Archivio per la Categoria “Fratello”
Scritto da Baltic Man in Colombia, Fratello, Italia, Magdalena, Storie, Sud America, Viaggi, Vita, tags: campesinos, cienaga, contadini, infanzia, langhe, Magdalena, nonno, paroldo, ricordi
La cienaga del Magdalena s’impadronisce delle terre. Rassegnati sotto il sole cocente, i contadini di ColombiaCaribe abbandonano le loro mule per canoe e a colpi di machete si riprendono ciò che resta del loro duro lavoro. Facce forti, facce brave, e in spagnolo “bravo” non è il buono ma l’arcigno, il duro. Figli della terra e terra stessa, rapporto profondo e totale coltivato (questa è la parola giusta) senza più contar gli anni o i decenni, solamente le stagioni.
Ricordo un universo lontano. Erano gli anni delle macchie d’erba sui jeans, e io spendevo i miei pomeriggi in campionati di calcio contro mio fratello tra le pietre e la terra delle Langhe. Ritrovo nella cienaga che si consegna lenta alla notte quelle immagini di paradiso perduto. Quell’indimenticabile giorno dove il tramonto si fermò. Il sole rimase sospeso a mezz’aria, imbarazzato come un falso vicino di casa per immischiarsi nella promiscuità di fottute vicende umane. Eppure non abbandonava, nel calore del suo ultimo abbraccio quotidiano, le rughe di quel vecchio – mio nonno, le sue rughe e il riverbero degli occhi all’abbraccio della luce.
Il silenzio fermò il pallone e il motore del camion, violento, s’impadronì della scena. Nel surreale della polvere trasportava via con sé un trattore, un vecchio trattore, uno di quei ferrami da campo che ancora si vedono là dove l’agricoltura è una vocazione generazionale e non solamente un commercio drogato. Io e mio fratello lo vedevamo allontanarsi lento, nell’eterno tramonto dell’estate che inizia, sempre più piccola la nostra astronave arancione scompariva all’orizzonte.
Una lacrima mi bagnò la spalla. Per la prima volta vedevo mio nonno piangere, mio nonno, più duro di quella terra che da sempre combatteva con la forza del sudore. Fu un’occhiata, fu un secondo, fu una vita: “questa volta il mio mulo mi abbandona”.
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Scritto da Baltic Man in Amici, Baltico, Ceva, Cracovia, Fratello, Kaunas, Lithuania, Mongolia, Notte, Persone, Riga, Russia, San Pietroburgo, Svyturys, Viaggi, Viaggi Mentali, Vita, tags: Amici, Doriana, Erasmus, est europa, festa, honk kong, houston, Kaunas, lituania, moska, nostalgia, Riga, San Pietroburgo, varsavia
Apro Skype e inizio a raccontarmela con Arno. Mi parla di Russia, si rimpiange la tabula piena di nullo Mongolo di un anno fa, mi racconta che quest’estate dopo esser tornato in Francia e prima di tornare a San Pietroburgo passerà un paio di mesi a lavorare ad Amburgo, e gli preme pianificare un incontro da qualche parte in Spagna o giú di lì, nel frattempo.
Inizio così a scambiare due parole con il brother d’america, disperso nei campi (da calcio) del Texas compie 18 anni si regala il sogno di un futuro a stelle e strisce. Mi racconta cose che già so e nel frattempo lo invidio, lo comprendo, gli auguro il meglio per la sua maggiore età che nel delirio americano non è maggiore età. Vorrei parlagli ancora ma mi scappa nel suo mondo di neogrande, the god-damned.
Passo le notti a parlare con Paolo, estasiato da quelle 12 ore di fuso perfetto che trasformano il canto dei miei grilli stanchi nel delirio del suo traffico a Honk Kong, e insieme ridiamo e insieme piangiamo su quanto è grande e bello e diverso e strano il mondo. Sono conversazioni che sanno al tempo stesso diSvyturys e d’oriente, nel sottofondo delle sue parole milioni di formichine da new-economy.
Dispersa nel nulla vaga Doriana, nella sua costante deriva su un piroscafo reale intorno a un continente irreale e sudamericano. Appare raramente e come appare scompare, ma nel frattempo ha lasciato uno schermo sullo schermo, uno squarcio devastante e aperto, e velocemente tutto si svuota e davanti agli occhi rimane la magia del Fu. Poi tutto si ricuce e appare Cesar da Madrid maledicendo tempi duri e votandosi propenso a un prossimo disordine universale.
Trovo nei pallini verdeskype tutta la Lituania, un paese e tre città che mi scrivono mi ricordano si informano e mi fanno viaggiare fin lassù, insieme a loro, come è giusto che fosse e come un giorno sarà ancora. Uomini donne ragazzi e ragazze che saranno come me per sempre, me li porterò dietro sottoforma di pallini verdeskype. Ragazzi, ragazze e certezze.
Non spezzo il filo che mai si ruppe con il mio pezzo di anima baltica disperso tra i castelli della Loira, parliamo di cose lontane che pure appaiono più vicine, e nitide, e fulgide nell’immaginario dell’un-l’altra lì a viverle. Affido all’etere il compito di trasportare passioni semplicemente accantonate. Nell’incanto dell’illusione, vivo profumi e sapori di labbra lontane.
Di tanto in quanto, ritornano così alla luce pezzi di notti vissute, angoli di Varsavia o di Riga o di Mosca che arricchiscono il tutto della loro indelebile presenza, pezzi di altri pezzi che si ricompongono in un ordine superiore da custodire gelosamente e sotto vuoto. Mancano però troppi tasselli, troppe facce vissute e adorate, frammenti di quella vita avanticristo che fu e che sembra inesorabilmente avviata verso la perdizione nell’immobile oblio del feudo natale.
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Tutto si fonde e si confonde in un weekend che profuma di mito. The show is going, lì tra i mille e più locali al neon della downtown di Austin…dalle taverne invalicabili ai minori di 21 anni la magia si espande, e come un viaggiatore in asia intrappolato dalla moltitudine di aromi che avvolgono e rapiscono l’avventore della notte di Austin sarà preso e sbattuto dentro uno e poi l’altro e poi l’altro locale ancora, trascinato dalla forza del Blues o del rock ‘n’ roll.
E’ tutto al primo stadio, melodia sporca come esce dall’ampli e melodia rimasta incollata alle origini, senza sintetizzatori elettronica e onde radio. E’ cappellacci e sudore, stivaloni e stratocaster, soli e fantasia.
Il background è di facile intuizione, 6 metri per 5 di stelle e strisce che benedicono chitarra voce basso batteria tromba ed armonica, mentre quel sabato sera assaggiato in centinaia di canzoni prende forma nel suo habitat naturale, proprio lì dove troppi anni prima nasceva l’intramontabile mito di Steve Ray Vaughan .
L’imminente mattino non rompe il meccanismo. All’ora del pranzo c’è la seconda indigestione di musica. Un locale-tipo, i tavolini sparsi di un ristorante selfservice si ammucchiano davanti ad un palco, dove all’una del pomeriggio (!) lo spettacolo riprende: un quintetto di neri irrompe con il loro Gospel, mi diverto a pensare ai loro connazionali italiani contemporaneamente a sballarsi con l’un-due-tre del liscio. Potenza e precisione mirabilante, ma il prezzo del biglietto lo valgono tutto le facce dei presenti, mi giro mi rigiro inquieto a cercare John Belushi o Aretha ma inutilmente. Mi distrae un vecchio, interessato alle insolite presenze italiane, cerca di spiegarmi le magie di questo Texas dove lui andava a scuola attraverso i ranchs in cavallo. Il chitarrista si è ormai distaccato dalla realtà, immerso nei suoi infiniti giri d’assolo.
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Il suolo americano e’ frenetico, non mi si lascia il tempo di comunicare deliranti impressioni di 49 ore di viaggio-no-sleep.
Le prime impressioni di questa grande America sono strane, semplicemente si accumulano tutti gli elementi piu’ semplici visti e rivisti in anni di film holliwoodiani e si trasformano in realta’.
Non c’e’ tempo per pensare, la meravigliosa famiglia che mi ha rapito mi strappa da qua per trascinarmi ad Austin, capitale del Texas (anche tu pensavi che la capitale del Texas fosse Housto, nevvero?)
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Non saprei nemmeno spiegare bene perchè. Semplicemente è un qualcosa che si sa di dover fare, una di quelle scie modello-Cometa da seguire senza bisogno di altre risposte. Una specie di treno, che passa in quella piccola stazione vicino a casa tutti i giorni e che basta prendere, non per salvarsi e nemmeno per fuggire a qualcosa, solamente per andare. Per liberarsi da situazioni che calzano attorno alla mente e all’anima perfettamente, troppo comodamente, così comodamente che lentamente assopiscono in un caldo abbraccio energie che comunque esistono. E’ chiaro e palese che è tempo di andare, di succedere ancora una volta e ancora una volta in un altro posto, di strizzare tutto come una spugna con la consapevolezza che al ritorno sarà meravigliosamente zeppa un’altra volta; si chiudono i libri dei Grandi Maestri e si aprono pagine bianche da riempire di mondo. E’ l’ultimo passo quello più difficile, il movimento delicatamente brusco che separa due mani che si stringono e sfiorandosi prendono due direzioni diverse nella speranza che dall’altro lato del mondo si possano incontrare di nuovo, è infinità e battaglie. La forza dell’istinto è superiore a tutto, oltrepassa inestricabili barriere di assurda burocrazia, si aggrappa a Perle Preziosissime che le università sanno offrire e si dirige verso la direzione ostinata e contraria a quella dell’ultimo arrivo. Legami indistruttibili di Case passate si preparano ad accogliere nuove cellule esagonali dello spazioso alveare. Sul sedile di fianco appariranno certezze, figlie di promesse sincere in notti vissute tra umide mura e in macchine rosse, profezie di viaggi a quattro mani finalmente avverate ma compagni di viaggio già da tempo e per sempre. Da qualche parte mi aspetta un fratello, calamita da potenze infinite che superano montagne ed oceani, e porteranno a texane ricongiunzioni di famiglia e di feelings. E poi, nella più assoluta passività, il vento del Sud America saprà portarmi fino alla prossima casa, al prossimo tutto, dove la vita prenderà i colori della Colombia del Nord.viandanti
viaggiano i perdenti
Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua San
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua Santità
Viaggiano ansie nuove
Sempre nuove…
Cadono di vertigine…
.Giovanni Ferretti.
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Citazione dei bei tempi andati di Asterix & Obelix: Sono Pazzi Questi Americani.
Dopo tempo immemore si è infatti realizzata nuovamente una comunicazione bidirezionale con il Fratello d’America, approfittandone così per scambiarsi gli ultimi pensieri su questo Mondo Difficile.
Bizzarre le considerazioni principali che si traggono dalla skypetelefonata; prime su tutte l’incipiente difficoltà del Parente di maneggiare la lingua italiana che dopotutto nei tempi passati ben conosceva: frasi come “il biglietto aereo è caro” sono diventate “il biglietto aereo è espensivo“. Funny.
Devastante però la scoperta sugli usi e costumi giovanili nel Texas: la totalità dei minorenni (concetto che determina chi non ha compiuto gli anni 21 di età) può sì circolare a mano armata (non proprio legalmente) guidando Cadillac a cambio automatico dai 16 anni di età, ma non può farlo dopo mezzanotte. Tassativo poi il proibizionismo sugli alcolici (in perfetta tradizione yankee), sui normali alcolici s’intende, che potranno solo essere degustati al compimento della maggiore età. Il tutto monitorato da pattugliamenti di polizia, un vero e proprio coprifuoco punito addirittura con il carcere per i ribelli. Wonderful.
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Piovosi pomeriggi di provincia invogliano all’uso del Net.
Spuntano così, da quel formidabile mondo che si nasconde in quel piccolo modem, altre cose interessanti:
- Di Anobii, ne avevano già parlato tutti quei blogger molto più avanti di me. Bisogna ammettere che è una cosa interessante, per socializzare con lettori dai gusti comuni, per scoprire pubblicazioni sconosciute, per catalogare semplicemente un proprio “curriculum di libri” personale giorno dopo giorno.
- Twitter, invece, lo scoprii per caso tempi remoti addietro. Incuriosito me ne ero avvicinato, poi l’ho abbandonato, i piovosi pomeriggi di provincia di cui sopra ci riavvicinano di nuovo.
- Non si può avere un Fratello d’America privo di blog. Preoccupato per un suo sano sviluppo a distanza, ho provveduto ad aiutarlo.
- Bello trovare anche spunti di riflessione sui giornali on-line più “convenzionali“.
- Il mondo lo stava aspettando, qualcuno ce l’ha finalmente regalato: il website per clonarsi finalmente secondo il Simpson-style. Delirio.
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Ho conosciuto un ex ispettore-capo della polizia, 21 anni contro mafie e grandi criminalità e 5 scontri a fuoco. Adesso ha lasciato la divisa e si dà ai festini più esagerati a Salvador de Bahìa. “Ero stanco di un lavoro che, alla fine, lascia sempre qualcuno piangere“.
Ho un fratello che gioca nella squadra giovanile degli Houston. Adesso è in trasferta a Dallas.
Gli anni ottanta hanno anche prodotto, tra le tutine attillate di Joey Tempest e il pelo di Piero Pelù, i Marillon. Tu li conoscevi? Io no, ma adesso li amo.
Perbacco, dopo due mesi che ospito una lituana mi sono accorto che non l’ho ancora portata a Firenze. Domani vado a Firenze. E anche a Pisa.
“No, signora, mi dispiace ma il codice etico di questo ristorante e mio in particolare mi impedisce di portarle una bistecca ai ferri per il Suo pocosimpatico cane. Non me ne voglia il bestio, ma da qualche parte là davanti qualcuno più tardi aprirà i miei sacchi della spazzatura e mangerà quello che il Suo simpatico animale non ha voluto. Mi dispiace”.
Da qualche parte, su una nave con previsione di rotta Savona - Italia, c’è la peggiore delle sarde di ritorno da Capo Nord che visse con me a Kaunas. Doriana chiamami!
Ho incominciato ad amare la purnonperfetta sanità italiana, così, di colpo. Mi è successo su un marciapiede, a Savona. Ero appena uscito da un cinema dove davano Sicko, di Michael Moore.
“Signori, basta! Non possiamo andare avanti così. Questo blog ha la stessa grafica da mesi e mesi, non vi rendete conto che gli altri bloggers cambiano, aggiornano, sciabattano di html e si innovano? DiaryOfABalticMan no. Insomma, presto saremo completamente fuorimercato. E quel giorno non ditemi che io non vi avevo avvisato! Signori, non ditelo”.
Non lo so cosa succederà, piccola. Non c’è mai stato niente di serio e particolarmente sensato in tutto questo. Però, tu giovedì notte te ne voli via, lassù nel tuo lontanissimo nord. Non piangere, piccola, che lo sai che è un casino anche per me.
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