Archive for the ‘Geronimo Carbonò’ Category

Chi non è mai partito non può tornare


09 Set

…si può essere stranieri a Londra, se si è slovacchi o italiani, e l’Europa è un’unica casa?

Nella matematica di questo documentario, il risultato è chiaro.
L’Europa non è – ancora – un’unica casa.

Tre anni di gestazione, quattro diverse città, in Europa.
I profili degli intervistati selezionati accuratamente per non lasciare indietro nessuna possibilità: chi è partito e non vuole tornare, chi è partito e vorrebbe tornare, chi è tornato e sta bene, chi è tornato e non sa se ripartire.

E sommerse tra cifre, numeri e statistiche, molte storie vere, di quelle che succedono dentro.
La confessione di Isabel, che dalla Polonia se n’è andata a Londra e con profitto, ma che oggi non può tornare perché suo marito, australiano, dovrebbe reinventarsi una vita in polacco. Isabel, che scrive un diario affinché i suoi figli un giorno possano capire, tormentata dal dubbio che per i suoi figli, quel giorno, la lingua di sua madre sarà una lingua straniera.

I polacchi a Londra (moltissimi, una nazione a parte), gli italiani a Londra (la sesta città d’Italia, dopo Genova), i tedeschi ovunque, gli scienziati delle stelle a cui il concetto di “confine” sta troppo stretto. E una musica che è soprattutto un canto, e una mano che chiede consiglio ai muri, “continuare a spostare le persone, o spostare le prospettive?”

I muri, come al solito, non hanno risposta.

[Il documentario è stato realizzato nell’ambito del progetto ReTurn – Central Europe].

Arena entre las teclas


13 Mag

Questa mattina la barra spaziatrice del mac è rimasta incollata al suo fondo.

Il salnitro, che giorno e notte invade l’aria di Salgar, si sta mangiando i meccanismi elettronici che danno accesso al mio mondo virtuale.

Tutto suggerisce una rapida fuga.

Guido Boggiani


10 Mag

boggiani

L’archivio conserva i resti dei tempi eroici.
Il concetto di frontiera, il solito feticcio.
Guido Boggiani, pittore, fotografo, esploratore, etnografo.
Viaggiatore, poeta, uomo del suo tempo, omosessuale.
Si concesse il lusso di essere ucciso dagli ultimi cannibali.

Ben pochi sanno quante fatiche e quanti sacrifici costino alle volte queste esplorazioni benché in apparenza modeste; e gli stessi viaggiatori dopo qualche tempo non vogliono d’esse ricrdare che la parte migliore. Ma è un gran brutto trovarcisi! Tanto più per uno, come me, che non dispone nè di mezzi sufficienti nè di gente adeguata: per cui mi trovo spesso a dover pensare a tutto, non solo, ma anche a fare personalmente ciò che i servi dovrebbero fare im vece mia.

Ho pensato bene, o male che sia, di contrattare coi padroni della schiavetta, perché essa rimanga con me per tutto il tempo che resterà qui ancora. Dopo trattative andate assai per le lunghe, vi hanno acconsentito mediante il pagamento anticipato di una decina di metri di tela cotona, di alcuni fazzoletti dai colori vivaci e di altre piccole cosette di poca importanza. Per cui da oggi in poi sono ammogliato… sino a nuova avviso.

Dopo quattro mesi di estenuante ricerca Cancio giunse in unatolderìa (villaggio). Là trovò i miseri resti di Boggiani e di un altro uomo. La testa dell’esploratore era stata fracassata da un’ascia e poi decapitata. In accordo con una credenza locale con questo accorgimento l’anima non avrebbe potuto fare incantesimi. La sua macchina fotografica era stata nascosta in un buco sotto terra

Noapte bună pentru tine


12 Feb

Vaga inquietudine d’azzurro
accade nel crepuscolo di un mediterraneo di provincia
quando le dita si atrofizzano tra le lamiere di un sms
mentre il circo dei gitani si insedia, in caravane milionarie, interconnesse al satellite
e l’uomo dei comandi solo dice: “fai cosa vuoi”.

Faccio l’azzurro perché azzurro è quel che voglio
il colore dell’ombra nell’isometro del display.
Le pozzanghere si allargano di acqua crespa nel parcheggio dei gitani
io faccio l’azzurro, è l’azzurro che fa me.

Metteremo insieme parole inseguendo il caso,
le nostre parole preferite, o chissà, le più scontate.
Parole che si ritorceranno contro, diventeranno materia
carne e cervello e fondi di thé.

Tutto appare confuso all’una e diciassette di un mediterraneo di provincia
tutto appare così chiaro, e irrimediabilmente azzurro.
mentre il circo dei gitani si insedia, in caravane milionarie
l’uomo dei comandi non riesce ad andare a dormire, e solo dice:
“io ho detto tutto, adesso fai cosa vuoi”.

 

Il tamburino magico


19 Lug

E’ una favola di Gianni Rodari, che raccontò Antanas Mockus, a Cuneo.
Un suonatore di tamburo va in giro per il mondo, e al suono del suo rullante ogni problema in qualche modo si risolve.
Gli zoppi smettono di zoppicare, le guerre tra i popoli diventano pacche sulle spalle, i re e gli imperatori aprono le loro cantine alla gente comune.

 

E poi?
A un certo punto il tamburino si rompe.
Il gioco non funziona più.

Antanas, a quel punto, aveva suggerito tre finali possibili.
Nel primo, il suonatore riesce ad aggiustare il tamburino, e la magia riprende il suo corso.
Nel secondo, il suonatore non riesce ad aggiustare il tamburino, e mestamente riprende il suo cammino.
Nel terzo finale, il suonatore non prova nemmeno ad aggiustare il tamburino: quel che è stato è stato, e il resto sarà diverso.

Quale finale preferite?, chiese Antanas.
Io scelgo il terzo.

Hobohemia


24 Mag

Perro silbando

Tutto nasce per sbaglio, tutto cresce per gioco.
Hobohemia è  un esperimento che non vuole provare niente, semplice incrocio di casualità.

E’ una storia dell’estate scorsa.
Kiki scende da un treno a Genova Principe (“biglietto non convalidato!”), un abbraccio sincero, quanti anni sono che non ci vediamo?
Kiki. Impossibile presentarlo. Sarebbe il personaggio perfetto per un film.
[Hobohemia, appunto].

Andiamo in macchina verso Viola.
Arriviamo di notte.
Kiki è venuto da queste parti per vivere queste parti, vorrebbe lavorare nei boschi e dividere pane e formaggio con vecchi pastori, ma vecchi pastori non ce ne sono più.

Inizia la notte.
Sono cinque anni che non ci vediamo.
Io e Kiki ci siamo conosciuti in Colombia, poi ci siamo ritrovati in Cile, quando faceva il badante dei suoi anziani e meravigliosi nonni materni.
“Sai, finalmente ho trovato un popolo, un qualcosa con cui identificarmi”.
Mi parla degli Hobo, lavoratori migranti, romantica realtà dell’America dei pionieri.
Mi descrive il loro linguaggio, cerchiamo insieme su internet traccia delle loro simbologie.
Io intanto accendo la videocamera. Non si tratta di immortalizzare il momento, di renderlo in qualche modo eterno. Accendo la videocamera perché quello è il modo migliore per vivermi a fondo quel momento.

Due mesi più tardi, decido di iscrivermi a un dottorato.
Kiki è ancora a Viola, ogni tanto andiamo a lavorare insieme nei boschi.
Per scandire il ritmo dei colpi di rastrello, lui canta, e scrive i testi sul momento.
In un certo senso, sembra di essere nelle piantagioni di cotone. America anni Venti.

Vado a trovare il mio professore, anche lui non lo vedo da tempo.
“Vorrei qualche consiglio su manuali di sociologia, qualcosa di stimolante e nascosto”.
Il mio professore mi consiglia tre titoli appassionanti.
Uno di questo è “The Hobo. Sociology of the homeless man“.
Lo prendo come un segno del destino: a quel punto abbiamo una storia.

Hobohemia era il quartiere dove si ritrovavano, tra un movimento e l’altro, le decine di migliaia di Hobo che vagabondavano per gli Stati Uniti.
Hobohemia è film che prende corpo intorno a Kiki, è il mondo popolato dai personaggi che lui incontra.
Ci sono vecchi contadini, giovani occupanti di case sfitte, riciclatori di eccedenze alimentari, custodi di castagneti millenari. E tutti galleggiano in un mondo di monumenti che crollano, di linee ferroviarie che chiudono, di una “precarietà occupazionale che è figlia del sistema economico in quella specifica epoca”.
E’ la realtà del mondo quotidiano, condensata nelle piccole storie di chi costruisce castelli di grande dignità, “negli spazi vuoti lasciati liberi dalla società dominante”.

Hobohemia, quindi, contiene tutto e non abbraccia niente.
E’ uno sguardo partecipato, come partecipato era il ruolo di Anderson, nel redigere l’etnografia scritta nel 1923.
Il gioco del montaggio ha seguito lo stesso approccio degli Hobo, che scrivevano poesie per poi abbandonarle sui treni, poesie che venivano scritte per il solo gusto di scriverle.
Hobohemia contiene livelli narrativi diversi, che lungo i 59 minuti del film si annullano da sé.
Ma allo stesso tempo – inutile negarlo – Hobohemia gioca a saltellare tra documentarismo urbano, osservazione antropologica, esplorazione biografica (Kiki),  finzione narrativa e sperimentazione audiovisiva, anche grazie alle musiche del maestro Pier Renzo Ponzo.

Sociologia visiva?
Molto di più, qualcosa di meno.
Uno sguardo Hobo.

Amazonia 2.0


18 Set

Il nostro documentario “Amazonia 2.0” ha vinto il primo premio (sezione “Amerindia”) all’EtnoFilm Festival di Monselice (Pd):

Per lo sguardo sensibile con cui viene narrata la realtà di un luogo nella selva amazzonica ecuadoregna che, attraverso la forza collettiva degli abitanti, si riscatta nella trasformazione di vecchie utopie in nuove opportunità. Un vero messaggio di speranza che travalica i confini geografici.

Tornano in mente le energie spese, i km accumulati per spingere una barca nel fiume, per tirar giù un aereo dal cielo – l’aereo che dovrebbe riportarti a casa -, per raggiungere, avanti e indietro e avanti e indietro ancora, uno studio di montaggio 102 dodici stazioni più in là, i km a piedi dietro a chi ancora vive il territorio a passo d’animale.

Tutto ha avuto un senso, ma si sapeva già prima.

La piccola storia raccolta a Sarayaku si inserisce nell’album immaginario di centomila vicende sentite e mai reinterpretate, nella collezione di capolavori e controversie che ogni giorno accompagnano il viaggio tra i propri simili. Esci di casa e fai parte del film, sei un pezzo di storia nella storia della storia. Sarayaku, Sarayaku… Sarayaku è lontana, i nomi di chi ci abita significano “suono di selva” o “aquila del mattino”, e nessuno di loro ha la lettera “e” e la lettera “o” [l’alfabeto kichwa non le contempla]. Ma la storia che a Sarayaku si racconta è la Storia di sempre, ed è un discorso fatto di tentativi, capriole, intuizioni e coraggio.

Perchè raccontarla?
Per noia.
Per privilegio.
Perchè è vera.
Perchè in quei giorni un aereo non arrivava.

Come raccontarla?
Con tentativi.
Capriole.
Qualche intuizione.
Un minimo di coraggio, e anche un po’ di codardia.

[il film è costato poco, pochissimo. Due anni di lavoro e poco più. I debiti monetari, quelli ci sono ancora.
Se il discorso è l’autoproduzione, l’abbattimento delle barriere tra chi ha voglia di raccontare e chi ha voglia di ascoltare,
allora
forse
finalmente
l’Amazzonia siamo anche noi].

Tutto scorre, niente muta


27 Lug

[Una gradita mail di recensione alle “Voci del Tanaro”]

finalmente visto!
un piccolo gioiellino!
ovviamente “piccolo” in quanto prezioso e raro.
L’idea e’ da subito vincente, un viaggio nel tempo e negli spazi remoti di valli in continua trasformazione attraverso il “verbum”, la parola.
“Negli stessi fiumi siamo e non siamo”, diceva eraclito, tutto scorre e allo stesso tempo non muta mai.
Il “logos”, il linguaggio appunto, ci abita ma da sempre gli uomini non hanno intelligenza. La parola sfugge, non si comprende, eppure tutte le cose accadono secondo questo linguaggio.
Si parla nello specifico di dialetto, l’idioma di pochi e di molti, e ci si perde nelle mille svariate possibilità di dire la stessa cosa.
Affascinante, sorprendente, a tratti pirandelliano come nel caso del dottore che danza e canta freneticamente.
Nella lingua si cela un mondo. Il mondo come tensione; non annula, né concilia ma lo fa essere il contrasto.

“Voce mia tua chissa’ la voce,
voce mia tua chissa’ chiamare questo…”
C.B.

Le Voci del Tanaro – 1


29 Mar

Le Voci del Tanaro e’ un tentativo di Kolossal fatto in casa.
Cinque mesi di riprese, cinquanta persone coinvolte, cinquecento ore di materiale girato, cinquemila momenti di assurdita’ captati lungo il corso del fiume Tanaro, da Briga Alta a Bassignana.

Se ne riparlera’ dal 5 maggio in poi.

Autunno? Viola?


22 Mar

Nell’autunno 2010 siamo andati a vivere tra le montagne e gli amici di mia nonna per raccontare qualcosa. Non lo spopolamento di quelle valli in cui si è scritta la storia del mio sangue, non la morte di una cultura vecchia come la croce, non la rassegnazione di chi ha vissuto – o sente di aver vissuto – e piega lo sguardo indietro per non dover pensare all’assenza di un domani.
Non solo.
Volevamo raccontare qualcosa.

Non eravamo capaci, non sapevamo come fare. Il video nell’éra dell’immagine si è imposto come la forma migliore per chiedere a qualcuno di starti ad ascoltare: abbiamo scelto il video.
Sapevamo di dover avere qualcosa da raccontare – non lo avevamo.

Nel corso delle settimane una cascata di pensieri è rimasta intrappolata nell’obiettivo della videocamera. Abbiamo montato una storia che poteva essere mille altre ma sempre la stessa.
Uomini e donne che si raccontavano, leggevano il mondo, non vi si riconoscevano. La tragedia intravista in uno sguardo rassegnato. Il rammarico serpeggiante, la sincerità nel riconoscere che “è andata così”. In maggioranza anziani, che un giorno furono contadini, mariti, amici d’infanzia. Con il passare del tempo è caduto anche l’inganno del tempo: quel qualcosa che volevamo raccontare, in fin dei conti, non era l’ideale di un paradiso perduto. Andava più in là.

Dopo qualche mese abbiamo iniziato a proiettarlo. Un po’ di gente è venuta vederlo, qualcuno si è preso la briga di scrivere un commento, in silenzio. Qualcun altro ancora è diventato una riflessione costante, un’amicizia, un altro racconto per storie future. I personaggi rappresentati nel video hanno continuato ad andare a dormire tranquilli e rassegnati. I loro nipoti probabilmente non sanno nemmeno che questa documentazione audiovisiva esiste. Un membro del consiglio comunale del luogo in oggetto [un luogo puramente casuale: ne esistono a migliaia di uguali, sparsi tra il reticolato del globo terraqueo, ma questo aveva un bel nome] si è lamentato perché sulla pubblica piazza non c’erano bambini, e “danneggia l’immagine del paese”. La capra filosofa che parla nel video oggi ha partorito due bei capretti.

Questa sera però ho capito cosa volevamo raccontare, in quel video. Nella sala col pavimento di marmo bianco c’erano una ventina di studenti. Facoltà di Agraria, Università di Milano, ragazzi di vent’anni trascinati per una settimana in un’enorme caserma della Scuola Forestale che da un giorno all’altro è spuntata fuori nella cittadina in cui sono nato. C’erano loro, e un paio di professori.

Dopo la proiezione è arrivato il dibattito. Un po’ di retorica, alcuni spunti interessanti, un filo conduttore importante. I ragazzi sono studenti della facoltà di Agraria, vengono dalla Val Camonica, dalla Val d’Ossola, dalle montagne trentine, dalle pianure piemontesi, dalla città di Roma. Molti di loro studiano gli alberi e i semi degli alberi perché vogliono realmente impararne le leggi segrete, e non perché ambiscono a diventare custodi di conigli e spacciatori d’ossigeno per turisti domenicali, o vendere formaggio a cinquantotto euro al kilo con sottotitoli in inglese.

Il loro professore, invece, insiste sul concetto fondamentale. Loro diventeranno tecnici agroalimentari, e dovranno pensare a quei cinquantotto euro al kilo. Non importa dove, non importa poi così tanto neanche il come: se le opportunità saranno migliori, sarà opportuno anche migrare. Le montagne, in fondo, non si somigliano poi tutte?

Il problema è che questi giovani, vent’anni tutti, hanno un’altra idea in testa. Molti di loro si sono iscritti ad Agraria per completare quella che è una loro reale passione, che comunque già praticano nei boschi dietro casa. Molti di loro passano il sabato pomeriggio a potare noceti, e vorrebbero vivere in montagna ma privilegiando il vivere alla montagna, soprattutto se si tratta  della loro montagna, e la conoscenza intrinseca della natura cambia, cinquanta chilometri più in là. Hanno capito che la logica dei cinquantotto euro al kilo è la stessa che ha giustificato la pista da sci, gli scempi edilizi, la montagna che è diventata una succursale della città – come le filiali delle banche che ospita.

Hanno capito soprattutto che gli alberi di mele andrebbero potate anche se le mele non si vendono, che l’idea di una distesa piena di vigne suona più “grottesca” che “meravigliosa”, che lo schema che ti vogliono tramandare non è il più giusto, ma è solamente quello che qualcuno ha tramandato a loro. Nel nostro documentario, i vecchi si lamentano perché i giovani fuggono. Anche i giovani si lamentano perché i giovani fuggono, però poi iscrivono i figli di cinque anni alla scuola elementare della bassa valle, per fare un dispetto al sindaco del paese, che non si decide ad asfaltare la strada dietro casa loro.

Dopo il dibattito, sono salito nelle stanze dell’inquietante caserma con i ragazzi. Tra le pareti, vino e aria di guerra. I giovani sono stanchi di dover ricevere e trasmettere un’anomalia che evidentemente non funziona. Molti di loro si stanno rendendo conto che la maggior parti delle persone al potere oggi non sono solamente ignavi e ipocriti, ma sono soprattutto incapaci. Incapaci di leggere il mondo, di scrivere una rotta, di mettere in scena un’idea di futuro. Molti di loro si lamentano perché un loro professore, che muove le leve della facoltà in cui insegna, parla di “economia di montagna”, ma non sa riconoscere l’antenna televisiva camuffata da pino che svetta più alta degli altri pini, sui tetti della mia cittadina.

Un’intera generazione di giovani ha le idee chiare. Il mondo è da riscrivere, con coraggio e fantasia. Il mondo è da riscrivere, ma prima di tutto, è importante eliminare quel che non ha funzionato. Questo era quel qualcosa che volevamo raccontare nel nostro documentario.
Facendolo.

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