Archive for the “Germania” Category

Carezzevole esplosione di caldo sulla pelle gelata. Così me ne stavo, inebriato e in piedi sotto la doccia a tracciare un confine tra l’insensato nulla di un altro giorno lasciato alle spalle e l’insensato tutto della notte che stava per iniziare. Metaforicamente in quel bagno andava in onda uno di quei tramonti multicolor che lasciano aperta la speranza, dopo una giornata di pioggia e nebbia. L’acqua mi abbracciava e in quel momento era tutto quel che volevo.

Al di là del muro, percezioni di festa. Electricdance francese accendeva l’ambiente, dopo una mezz’ora di lounge incapace di reggere il passo dell’alcol protagonista in sala. C’era anche qualche irlandese, imbottito d’acido, a vaneggiare un contatto con chissà quale divinità. C’erano dieci ragazze forse cento ma soprattutto una, la mia, che automaticamente serrava ogni possibilità di concludere la festa tra un paio di coscie inedite.

Improvvisa ondata di luce, invasione di voci sintetiche, la porta si aprì. E subito dopo si richiuse riportando l’ovattata situazione acustica al livello rilassante di prima, anche se qualcosa in effetti era cambiato. C’era adesso nel bagno una ragazza, qualcosa di più che “una ragazza”, una presenza tanto divina quanto inattesa rompeva inesorabilmente la tacita unione tra l’acqua e la mia pelle. Per la prima volta nella mia vita mi sentìi nudo.

“Ho sempre apprezzato questo appartamento. Fate di quelle feste notevoli, addirittura la polizia ogni tanto non resiste alla tentazione di fare un salto, non è vero?”
Acqua.
“E tu chi saresti, scusa?”
“Abito qui sopra, da mesi e mesi e mesi ormai, ma voi non mi avete mai vista. Quando esco di casa dormite sempre, e quando torno non sapreste riconoscere un tavolino da vostra nonna.”
Acqua calda.
Lei solleva la gonna e si siede sulla tazza.
“Non volevamo disturbare.”
“Certo che no, semplicemente non ve ne frega un cazzo. E comunque non disturbate. Non me perlomeno. Mi sembra però maleducato non invitare proprio mai.”
Acqua bollente, pioggia acida su terreno fertile.
“E chi ti ha mai vista, a te?”
“La tua ragazza, per esempio. E non è sembrata interessata a quella buona relazione tra vicini dove uno va in casa d’altro a bagnare i fiori”.
Io sono un fiore. Lei mi sta bagnando.
“…e comunque tra una settimana parto, vado a vivere a berlino”.
“e che ci vai a fare, a berlino?”
si alza, si avvicina.
bussano alla porta.
“berlino mi ha parlato l’altra notte in una fotografia. berlino è il centro del mondo, oggi. e domani non lo sarà più. e io devo andarci”
l’acqua è diventata dita, e le sue dita hanno lasciato la consistenza del fisico per il liquido. o il gassoso. o l’allucinazione. respiro vapore, respiro lei.
“il centro del mondo…è sempre un qualcosa di troppo piccolo per viverlo comodamente”
“sarà. tipo un neurone, o lo spazio di un’idea. o un’espressione, una chimera”
grida dal mondo di fuori. sto sprofondando verso gli abissi dell’oceano e da laggiù evaporo. inconsistente umidità. calda umida perdizione
“o una vasca da bagno. per me il centro del mondo è una vasca da bagno”
“oggi. domani non lo sarà più”.

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L’amico Cruz lavora a RCN, il principale canale televisivo di Colombia.
L’amico Cruz ha 24 anni, ha i rasta lunghi un metro, fa il direttore artistico in una telenovela.
L’amico Cruz guadagna cifre notevoli, ha macchina + autista, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Colombia produce le migliori telenovelas del mondo, si dice.
Colombia vive di telenovelas, con le telenovelas gioca a ricrearsi una realtà finta, nelle telenovelas si perde e si ritrova, reale.
Colombia, come le telenovelas, molte volte è un mondo chiuso, diffidente verso il Nuovo, arroccato su quegli stessi principi che già dettavano legge (nella vita quotidiana e nel quotidiano delle novelas) 30 anni fa.

L’amico Cruz a settembre lascia tutto, il suo contratto d’oro la sua “Novia para dos” e la sua macchina con autista, per andare a Berlino a studiare cinema. Niente meno e niente più che rimettersi in gioco, rinunciare alla prostituzione dei soldi, vivere.
Colombia è come Italia, ma con una risorsa in più: ci sono tanti Amici Cruz, tante persone che cercano ancora di cambiare le cose. C’è ancora una notevole quantità di gente che preferisce un equilibrato amplesso con la vita all’alternativa del farsi fottere. Passivamente.

ps: per un tacito accordo entre il sottoscritto e la telenovela colombiana, entrambi possiamo dire di aver condiviso i nostri cammini con una comparsata di due minuti due l’un con l’altra.

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L’uomo sogna di volare. Da sempre, nei sogni di caverna e nelle intuizioni del Leonardo, tra le righe di centinaia di canzoni e le visioni di paramondi fantastici. Eppure, solo adesso l’homo incomincia a fluttuare e innalzarsi verso il Celeste, privo a dir la verità di una qualsiasi aura mistica ma ammassato tra fagottami e posti finestrino.

Revolution is going on. Un paio di mesi fa è morto Tony Ryan, fondatore della celeberrima Ryanair, e in una delle ultime interviste qualcuno gli chiese che effetto fa pensare di aver cambiato la vita a milioni di europei. Altolà, fermi un attimo a riflettere. Effettivamente…effettivamente chi è poco aggiornato di low-cost e artifici simili stenta parecchio a credere che ormai Stoccolma sia molto più vicina di Ascoli-Piceno (a meno che non ci si trovi in Abruzzo, chiaro); analogalmente il santissimo piissimo aficionado di Trenitalia faticherà a comprendere che con 19 euri si possano percorrere (senza ritardo! Satana!) un paio di migliaia di km. La realtà, però, è sotto gli occhi di tutti, sotto nuove forme di “pendolari europei” e sulle seggiole di un aereoporto low-cost, dove i protagonisti di triangolazioni aerei tranquillamente attendono: personaggi come il mr. Ryan e i suoi numerosissimi seguaci stanno veramente cambiando la comune concezione dello spazio-tempo, ed anche piuttosto rapidamente. Con metodi anche piuttosto innovativi: il “check & Go” per esempio consente ormai di arrivare in aereoporto anche solo 20 minuti prima del volo, evidenziando ancora una volta come la realtà sia più evoluta della sua regolamentazione (fino a quando l’Europa tutta non sarà sotto l’egida di quella strana cosa chiamata Schengen, l’omino del controllo passaporto continuerà per qualcuno ad esistere, immortale).

Resiste però irremovibile alle rivoluzioni l’eterna Linea Gotica, quella muraglia di uomini e scanner che giustamente deve impedire che qualche bizzarro mitomane vestito da musulmano danneggi persone oggetti e politiche internazionali con comportamenti birichini d’alta quota. Si tratterebbe teoricamente di un servizio dalla collettività lodato e benedetto, a nessuno dopotutto piace l’idea di finire incastrati in qualche palazzo governativo, se non fosse per la fantasiosa arbitrarietà che caratterizza questa Tragedia.

Ho passato il check-baggage con una lametta di 4 centimetri 4 nello zaino, non istinto killer ma semplice dimenticanza. Lametta peraltro nascosta neppur troppo bene: ma tutti erano troppo presi nel giudicare la composizione chimica dei temibili Rossetti Di Distruzione Di Massa della ragazza davanti a me per rendere il giusto cerimoniale alla mia lametta. Ignaro e spavaldo, con la presupposizione d’invincibilità, mi sono diretto così verso il Duty Bar, dove ho comprato un’ottima Beck’s (Brema è la città della Beck’s, ndr) che ho senza problemi introdotto sull’aereo.

Ed è così che, preso dal delirio, ho spaccato il vetro sulla testa del signore rubicondo davanti a me come prova della mia invulnerabilità e, con la lametta in una mano e un coccio di vetro nell’altra, mi sono scagliato contro l’equipaggio dirottando l’aereo verso l’ufficio della Sicurezza Aerea Europea a Bruxelles.

Ho voluto vendicare tutti gli shampoos e le coca-cole che mi hanno fatto buttar via in una vita di check-in.

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Scendi la´sotto e lasciati torturare dal vento del Nord. Lo senti, sei vivo. Non chiederti davvero niente, tutte le paranoie di plastica sono rimaste ancora una volta la; nelle tue tasche il nulla materiale e´ una presenza minuscola. Lasciati prendere e perdere in mezzo a nuove moltitudini di immagini, scatti di perfezione lasciati li´ davanti a te dal Grande Maestro, uccidi una birra e non offrirne mai a chi ti parla di concetti artificiali che a te suonano satanici. Guarda chi c´e´ al tuo fianco, prendila per mano e senza pregare il “poi” e il “per quanto” celebra l´adesso. Costruisci mille nuove paia d´ali per le cento prossime fantasie di viaggi mentali, e rendi il giusto onore a chi per venti euro ti fornisce quelle reali. Non spiegare a chi ti guarda con quelle facce di bassa commiserazione quello che tanto non capirebbero mai. Scendi la´ sotto e lasciati succedere dal vento del Nord. Brema questa sera e´bellissima.

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Jazz in diretta dall’Australia, classics rock from London, robe strane dai network africani e ridicoli bass and drums dall’est Europa.

La rete aiuta il zapping cantato anni fa da Battiato, con biblioteche di link come Surfmusik.de, catalogo veramente rappresentativo di ogni singolo continente, dove ci si può connettere alle trasmissioni in diretta logicamente gratis.

Senza dover ascoltar le pubblicità.

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Atmosfera stranamente elegante nel pub, questa sera. Sui quindici variegati volti mal si mascherano austere espressioni di circostanza eccessiva. Presentazione, aroma, assaggio, feedback. Degustazione di whisky, per due ore e con intermezzi culinari di gulash e Tarten la cerimonialità è massima. Scorrono comunque veloci i Magnifici Sette Single Malted, e tra un “invecchiato indiano” e un “aromato neozelandese” si arriva alla fine e le carte si scoprono, puntuali, sui mille deliri di un pub tedesco.

Rinuncio per sempre a capire la cinematografia d’oriente, nippocinese che sia. Ci ho provato ancora una volta, e ancora una volta ho capito che non andremo mai d’accordo. E poi, ma quanto sangue riesce a contenere un nippocinese??

Melodie che sanno d’incenso, racchiudono nell’oscurità dei loro timbri tutte le umide ore spese per ingranarne i meccanismi. Melodie che quando trovano la cima della canna di un organo, penetrano senza tregua alcuna tra pietre muscoli e incensi, in un travolgente finale tacitamente satanico.

Diversamente geniali e genialmente diverse sono tutte le case studentesche d.o.c., senza annotarne l’ubicazione perchè esulano comunque da qualsiasi arredo urbano circostante. Questa è popolata dalle più svariate forme di vita vegetali e cavi elettronici ovunque, e si aggira tra di essi il simpatico, bonario, enorme Knut. Rimanda a giungle peraltro mai viste.

Non esistono i controllori, sui treni della Germania. Per il semplice motivo che il biglietto tutti lo pagano, è chiaro. Ah, l’Italy…

Non si fuma più da 40 giorni, nei pub della Germania. O almeno così dice la legge, perchè poi se proprio si guarda bene la faccenda in quel tavolino laggiù qualcuno ne accende una. E anche là, vicino ai bagni. Ah, l’Italy…?

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E’ dei pub della Germania Profonda che escono le miglior cose.

Concerto plurimo con gruppi vari, show delle sonorità più raffinate che spaziano dal power-metal all’heavy-metal, dal prog-metal al nu-metal, sonoritá metal insomma, con fiumi di birra quotata 1,70 al pezzo se si restituisce il vuoto ovviamente.

Le bands sono effettivamente brave, qualcuno di loro porta là dentro lo spirito giusto direttamente dalla Svezia o dalla Finlandia, ma il protagonista principale Re dell’atmosfera che si respira è il pubblico, caldo numeroso e soprattutto equamente distribuito, tra i 2 generi.

La palma d’oro, senza possibilità d’appello, va ovviamente alla Famigliola Locale in libera uscita, il venerdì sera: padre, madre e i due figlioli che al momento della Striscia la Notizia teutonica si saranno chiesti: “allora, scala 40 o una bella commediola americana stasera?” “ma perchè non andiamo a sfasciarci all’Atomkraft Nein???”

E così fu. Complimenti al capofamiglia dalle treccione metriche e i mille tatuaggi, e alla sua gentile consorte questa sera de-li-zio-sa nei suoi stivaloni di pelle e borchie d’acciaio. E complimenti anche ai due pargoletti, di 15 e 10 (dieci) anni, capelli angelici biondissimi stra-lunghi protagonisti perfetti dell’attività del sottopalco.

La famiglia Rossi tedesca.

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“Quindi, te ne vai in Germania?”

“Eh, già…”

“E poi?”

“E poi cosa?”

“E poi, torni?”

“Sì, torno. In Lituania”.

“Ma perchè?”

“Perchè sì”.

“In che senso?”

Per dare libero sfogo a questo tarlo corrosivo, che non è un allergico rifiuto al “Qua” inteso con definizione specifica ma in un’accezione completamente generale e commutativa, questo tarlo che altro non è se non un irrisolvibile malessere della costante insofferenza, che porta inevitabilmente verso una strana forma di dromomanìa cronica, tale che oggi stesso io debba andare a Bergamo Orio al Serio, e da lì in Germania e poi ancora più in là”.

“Ah.”

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