Archive for the ‘Colombia’ Category

Leon Bruno


10 Giu

Erano giorni sostanzialmente rock, nel senso che il significato ultimo delle cose consisteva nell’osservare con una certa fatalità intere vite – le nostre, quelle degli altri – scorrere verso la stessa galleria fatta di niente. Persino il sole era nero, annullato da una patina di inconsistenza, sulle nostre teste. Voci di personaggi morti da tempo gridavano il loro vaffanculo dietro le nostre orecchie, voci cariche di veleno verso quell’esercito di ignavi di cui abbondano le storie nascoste, voci di quegli unici eroi senza cavallo né spada che ancora oggi risplendono nel paradiso degli esseri inquieti.

Lontani dal quarantacinquesimo parallelo, lontani da una città che per motivi diversi avremmo anche potuto definire nostra. Apolidi di un territorio fatto di regole assurde definiti dai folli del piano di sopra, camminanti perpetui di una staticità a cui ci eravamo adattati con un certo livello di comfort. Avevamo entrambi i nostri patemi, miliardi di illusioni da inseguire, cumuli di errori dietro alle spalle e trecentocinquanta watt ad aggiungere vibrazioni al nostro  essere vivi. Eravamo esseri umani sostanzialmente brutti, e per questo ci piacevamo.

Ascoltavo le tue storie di quel giorno in ambasciata, a provare a spiegare ad un uomo in divisa che un figlio, per crescere, ha bisogno di un padre. Che non dovrebbero esistere frontiere né pezzi di carta né bolli e timbri, nella logica della natura umana. Pensavo che sarei diventato anch’io un cantante rock, se fossi nato dalla parte sbagliata del mondo. Per cercare in fondo alle corde vocali la legittima difesa da scagliare sul muso di chi offende con noncuranza ed ipocrisia. Per provare a dipingere una concreta linea nera sul fantasma trasparente della libertà.

Leon Bruno è voce grossa nel panorama musicale colombiano. Attiva da più di dieci anni, la band barranquillera ha suonato al fianco di importanti artisti nazionali ed internazionali. Il loro frontman, Moncho, è una delle ultime anime veramente pure che solcano i palcoscenici della nostra era puttana.

Fuori dal (primo) mondo


31 Mag

Traduzione veloce dell‘articolo apparso sul BlueMonk:

Riflettendo sul significato del concetto di “casa”, ci si puo’ ritrovare di fronte a situazioni piuttosto controverse, soprattutto quando i contrasti tra due situazioni sono evidenti almeno quanto i pregiudizi, e le situazioni effettive, paradossali.

Il discorso e’ che mi sono trasferito. Non vivo piu’ in una casetta sulla spiaggia dell’Oceano Atlantico, frazione di Salgar, municipio di Puerto Colombia; sono tornato nel punto di incontro tra Alpi ed Appennini, in un punto qualsiasi delle montagne della vecchia Italia, dove sono nato. Nonostante le differenze possano sembrare infinite, mi stavo dedicando all’esercizio di focalizzare le similitudini, in una specie di studio di un’immaginaria “sociologia dei paesini”, quando un altro tipo di riflessione, questa volta, relativa alla geopolitica ed alle comunicazioni, ha deviato il corso dei miei futili pensieri.

E mi rendo conto, adesso, di come ero fin troppo ben abituato nella mia casetta senza vetri alle finestre, la’ fuori da ogni mappa. D’accordo che dovevo passare la scopa ogni volta che tornavo a casa, di sera, per tirar via mezzo kilo di sabbia dal pavimento. Si spegneva la luce della cucina ogni volta che il frigo si accendeva in automatico – che si puo’ fare. Avevo perfino dovuto condividere diverse volte il mio cibo con ogni tipo di esseri viventi di ogni dimensione, che  saltavano fuori – da chissa’ dove – ad ogni disattenzione. Cosi’ e’ il Tropico.

Eppure, non e’ poca cosa, per un viaggiatore postmoderno ed ipocrita, costantemente incollato a quello che rimane indietro attraverso il web. E la’, nella casetta di Salgar, avevo internet. Qualcosa che nel municipio di Viola, al nord di Italia, piena Unione Europea, pare impossibile.

Ragioni economiche? Politiche? Disattenzione? Chi lo sa. Tutto e niente, a quanto pare. Gli indigeni locali dicono che il cavo dell’ADSL e’ arrivato solamente fino a valle, dimenticandosi di chi vive qualche kilometro piu’ in su. Pero’ in realta’ si sa che il caro signor B. – che, come si sa, ha fondato il suo impero sulla trash-tv commerciale – fa tutto il possibile per frenare l’evoluzione di internet e continuare cosi’ nell’era primordiale della “scatola magica” – un mezzo di comunicazione obsoleto ormai da decenni, nonostante lo dipingano oggi di “digitale” (il fornitore unico dei decoder? Paolo B. Fratello di Sua Maesta’).

Il risultato e’ che la conclusione di qualsiasi analisi di osservazione continua ad essere lo stesso: “primo” e “terzo” mondo sono concetti arbitrari e piuttosto antipatici, una volta di piu’. Se l’accesso ad internet e’ ormai una discriminante fondamentale nel livello di sviluppo di un Paese, si consideri che in Italia il 12 percento della popolazione continua a vivere coattivamente disconnessa dal mondo.

E nella mia casetta di Salgar, tra sabbia ed elettricita’ precaria, insetti e finestre senza vetri, ho trovato, finalmente, il progresso. Wireless.

Pareti spoglie ormai


22 Mag

Come spiegare cosa vogliono dire queste pareti spoglie, segnate di ruggine di un anno di vita. Dire addio ad un microcosmo di cui si incomincia ad essere parte integrante del paesaggio, e le notti con la luna sul letto, e il sudore e la polvere, e centomila parole liberate a voce alta in quelle notti di solitudine. Rimarranno chiuse tra quattro pareti, orfane di una voce, sopravviveranno alla presenza dell’uomo, per natura, passeggera.

Un anno di vita e può essere un giorno o un sogno, la metrica del tempo ha rifiutato ogni catena ed ha agito anarchica, pennellate d’artista su sequenze di immagini in riproduzione casuale. La vita degli altri ha proseguito il suo cammino dall’altro lato della finestra, uno sguardo di elitista differenza ha osservato in silenzio dalla parte sbagliata del muro, lontano da nomi, cognomi, certezze, ipocrisie.

Le notti del Caribe non troveranno più il loro buio. Un’altra pagina si chiude sul libro del viaggiatore, un’altro pezzo di vita sulla schiena per poter ritrovare, un giorno, la radice di déja-vu effettivamente vissuti. Sulla strada del ritorno verso una prevedibile mediocrità, rimane un sapore dolce, sulle dita, a ricordare che effettivamente tutto questo è accaduto, che la libertà è un inganno possibile, ed è nascosta in una casa senza vetri alle finestre, vicino alle tres piedras, a cinque minuti in discesa dall’oceano atlantico.

Leyendo a un viejo perro


14 Mag

“Tetas”, no esta mal para empezar un texto. Tiene fuerza, engancha y… y son tetas.

Entre pielrojas y brasas de tic-tac, sàbanas huérfanas de olor feminino y manchas de vida pegadas a la pared, bajo una brisa mentirosa y artificial, violenta en sus vueltas-segùn-el-sentido-de-las-agujas, imaginaciòn que se vuelve morbosidad y despuès crimen y despuès un cursor intermitente sobre pantalla blanca, orgullos y sonrisas en piensar en aquellos tiempos que, recuerdo de pecados y pecadores santos y paraisos, todo esto y nada de esto en una sensaciòn que fluye como un vortigo, como un recuerdo, como aquel dice que es el dolor todo lo que queda en la memoria.

Quedan las palabras, existen solo las palabras, hasta la musica a veces puede desaparecer, o màs bien cambiar de forma, dejar de ser matematica para volverse alfabeto. Y entonces fluyen, las noches y los delirios, las euforias de leer en alguna parte lo que ni siquiera ya tiene sentido pensar, segùn los pensamientos de estos tipos que van al cine los domingos a las 5. Fluyen los textos y las imagenes, se vuelven vino y emborrachan y son una delicia, hacen la noche tan reales como aquella vez en valparaìso.

El poeta es aquel que no duerme.

Quo vadis?


09 Mag

I giorni scorrono via come sabbia tra le mani, in questa eterna stagione che volge verso la sua fine naturale. Tramonta il sole sul cielo del Caribe, ed è una luce arancione accesa, viva, una sola inesprimibile immagine per racchiudere tutti questi mesi (anni?) trascorsi in una vellutata, meravigliosa solitudine, tra pagine ingiallite e quaderni ormai pieni, sotto il letto.

Salgar scompare piano piano. Già da un paio di settimane i miei diciotto metri quadrati di sabbia si sono riempiti di vecchie voci e nuove musiche, un pezzo d’Europa alla deriva su terre che nuove non lo sono mai state. La surreale presenza di un gruppo di amici da queste parti- pochi ma buoni – è un segno dei tempi che evolvono, nonostante l’immobilismo intrinseco nei giorni cotti dal Tropico. Parlare italiano significa ritrovare quella parte di me stesso volontariamente dimenticata sotto il cumulo di giorni mai così uguali, mai così diversi.

Gli ultimi giorni, e tutto si accellera. Quando la candela inizia a galleggiare tra il liquido della cera, è tempo di aver paura del buio che verrà. Un’ultima, effimera illusione, e tutto arricchirà, ancora una volta, l’intangibile fardello di un passato che un bel giorno sembrerà così romanticamente lontano da non esser mai esistito. E’ la fine. E’ un altro inizio. E’ questa cosa strana che qualcuno si ostina a chiamar “vita”, e che altro non è, se non un correre dietro a sé stessi.

(Da oggi qualche pezzo di me gocciolerà, in spagnolo, sull’illustre BlueMonk Moods. Siete tutti invitati).

Il mondo a quattro mani


28 Apr

“She’s a Barraquillera with a big heart, always open to the world; he hails from Italy but has made the world his home. This means they love to travel, getting to know other cultures but especially getting to know themselves (and, without a doubt, each other)”

Eliseo è uno di quei personaggi saltati fuori dal libro aperto del mondo. Giornalista, scrittore, critico, dove c’è musica c’è anche lui. Sempre sospeso tra Miami e il Sud America, un po’ come la sua vecchia Portorico, un bel giorno è apparso sulla sabbia di Salgar, ed abbiamo bevuto ed abbiamo imprecato contro i confini geografici che qualcuno ha disegnato su una sola sfera. Poi se n’è andato, a Nord o a Sud non si sa bene dove, e come i vecchi amici, come la buona musica, oggi è riapparso sottoforma di amarcord.

Questa è una fotografia


17 Mar

Harold, capelli neri e occhi nobili, accento paisa. Vive nella strada, i suoi occhi sono gli occhi di chi ha voglia di chiuderli per un momento, e nascondersi dalle luci della città. Impossibile. Ci riesce con i suoi disegni, a nascondere con la mano la parte brutta delle cose, come si fa avvicinando una mano a cinque centimentri dalla pupilla, la parte marcia rimane coperta e si vede solo una striscia di mondo. Ha la pelle chiara ma anche scura, dipende dai punti di vista, e si sa che i punti di vista sono importanti in una terra dove è meglio mettersi la crema solare per evitare di diventare troppo neri. Harold è nero perchè la strada. Perchè dorme su un cartone nella 73 con 55, lì dove cinque anni fa c’era un parco e adesso ci stanno costruendo la fermata del TransMetro. Eppure sono una brava persona, però tu sai come vanno le cose, io comunque non sono di qua, però è un piacere averti conosciuto, di fronte al Carrefour di solito la gente ti guarda piuttosto male, e invece io voglio solo vendere la mia arte, sai, io la chiamo arte perchè è una cosa che faccio io, che la faccio io e la faccio così e non so nemmeno perchè, forse perchè mi piace così. Però ti guardano male, non so come sia nel tuo paese però qua la gente è razzista, è classista, c’è la società dove devono essere tutti uguali però non possono, sai questo è un paese che ha molti problemi eppure è bello, si sta bene, la gente è felice e sono felice anch’io.

Poi siamo andati al cinema. C’era un film strano, non si capiva se eravamo noi a guardare gli attori attraverso lo schermo, o viceversa.

Elezioni alla colombiana


14 Mar

Il primo sintomo sospetto è un insolito silenzio per le strade. Atipico, in un contesto di venerdì pomeriggio, giorno da sempre dedicato alla sana attività di sedersi a un tavolino e bere birra e giocare a domino e assordarsi di musica Vallenata, in questa Barranquilla sempre più simile a Macondo (o non sarà il contrario?).

Il mistero è presto svelato. “Ley seca”, si chiama. “Legge secca”. Si ironizza pure sulla terminologia, in questa Colombia così teatro dell’assurdo, che neanche il miglior Eugène Ionesco avrebbe potuto inventarsi di meglio. Un fine settimana di puro proibizionismo, vietata la vendita di qualsiasi sostanza alcolica fino alle 22.00 di domenica, ci sono le elezioni e non si può bere.

Simpatico, tetrico, colombia. Colombia, nient’altro da dire. Se non che la motivazione reale la dice lunga sul sistema elettorale criollo: se la gente beve, al mattino è stanca e pigra, “enguayabada”, si dice qua, e contribuisce ad ingrossare le fila di un astensionismo scomodo per le ambizioni dei signorotti politici locali.

Basti pensare ai bus elettorali. Che fanno la ronda dei quartieri più popolari, e per stretta analogia fomite di facili consensi, gente che a votare non ci andrebbe mai perchè semplicemente non esiste, è invisibile a qualsiasi logica economica e politica e sociale, semplici proprietari di una mano che può mettere una X sul logo giusto (e a volte non è nemmeno sufficiente: sono frequenti denunce di “morti che votano”, cinque o dieci anni dopo il decesso). Fanno il pieno, scaricano la massa di fronte al seggio, istruiscono su come votare e poi riportano tutti a casa. Ognuno riceve il giusto prezzo per la propria X, 5 dollari per il senatore e 20 per il presidente.

Storie di Colombia, costa Caribe. Terra fuori dal tempo, fuori da ogni logica e paradigma di sé stessa. Niente di magico, puro realismo.

Cucinema


10 Feb

Un incontro tra italiani emigranti e viaggiatori può generare le conseguenze più assurde. Se ci si aggiunge che lo scenario è un deserto sonnacchioso e polveroso come Barranquilla, assetato di creatività ma incagliato nel – coerentissimo – stereotipo di Macondo di sé stessa, i risultati possono addirittura essere memorabili.

E’ il caso del Cucinema. Cucinare il cinema. Un esperimento iniziato a Roma, dove un gruppo di amici ha pensato bene di unire due arti supreme in un matrimonio creativo. E proseguito, in una lunga serie di successi, nelle  più remote località d’Italia e d’Europa. Fino ad arrivare, sabato scorso, in America, a Nord del Sud, per lasciare una scia di rinnovato entusiasmo dietro di sé.

La ricetta, come al solito, nei piatti migliori, è semplice. Si preparano due  o più tavoli. Sul primo, si stende una vecchia pellicola a 16 millimetri, cancellando prima buona parte delle immagini. Sul secondo, uova, farina e sale, e tutto ciò che serve per cucinare un qualcosa concordato in precedenza (nel nostro caso, Strozzapreti alla romana). I partecipanti, dai 5 ai 95 anni, passano da un tavolo all’altro, protagonizzando un doppio processo creativo che culminerà con la cena, e la successiva proiezione del film realizzato, roba da cinema sperimentale. La colonna sonora può essere composto da poesie, o dai commenti in fase di realizzazione, o da qualsiasi fonte sonora presente nelle vicinanze.

Il risultato è questo:

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14 Gen

Ochomil Cerruti, dicen que serán traídos
a poblar la Sierra Nevada de Santa Marta. Si un Cerruti
nos ha bastado para darnos la carga que nos ha
dado ¿qué haremos con ocho mil? Valía más que nos
trajesen culebras o alacranes. En la Argentina, ya no
saben qué camino tomar con los italianísimos. Pero
nosotros siempre seremos tontos e inexpertos.

“Ottomila Cerruti, dicono che verranno a ripopolare la Sierra Nevada di Santa Marta. Se un Cerruti ci è bastato per creare tutti questi problemi, che faremo con ottomila? Sarebbe stato molto più utile se ci avessero portato vipere o scorpioni. In Argentina, non sanno più che farci con gli italianissimi. Eppure, noi saremo sempre più tonti ed inesperti…”

Da Colombia Cristiana, 1892, a proposito dell’immigrazione italiana nella Colombia del Nord. Il Cerruti in questione fu un personaggio scomodo per l’oligarchia colombiana, un qualcosa come i vari “Imam terroristi” dei tempi moderni.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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