Montagne denudate del loro intimo silenzio, sacrilego rituale pagano non peggiore di altre barbarità valligiane [i centri commerciali traboccano. Umanità bambina].
I moderni pellegrini inseguono sulle cime più alte la chimera di una diretta televisiva, “esserci” significa “essere là dove si spingono le telecamere”, esistenzialismo applicato alla realtà contemporanea.
A lui comunque tutto questo non interessa.
E’ lì per la musica, la voce del passato invisibile nel tempo.
Lo speaker radiotelevisivo esagera gli intervalli tra suono e silenzio, frenesia del piano di sotto in contrasto con ritmi d’altura, tradizionalmente, lenti.
Donizzetti, Mendelssohn, Rossini. Dove giocavano già più? In un’epoca in cui l’arte primeggiava sullo spettacolo, e il re stringeva uno scettro e non un microfono.
Le montagne, comunque, sempre uguali. Sempre lì, millenarie.
Lo speaker esalta aforismi di patria e bandiera, eppure per lui gli unici eroi possibili indossavano parrucche bianche e vestiti a fronzoli, romantici simboli di rinascimenti perduti.
A contraddire lo speaker comunque ci sono le casette militari. Pietre su pietre, sangue su sangue, pietre su sangue. La montagna non ha pietà per i labili confini dell’uomo. Sessant’anni dopo l’ultima carneficina, la montagna tutto cancella e niente perdona.
E poi comunque ci sono le aquile, i fiori, le nuvole, il nulla. Un frammento di neve che resiste al grigiume di un mare di pietre, prolungata agonia di un’estate che in extremis vincerà.
L’uomo della televisione comunque continua a parlare, la sua dialettica stordisce e colpisce. Molesta e attira. Irrita e anestetizza. Distrugge, conquista.
La musica propone e s’impone. Insinua ma non obbliga. Illude e svanisce. Dignitosamente vince, è eterna.
Come difendersi da un luogo in cui gli unici segnali di passaggio del tempo sono rappresentati da Pasquette Capodanni e Feste delle Birre spesi ad annebbiarsi, dove la vitalità si misura sugli ettolitri di alcol vomitati o dai record di coma etilico segnati nella festa di compleanno del ‘95, un luogo dove i gggiovani votano in massa leganord e riescono a dimostrare una qualche forma di interesse solo di fronte ad oggetti che si muovono da soli, nei quali investono anni di sudati stipendi e, a volte, muoiono?
Semplicemente, fuggendo.
E’ la Provincia, la provincia di sempre, raccontata dai ligabue, dai vaschi, dagli storici finti maledetti di sempre. Dai maledetti di provincia. Ma è anche una provincia che significa, vagamente, “casa”, e che rappresenta un baricentro costante tra il romanticismo bucolico e l’isteria postmoderna, tra la genuina grezza semplicità e le dinamiche ipocrite del mondo degli altri.
E c’è anche una Festa della Birra, nella mia Provincia. O meglio: c’è SOLO una Festa della Birra, nella mia Provincia. Le maiuscole sono d’obbligo. Storica, rassicurante, devastante, anestetizzante, alcolizzante, massiva, identitaria, eccetera. La Festa della Birra è semplicemente “la festa”, “l’evento” intorno a cui tutto ruota. E’ il “soma“, la droga ideale descritta nel romanzo di fantascienza Il mondo nuovo (Brave New World) di Aldous Huxley. Capace di bandire qualsiasi forma di sofferenza, di annullare la percezione dei propri bisogni ed in particolare, delle necessità umane. Prima su tutte, quella espressiva. Attiva o passiva che sia.
Sì, perchè il problema sorge nel momento in cui, nei giorni immediatamente successivi alla Festa, con gli ospedali ancora caldi di barelle da coma etilico ed i carabinieri che si fregano le mani per le quantità di punti decurtati, gli iscritti al gruppo su facebook ricevono un messaggio tipo questo: “Centinaia di fotografie raccontano 5 giorni di un’avventura alcolica…gli stati piu’ pietosi sono diventati arte per mano della nostra “anima dei ricordi” che non ringrazieremo mai abbastanza….soprattutto per quello che NON ha pubblicato! Cercatevi e taggatevi…se nn siete sicuri di essere PROPRIO VOI…ricordatevi che con ogni buona probabilita’ eravate abbastanza ciukki da prendere quella forma!!“.
“Gli stati più pietosi sono diventati arte”. Ora: è proprio questo il problema. Considerare “arte” l’immagine di se stessi claudicanti e deliranti, così fantasticamente, artisticamente ciukki come Bukowski, o Bon Scott. Una notevole ammissione di decadenza nel Paese di Michelangelo e Pasolini, perbacco. Ma soprattutto, una notevole occasione sprecata per canalizzare la naturale (e legittima! Sacrosanta! Ammirevole!) voglia di evasione di un’intera popolazione giovanile verso qualcosa di più profondo, ed “evasivo” per davvero (Concerti seri. Installazioni artistiche. Proiezioni video. Notti di musica elettronica vera. Danze tribali africane. La discografia di Albano trasmessa in loop per cinque giorni consecutivi. Qualsiasi cosa che non sia una coverband, per favore).
Viene in mente la mail di un caro amico, un osservatore professionale. Curioso di conoscere la famosa Festa della Birra, quest’anno ha partecipato in prima persona. La sua mail “a freddo”, in parafrasi della sopracitata Soma: “Curioso come, attraverso l’alcool distribuito con grande generosità da capitalisti parassitari, si riesca a trasformare un parcheggio nell’evento mondano più importante di un’intera vallata“.
Detto questo, andate in pace. Cercatevi e taggatevi.
L’altro giorno ero a Garessio, paese noto non solamente per il suo noto primato di “paese più bello del mondo”, ma anche per produrre – o meglio imbottigliare – l’Acqua San Bernardo (famosa a sua volta soprattutto per esistere in gradevoli bottiglie).
Ero a Garessio, seduto vicino a una fontana, immerso in un perenne torpore cerebrale, quando se n’è uscito il mio amico dal bar. Con una bottiglietta d’acqua Sant’Anna di Vinadio, prodotta 14.000 curve più a nord.
Dove nello stesso momento qualcuno sicuramente comprava Acqua San Bernardo.
Lo chiamavano “l’ultimo pastore delle Alpi Marittime”.
Conobbe il mondo attraverso la guerra, conobbe l’uomo attraverso la guerra, e non gli piacquero né l’uno né l’altro. Tornò sulle montagne, deciso a non scendere mai più. Non scese mai più.
Per ottant’anni il mondo si dimenticò di lui, poi un giorno, forse perchè la vecchiaia ha ammorbidito la sua pelle, forse perchè il mondo ha sempre più bisogno di idoli, libri televisioni e cinema sono saliti a cercarlo.
Io l’ho conosciuto da bambino. Mio padre, vagando su quelle stesse montagne, l’aveva scoperto di fronte alla sua casa di pietra. Divennero amici, mi portò con lui su dal Vecio, e la visita alla casa di Sereno divenne, con il passare degli anni, un lungo nastro di canzoni cantate con le lacrime agli occhi, di pane salame vino e poesia, di uomini e lupi nel set nero della sua cucina in pietra affumicata.
Un giorno, esasperato dagli uomini e dal mondo, quel nastro mi ricorderà che Armando Sereno è esistito per davvero.
Hai firmato un mutuo di quarant’anni per comprarti il villino, e mi parli del mio futuro che è ormai fottuto.
Vai in chiesa a costruirti il mito di vite ultraterrene, e firmi decreti folli per esorcizzare – terrorizzato – la morte.
Sopporti un amore per inerzia, e pretendi d’infarcirmi coi tuoi discorsi del cazzo sul senso della coppia.
Spegniti, messaggero ipocrita di consigli non richiesti. Accetta e riconosci l’esistenza del bello, del diverso, dell’arte, della devianza, della prospettiva, del punto di vista, della personalità, di tutto ciò che può esulare da quelle due linee rette che hai tracciato per me. Lasciami vivere giorno per giorno finchè morte non mi separi o finchè ne avrò voglia, e se proprio vuoi salvare una vita, comincia dalla tua.
Quel grandissimo rompicoglioni del termometro della mia macchina ha smesso di lampeggiare, di tintinnare come una lanternina cinese, di scrivere “occhio che vivi in Finlandia”, di minacciare “ti spalmerai sul ghiaccio alla prossima curva”.
Anni e anni di retorica e di lagne sfumano in un solo minuto. Ne avete riempito le sale d’attesa ai dottori, in ogni lingua l’avete menata alle file dei supermercati: questa valanga a cielo aperto sommerge anche voi. Oggi si, rinchiusi e incolonnati in un’autostrada, preoccupati davanti a una finestra per il tetto strapieno di neve, bagnati marci a spalare un verosimile buco nell’acqua, godetevela tutta la vostra bella stagione di una volta.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”