Archivio per la Categoria “Colombia”


“Il mondo è sempre più ingiusto e le differenze tra paesi ricchi e paesi poveri e tra ricchi e poveri in ogni paese aumentano sempre di più. Non è ideologia, lo dicono tutti.

I paesi ricchi che dominano il mondo però pretendono, credono o fingono di voler insediare la democazia dappertutto. Ma la democrazia non può convivere con l’ingiustizia. Quella vera, perlomeno. Come fare allora?

Questo libro parla di un sistema per risolvere questa contraddizione. Efficace, moderno, raffinato e, come tutti i sistemi, mai casuale. La Colombia, dove questo sistema è stato sperimentato con maggiore impegno e successo, fa da cavia al resto del mondo. Un laboratorio del mondo globalizzato, scandalosamente ingiusto, ma democratico”.

Così inizia Colombia, il paese dell’eccesso, di Guido Piccoli. Un libro più che utile per comprendere cos’è successo negli ultimi sessant’anni in Colombia, e non solo.

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Un percorso mistico, quasi infinito. Sessantaquattro con Novantuno C fino a Quarantanove C con Ottantanquattro. Ricordo che abbaiavano i cani, e mi inseguivano, bastardi esseri pulciosi e selvaggi così vivi da spezzare la morte di quelle notti. Quei cani, simbolo della morte viva nelle notti morte. E le mie ciabatte, sempre più veloci sul cemento sudato, su da quella salita infinita, viaggi mentali ed un pellerossa tra le dita, miliardi di pensieri incasinati dopo un’altra overdose di te. Su per quella salita ti ho conosciuta ed ho conosciuto me stesso, su da quella salita col filo spinato, e le guardie ed i ladri ad inseguirsi intorno a me. Che me ne andavo col computer sulle spalle, alle due di notte nella Provincia del Tropico, e a fanculo il terrorismo psicologico, ogni notte a sognare case coloniali e capanne di banano, fino al giardiniere notturno che solitario rinfrescava il cemento. Quella salita qualche ora prima era stata una discesa, la mia solitudine era stata la tua compagnia, i colori del mondo apparivano diversi. Quella salita esisteva solo se esisteva solo per me, nessun taxista né puttana né disperato né giardiniere popolava quel regno, me ed i miei passi e i buchi nel cemento e i buchi nella testa e l’immagine di me stesso con la mano sul tuo culo al pomeriggio. Dietro le mie spalle l’essenza, di fronte a me l’immortale disordine, poker e alcol e amici e superficialità rendevano più difficile e più magica la maledetta salita.

Camminavo sotto quei mangos e respiravo leggenda. Immaginavo libri e parole e frasi e canzoni da incidere su quel cemento, disegnavo progetti e scenari e miti troppo lontani in questa pianura fredda. Quella salita collegava il mondo al paradiso, ma io ancora non lo sapevo.

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Un solitario del secolo ventunesimo, un monaco di clausura rinchiuso nel suo eremo nel centro di una città di due milioni di abitanti. Robert era il discendente di una famiglia nobile, di origini europee, che l’evolversi del tempo e delle rivoluzioni non ha toccato nella provincia del Caribe. Ancora sopravvivevano in lui retaggi di tempi lontani, di quando i bambini degli anni sessanta venivano educati a distinguersi dai “meticci”. Aveva una cugina, Marvel, che qualche decennio prima aveva combattuto il machismo e altre staticità barranquillere con l’arma della parola. Morì giovane a Parigi, dove ancora la ricordano nell’olimpo delle scrittrici latine.

Odiava il mondo, Robert. O, meglio, nutriva una profonda sfiducia in quello che era diventata, a livello globale, la razza umana. Per questo non abbandonava mai il suo nido di VillaKronopyos, un’antica casa repubblicana che profumava a pace nel centro della città più assurda del mondo. Usciva di casa la notte, quando i suoi nemici dormivano, per bagnare i suoi fiori e maledire quel multiforme inquinamento che gli toglieva le stelle e il profumo del mare. I giorni, li passava a “lavorare su me stesso”, così diceva estasiato. E i suoi strumenti erano interi scaffali pieni di libri, di dischi, di film. Era un cultore del diciottesimo secolo, e di tutto quello che artisticamente lo rappresentava. Conosceva Boccaccio e la storia dettagliata delle Repubbliche Marinare italiane, ascoltava Palestrina e i System Of A Down, viveva di retrospettive cinematografiche catastrofiste e reali. “Italiano, eh? Ah bene. Allora ci guardiamo subito un live della Premiata Forneria Marconi, gente in gamba”.

Era un figlio della psichedelìa, Robert. L’avanguardia musicale degli anni ’70 lo aveva travolto in pieno, trascinandolo in un mondo di acidi di funghi e di qualsiasi cosa potesse allucinarlo. Per diciotto lunghi anni era scappato alla morsa del mondo calandosi qualsiasi droga immaginabile. Poi, aveva scoperto Shakespeare e aveva conosciuto una donna. Quindici anni fa l’ha sposata, a lume di candela della loro cucina mentre preparava la cena, l’ha sposata senza preti né burocrati nè testimoni e da allora non può più vivere senza di lei.

Sono tornato a Barranquilla ed ho eliminato tutto ciò che questa città aveva rappresentato per me. Non ho cercato nessuno, ho lasciato il cellulare spento, nemmeno il sole del caribe ho incontrato. Immediatamente, però, sono andato a bussare alla porta di VillaKronopyos, a passare i pomeriggi tra disquisizioni sul razzismo d’Europa e la genialità dei Focus. Ogni tanto qualcuno suonava al campanello. Robert abbassava il volume, stava un minuto in silenzio e strizzandomi l’occhio scoppiava in una profonda risata.

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Toccata e fuga in un Paese in guerra. Anche se nelle strade la musica abbraccia il profumo di vita di un popolo intero, è nelle puttane della Jimenez o nei barboni di ogni angolo la realtà della faccenda. Sfumano nei bambini-ambulanti e nel 75% di vecchi senza pensione le avanguardie dell’arte e l’ultimo Juan Valdez aperto a Los Angeles. Il sentimento di pace interiore risorge solamente tra le palme di Santo Caribe, sulle carezze che il vento dell’alba lascia sulle tue labbra fameliche.

Tutt’intorno la gente balla, le fotosequenze si ripetono, una mamma andina si carica il figlio sulla schiena come un fagotto, come un sacco di mais lo trascina nel suo vagare. Fottendosene del professionista luminare che le marcia accanto, direzione Miami e un’aula di chissà quale ateneo. Quando è già buio un negro del Pacifico ti ferma, ti mormora qualcosa nel suo slang e ti invita a ballare, e la ritmica è un ipnosi totale che riporta a centoquindici vite passate, quando gli uomini si muovevano dipingendo ellittici tratti perchè le gambe si chiamavano elastici. Una televisisone parla dei casini nel Putumayo, in quel quadratino d’inferno separatosi dal Paradiso dell’Amazzonia. Dove un giorno apparve la coca, e si trascinò dietro come una maledizione biblica i narcos, i paramilitari, la violenza, i sequestri, le improvvise sparizioni. E scomparve lo Stato, lasciando su un palo un pezzo di stoffa. “Le Piramidi” sono le ultime piaghe di questa gente. Un’assurdità reale, un sistema così inverosimile trasformato in realtà dal nonsense del Tropico. Se certa gente su poltrone vellutate ha moltiplicato i pani e i pesci in poco tempo perchè non potrei riuscirci anch’io, questa la matematica del meccanismo.

Perditi con me nei sentieri di Sierra Nevada e raccontami la tua terra. Parlami di tuo trisavolo e di Simon Bolivar, di una vecchia strega e del suo iguana, di quello che mangi e dell’aria che respiri. Raccontami tutte le tue favole indigene e mettici dentro il secolo ventuno, un aereo, il futuro. Tu sei Colombia, indecifrabile e magica.

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traffico, fumo, altitudine, arepa con huevo, chinatown, mamme andine coi figli sulle spalle, lunghe trecce nere, freddo, eleganza, multietnicità, mille facce un solo paese.

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Ford Mercury 360 anno 1962 avanza a ritmo di funky. Tra cavalli e ganaderos, tra formiche e fiori a 64.000 bit, tra la mia mano e i tuoi fianchi. Una finestra di trenta pollici illumina uno spazio di tremila mondi. Taglio cucio copio incollo i miei quattro stracci al tuo costume di principessa, il colore a risoluzione massima inganna con un ritratto da circo un’essenza pura, in bianco e nero. Tagli cuci copi e incolli le mie labbra all’intima percezione della tua anima.

Un cristo in croce un sogno di calce e un vecchio revolver, una immagine e mille significati nascosti nell’effimero frame in alta risoluzione. Lo sceriffo e il camionista, i miei rayban e le tue conchiglie, un raggio di sole supera il multistrato verde del tropico travolge insetti a forma di ramo trafigge le sponde del camion e si suicida sulla tua pelle d’ebano. Il pastore coi suoi due muli, completamente perso in altri viaggi, passa accanto al gringo e lascia coda di tabacco in fumo.

E poi l’uomo dal baffo nero bestemmia, e il poliziotto in moto sorride, e le nostre storie appaiono in dissolvenza mentre sulla finestra scende la notte e si rovescia il nero.

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AEROPORTO.
“…il motivo della sua visita in Colombia?”
“in che senso, scusi?”
“dico: studio, lavoro, turismo…che ci metto?”
“ah. Non so. Ci metta: non so”.

SUPERFICIALITA’
“gli europei sono superficiali”.
“ció può essere vero, signora”.
“ma non tu. Tu ti fai 50 ore di viaggio per vedere la tua ragazza”.
“bè, si, è vero”.
“vedi? Tu non lo sei”.
“beh, in veritá sono qua per fare l’attore in un cortometraggio”.
“còmo asì?? Allora sei superficiale anche tu!”
“…ma la regista del corto è la mia ragazza”.
“vedi? Lo sapevo che eri una buona persona”.

TRA PALCO E REALTA’
“Andrès, ti sei reso conto che il tipo che ci ospiterà sul set a Santa Marta è il padrone del villaggio intero?”
“veramente?”
“e che accetta il ruolo di camionista a patto che giriamo le scene dell’arresto con poliziotti finti?”
“ha detto cosi?”
“e che ha detto che il revolver dobbiamo trovarlo noi perchè il suo è sotto sequestro giudiziario?”
“sotto sequestro giudiziario?”
“e che accetta di ospitarci tutti e 15 nella sua hacienda a patto che non ci siano tra noi teste calde con ferri e piombo?”
“merda”.

MESSICO E NUVOLE
“…perdersi, riperdersi, e ritrovarsi”
“perso a guardare un cielo blu”
“non è blu. è cielo”.

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