Archive for the ‘Giornalismo’ Category

Bollettino dalla Nueva Granada


09 Set

Vogliamo dire ai colombiani, a quel gruppo eterogeno di persone che abitano quel territorio chiamato Colombia, a quelli che per colpa di qualche strano destino, o della divina provvidenza, toccò in sorte questo spazio, vogliamo dire:

A me pare che il principale problema sia nel momento stesso in cui si arriva ai primi giorni di scuola, e le prime parole siano “silenzio”, “alzarsi”, “sedersi”, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, in alto, mezzo giro, mezzo, giro (lo que viene tampoco me parece interesante). A cosa serve sapere che esistono 105 elementi chimici? Che esistono gas nobili e gas infiammabili??

Jaime Garzón. Fue un abogado, pedagogo, humorista, actor, filósofo, locutor, periodista y mediador de paz colombiano.
Fue asesinado el 13 de agosto de 1999, en Bogotà.

In case I don’t die


04 Lug

In una vecchia scuola elementare occupata nella periferia di Torino
quaranta ragazzi sono messi insieme da un progetto in cui si parla d’Europa.
Dieci di loro sono greci.

In una vecchia scuola elementare occupata
dieci giovani greci parlano del referendum di domani,
raccontano cosa significhi sentirsi improvvisamente senza un suolo sotto i piedi,
immersi in un’economia bloccata a sessanta euro al giorno nella psicosi collettiva.

Raccontano della zia della madre, che ogni giorno telefona allarmata implorando per un SI.
Raccontano della compagnia telefonica straniera, che regalerà trenta giorni di chiamate gratis se si voterà per il SI.
Parlano di scontro generazionale, di un gruppo sociale che non è più disposto ad accettare i linguaggi del passato.
Due di loro vorrebbero ripartire prima del previsto, per arrivare in tempo a dire NO.

In una vecchia scuola elementare occupata
dieci giovani greci aspettano il risultato di un referendum.

In Case I Don't Die – A Greek whisper to Europe from Nicolas Androulakis on Vimeo.

Dal ristorante della Fao


10 Dic

La fila scorre veloce nella sala ristorante della FAO.
Insalate di ogni formato, anatra all’arancia, il piatto di giorno è il filetto di Orbetello.
Tremila funzionari mangiano qui, tra le 12 e le 14.30.

La signora qua di fianco parla e spiega come funziona l’organizzazione.
Molti ormai sono assunti come “consulenti”, soprattutto gli italiani e gli spagnoli.
Gli spagnoli sono il doppio del numero previsto. Gli italiani sono comunque una discreta maggioranza.
I dipendenti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria privata. Come in America?, le chiedo. Come in America, risponde.

Il filetto di Orbetello naviga in un mare di piselli.
Pure gli spinaci sono buoni. Forse però manca un po’ di sale.
E quanto costa, ogni dipendente/consulente?
Circa diecimila euro al mese. Ma più della metà va in costi di gestione.
Alla fine lo stipendio è un po’ meno del 50%, di quei 10.000 euro.

Nei tavoli intorno siede tutto il mondo.
Facce egiziane, capelli africani, un vasto ventaglio di orientali.
Da qualche anno è iniziata la decentralizzazione, racconta la signora qua accanto.
Oggi, molti progetti della FAO vengono gestiti direttamente dalle varie sedi regionali.

Estraggo dalla tasca il telefonino, prima di assaggiare il budino alla crema.
Diecimila per tremila. Risultato: trenta milioni di euro.
Un budget al ribasso, una media grezza, per calcolare il budget che l’Organizzazione per il Cibo e l’Agricoltura spende ogni mese per i soli costi del personale della sede centrale di Roma.

Anche il budino alla crema non era male.
La signora qua accanto ha finito e si alza.
Caffè?, dice.
Caffè.

[questo post è stato pubblicato grazie alla connessione wireless della sede FAO di Roma].

Chi non è mai partito non può tornare


09 Set

…si può essere stranieri a Londra, se si è slovacchi o italiani, e l’Europa è un’unica casa?

Nella matematica di questo documentario, il risultato è chiaro.
L’Europa non è – ancora – un’unica casa.

Tre anni di gestazione, quattro diverse città, in Europa.
I profili degli intervistati selezionati accuratamente per non lasciare indietro nessuna possibilità: chi è partito e non vuole tornare, chi è partito e vorrebbe tornare, chi è tornato e sta bene, chi è tornato e non sa se ripartire.

E sommerse tra cifre, numeri e statistiche, molte storie vere, di quelle che succedono dentro.
La confessione di Isabel, che dalla Polonia se n’è andata a Londra e con profitto, ma che oggi non può tornare perché suo marito, australiano, dovrebbe reinventarsi una vita in polacco. Isabel, che scrive un diario affinché i suoi figli un giorno possano capire, tormentata dal dubbio che per i suoi figli, quel giorno, la lingua di sua madre sarà una lingua straniera.

I polacchi a Londra (moltissimi, una nazione a parte), gli italiani a Londra (la sesta città d’Italia, dopo Genova), i tedeschi ovunque, gli scienziati delle stelle a cui il concetto di “confine” sta troppo stretto. E una musica che è soprattutto un canto, e una mano che chiede consiglio ai muri, “continuare a spostare le persone, o spostare le prospettive?”

I muri, come al solito, non hanno risposta.

[Il documentario è stato realizzato nell’ambito del progetto ReTurn – Central Europe].

Anti-antipolitici


27 Mar

Antefatto doveroso: ho scritto un libro.
E’ iniziato nel 2007, quando sul balcone di Kaunas, in una pausa sigaretta tra una birra e un vodka, è apparsa una ragazza colombiana.
– E tu che ci fai, qui?
– Sono venuta in Lituania per cercare di capire da dove arriva l’uomo che ci ha cambiato la vita, a Bogotà.

La storia di Antanas Mockus era troppo potente, per non immergersi fino in fondo.
Un intellettuale che trasforma la società utilizzando, a dosi alterne, massicce e contemporanee, arte, pedagogia, sperimentazione semiotica e politica.

Nel 2010, mentre il libro si scriveva da solo, ci furono le elezioni colombiane.
E dalla Colombia si tentava di proporre articoli alla stampa italiana, soprattutto a quella progressista, perché la situazione era piuttosto unica.
Un individuo autentico, indipendente e libero, stava per giocare scacco matto ai macchinari di potere di un Paese tra i più corrotti al mondo.

La stampa italiana però non dava cenni di vita, per un motivo semplice: l’azione di Mockus stava spiazzando sia le forze di destra che quelle di sinistra, e creava imbarazzanti confronti con il contesto italiota.
Il giorno delle elezioni Repubblica non ne parlò, altri liquidarono Mockus come “un candidato ecologista”.

Oggi, tre anni più tardi, il libro è uscito.
Ma nel frattempo è uscito anche Grillo e il suo Movimento, e anche l’Italia si è accorta che non esiste una sola impostazione, un solo linguaggio, un solo percorso, per raggiungere i palazzi dell’amministrazione pubblica.

E a questo punto per esempio leggiamo su L’Espresso un interessante paragone tra due personaggi che tra loro condividono soltanto la carica innovativa di rottura con gli schemi finora conosciuti.

Ora. La prima considerazione che potrebbe venire in mente è che, anche grazie a “uno come Mockus”, l’Italia può tirare un sospiro di sollievo nel prendere atto che ci può essere un Grillo. Ed è un piccolo risultato. Ma, rovesciando il ragionamento, è altrettanto vero che, anche grazie a Grillo, quella branca di pubblici opinionisti in qualche modo vicina al “progressismo” si è accorta dell’esistenza di Mockus, personaggio in tutto e per tutto fuori dagli schemi, e anche per questo, difficilmente assimilabile in paragoni e metafore.

Se L’Espresso avesse approfondito a tempo debito il fenomeno-Mockus in Colombia, oggi non rischierebbe di rimanere coinvolto nell’errore di considerare che un’alterità politica nei confronti dell’esistente debba obbligatoriamente essere immaginata, sempre e comunque, con quegli stessi termini populistici che alla fine confluiscono nella definizione di “antipolitico”.

Per riassumere: Antanas Mockus è uno studioso che fin dalla sua prima formazione – Francia 1970, Filosofia e Matematica – si dedica all’analisi delle possibilità di cambio sociale. Il suo intero cammino personale e professionale si è sviluppato tra le strade della creatività e dell’arte, applicate ad una solida fiducia nell’utilizzo della pedagogia per trasformare una città (o un Paese, e quindi un’intera società) in un laboratorio dinamico di possibilità. Nei suoi anni di insegnamento all’Universidad Nacional de Bogotà i suoi studenti impararono a pensare “fuori dagli schemi” osservando il loro professore scrivere con il gessetto sulle pareti dell’aula una volta che la lavagna era ormai piena, per poi proseguire sulla porta della stanza, e da lì verso le pareti del corridoio….

Intrapresa l’attività politica [la prosecuzione della pedagogia con altri mezzi], Mockus apparì per strada travestito da SuperCittadino, con l’obiettivo di stimolare un gioco creativo in cui il risultato finale era una grande riflessione relativa alla destinazione da attribuire ad uno spazio urbano per la prima volta percepito come collettivo.

Ecco un primo paragone possibile tra il Comico e il Pagliaccio, con il non secondario dettaglio che pochi mesi più tardi, una volta eletto a Sindaco della capitale colombiana, Mockus sostituì interamente il corpo dei vigili urbani con un esercito di clown, attori teatrali, mimi. Il suo obiettivo era semplice: risolvere i problemi legati al traffico. I vigili urbani non facevano altro che alimentare un antipedagogico sistema di corruzione e di “soddisfazione dell’ego” per gli automobilisti che evitavano le sanzioni, mentre i mimi e i clown, con creatività e solidità sociologica, avrebbero toccato un tasto caldo per il prototipo di automobilista latinoamericano: l’orgoglio.

Ma a chiunque voglia continuare a immaginare i due nuovi eroi in termine di similitudine, basti pensare questo: Antanas Mockus circolava con un cartellino da arbitro di calcio in tasca, e ogni volta che un giornalista o un avversario politico cercava di innescare una polemica o un commento negativo, rispondeva innalzando il cartellino rosa – simbolo del suo Movimiento de los Visionarios. “Comportamento scorretto, atteggiamento poco costruttivo”, rispondeva all’interlocutore, sbigottito. “Non serve a niente parlare degli altri, proseguire la prosopopea del nulla. Non chiedeteci se siamo di destra e di sinistra, siamo a un livello di coscienza più immediato, siamo Cittadini in Formazione. E adesso che abbiamo la consapevolezza di esserlo, iniziamo a costruire qualcosa”.

Tutto qua.

Leggete il libro.

 

 

 

Non avremo un governo. E allora?


06 Mar

Marafiki

Dai, fatemi dire la mia sull’orgia di opinioni che in questi giorni scatena l’entusiasmo degli illustri perdigiorno al pari mio.

[Il fatto è che da 36 ore si attendono i risultati delle elezioni in Kenia, e lo spoglio delle schede è solo al 78% in questo momento. Quindi, considerando che Nairobi è immobilizzata, ho tanto tempo a disposizione da spendere in blog giornali e postriboli virtuali varii].

Dunque.
Mi sembra di aver capito che la questione del M5S non ha lasciato indifferente né l’Italia né il mondo.
[E quindi, ha funzionato].

A me viene in mente solo una cosa.
Ed è il profondo senso di disgusto, di disprezzo, di astio che mi fermentava nello stomaco ogni volta che vedevo o ascoltavo o inciampavo nella prosopopea del nulla più assoluto che tanto piaceva ai vecchi faccioni.[“vecchi” non ha un valore anagrafico, ma espressivo. Renzi, per quanto mi riguarda, è vecchio per cosa dice e per come lo dice].

Berlusconi che diceva una cazzata, e tutti gli altri a parlare di “demagogia”, senza considerare che la maggioranza degli italiani non conosce nemmeno il significato di tale termine.
Il faccino di Fassino a dire che il Tav porta posti di lavoro.
E il solo pensare che Fini sia sparito, Rifondazione si è definitivamente estinta, e Casini non apra più bocca ha migliorato moltissimo ogni fase della mia digestione.

Anni, decenni, repubbliche di maschietti arrivisti che, una volta occupata la sedia e incassati i “guarda guarda, quello lì è il parlamentare X!” del popolino, dichiara soddisfatto il suo ego e si dedica alla conservazione dello status quo.
Nessuna fantasia nelle loro proposte, nessun coraggio di migliorare l’esistente tentando soluzioni nuove, nessuna consapevolezza che esplorare panorami inediti può essere molto divertente, oltre che utile.

E va detto che il M5S ha sferzato una mazzata non indifferente a tutta questa gentaglia capace solo di autorappresentarsi, autoriprodursi, automasturbarsi.
Non solo ai politici: anche a te, che fanciullescamente credi che sia sufficiente votare i più buoni, votare il meno peggio, per dare forma a una società sessualmente attiva.
Anche a te che credi che sia sufficiente votare, votare, dico, in un momento di consapevolezza storica in cui i limiti di ogni struttura di potere sono sotto gli occhi di tutti.

Il processo democratico rappresentativo, visto da Nairobi, appare nella sua eloquenza.
Un imbecille tra gli altri grida sorride abbraccia i bambini dichiara che gli altri puzzano e il resto del popolo brandisce al vento bandierine e gridolini di giubilo.
Uno vince, l’altro perde, il popolo ride o si affligge a seconda della disposizione, poi i ricchi tornano dietro i loro recinti, i poveri nelle baraccopoli, e nulla cambia.

E allora perché non provare a fare evolvere questo sistema infantile, perché non tentare soluzioni alternative? Il sistema di intelligenza collettiva che propone Grillo – lo propone dal 2005, ricordo di averlo sentito in un dicembre a Cuneo – non sarà sicuramente perfetto, ma per lo meno offre uno stimolo su cui ragionare.

Resta il fatto che i dubbi non mancano, soprattutto sulla competenza e l’inettitudine di per un motivo o per l’altro scelga di impegnarsi in prima linea. Riconoscersi onesti non basta, dichiararsi “portavoce” non cambia. Se qualcuno dovrà scrivere le linee guida per l’agricoltura, gradirei almeno che provenisse da un percorso di formazione di coscienza sul tema. L’amico Antanas, in Colombia, ha scelto i migliori accademici in ogni specifica disciplina, per governare. Un ladro mi sta sinceramente antipatico, ma un inetto con velleità di comando proprio non lo sopporto.

Perchè altrimenti il rischio è quello di ritrovarci tutti in una battuta letta su Spinoza.

“Dice che porterà in parlamento normali cittadini”.
“Ah. Non vedo perchè la cosa potrebbe tranquillizzarmi”.

Immagine e Azione.


02 Mar

Kibera Masks

Stazione di polizia di Kibera, lo slum di Nairobi.

Tensione nell’aria
eccitazione diffusa
vibrazione collettiva.

Dopodomani ci saranno le elezioni.

E volano gli elicotteri sulle nostre teste.
E squilla la tromba dalla guardiola.
Un centinaio di adolescenti armati battono i tacchi e saltano sull’attenti.

Arriva il comandante, arriva il generale, arriva il colonnello.
Tutto questo sembra il set di un film con dittatori anni 70.
Nell’architettura del contesto
nell’arredamento degli uffici
nell’abbigliamento dei presenti
leggi il fascino perverso di un mondo Altro.

Tutto questo è il set di un processo elettorale particolarmente importante, nell’Africa Orientale dell’anno 013.
Cosa succederà dopodomani?

Nel 2008, alle ultime elezioni, il disordine e la violenza etnica sono esplosi a fondo in tutto il paese, provocando un centinaio di morti e migliaia di problemi.
A Kibera, la baraccopoli più grande di Nairobi, la rabbia è esplosa contro la polizia.
Il novanta percento degli abitanti di Kibera è di etnia Luo (candidato Raila Odinga).
Il novanta percento dei poliziotti è di origine Kikuyu (candidato Uhuru Kenyatta, figlio d’arte).

Il sessantacinque percento dei kenioti vive negli slum.

Altre considerazioni qui.

Camerata


18 Gen

Sul treno.
Sale un tipo con gli occhiali scuri (nevica), gli abiti scuri, il cappotto scuro, e anche la pelle scura (questo è un dettaglio interessante).
Non c’è posto a sedere, rimane in piedi.
Mima una telefonata, non credo che telefoni veramente.
“Sì, camerata. Ci vediamo davanti alla casa di quegli schifosi, camerata. Ho portato anche il libro su quei bastardi ebrei, camerata. E’ sempre il solito discorso, il solito problema con i sionisti, camerata. Ho letto anche quello che avevi detto di leggere su Benedetto Croce, camerata. E’ giunto il momento di fare qualcosa, Monti è uno di quelli, è un amico dei sionisti, camerata. Ma ne parliamo più tardi. Heil, camerata [con annesso gesto del braccio]. Onore e rispetto. A dopo”.
La gente solleva gli occhi, qualcuno ascolta. Qualcun altro continua a leggere “Alla fine di un giorno noioso”, di Massimo Carlotto. Io smetto di scrivere questo testo e inizio a scrivere questo testo. Il nazista meticcio probabilmente non sta telefonando veramente, probabilmente c’è qualcuno con una telecamera nascosta che sta filmando la scena e le reazioni – o le non-reazioni – della gente.

Ecco, sì, dev’essere così.
Non sta telefonando veramente.
Dev’esserci qualcuno con una telecamera nascosta che sta filmando la scena e le reazioni – o le non reazioni – della gente.

Il buon vecchio giornalismo di domani


08 Mar

Esisteva il giornalismo, una volta. Quello buono. Quello serio. Quello riservato a una schiera di pochi eletti (che avevano la scritta “Press” sul cappello), uomini chiaramente consapevoli del proprio ruolo e dei limiti che questo comportava.

Poi venne il giornalismo. Quello spettacolare. Quello da grandi tirature. Quello innescato dal ruolo primario dei mezzi di comunicazione nelle sorti dei governi e degli uomini, quello da superstar che potevano permettersi il lusso di salire sullo stesso piedistallo degli oggetti dei loro servizi (Pinco Pallino intervistato da).

E infine, fu il tempo del giornalismo. Inteso come sportivo, gossipparo, popolare, zerbinizzante. Volti imbellettati utilizzati come amplificatori per trasmettere e inculcare un messaggio ben preciso: quello del datore di lavoro. Di un datore di lavoro che è anche politico che è anche opinion leader che è anche a capo di una holding che è anche te.

E adesso, è il tempo del giornalismo. Artigianale, esaustivo, direttamente dal produttore al consumatore. Di fronte ai principali quotidiani nazionali (tutti uguali: La Stampa è esattamente identica al tg delle 20.30, La Repubblica esiste tale e quale anche in Colombia, il taglio è quello trito e ritrito e viene messo insieme da stagisti sottopagati), appare ridicolo, una volta di più, il linguaggio dei cosiddetti “media”. Ci sono i blogs, ci sono movimenti d’opinione d’ogni sorta, ci sono esseri umani (i giornalisti) che non possono più materialmente raggiungere ogni notizia, e per ogni notizia ci sono centinaia di esseri umani che la vivono in prima persona – e hanno iniziato a esprimerla. Quando sfoglio uno qualunque di questi giornali, quando leggo questi patetici articoli messi insieme con lo schema tradizionale, provo un sentimento di autentica pena per questi costruttori di nulla, impegnati a tenere in piedi un anacronismo fatto di carta catrame e pubblicità, un unico giornale che parla le cinquemila lingue senza dire veramente niente.

La buona notizia, però, è che il giornalismo siamo anche noi. Con le nostre fotocamere, con i nostri frullatori che fanno video in full hd, con skype che permette di chiedere a un amico a fukushima di che colore è l’insalata da quelle parti. Tecnicamente non sarebbe troppo difficile attendere il sindaco di fronte al municipio, con il dito pronto sul tasto “rec”, e chiedergli “e quindi dottò, questo nuovo ospedale da cinquemilamilioni, a che cosa servirebbe?” Anche per questo, non è facile non incazzarsi di fronte a chi parla di “censura”, di “ai giornali però questo non interessa”, di “questo sì che andrebe detto in televisione”: la vera censura la operiamo noi, se continuiamo a comprare il giornalone da novanta pagine, se clicchiamo l’articolo sul vicino di casa del marito di garlasco, se condividiamo su facebook le foto dei nostri figli ancora feti e non quelle poche notizie che potrebbero interessare a qualcun altro.

Ah. A proposito: il reportage che segue l’abbiamo messo insieme – in due giorni – a Quito. Una conoscente parla di questo drammatico fenomeno silenzioso che coinvolge Haiti ed Ecuador, internet ti dice chi può spiegarti qualcosa, una videocamera e un po’ di montaggio fanno il resto. Costo totale: 10 euro (includendo due ottimi succhi di mango e maracuya con latte). La Stampa, Repubblica, Rai, Mediaset, Corriere & Co. continuano a mantenere inviati a Londra, per raccontare la pelliccia della regina.

Nel rispetto della migliore tradizione


11 Dic

Allora, la sequenza, suppergiù, è questa:

1- La famiglia è ossessionata dall’idea della figlia casta e pura fino all’altare.
2- La figlia, sedicenne, ha un rapporto sessuale.
3- La figlia, sedicenne, che ha appena avuto un rapporto sessuale ma anche una famiglia ossessionata dall’idea della verginità (e dell’altare), sa che presto sarà spinta verso il consultorio per il solito “controllino”.
4- La figlia si inventa di essere stata violentata.
5- Chi erano? Erano in due. “Capelli neri. Ricci. Uno dei due aveva una cicatrice sul volto. Puzzavano”.
6- Di fronte alla realtà della fimmina aggredita, i maschi con la clava gridano vendetta.
7- Un campo rom bruciato da una folla indiavolata.

Chi ha scritto l’ennesima sceneggiatura? Il prete e la sua paranoia di verginità? I giornali e i loro rom che esistono solo quando stuprano? Duemila anni di cultura machista, per cui le donne vengono violentate e gli uomini condannano NON lo stupro in quanto tale, ma l’idea che LA NOSTRA FIMMINA è stata violentata, l’affronto alla tribù va vendicato con il sangue?

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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