Archive for the ‘Potere [Linguaggio]’ Category

Acquiescenza


18 Nov

acquiescènza s. f. [der. di acquiescente]. – 1. a. Consenso tacito o non pienamente espresso; condiscendenza inerte, remissività: aa una decisionea un’imposizionel’arispettosa e pavida dei suoi sottoposti alimentava in lui la vanitàabusi commessi grazie all’adelle autorità localib. Atteggiamento passivo, carattere remissivo: la sua naturale aera stata interpretata come ipocrisia2. Nel linguaggio giur., accettazione espressa o tacita, totale o parziale, della sentenza del giudice, in processi civili.

 

Questa parola formidabile comunica un concetto con una sfumatura di un’esattezza prodigiosa. Quando si dice che la nostra è una lingua raffinata parliamo anche di casi come questo.

Per apprezzare questa raffinatezza va notato che l’acquiescente (è difficile anche scriverlo) ha una galassia di sinonimi: remissivo, accondiscendente, arrendevole, conciliante, accomodante, docile, sottomesso, e via e via. Ma il remissivo si rimette al volere altrui, l’accondiscendente vi aderisce, l’arrendevole alza le mani e cede, il conciliante e l’accomodante ne convengono, il docile e il sottomesso vi ubbidiscono. L’acquiescente ci parla invece di quiete.

Ce ne parla in una maniera precisa: il verbo latino quiescere è un incoativo, cioè descrive l’iniziare di un’azione – in questo caso l’acquietarsi, il calmarsi. Così l’acquiescente ci si presenta come la qualità di chi si sta volgendo alla quiete, e in particolare di chi, entrato in contatto con una volontà esterna, ne è tranquillamente persuaso, serenamente convinto, senza l’increspatura di un’obiezione, senza un pensiero ruvido o dissonante.

Un factotum acquiescente ai capricci dell’artista serve a costruire il personaggio; ci mostriamo cortesemente acquiescenti a una decisione, intendendo scambiare il nostro favore presente per un altro futuro; l’erede si dichiara acquiescente a volontà testamentarie bizzarre; per la piacevolezza della compagnia siamo così poco interessati al menu che ogni vivanda proposta ci trova acquiescenti; e dopo tanto crucciato pensare optiamo acquiescenti per l’articolo che ci ha consigliato il commesso suadente.

Nel bene o nel male, l’acquiescente è uno specchio d’acqua che si calma come se un immissario ne smorzasse l’agitazione. Non è certo un’immagine grossolana. E si vede in maniera lampante quale sia la differenza con ogni altro suo sinonimo.

Tratto da: https://unaparolaalgiorno.it/significato/acquiescente

Colombia 022


24 Ago

Il 7 agosto 2022 Gustavo Petro è diventato il primo presidente progressista della storia colombiana.
I motivi di questo ritardo non sono solo politici: dal 1948 in avanti, ogni tentativo elettorale portato avanti “dal popolo per il popolo” è stato fermato con il sangue, generando l’anomalia regionale della Colombia nel contesto sudamericano: Bogotá è stata l’unica capitale a non aver mai sofferto un colpo di Stato, in quanto la lunga mano delle oligarchie, ampiamente foraggiata da Washington, ha sempre giocato d’anticipo, prima di arrivare urne.
Come se questo non fosse sufficiente, dal lontano 1964 sullo scacchiere politico colombiano sono entrati in gioco i movimenti di guerriglia, che con il loro linguaggio insurrezionale hanno delegittimato le istanze storiche delle sinistre. “Giustizia sociale”, “Riforma agraria” e “Riforma tributaria” per lunghi decenni sono rimasti concetti tabù. Il fatto di nominarli significava, per i partiti tradizionali, una pericolosa assonanza con i criminali delle FARC.

Tuttavia, molte cose sono accadute negli ultimi anni, e il nuovo governo è un esperimento particolarmente interessante anche e soprattutto perché poggia su ambizioni e visioni sensibilmente diverse rispetto alle sinistre latinoamericane del III millennio. Tramontata, tra luci e ombre, l’epopea chavista (ispirata a un ex militare divenuto presidente), con l’elezione di Gabriel Boric in Cile (febbraio 2022) è iniziata un’epoca nuova anche per la sinistra latinoamericana, che si potrebbe definire “post-ideologica”. Dopotutto, Bogotá è la capitale di un Paese solido e strategico, che nell’ultimo quindicennio ha conosciuto una fortunata stagione di crescita e di rinnovamento. La sua economia è diversificata e non è legata, come quella venezuelana o ecuadoriana, all’esclusiva esportazione di idrocarburi, mentre la radicata esistenza di una ben nota economia parallela (il narcotraffico) garantisce un flusso di denaro che viene comunque reinvestito nel Paese. Inoltre, con la sua posizione geografica privilegiata (una superficie vasta tre volte l’Italia, al centro del vasto continente americano), la Colombia rappresenta uno spazio troppo importante per essere lasciata nelle mani del primo caudillo alla deriva.

Le élite colombiane tutto questo lo sanno, e nonostante il loro giustificati timori, dopo una lunga decadenza della destra uribista, senza ammetterlo pubblicamente sono oggi disposte ad accordare un margine di fiducia al governo di Petro. Nel 2019, nel 2020 e nel 2021 le strade di Bogotá sono state teatro di violente e decise contestazioni, mentre in parallelo, nelle aree rurali, i popoli indigeni alzavano la testa anche se questo voleva dire persecuzione da parte dell’esercito nazionale. Per la prima volta nella storia colombiana, las minorías fino a quel momento escluse da una gestione del potere patriarcale e bianco-centrica hanno chiesto il loro diritto di rappresentanza. Mentre la crisi climatica metteva in risalto l’immenso patrimonio di materie prime di cui gode il Paese, mentre il modello-USA dimostrava in maniera inequivocabile le sue vistose crepe, l’intera società ha iniziato a interrogarsi circa la necessità di progettare una nuova Colombia.

Gustavo Petro, dunque. La sua traiettoria politica è il coronamento di una lunga traiettoria che porta oggi, per la prima volta, las disidencias al potere. Nato nel 1960 sulla costa Caribe, Gustavo Petro è un ex guerrigliero del gruppo universitario M-19. In seguito a un sanguinoso assalto terroristico compiuto proprio dall’M-19 nel 1985, Petro si è progressivamente allontanato dai gruppi insorgenti, per coltivare una solida opposizione parlamentare che lo ha portato, nel corso di quarant’anni vissuti in prima linea, a conoscere molto da vicino i meccanismi del potere e dell’azione politica colombiana. Gustavo Petro è dunque un intellettuale nel senso più autentico del termine, un economista serio e competente che non ha mai smesso di studiare il corpo sociale del suo Paese. Eppure, è anche un politico scaltro e determinato, abile a divincolarsi nelle maglie strette del potere. Con l’eccezione significativa di Fráncia Márquez, prima donna afro-colombiana a ricoprire il ruolo di vice-presidente, il suo governo (età media: alta) è l’espressione di un attento gioco di pesi e contrappesi, che si presenta al mondo con la giusta credibilità per proporre riforme ambiziose e storiche.

Nelle prime due settimane di governo, infatti, Gustavo Petro ha stupito tutti per la determinazione e la portata delle sue proposte. Forte di una maggioranza parlamentare anch’essa inedita, il suo governo ha immediatamente scoperto le carte, proponendo una profonda riforma tributaria per tassare progressivamente i grandi patrimoni, una riforma completa della polizia e dell’esercito, una maggiore tassazione del trash food o “cibo spazzatura” (bibite gassate, dolciumi industriali, fast food, etc) e un invito a discutere una progressiva legalizzazione delle “coltivazioni illecite”. Soprattutto, però, Petro ha sorpreso tutti con due proposte inattese: secondo la visione del suo Governo, la Colombia dovrà lasciare sotto terra gli immensi giacimenti di idrocarburi, e diventare un modello futuro per la transizione energetica impegnandosi a salvaguardare (insieme ai vicini) la foresta Amazzonica. La Colombia, da Paese produttore e consumatore di petrolio, dovrebbe dunque convertirsi in un laboratorio per la transizione energetica, salvaguardando il suo territorio privilegiato (l’El Dorado, per i conquistatori spagnoli) a beneficio dell’umanità intera.

 

 

La Whipala, bandiera dei popoli andini

 

Con le sue due coste oceaniche, con la contemporanea presenza di Cordigliere andine, bosco tropicale e Amazzonia, con la specificità derivante da ogni clima termico (ghiacciai inclusi), la Colombia è il secondo Paese più bio-diverso al mondo, al seguito del Brasile. Tuttavia, mentre in Colombia la presenza delle guerriglie su buona parte del territorio rurale ha avuto l'”effetto collaterale” di mantenere le selve incontaminate, nell’Amazzonia brasiliana il disboscamento procede a ritmi devastanti. Proprio ai vicini trans-amazzonici  pare essere rivolto il messaggio di Petro in questi giorni: se la società civile brasiliana saprà resistere al tentativo di golpe paventato da Jair Bolsonaro, la Colombia e il Brasile potrebbero diventare modelli mondiali per la conservazione di una biodiversità sempre più minacciata. Ed eventualmente, insieme agli altri governi latinoamericani allineati su posizioni comuni, lanciare una proposta storica per liberarsi definitivamente dalle fallimentari politiche di contrasto al narcotraffico imposte da Washington, per passare a modelli di legalizzazione progressivi, che consentirebbero di sottrarre l’economia degli stupefacenti (la terza al mondo, dopo sesso e finanza) alle mafie, per dirottare quelle risorse verso le casse statali.

La sfida è lanciata, la storia si muove su binari veloci. Sul sangue versato dai milioni di colombiani che negli ultimi decenni hanno creduto in un destino diverso prende oggi forma un progetto differente, che sarà decisivo per le sorti future di questo Paese imprevedibile, e magari, chissà, per l’umanità intera.

Estos extraterrestres nos están invadiendo


13 Mar

Cilene e cileni, abitanti della nostra patria, popolo del Cile. Questo pomeriggio, per la prima volta, vi parlo da Presidente della Repubblica. Presidente di tutte e tutti noi che abitiamo questo Paese, e che lo amiamo. Che ha sofferto tanto, e che tanta allegria ci ha dato. Grazie infinite per darmi questo onore, a voi che state seguendo da casa, nel lungo e largo di questo grande Paese.

Questo Cile, fatto di diversi popoli e nazioni, inserito in una cornice del Continente, tra la Cordigliera imponente e i suoi oceani magici, tra il deserto di vita e i ghiacci antartici, arricchiti e trasformati dal lavoro del suo popolo; è questo Cile che solo in un pugno di anni, e voi lo avete vissuto, ha dovuto attraversare terremoti, catastrofi, crisi, convulsioni e una pandemia mondiale.

E violazioni ai diritti umani che non si ripeteranno mai più nel nostro Paese.

Però ci siamo sempre scrollati via la polvere di dosso, ci siamo asciugati le lacrime, abbiamo mostrato insieme un sorriso e proseguiamo, cilene e cileni, sempre proseguiremo.

L’emozione che ho sentito oggi nell’attraversare la Piazza della Costituzione ed entrare in questo Palazzo della Moneda è profonda, e ho un bisogno esistenziale di condividerla con voi. Siete parte protagonista di questo processo. Il popolo del Cile è protagonista di questo processo. Non saremmo qua senza la vostra mobilizzazione. E voglio che sappiate che non siamo arrivati qui per occupare poltrone e godercela tra di noi. Per generare distanze incolmabili. Siamo giunti qui per consegnarci anima e corpo all’impegno di rendere migliore la vita della nostra patria. Voglio dirvi, compatrioti, che percorrendo il Paese ho visto le vostre facce. Quelle degli anziani, la cui pensione non basta per vivere perché alcuni hanno deciso di fare della previdenza sociale un business. Quelle di chi si ammala senza che le famiglie abbiano modo di pagare le cure: quanti di voi ci hanno parlato, ci siamo guardati agli occhi. Quelle degli studenti indebitati, quella delle contadine e dei contadini senza acqua, per siccità e per saccheggio. Quelle delle donne che si prendono cura dei loro figli, che in ogni angolo del Cile ho incontrato. Ai loro famigliari prostrati, indifesi. Quelle delle famiglie che continuano a cercare i loro cari scomparsi (desaparecidos), che non smetteremo di cercare. Le facce delle dissidenze e delle diversità, di generi che sono state discriminate ed escluse per troppo tempo. Le facce degli artisti, che non possono vivere del loro lavoro, perché la cultura non è sufficientemente valorizzata nel nostro paese. Le facce delle dirigenti sociali che lottano per il diritto a una casa degna per il popolo del Cile. Le facce dei popoli originari spogliati della loro terra ma mai, mai della loro storia. Le facce della classe media, e le bambine e i bambini del Sename. Mai più, mai più! Le facce delle zone più isolate del nostro Paese, como il Magallanes di cui sono originario. Le facce di chi vive nella povertà dimenticata. Con voi è il nostro impegno.

Oggi iniziamo un periodo di grandi sfide, di immense responsabilità. Ma non iniziamo da zero: il Cile ha una lunga storia, e oggi ci innesta in questa lunga storia della nostra Repubblica. Iniziare il mio mandato come Presidente della Repubblica Costituzionale del Cile è farmi parte, far parte tutti insieme, di una storia che ci supera tutti, ma che allo stesso tempo dà forma, senso e direzione al nostro sguardo. Da qui passarono, prima di noi, migliaia di persone che resero possibile l’espansione dell’educazione pubblica, il riconoscimento progressivo dei diritti delle donne e delle dissidenze, sia nel Paese che nelle case. La democratizzazione del Paese e il riconoscimento dei diritti sociali. Da qui, da questo luogo da cui parlo, passò Balmaceda e la sua Dignità Cilena. Pedro Aguirre Cerda e il suo “Governar es Educar”. Da qui è anche passato Eduardo Frey Montalvo e la Promoción Popular. Il compagno Salvador Allende e la nazionalizzazione del rame. Patricio Elwin e il recupero della democrazia. Michelle Bachelet aprendo cammini inesplorati con la protezione sociale. Qui si sente anche l’eco di chi anonimamente si è sollevato contro l’oppressione, difendendo i diritti umani, esigendo verità, giustizia, riparazione, e garanzia di non-ripetizione. Qui risuona il clamore femminista e la sua lotta per l’uguaglianza. Ma queste pareti sono anche state testimoni degli orrori di un passato di violenza e oppressione che non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo. Qui dove parliamo oggi, ieri entravano missili. E questo non potrà ripetersi mai più nella nostra storia.

Questo palazzo, questa piazza, questa città, questo paese hanno una storia, e siamo debitori anche nei confronti di questa storia. Oggi, in questo giorno così importante, nel difficile cammino verso il cambio che la cittadinanza ha scelto di percorrere, in questa Unità – e lo ripeto, è importante, in Unità –, vengono alla mia mente e ai miei cuori, i giorni in cui, insieme a molti di coloro qui presenti, marciavamo insieme verso un futuro degno. Verso dove marciavamo, compatrioti? Verso dove? Questo governo non sarà il fine di quella marcia. Continueremo a camminare. E il cammino, senza dubbio, sarà lungo e difficile. Ma oggi i sogni di milioni di persone sono qua, spingendoci, dandoci senso, per portare verso un buon porto i cambi che la società chiede.

Cilene e cileni, il mio sogno è che quando concluderemo questo mandato – e parlo al plurale, perché questo non è qualcosa di individuale, questo non riguarda me, ma del mandato che il popolo ha dato a questo progetto collettivo – quando concluderemo questo mandato, potremo guardare i nostri figli, le nostre sorelle, i nostri genitori, le nostre vicine, ai nostri nonni, e sentire che c’è un Paese che ci protegge e ci accoglie, che si prende cura di noi, che garantisce diritti e ridistribuisce con giudizio i sacrifici che ognuno di voi, degli abitanti della nostra patria, fanno per lo sviluppo della nostra società. Compatrioti, vorrei che la gente delle zone minerarie possa guardare verso il futuro e sapere che i loro figli non saranno circondati da inquinamento. Un qualcosa di così semplice. Che i lavoratori dell’OTA non continueranno a vivere nella miseria. Che le comunità di pescatori artigianali della provincia di Cardenal Caro potranno continuare sviluppando le loro attività tradizionali. Che le bambine e i bambini degli altipiani sappiano che potranno accedere a una società degna. Che i vicini di Antofagasta, di Maipù, di Guaipén, sentano tranquillità al ritorno dal lavoro, e possano vivere con le loro famiglie. Per questo spingeremo, come ci siamo promessi di fare, il limite legale delle 40 ore settimanali. Che nei luoghi isolati, sulle isole, possano esserci scuole degne per studiare.

Sappiamo, compatrioti, che il compiersi della nostra meta non sarà facile. Che affronteremo crisi esterne e interne. Che commetteremo errori, e che questi errori li dovremo risolvere con umilità, ascoltando sempre chi la pensa diversamente da noi e appoggiandoci alla forza del popolo cileno.

Voglio dirvi che il periodo che ci aspetta è tremendamente complesso.

Pensiamo, per un secondo, al dolore vissuto da ogni famiglia che ha perso qualcuno. Dobbiamo abbracciarci come società, tornare a volerci bene. Aver voglia di ridere. Più in là dei discorsi, e di quel che c’è scritto, quel che importa, quel che fa la differenza in un popolo è il sentirsi vicini uno agli altri, fidarsi gli uni degli altri. Appoggiarci mutuamente, chiedere ai vicini come stanno, prendersi cura del lavoratore lì accanto, uscire per strada insieme. Questo è ciò che dobbiamo costruire, compatrioti. Sappiamo anche che l’economia è ferma e dobbiamo darci da fare e dividere insieme i frutti della crescita. Perché quando non c’è distribuzione della ricchezza, quando la ricchezza si concentra solo nelle mani di alcuni, tutto è più difficile. Dobbiamo ridistribuire la ricchezza prodotta dai cileni e dalle cilene. Sappiamo che a tutte queste difficoltà si aggiunge un contesto internazionale segnato dalla violenza in molti luoghi del mondo, e oggi anche dalla guerra. E in questo voglio essere chiaro: il Cile promuoverà sempre il rispetto dei diritti umani in ogni luogo, e senza che importi il colore politico del governo di chi li minaccia.

Dal Cile, nella nostra America Latina, perché siamo profondamente latinoamericani, un saluto ai nostri popoli fratelli, da questo continente faremo uno sforzo perché la voce del Sud torni a farsi sentire ferma, in un mondo cangiante. La crisi climatica, i processi migratori, la globalizzazione economica, la crisi energetica, la violenza permanente contro le donne e le dissidenze. Dobbiamo lavorare insieme per i nostri fratelli, come abbiamo detto oggi con i presidenti di altri paesi. Non dobbiamo più guardarci con sfiducia: lavoriamo insieme per andare avanti insieme, come America Latina. Praticheremo l’autonomia politica a livello internazionale, senza mai subordinarci a nessuna potenza e coltivando sempre la cooperazione tra i popoli. Voglio che sappiate che come Presidente del Cile, e il nostro Gabinetto, la nostra squadra, non ci nasconderemo dietro una semplificazione dei problemi. Faremo di tutto per spiegare, per parlare, per raccontare il perché delle nostre decisioni, affinché voi possiate essere parte della soluzione. E questo richiede cambiare, in qualche modo, la relazione con l’autorità. L’autorità non può essere irraggiungibile: vogliamo un ministro terreno, per strada, camminando con il popolo. Non vogliamo recarci nelle regioni per un paio d’ore, inaugurare un qualcosa e ciao. Non vogliamo rimanere nascosti. E per questo è importante che ci sia reciprocità. Che la relazione con l’autorità non sia da meri consumatori. È importante che lavoriamo insieme, che siamo cittadini, e che questo sia il governo del popolo e che voi lo sentiate come il vostro governo. Di tutte e di tutti, cilene e cileni. E per questo avremo bisogno di tutti: governo e opposizione. Istituzioni e società civile. Movimenti sociali. Il nostro governo, la cui base politica è Apruebo Dignidad, e qui voglio mandare un saluto ai compagni che hanno lavorato tanto per questo, voglio che sappiate che questo governo non si chiude ai suoi membri. Sarò il presidente di tutte le cilene e tutti i cileni e ascolterò sempre le critiche costruttive di chi la pensa diversamente da noi. Tutti avranno sempre garantita la libertà e il diritto di dissentire. Come ho detto più di una volta, citando parole nate al caldo delle mobilizzazioni di piazza, in una scuola occupata in una regione remota – perché veniamo dalle mobilizzazioni di piazza, oggi siamo qua ma non ci dimentichiamo da dove veniamo – “andiamo lentamente perché andiamo lontano”. E non siamo soli, ma con tutte e tutti voi che ci accompagnano da vicino e da lontano, e ripeto che è cruciale che voi siate parte di questo processo. Perché non possiamo intraprenderlo soli. Da questo luogo voglio lanciare un appello: accompagniamoci mutuamente in questa sfida. Camminiamo insieme la strada della speranza e costruiamo il cambio verso un paese degno e giusto. Dignità, che parola così bella. Lo costruiremo passo a passo, con la saggezza di chi sa che i cambiamenti che durano sono quelli che si basano sulla conoscenza accumulata e che sono sostenuti dalle grandi maggioranze. Metteremo un’attenzione speciale sulle lavoratrici e i lavoratori del sistema sanitario, che ci hanno protetto durante la pandemia. Continueremo anche la riuscita campagna di vaccinazione del governo precedente, mettendo sempre la salute delle persone come prioritaria, e svilupperemo programmi specifici per comprendere le conseguenze in termini di salute mentale, perché la salute mentale è importante, cilene e cileni. Ci preoccuperemo per l’educazione, dove c’è un divario gigante, prodotto dell’obbligo di chiudere le scuole. Dobbiamo riaprire tutte le scuole, affinché le bambine e i bambini possano tornare a incontrarsi. Implementeremo, con grande energia, il consolidamento della nostra economia. Recuperare la nostra economia senza però riprodurre le sue disuguaglianze strutturali. Una crescita che sia sostenibile: basta con le zone di sacrificio. Anche lo Stato è responsabile. Vogliamo che le piccole e medie imprese, che generano valore, tornino a crescere. Vogliamo porre fine agli abusi che hanno indignato il nostro popolo e vogliamo recuperare quelle che invece erano le buone idee di prima.

Allo stesso tempo, riconosciamo che milioni di cilene e cileni vivono oggi nella paura. Non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte a questo, e affronteremo il problema della delinquenza attaccando la disuguaglianza sociale che ne è l’origine, e anche attraverso una riforma della polizia che assicuri presenza là dove ce n’è più bisogno, che aumenti l’effettività delle indagini e che si concentri sulle organizzazioni criminali che distruggono i nostri quartieri. Voglio mandare un messaggio a chi ha fatto della delinquenza la sua vita e crede che può vivere nell’impunità: non voglio frasi magniloquenti, voglio solo dirvi che vi affronteremo con la comunità. E voglio aggiungere che dobbiamo riparare le ferite che sono rimaste vive dai sollevamenti popolari di questi ultimi dieci anni. Per questo, nel giorno di ieri abbiamo ritirato le denunce per attentato alla pubblica sicurezza presentate dai membri dello Stato. Perché abbiamo la convinzione che come cilene e cileni dobbiamo tornare a incontrarci, e dobbiamo lavorare intensamente su questo. Sappiamo anche che affronteremo grandi sfide nel Nord e nel Sud. Al Nord per la crisi migratoria, dove recupereremo il controllo della nostra frontiera e lavoreremo insieme ai popoli vicini, per affrontare in maniera collettiva le difficoltà portate dall’esodo di migliaia di esseri umani. Non dimentichiamoci mai che si tratta di esseri umani, per favore. Voglio dire alla gente di Colchan e di Antofagasta e di San Pedro che non saranno soli. Voglio anche dire che nel Sud abbiamo un problema: il conflitto che non è la “pacificazione” della Araucanía, che termine grezzo e meschino. Poi qualcuno l’ha chiamato il “conflitto Mapuche”. No signori, non si tratta del Conflitto Mapuche. È il conflitto tra lo Stato cileno e un popolo che ha diritto di esistenza. E qui la soluzione non è e non sarà la violenza. Lavoreremo instancabilmente per ricostruire la fiducia, dopo tanti decenni di abuso e di spoliazione. Il riconoscimento a esistere di un popolo, con tutto quello che questo implica, sarà il nostro obiettivo, e il cammino sarà il dialogo, la pace, il diritto e l’empatia con tutte le vittime. Sì, con tutte le vittime. Coltiviamo la reciprocità. Non vediamoci come nemici. Dobbiamo tornare a incontrarci. In questo primo anno di governo ci siamo posti come compito accompagnare in forma entusiasta il nostro processo costituente per il quale tanto abbiamo lottato.

Appoggeremo decisamente il lavoro della Convenzione Costituente. Abbiamo bisogno di una Costituzione che ci unisca, e che sentiamo come propria. Una Costituzione che a differenza di quella che fu imposta con sangue, fuoco e brogli dalla dittatura, nasca in democrazia, di maniera paritaria, con partecipazione dei popoli indigeni. Una Costituzione che sia per il presente e per il futuro. Una Costituzione che sia per tutti e non solo per alcuni. Vi invito ad ascoltarci di buona fede, senza caricature. Prendiamolo sul serio. Da tutte le forze politiche. Mi rivolgo anche a noi del Governo: ascoltiamo di buona fede, senza caricature, affinché il plebiscito finale sia un punto di incontro e non di divisione, e possiamo qui, insieme al popolo, firmare insieme al popolo cileno una Costituzione democratica, paritaria, con la partecipazione di tutto il nostro popolo.

Cilene e cileni, il mondo ci sta guardando. Sono sicuro che vedono con una certa complicità quel che sta accadendo in Cile. Abbiamo la possibilità di apportare umilmente alla costituzione di una società più giusta. E sono sicuro che saremo all’altezza di questo processo democratico che è stato voluto da un’immensa maggioranza di cittadini. Replichiamo questo risultato. Cari abitanti di questa terra, prendo oggi con umiltà e coscienza delle difficoltà il mandato che mi avete affidato. Lo faccio con la convinzione che solo nella costruzione collettiva di una società più degna potremo fondare una vita migliore per tutte e tutti. In Cile la democrazia la costruiremo insieme, e la vita che sogniamo può solo funzionare nel dialogo, nella democrazia, nella convivenza e non nell’esclusione. So che tra quattro anni il popolo ci giudicherà per il nostro lavoro e non per le nostre parole, che come diceva un vecchio poeta, “quando non danno vita uccidono”. Oggi era necessario parlare. Domani, tutti insieme a lavorare. Come pronosticava cinquant’anni fa Salvador Allende, “siamo nuovamente, compatrioti, aprendo il grande cammino in cui passerà l’uomo libero. L’uomo e la donna libera. Per costruire una società migliore, andiamo avanti. Viva Chile!

* “Estos extraterrestres nos están invadiendo” è una frase dell’ex-First Lady Cecilia Morel, moglie dell’ex presidente Sebastián Piñera, di fronte alle massicce proteste di piazza di cui non riusciva comprendere la natura.

Il nuovo modello


24 Set

Spirit Crusher

Sono passato da Anselma, 90 anni compiuti, per cercare di capire cos’aveva il televisore.
Ho chiamato il call center e mi hanno detto che è proprio così.
Bisogna buttare via tutto perché è cambiato il sistema.
È cambiato il sistema di trasmissione televisiva, bisogna buttare via i vecchi apparecchi e adeguarsi.
Butteranno via anche i motori a diesel, li butteranno via perché inquinano. Butteranno via automobili vecchie di 5 anni, butteranno via le persone, butteranno via anche noi.
Anche le persone dovranno adeguarsi: il nuovo modello dovrà avere un codice a barre. Tecnicamente si chiama “green pass”. Sono stato recentemente a valle, sono stato in città, e ho già visto alcuni luoghi in cui viene richiesto. Alcuni tra i nuovi modelli dotati di codice QR erano gli stessi che cinque anni fa dicevano ‘beh queste cose accadono solo in Asia; mica abitiamo in Asia noi’. Ora lo usano.
Nel frattempo mi chiederanno di lavorare a un progetto sul bullismo nelle scuole. A quel punto potrei portare l’esempio di una ragazzina di 15 anni, che non è dotata di codice a barre in una scuola aperta, accogliente e inclusiva. Potrei immaginare i suoi compagni di classe, i suoi professori, riversarle addosso tutto l’odio possibile.
Non servirebbe a molto.
Non servirebbe a niente.
Le maggioranze rimarrebbero le maggioranze, e si guarderebbero nello specchio come hanno sempre fatto, e sarebbero contente di quel che vedono,
come hanno sempre fatto.
Domani scenderemo a valle e andremo a comprare il decoder.
Bisogna buttare via tutto perché è cambiato il sistema.

Half of the way


17 Set

Fernando ha sfilato i guanti, ha controllato l’ora sul telefono cellulare, ha stabilito che è tempo di andare. Prima di entrare in casa si è seduto sulla soglia: ha sfilato i vestiti e gli scarponi. Ha scrollato via la polvere del giorno, ha messo a mollo il martello e ha messo in carica le batterie: serviranno domani.
Sotto l’acqua calda del giorno ha ascoltato la radio. Parlava del suono esuberante di luoghi lontani, sapeva di tequila ed era buono anche così. Ha cosparso il borotalco sotto le ascelle e si è vestito guardando in alto dentro la finestra. Su nell’alta valle i faggi hanno iniziato a diventar rossi, l’autunno è iniziato. Presto arriverà anche qui.

Una volta in macchina, Fernando ha fatto sosta in un paio di posti. A chi gli ha chiesto ‘dove vai’, lui ha detto ‘vado a proiettare un film’. In entrambi i casi l’interlocutore ha risposto con parole entusiaste, e in entrambi i casi a Fernando è venuta voglia di tornare indietro. Nel frattempo, scendendo verso il mondo, la Radio ha smesso di proporre suoni lunari e ha iniziato a parlare il linguaggio del mondo. Notizie di contagi e di strategie militari. Il bollettino dei morti, poi le previsioni del tempo, le notizie del traffico. Fernando si è soffermando sui dati. È ancora aperto quel cantiere tra Genova e La Spezia. Quella lunga scia di montagne non la domeranno mai.

Adesso sono le sette di sera e Fernando è quasi arrivato. La macchina intelligente lo porta in modo intelligente, dialogando in modo intelligente col telefono, che ti dirà come posteggiare e perché. Fernando non vuole sapere nulla: lui è un abitudinario e in quel posto lì ha sempre parcheggiato accanto al fiume. Si presenta alla festa: i tipi all’ingresso chiedono il green pass, sulle locandine lì accanto c’è scritto il suo nome. Fernando gli spiega che il green pass non ce l’ha e lui è lì per quel film. A dir la verità, quel film di per sé non gli interessa nemmeno: l’ha fatto lui e l’ha già visto più volte. Ad essere onesti, non è nemmeno un granché.
Ma a qualcun altro, là dentro, interessa che lui presenti il film.

Come comportarsi in questo caso, come risolvere certi problemi?
Fernando si pone la domanda, ma la risposta non gli interessa.
Fernando ha altro da fare, in questo pomeriggio la pioggia è caduta, domani sulla montagna non ci sarà polvere.
Si congeda e saluta, la macchina intelligente lo riconosce e si attiva.
Ci sono cose più importanti a cui pensare, le dice lui come se la macchina fosse intelligente davvero, ci sono cose più importanti di un codice a barre, niente di nuovo nemmeno oggi, niente di nuovo qua.

La diversità della gente da conoscere


09 Ott

What remains unseen

Guido veloce nell’autostrada notturna.
Poche ore più tardi, due cinghiali attraversano quella stessa autostrada, e tre ragazzi muoiono nello schianto.

Il giorno successivo mia nonna, che conserva memoria selettiva di ciò che per lei è importante, ascolta la notizia al telegiornale, e torna con un foglio di carta. È una pagina de La Stampa di domenica 28 novembre 2004: riporta l’articolo di quelle due ragazze morte per un cinghiale contro un’auto, proprio lì dove passavamo sempre, lì dove passavamo anche noi.
Il nome di una di quelle due ragazze è sul mio portachiavi d’argento, che porta appresso i graffi del tempo ma non si ossida.

Nel silenzio del mattino guardo quel foglio che inizia a ingiallirsi, esplorando quella cronaca di provincia che riporta nomi ed età. Ricordo la voce di Barbara, una delle due ragazze, e ricordo la faccia assonnata di Nicoletta, che il giorno prima del disastro era lì a vendere focacce, come tutti i giorni, nell’intervallo della scuola superiore.

Sollevo il foglio del giornale, osservando il segno del tempo sulla memoria e sulle cose.
Nel retro del foglio c’è una notizia importante, sballottata in secondo piano dalla tragedia notturna.
“Apre oggi il primo centro commerciale in Provincia di Cuneo”. Un inizio importante, a cui ne seguiranno anche altri.Lì accanto, sulla destra, c’è un editoriale, a firma di Gianni Vercellotti, Presidente A.T.L.
Lo leggo con superficialità, poi qualcosa mi colpisce, poi ritorno a rileggerlo.

Lo trascrivo su questo spazio, perché non rimanga soltanto materia morta sulla spiaggia degli archivi.

Ho sempre considerato sciagurata la scelta della grande distribuzione.
Sotto il profilo economico la filosofia del carrello, con una sola scelta superflua, il modico vantaggio sul prodotto necessario.
Ma c’è di più: rinunciamo alla nostra filosofia, al nostro stile di vita, ad una opportunità per riaffermarci diversi, e – quindi – gente da conoscere. Ci siamo adeguati ad una legislazione miserabile anziché crearci la fama di essere i soli ad opporsi: e l’avremmo spuntata proprio in nome della libertà di scegliere.
Avremmo conservato un patrimonio di negozi di altissimo livello, necessitati ad essere ancora di maggiore livello per voglia di concorrenza, ma in una battaglia ad armi pari, non in un gioco al massacro.
Avremmo potuto essere quei vecchi, soliti testoni (ma tanto ammirevoli) che preferiscono conservare quello che c’è di buono nella tradizione per dimostrare di essere, in fondo, più umani e quindi più moderni.
Cominceremo ad accorgerci che la scelta di vita di Pittsburgh o Dallas (città senza storia e senza centro) costruisce periferie anonime e toglie anima alla comunità; potevamo diventare un simbolo, una bandiera, un esempio e abbiamo perso un’occasione, e forse, anche l’anima.

Pandemic Party For A New World


25 Mar

Crash

Ecco,
infine,
ciò che la gente voleva,
ciò a cui lo Zeitgeist
[lo spirito del tempo]
anelava.

Tutti finalmente a casa,
il lockdown,
la fine delle incombenze tristi,
l’inizio di un tempo migliore.

Ecco il lockdown,
la dichiarazione,
il manifesto.

“Vogliamo restare a casa,
restare soli,
gestirci il tempo”.

Vogliamo tutto quel che già c’era
[l’amore, il gioco, le relazioni]
ma lo accetteremo in forma diversa,
impact-free, zero emissioni, streaming online.

Il pianeta non poteva più sopportare quell’esuberanza dei sensi.
“Spostare i corpi o spostare le prospettive?”, si chiedevano un po’ tutti nei grandi palazzi.
Il capitalismo già da tempo si stava organizzando:
una sola, grande piattaforma per comunicare
una logistica di e-commerce e online-shop che ti porta tutto a casa.

Una diversa maniera di stare al mondo,
ed è quello che vogliono i quindicenni,
e lo vogliono i dodicenni,
e quindi sarà così.

Non c’è governo occulto,
non c’è complotto strano.
È l’umanità compatta che si muove,
come una cosa viva,
come un virus dentro le cose.

È l’umanità compatta in evoluzione,
verso una nuova specie,
verso una nuova era.

 

Breve riassunto di come funziona il mondo


02 Gen

Così.

L’uomo-pesce


14 Set

Guardate, per esempio, l’uomo-pesce.

Le sue orecchie sono enormi, le sue braccia sono enormi, il tipo è visibilmente grasso.
Cos’è quel che stiamo guardando?

I suoi occhi sono così gonfi che pare debbano uscire dalle orbite, e le sue labbra sembra debbano esplodere.

Osservate le sue piccole pinne, e il fatto che questo individuo pare portare una maschera.

Sarà che questo è un uomo travestito da pesce, o sarà che qui c’è qualcos’altro oltre a un semplice travestimento?
Che quel che è rimasto impresso nel fango di mille anni prima è un essere proveniente da un mondo diverso rispetto a quello che abitiamo?
Che si tratti di un mostro, un eroe, un dio?

 

Nicola ch’i parlòva ‘dmâ dë Viora


03 Apr

Cold Gods

Probabilmente, solo tra qualche decennio diverrà chiara a tutti l’importanza del lavoro svolto da Nicola Duberti, che attraverso la sua collaborazione con l’Atlante Toponomastico Piemontese Montano è riuscito a fissare su carta [e su mappa] un tesoro linguistico destinato a sparire per sempre – e, di fatto, ormai già sparito.

Quando si perdono i nomi, si perdono anche le cose.
E infatti quella specifica roccia, quel rigagnolo d’acqua, quello scau e quell’appezzamento di terreno non significano più nulla. Elementi tra gli altri di un ‘paesaggio’ che esiste solo per chi ha perso del tutto la capacità di guardare, e vede un elemento astratto
[il ‘paesaggio’, appunto]
là dove prima c’erano infiniti elementi dotati di un nome e di un senso.

È un mondo che sparisce insieme alla sua intera geografia.
Ed è un suono che sparisce, suono chiuso verso il mondo.

La nutrita schiera di politici presenti alla serata di presentazione [la campagna elettorale è già iniziata, o non finirà mai], ha dato fiato ai tromboni parlando di internet in montagna, di fibra ottica che non c’è e dovrebbe esserci, quando l’unica cosa che funziona davvero in alta val Mongia è Eolo. Ma così va il mondo e così è giusto che vada: le parole che contano sono quelle che rimangono scritte, da qualche parte nel cuore o su un atlante di carta, e allora grazie a Nicola per questo regalo alla gente che verrà.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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