni volta che un giornalista o un avversario politico cercava di innescare una polemica o un commento negativo, rispondeva innalzando il cartellino rosa – simbolo del suo Movimiento de los Visionarios. “Comportamento scorretto, atteggiamento poco costruttivo”, rispondeva all’interlocutore, sbigottito. “Non serve a niente parlare degli altri, proseguire la prosopopea del nulla. Non chiedeteci se siamo di destra e di sinistra, siamo a un livello di coscienza più immediato, siamo Cittadini in Formazione. E adesso che abbiamo la consapevolezza di esserlo, iniziamo a costruire qualcosa”.

Tutto qua.

Leggete il libro.

 

 

 

Per quanto me ne intendo


06 Nov

Tra il 2009 e il 2010, per un paio di semestri, mi è capitato di insegnare la lingua italiana in un’università colombiana.
Il lavoro più inutile del mondo, a quanto pare. Vanificato e azzerato dalle logiche perverse che stanno dietro alla “lingua”, quando questa viene convertita in strumento politico.

Tra i miei studenti – “clienti”, secondo il linguaggio in uso in quell’ateneo privato – c’erano ragazzi con cognome italiano, studenti di storia dell’arte che sognavano di vedere Firenze e Venezia, ma soprattutto c’erano studenti del terzo millennio che, come tutti i loro colleghi qua e là per il mondo, ambivano a passare un semestre universitario in Europa, attraverso le decine di programmi di interscambio esistenti nella nostra epoca globalizzata.

Il grande inghippo, anomalia nel sistema, era rappresentato da Dante Alighieri. Non il Sommo Poeta padre della lingua, ma i suoi nefasti discendenti più lontani, l'”Istituto Dante Alighieri di Bogotà”, che avrebbe dovuto certificare le competenze linguistiche, per autorizzare la procedura di richiesta del visto (nota bene: non per autorizzare il visto, ma per autorizzare la procedura di richiesta del visto, da inoltrare presso l’italica ambasciata). Uno studente colombiano che avesse voluto richiedere il foglio per studiare in Italia, avrebbe dovuto presentarsi a Bogotà (non esistono sedi decentrate), pagare 100 US dollari, e sostenere un “test d’ingresso per il Livello C1”. A niente sarebbe servito addurre motivazioni di carattere logiche (“il motivo del mio viaggio in Italia è proprio lo studio della lingua italiana”), o allegare le lettere di accettazione standard che gli atenei italiani inoltrano agli studenti vincitori di borse di studio tipo Erasmus (“si precisa che tutti gli studenti stranieri beneficeranno di un corso di lingua gratuito”). L’ambasciata di Bogotà, in materia di visti per motivi di studio, è chiara: anche se  lo scopo del viaggio è lo studio, è necessario sostenere il “test d’ingresso”.

Il cinismo trova però la sua massima espressione nel momento in cui il malcapitato studente colombiano si trova di fronte al test in questione, e deve sottolineare in ogni frase l’opzione corretta. Per esempio:

1)    Non ho dubbi che Marco sia il miglior specialista in materia.
2)    Per quanto me ne intenda/intendo, è stato un bel concerto

A questo punto, di fronte alla mail dell’ex-studentessa colombiana che scrive chiedendo un’opinione sul suo esame appena sostenuto, si leva lo sconcerto. Quattro italiani, laureati in materie umanistiche, discutono per due giorni le varie soluzioni. Alla fine è un tomo polveroso, una grammatica italiana dalle pagine ingiallite, a decretare le risposte giuste – o meglio, quelle meno sbagliate.

La risposta giusta, l’unica possibile, afferma che è triste vedere come la lingua venga prostituita da becere logiche di pseudopolitica. Di fronte alla “necessità” (?) di limitare il numero di ingressi di stranieri in italia, si pretendono competenze linguistiche che l’80% degli italiani “veri” non possiede.

Inbox – oggetti abbandonati sugli scaffali


17 Ott
Latito, hai ragione!
Ma avevo i miei buoni motivi. 
Il principale dei quali è: non avrei saputo che scrivere.
L’ambientamento a questa ultima faccenda ha assorbito le sue buone energia, 
tra chilometri sotto le suole e sana impotenza di fronte 
a certi problemi tipicamente caraibici,
tipo trovare nella Bombay del centro di Barranquilla tutto 
ciò che può servire in una casa, qualcosa tipo Ikea dei poveri.
Adesso, però, tutto sta prendendo la sua giusta piega.
I miei giorni iniziano con una secchiata d’acqua addosso nel patio dietro casa,
poi tutto ciò che succede si sta rivelando piacevole.
Come previsto, sono bastati pochi chilometri per separare 
nettamente Barranquilla da me, 
con il piacevole risultato di eliminare l’eliminabile.
In altre parole, passo buona parte del mio tempo in piacevole solitudine, 
forse perchè, ambientalmente parlando, il contesto aiuta. 
Oggi è mercoledì, per esempio.
Ogni mercoledì sera, per esempio, a Salgar la luce misteriosamente sparisce.
L’immagine di questo pueblo a lume di candela, con le stradine di sabbia e il
boato dell’oceano in sottofondo, è un momento di puro calòr.
Poi c’è l’università. Mi hanno dato un ufficio, mi hanno dato un computer,
mi hanno dato un corso di Italiano 1 e mi danno del lei. In più, mi danno libero accesso
alla mediateca universitaria, non solo ottimi libri – in italiano – 
ma anche una caterva di dvd. Non mi lamento. 
I miei studenti sono un bel gruppo, dai 17 ai 40 anni,
ed ormai viaggiamo per la sesta lezione, tra grammatica arti e cultura generale.
Ho una certa libertà nei contenuti, cerco di approfittarne.
Anche se ciò comporta sostituire tiziano ferro con giovanni lindo ferretti.
Venerdì, invece, inizio le lezioni della specialistica.
Due materie già da adesso, due materie più avanti.
E tu invece? Sapevo da fonti certe che eri partito in bici verso oriente.
Calcolando la velocità di internet in Val Mongia, 
il messaggio è stato qualcosa tipo
“è partito verso la romania in bici e treno. Grande”. Vago, ma credibile.
E come procede la cosa? Sei in solitaria? Se non è blasfemo dirlo, ti invidio.
Hai poi comprato un volo per queste terre maledette?
Vedrai tu come organizzarti, ma nel caso piombassi a Salgar
chiedi per la Casa de las tres Piedras ;-);-)
Spero di leggere qualche tuo intruglio di birra e sudore.
hola hermano!!! como te va la vaina?
qui sono praticamente al giro di boa di metà missione. Quasi a tirare un bilancio. Prima considerazione che sicuramente sarà difficile che possa resistere in italia più di qualche giorno. Seconda considerazione è che è un’esperienza che ti muta di dentro. Poi la fortuna di aver visto un popolo che difficilmente avrei potuto conoscere in altro modo.
Potrei accettare il consiglio di enzo ed andare a vivere in un luogo sperduto ed isolato. Saprei comunque di aver vissuto.
Mai come in questi giorni sono lontano dalla realtà materialistica occidentale. Per certi versi mi sono ancora più isolato di quello che già il posto comportava.
In questi giorni mi tornano alla mente le serate a salgar.
Luce soffusa e voluto isolamento. Già allora.
Non male direi.
Inizio a preparare lo zaino per il lungo inverno. Camminando.
Nulla può valer lo sforzo di fermarsi.
Si tornerà all’origine e alla migrazione.
Hola,
e beato te che puoi permetterti bilanci. 
Qua e' tutto un bombardamento indiscriminato di...nulla, alla fine.
Effettivamente il tempo scorre, da quelle parti probabilmente 
piu' lento del previsto, ma in un attimo sara' comunque tempo di migrare.
In questi giorni di troppe luci e antitetico isolamento (quant'e' lontana Salgar!)
mi sono accorto che non ha poi cosi senso, quello che continuano a ripetere tutti,
da queste parti. Voglio dire: il pandino delle poste,
il dover attrezzarsi per l'autunno, i programmi a lungo termine, 
ancora una volta, li lascio agli altri.
Quello che ritorna con insistenza nella cabeza, invece, 
e' il progetto di viaggio verso est.
Iran, Turchia, Inguscezia, donde sea. 
L'importante e' non avere una meta, solo un po' di adrenalina
e la sana sensazione di sentirsi vivo. 
I quattro soldi del signor posteitaliane vanno spesi in qualche modo,
e mai come in questo momento sento il bisogno di fare un qualcosa
di veramente utile; fuggire, per esempio. Un taglio netto.
E quindi non so che sara' nel tuo zaino per il lungo inverno.
Non so quale percentuale di tutta la carne che sto cercando 
di gettare sul fuoco cuocera' fino a diventare qualcosa di concreto.
In ogni caso, io ci so(g)no.
Sogno isolamento coniugato con movimento.

Autobiografia di una musa indigente


15 Ago

Mi piace cenare sola e in piedi nella vecchia cucina di Quito. Cena, o una colazione un po’ tardiva: uova, pane e succo d’arancia. Devo aspettare che arrivi la consegna a domicilio delle pillole anticoncezionali, sono troppo pigra per uscire dalla mia stanza. Certo, se qualcuno mi ricordasse perché coscienziosamente ogni notte prendo le pillole, allora sì, mi verrebbe voglia di uscire. Non ho mai letto i libri che ho detto di aver letto, né ho visto tutti questi film di culto che tutti hanno visto, però in cambio, nascondo come un gran segreto che mi diletto con documentari sulla meccanica quantistica, con la teoria del vuoto e delle stringhe, e di tanto in tanto con qualche saggio postmoderno.

Sono molto più giovane di quel che si potrebbe pensare. Ho compiuto da poco 22 anni, sono nata ai Caraibi e ho vissuto a Quilmes, sulle Alpi marittime, a Kingston, nella città di Panama, a Valparaíso, a Jujuy, nella foresta amazzonica e a Quito, dove sono tuttora. A Quito, o nella stanza della lavatrice, molto meglio. La luce non funziona bene, a volte si accende, a volte no. Come tutto il resto. È piccola, umida, blu, fredda, solitaria. Come me. Mi dichiaro un’amante incallita, una diva in decadenza, una musa indifferente, un demonio senza poteri, una regina senza corona e un Dio senza credenti. In poche parole sono un maledetto disastro.

Per cuocere le due uova che sto mangiando ho bruciato la padella. Poi mi sono bruciata quando l’ho messa nel lavandino per farla raffreddare. Ho rovesciato il poco cioccolato che mi sono preparata, l’ho versato fuori dalla ciotola. Dovrei pulire e invece verso il cioccolato sul pavimento. L’immagine che do in questo ridicolo istante è quella di una tipa con i capelli più aggrovigliati di wikileaks, con pantaloni che mi cadono per l’estrema magrezza e con un fazzoletto comprato di seconda mano nel centro della mia amata città avvolto al collo. In piedi, mangio le mie due uova con un pezzo di pane ma non lo sopporto. Lo stomaco vorrebbe vomitare ogni boccone che ingerisco. Diarrea costante. Sono i vermi della vita che vivono dentro di me come un esercito di vili canaglie che fanno che ogni sentimento, esperienza, conoscenza si trasformi in merda. Una merda liquida, dolorosa e puzzolente.

Sono brava al gioco, ho questa maledetta espressione da diva in decadenza alla quale nessuno si può negare. Possono accadere due cose, o ti spaventi o ti intrighi. La maggior parte della gente opta per la prima opzione, scappa correndo. Suppongo che la diva in decadenza si possa quasi comparare a una strega cattiva. Pero non vi spaventate, non ho poteri. Questo sguardo freddo e irriducibile nasconde molto di più. Ma sarà proprio questo che spaventa, la profondità del vuoto.

I miei occhi sono neri, nerissimi, così come i miei capelli. La mia pelle è scura, bruciata dal sole. Ho sofferto molteplici morsicature di insetti nella selva, conservo ancora alcune cicatrici. Mi piacciono. Mi ricordano quanto sia duro il mondo reale. Ho labbra senza speranza, gonfie per la sete e viola per il freddo. Poche volte si vedono nella loro forma naturale di bocca immobile. Il mio sguardo si perde costantemente nel vuoto. In un punto fisso e inesistente. È difficile seguirmi. Lo so. Ho queste mani cadaveriche, lunghe e ossute, molte lunghe. I pittori impazziscono con queste mani, gli altri uomini… anche. Non possono essere uomini comuni, poiché quelli comuni sempre si intimidiscono davanti a questi occhi; il loro membro non si drizza. Non ho tempo da perdere, caro.

L’uomo che mi desidera deve sopportare questo sguardo freddo di morte e fottermi per salvarmi. Deve riuscire a dominarmi mentalmente. È la guerra e io voglio essere la vittima mortale. Ci furono alcuni coraggiosi nella mia storia di amante incallita, alcuni più di altri. Il primo finì per scappare. Il secondo ancora resiste, scappa e torna, scappa e torna. Ce ne fu un altro che non seppe essere sufficientemente perverso. E c’è un musicista eremita che ora dovrebbe essere chiuso tra le sue quattro pareti, di fronte allo schermo come me e lo amo puramente. E ne ho appena conosciuto uno, ma uno davvero. Parlare di lui? È difficile.

Riassumendo potrei dire che è cielo e inferno, nello stesso tempo e nello stesso spazio. Io, la musa indigente, posso avere pretensioni ogni tanto? Però il cielo non fa per me. Neppure l’inferno. Vivo e merito di vivere in un limbo senza tempo né spazio. Solo sento il rombo dei motori, respiro il fumo delle sue enormi ciminiere, mi alimento delle sue sostanze chimiche, e a volte, rare volte, sogno. Però neppure questo vale la pena. Se voglio arrivo alla mia anima e rifletto sul maledetto amore. La casa è vuota; posso svestirmi completamente. Però sono sicura che non vorrete vedere questa scena perturbatrice.

Domani è sabato, domani è lunedì. Domani è venerdì. Domani è la speranza di un risveglio meno doloroso. Però è impossibile sentire il desiderio di aprire gli occhi.

Lonely girl in the bathroom

Traduzione di Fabrizio Fontana dal blog xéhismo.wordpress.com.
Foto di Baltic Man, Salgar 2009.

Astenuti e perditempo


28 Gen

Innanzitutto una rivelazione. “Desiderio” deriva dal greco “de” e “sidere”, “abbandonare le stelle”, spostare lo sguardo dal cielo alla terra, dall’assoluto alla carne, allontanarsi dall’assoluto e concentrarsi sul fango.
Che è un po’ come dire che ATTORE è l’esatto anagramma di TEATRO. Sotto il mantra della lingua si celano significanti contorti.

Poi un link. Questioni di Sanità e Rivoluzioni, le riforme progressiste di Rafael Correa e la corruzione innata in chi è nato latino (qua come là). Questo è il nostro articolo per Peacereporter.

E un altro link. KaparySarayaku, che in lingua kitchwa (millenario idioma che non contempla la E e la O, ma in compenso ha tante K e tante Y) significa “Grido di Sarayaku”. Grido antico, dignitoso (o che parola quantomai demodé), e oggi trasposto su piattaforma digitale, direttamente dalla selva d’Amazzonia. Grido di libertà.

E infine un link ancora. Per disquisire di disillusione e di libri, ossia di tutto ciò che ci rimane, a nati nel dopo-tutto (a noi nati dopotutto). L’unico problema, è che si legge in spagnolo. Qua.

Le formiche del tropico


22 Ott

Segregazioni di classe

Là dove transitano, rimane una scia sulla terra a sottolineare il loro passaggio, un sentiero visibile dalla luna, così almeno dice chi è stato lassù. Da destra verso sinistra viaggiano in scioltezza. Da sinistra verso destra, dondolano sotto il peso di un frammento di foglia dieci volte più pesante di loro, barcollano pesantemente, eppure non mollano.
Le formiche si spostano, vagano. Si sbattono. Cercano decine di metri più in là il frammento di foglia migliore, quello che non esiste, vicino al loro buco. O credono di trovarne un pezzetto migliore, più verde o più buono, la foglia migliore del mondo. O ancora, chissà, semplicemente si muovono per dare un senso alle loro sei zampe, si muovono per non pensare, si muovono perchè così ha deciso il presidente delle formiche, o si muovono per fuggire da lui.

Leon Bruno


10 Giu

Erano giorni sostanzialmente rock, nel senso che il significato ultimo delle cose consisteva nell’osservare con una certa fatalità intere vite – le nostre, quelle degli altri – scorrere verso la stessa galleria fatta di niente. Persino il sole era nero, annullato da una patina di inconsistenza, sulle nostre teste. Voci di personaggi morti da tempo gridavano il loro vaffanculo dietro le nostre orecchie, voci cariche di veleno verso quell’esercito di ignavi di cui abbondano le storie nascoste, voci di quegli unici eroi senza cavallo né spada che ancora oggi risplendono nel paradiso degli esseri inquieti.

Lontani dal quarantacinquesimo parallelo, lontani da una città che per motivi diversi avremmo anche potuto definire nostra. Apolidi di un territorio fatto di regole assurde definiti dai folli del piano di sopra, camminanti perpetui di una staticità a cui ci eravamo adattati con un certo livello di comfort. Avevamo entrambi i nostri patemi, miliardi di illusioni da inseguire, cumuli di errori dietro alle spalle e trecentocinquanta watt ad aggiungere vibrazioni al nostro  essere vivi. Eravamo esseri umani sostanzialmente brutti, e per questo ci piacevamo.

Ascoltavo le tue storie di quel giorno in ambasciata, a provare a spiegare ad un uomo in divisa che un figlio, per crescere, ha bisogno di un padre. Che non dovrebbero esistere frontiere né pezzi di carta né bolli e timbri, nella logica della natura umana. Pensavo che sarei diventato anch’io un cantante rock, se fossi nato dalla parte sbagliata del mondo. Per cercare in fondo alle corde vocali la legittima difesa da scagliare sul muso di chi offende con noncuranza ed ipocrisia. Per provare a dipingere una concreta linea nera sul fantasma trasparente della libertà.

Leon Bruno è voce grossa nel panorama musicale colombiano. Attiva da più di dieci anni, la band barranquillera ha suonato al fianco di importanti artisti nazionali ed internazionali. Il loro frontman, Moncho, è una delle ultime anime veramente pure che solcano i palcoscenici della nostra era puttana.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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