Archivio per la Categoria Cuneo

Sig. Pinotu: “… e quindi sì, quel bastardo di #### mi ha denunciato perchè ho scaricato del letame davanti a casa sua”.
Sig. Pierìn, rassegnato: “eh. Cosa vuoi farci. D’altronde è uno scapolo. Logico che voglia rompere le balle”.
Gli astanti tutti, con espressione stupita e interrogativa: “…???…”
Sig. Pierìn “…ma sì, è così. Non vi siete accorti che da che mondo è mondo gli uomini che non si sposano sono quelli che fanno più casini? Quelli che danno problemi? Uno si sposa e sta tranquillo. Quella gente lì no. Poi allora gli ormoni un bel giorno gli danno alla testa e rompono le balle a tutto il mondo. E’ sempre stato così. Tutte le più grandi teste di cazzo della storia erano scapoli”.

(fedelmente tradotto dal piemontese da Baltic Man).

20 di luglio, Indipendenza Nazionale Colombiana. Per un giorno i confini della “civiltà” sono il centro nevralgico dell’azione, e nell’amazzonica Leticia nientepocodimeno che Uribe e Shakira si trastullano con la Gloria degli Dei che il popolo colombiano riversa su di loro. La televisione mostra, in diretta, la marea di gente che ancora una volta risponde all’appello e si riversa nelle strade per chiedere, déja-vu infinito, la liberazione di chi non è né candidato presidente né cittadino francese ma ancora soffre l’incubo di un sequestro.

20 di luglio, etere e sensazioni. Lo stesso schermo blando mostra adesso un qualcosa d’insolito. Chiesette pedemontane e stradine di paese. Strade lontane e destinazioni vicine. Il Tour de France arriva oggi a Prato Nevoso, 40 km da casa (?), 40 km conosciuti metro per metro e mille volte percorsi. Intorno a me, lentamente, il conciliabolo di colombiani raccolti davanti allo schermo raffredda il fuoco dell’emozione patriottica per condividere la sospensione tra due mondi che s’illumina sulla mia faccia. Il ponte di Cuneo, la strada che si apre in due a Miroglio per inglobare la chiesetta ottocentesca, “Marchisio Mobili di Gratteria” al lato della strada sono dettagli che assumono la loro fondamentale importanza solamente quando appaiono a 10.000 km dalla loro reale esistenza. Poi mi accorgo delle giacche a vento della pioggia e controllo la data sul telefonino. 20 luglio, estate cuneese.
20 luglio, Muse a Bogotà. Più di una trama sotterranea si sviluppa sotto l’apparente banalità di un semplice concerto rock. In primo luogo, perchè chiunque abbia visto Muse live o si sia scaricato il Live in Wembley sa che non si tratta di un concerto ma del concerto (il riconoscimento del “Best Acting Live” che da anni ormai si assegna alla band gallese ben fotografa il concetto). Ma c’è di più. Da sempre, il binomio Colombia-terrore che spaventa gli organizzatori di eventi&spettacoli escludeva Bogotà da qualsiasi tournée vagamente importante. I prezzi osceni delle compagnie assicuratrici permettevano all’appasionato pubblico colombiano di godersi solamente rottami e nonni-rock come Brian Adams, Marilyn Manson o Iron Maiden. Senza offesa per gli Iron Maiden e per i nonni, gran categoria. Soprattutto se rock. Dopo l’esempio di Bjork, però, una band all’apice della sua carriera osa rompere i canoni e includere Bogotà nel loro world-tour. Black holes and revelations.

L’amore è una faccenda pericolosa. Immaginati artista, immaginati scrittore o regista. Logicamente ti innamori in quello che la tua mente produrrà, è inevitabile. Sognerai di notte il tuo soggetto, lo vedrai giorno dopo giorno sempre più uguale all’orgasmo dei tuoi sogni. Guarderai il tuo soggetto con occhi tutti tuoi, e gli stessi occhi li sposterai dall’incanto che un tempo ti colpiva. E allora si sarà aperto un tunnel a discensione verticale accelerata, fino a laggiù dove finisce l’obiettività. Ma anche l’obiettività è una faccenda pericolosa.

Sempre più spesso la popolazione colombiana mi chiede di contrattare un taxi per loro. “Tu riesci a strappare un prezzo migliore”, mi dicono. Devo ancora decidere se esserne orgoglioso o no.

In Colombia è arrivata “l’onda invernale“, perbacco. Robe tipo inondazioni catastrofiche, villaggi allagati, e sorprendenti sono le risposte tipicamente sudamericane alla cosa: una comoda attesa sulla poltrona galleggiante, aspettando che l’acqua se ne vada. Anche a Cuneo piove e la gente muore. Toh.

To feel. What a beautiful world is this one. When you translate it in other languages, you loose somewhere the real meaning of it.

Oggi è il giorno dell’apocalisse. C’è una concatenazione di potenziali eventi che, in caso di esplosione, provocherebbe una reazione a catena dalle conseguenze catastrofiche su scenari futuri multipli. Ho affrontato la cosa svegliandomi in ritardo, e contemporaneamente sono finiti lo shampoo e il dentifricio. Cattivi presagi.

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Bizzarro connubio di latinismi e metallo. Voci da Bogotà parlano di un accampamento a cielo aperto che va avanti ormai da 4 giorni, nel Parque di Bolivar dove tra un paio d’ore inizierà il concerto degli Iron Maiden. Non mancano i toni del grottesco, postumi di una presunta intervista vecchia 15 anni nella quale - si narra - Bruce Dickinson dichiarava più o meno: “Fosse per me, sparerei una bomba atomica sulla Colombia”. Logicamente ho pensato di unirmi alla combriccola, ma mi hanno spaventato le 20 ore che mi separano dalla capitale. Poi, mi sono detto che per la musica effettivamente mi sono macchiato di pazzie ben peggiori, ed è a quel punto che sono giunte le paranoie economiche di un bilancio da far quadrare. Ho quindi trovato un’altra giustificazione nel detto universale “dai, si vive una volta sola”, ma è sopraggiunta un’altra constatazione. I Maiden non mi sono mai piaciuti più di tanto. Mai, escludendo forse solamente Live after Death. Mi è sembrata una giustificazione accettabile.

Una certa percentuale di chi capita su questo blog non ha la minima idea di come funzioni la faccenda, o di cosa sia quel pezzo di plastica posto sotto la loro mano destra, altrimenti non si spiegherebbero mail quali “scusa ma come si fa a vedere quelle cose lì che avevi scritto più o meno intorno a Natale?”. C’è però una notevole percentuale di gente che, come si dice, “ha studiato”, ed a loro chiedo: si può pubblicare una presentazione in PowerPoint su un blog, che so, mettiamo su questo blog?

Ci sono chiari segnali che l’uomo saggio deve saper leggere. Cinque minuti fa, per esempio, la ragazzina più giovane che popola questa simpatica casa già conosciuta ai più ha sfasciato completamente la porta-finestra, vittima di quell’effetto collaterale chiamato trasparenza che ci inganna, ammettiamolo, un po’ tutti. Nei giorni prossimi Baltic Man entrerà nella sua nuova magione, non si scherza con il destino.

C’è una via vettoriale più di altre che ricorda terre lontane. L’odore (puoi leggerci puzza o puoi leggerci profumo) di benzina che riempie allo stesso modo le strade del Sur o quelle di Pechino. Non è la stessa benzina del mondo di sopra, nessuno sa cosa brucino per davvero queste macchine, ma è un qualcosa che sa di lontano.

La metamorfosi del “viaggio” raggiunge e supera infiniti stadi. Uno in particolare va sempre approfondito: il viaggio mentale. Tutti dovrebbero perdersi in un labirinto infinito semplicemente riposando gli occhi oltre il qualcosa, e risalire fino al Principe dei Perchè trasportato da un giro in si minore. Collegare con l’assurdo orbite che altrimenti non si toccherebbero mai, e da lì contemplare in dolby surround il tutto.

-(la foto sopra è di una certa Tarja)-

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C’era quello che era partito con il primo treno, non importava la direzione, ed era finito in India. O quell’altro, che con due rollerblade ed un ingegnoso carretto voleva scivolare da Cuneo alla Normandia. O quell’altro ancora, uno studente tedesco: finita la maturità, aveva bisogno di pensare con calma sul suo futuro, e allora nell’atmosfera vecchio stile di un viaggio in mula sulle Alpi fino all’Italia avrà trovato la sua via. C’era uno spagnolo, se ne stava a Cuba da mesi e mesi, scriveva a qualche giornale e così sopravviveva. Ricordo anche l’australiano, rimasto imprigionato dalla vodka di Riga e intrappolato là per sempre, e c’era quell’altro che da Mondovì ha pedalato fino a Vladivostok. L’imprevedibile, solitario, stupefacente Matt, scomparso nella steppa del Gobi per riapparire mesi dopo sotto il castello di Kaunas. C’erano gli autostoppisti, tutti gli autostoppisti, che da Istanbul arrivarono ad Amsterdam e da Siviglia raggiunsero Odessa. Un napoletano, uscito da chissà dove, suonò con noi sulle strade di Spagna. Ce n’era un altro, un professore, che il giro d’Italia se lo fece in canoa, e c’era quell’americano che girava l’Asia vendendo software o cos’altro su eBay. C’era sempre il solito, quello collaudato, che se ne sbatteva di febbri gialle o verdi ma voleva fondere una Lada sempre dritto verso Est.

C’erano tutti, ed erano tanti, e li incontravo sempre e solo sulle strade del mondo, compagni di viaggio per cinque minuti ed eroi per sempre.

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Pare proprio di essere atterrati nel deserto. Ricordo domeniche pomeriggio antiche, dove quando splendeva il sole i comuni mortali andavano e si moltiplicavano nei più svariati lidi, lasciandosi andare alle più fantasiose passioni. Salivano al cervello le idee più svariate, si spandevano nell’etere messaggi e voci e in tempo zero un qualche compagno d’avventura appariva disponibile e fiero verso il Peggio.

Negli amletici tempi moderni, tuttavia, pare ci siano forze oscure capaci di rompere gli umani consolidati meccanismi. Forze oscure tutt’altro che ignote, malevoli immensità dai nomi più accantivanti ma al tempo stesso interessanti: quella in questione si chiama per esempio “Mondovicino“.

Pare sia sorta infatti in queste controverse zone una diavoleria con questo nome, capace di modificare profondamente l’habitat naturale dell’homo-portafolius, testimonianza diretta di quella follìa generalizzata che dà vita a perle di saggezze eterne quali “tutto il mondo è paese“. Inutile dire che con tutti i mezzi si tenta di trascinare il sottoscritto in quell’insano Eden, tentando l’abbordaggio con tentazioni (guarda che ci sono gli hard-disk da 2 terabyte a ?.9999 euri), descrizioni (dicono che centro commerciale è il più grande del Nord Italia e il secondo più grande del Sud Europa), esagerazioni (dicono che questo centro commerciale è il più grande di tutti gli altri ed è il secondo più visitato della galassia), e valide argomentazioni (no guarda domenica andiamo lì perchè tutti vanno lì).

Quando ormai preso dalla disperazione e dal rimorso pensavo solo più espiare le mie colpe e dirigermi di corsa verso la Mecca, scopro cose quantomeno bizzarre. Pare infatti che, il giorno dell’inaugurazione, nell’Ombelico del Mondo in questione regalassero ai primi tot. traviati una quantità X di beni irrinunciabili, quali lavatrici e telefonini e ferri da stiro. Di fronte a una così accattivante proposta, è logico e inevitabile e giusto che una folla umana indescrivibile si sia ammassata davanti ai cancelli dalle 3.30 di notte (!), nonostante peraltro il buonsenso induca a pensare che presumibilmente tutti possedessero già una lavatrice un telefonino e un ferro da stiro.

Ora tu, simpatico ingaro ed in buona fede, penserai che questo è quanto. No. C’è di più. Perchè le cronache del luogo riferiscono di una rissa, un prevedibile confronto tra Signori, eroico sacrificio nella “guerra di posizioni“. Si mormora di come un duellante abbia avuto la meglio su un altro a colpi di morsi, portandosi a casa prima ancora che lavatrici telefonini e ferri da stiro il lobo auricolare dell’avversario.

Di fronte alla necessità evidente di prese di posizioni, la coscienza impone prese di posizioni nette, attive, senza attendere la probabile autodistruzione a colpi di morsi dei nostri “simili”, e le idee e le proposte abbondano.

Scartata l’irruzione armata di mitra sul modello americano, la linea odierna parlava di un’invasione della Cattedrale con porci e maiali che scaricati davanti al portone di ingresso semineranno il panico tra lavatrici telefonini e ferri da stiro. Tutte cose che, tra l’altro, si trovano anche altrove.

cala.jpgcala.jpgcala.jpgcala.jpgcala.jpgcala.jpgcala.jpgcala.jpg cala.jpg      CONTINUA??

Non ti capita, in momenti di sovrappensiero totale, che so per esempio quando sei alla guida in autostrada, di chiederti come possa sopravvivere gente come Calogero Gerry Calà?

A me spesso. Si tratta, più che un dubbio, di un tormento. Veramente, dove trova da mangiare uno come Calogero Gerry Calà? Forse ha ereditato ingenti fortune? Ha forse sposato una ricca benestante? Usufruirà per caso di una di quelle tante associazioni benefiche, prodigate per il sostegno anche ai più disagiati che, si sa, un pezzo di pane non lo negano mai a nessuno?

Ebbene no, caro il mio automobilista distratto. Perchè se passi a Ceva, nel Mezzogiorno Cuneese, scoprirai che c’è ancora qualcuno che paga pur di averlo su un palco!

Non te lo aspettavi vero? Neanche io. Ma tanto io non ci sarò. Io sarò a Orvieto.

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Eri bella, e lo sapevi. Ma non bella per i tuoi balissimi orpelli di modello-carino-socialmente-impostato, uno strano gioco piuttosto rendeva irresistibile ai miei occhi proprio tutto quello che a te, probabilmente, non piaceva. Lasciandoti con l’ignara sicurezza mentale che uno specchio, ereditato da quella matrigna là delle fiabe, ti celebrava al primo sole.

Ti ho rivista, l’altra sera. Io sono stato tantissime settimane in giro e tu sei arrivata ai tuoi 19 anni.

Ti ho rivista dopo tanto tempo e in un attimo ho capito che no, non avrei mai potuto vincere contro quel tarlo attaccato alla tua carne che ti possiede ti resetta e ti strangola, malattia incurabile radicata dentro di te che sfocierà nella laguna dei tuoi sogni di Ragazza di Provincia.

In un attimo ho capito che non arriverai mai in un prisma grigionerocolorato della città, mai giocherai a fare l’universitaria, che non proverai mai a guardar più in là delle colline fino al mare, e poi più in là del mare fino alle prossime colline. Non dormiremo mai su una spiaggia lontana, e nemmeno ci ubriacheremo in un treno diretto verso il Mattino, non posso nemmeno sognare di sognare con te ballando in cima al Mondo per una notte perchè tu, di arrivare fin lassù, avrai paura di provarci.

© by Baltic Man