Archive for the ‘Potere [Linguaggio]’ Category

L’uomo-pesce


14 Set

Guardate, per esempio, l’uomo-pesce.

Le sue orecchie sono enormi, le sue braccia sono enormi, il tipo è visibilmente grasso.
Cos’è quel che stiamo guardando?

I suoi occhi sono così gonfi che pare debbano uscire dalle orbite, e le sue labbra sembra debbano esplodere.

Osservate le sue piccole pinne, e il fatto che questo individuo pare portare una maschera.

Sarà che questo è un uomo travestito da pesce, o sarà che qui c’è qualcos’altro oltre a un semplice travestimento?
Che quel che è rimasto impresso nel fango di mille anni prima è un essere proveniente da un mondo diverso rispetto a quello che abitiamo?
Che si tratti di un mostro, un eroe, un dio?

 

Nicola ch’i parlòva ‘dmâ dë Viora


03 Apr

Cold Gods

Probabilmente, solo tra qualche decennio diverrà chiara a tutti l’importanza del lavoro svolto da Nicola Duberti, che attraverso la sua collaborazione con l’Atlante Toponomastico Piemontese Montano è riuscito a fissare su carta [e su mappa] un tesoro linguistico destinato a sparire per sempre – e, di fatto, ormai già sparito.

Quando si perdono i nomi, si perdono anche le cose.
E infatti quella specifica roccia, quel rigagnolo d’acqua, quello scau e quell’appezzamento di terreno non significano più nulla. Elementi tra gli altri di un ‘paesaggio’ che esiste solo per chi ha perso del tutto la capacità di guardare, e vede un elemento astratto
[il ‘paesaggio’, appunto]
là dove prima c’erano infiniti elementi dotati di un nome e di un senso.

È un mondo che sparisce insieme alla sua intera geografia.
Ed è un suono che sparisce, suono chiuso verso il mondo.

La nutrita schiera di politici presenti alla serata di presentazione [la campagna elettorale è già iniziata, o non finirà mai], ha dato fiato ai tromboni parlando di internet in montagna, di fibra ottica che non c’è e dovrebbe esserci, quando l’unica cosa che funziona davvero in alta val Mongia è Eolo. Ma così va il mondo e così è giusto che vada: le parole che contano sono quelle che rimangono scritte, da qualche parte nel cuore o su un atlante di carta, e allora grazie a Nicola per questo regalo alla gente che verrà.

Baltic 1000


21 Gen

In quale momento è accaduto?
La ‘b’ e la ‘a’ in rapida sequenza, digitati nella url per arrivare a ‘balticman’, da qualche tempo portano sulla pagina della banca.

Significa che balticman sta invecchiando o diventando grande, e infatti ha raggiunto e superato, con questo post, le 1.000 pubblicazioni.
Rimarranno lì nell’etere per un po’, poi se ne andranno anche loro, silenziose come sono arrivate.
E se servirà un epitaffio, ben venga quello di Robert Walser, letto nei suoi Ritratti di Scrittori, per non cadere nell’insana tentazione di prendersi davvero sul serio.

 

“Io, per esempio, che pure sono un poeta, 
come discorso funebre 
– quando verrà il momento – 
mi auguro solo bugie. 

Purché siano bugie deliziose.”

— Robert Walser

 

No-Day


16 Lug

 

Disagio.
Gente che parla.
Dappertutto gente che parla.
Parlo anch’io.
Scrivo.

La carta non risponde.
“Scrivere è come parlare a se stessi”, dicono
ma se stesso non mi ascolta.

La-Campagna-Lettorale


21 Feb

tratto da: Il Giornale

L’Islàm.
Le ricariche telefoniche della wind.
I nigeriani.
Il Museo Egizio.
Il rifugiato senza biglietto sul treno.
La vera sinistra siamo noi.
Quaqquaraqquà.
I bonifici annullati.
Emma Bonino.
I negri, ancora i negri.
E i bianchi poveri, ai bianchi poveri chi ci pensa?
Censione di Pittadinanza.
Le larghe intese.
Le lunghe attese.
Elio e le Storie Tese.
Ancora i negri.
Il ritorno del fascismo.
I molisani, prima i molisani.
L’uninominabbbile secco.
Dal 5 marzo tutti a casa.
Stringiamoci tutti intorno a Pamela.
Negri, dateci dei negri, siamo indietro coi sondaggi.
La priorità è il Paese.
Prima di tutto, il voto utile.

E la Chiesa, la Chiesa non dice niente?

Noi


13 Feb

Tout comprendre c'est tout pardonner

Noi non siamo a favore dell’immigrazione.
Siamo a favore della deportazione
degli attuali residenti.

Bollettino dalla Nueva Granada


09 Set

Vogliamo dire ai colombiani, a quel gruppo eterogeno di persone che abitano quel territorio chiamato Colombia, a quelli che per colpa di qualche strano destino, o della divina provvidenza, toccò in sorte questo spazio, vogliamo dire:

A me pare che il principale problema sia nel momento stesso in cui si arriva ai primi giorni di scuola, e le prime parole siano “silenzio”, “alzarsi”, “sedersi”, uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, in alto, mezzo giro, mezzo, giro (lo que viene tampoco me parece interesante). A cosa serve sapere che esistono 105 elementi chimici? Che esistono gas nobili e gas infiammabili??

Jaime Garzón. Fue un abogado, pedagogo, humorista, actor, filósofo, locutor, periodista y mediador de paz colombiano.
Fue asesinado el 13 de agosto de 1999, en Bogotà.

In case I don’t die


04 Lug

In una vecchia scuola elementare occupata nella periferia di Torino
quaranta ragazzi sono messi insieme da un progetto in cui si parla d’Europa.
Dieci di loro sono greci.

In una vecchia scuola elementare occupata
dieci giovani greci parlano del referendum di domani,
raccontano cosa significhi sentirsi improvvisamente senza un suolo sotto i piedi,
immersi in un’economia bloccata a sessanta euro al giorno nella psicosi collettiva.

Raccontano della zia della madre, che ogni giorno telefona allarmata implorando per un SI.
Raccontano della compagnia telefonica straniera, che regalerà trenta giorni di chiamate gratis se si voterà per il SI.
Parlano di scontro generazionale, di un gruppo sociale che non è più disposto ad accettare i linguaggi del passato.
Due di loro vorrebbero ripartire prima del previsto, per arrivare in tempo a dire NO.

In una vecchia scuola elementare occupata
dieci giovani greci aspettano il risultato di un referendum.

In Case I Don't Die – A Greek whisper to Europe from Nicolas Androulakis on Vimeo.

Dal ristorante della Fao


10 Dic

La fila scorre veloce nella sala ristorante della FAO.
Insalate di ogni formato, anatra all’arancia, il piatto di giorno è il filetto di Orbetello.
Tremila funzionari mangiano qui, tra le 12 e le 14.30.

La signora qua di fianco parla e spiega come funziona l’organizzazione.
Molti ormai sono assunti come “consulenti”, soprattutto gli italiani e gli spagnoli.
Gli spagnoli sono il doppio del numero previsto. Gli italiani sono comunque una discreta maggioranza.
I dipendenti sono obbligati a sottoscrivere un’assicurazione sanitaria privata. Come in America?, le chiedo. Come in America, risponde.

Il filetto di Orbetello naviga in un mare di piselli.
Pure gli spinaci sono buoni. Forse però manca un po’ di sale.
E quanto costa, ogni dipendente/consulente?
Circa diecimila euro al mese. Ma più della metà va in costi di gestione.
Alla fine lo stipendio è un po’ meno del 50%, di quei 10.000 euro.

Nei tavoli intorno siede tutto il mondo.
Facce egiziane, capelli africani, un vasto ventaglio di orientali.
Da qualche anno è iniziata la decentralizzazione, racconta la signora qua accanto.
Oggi, molti progetti della FAO vengono gestiti direttamente dalle varie sedi regionali.

Estraggo dalla tasca il telefonino, prima di assaggiare il budino alla crema.
Diecimila per tremila. Risultato: trenta milioni di euro.
Un budget al ribasso, una media grezza, per calcolare il budget che l’Organizzazione per il Cibo e l’Agricoltura spende ogni mese per i soli costi del personale della sede centrale di Roma.

Anche il budino alla crema non era male.
La signora qua accanto ha finito e si alza.
Caffè?, dice.
Caffè.

[questo post è stato pubblicato grazie alla connessione wireless della sede FAO di Roma].

Chi non è mai partito non può tornare


09 Set

…si può essere stranieri a Londra, se si è slovacchi o italiani, e l’Europa è un’unica casa?

Nella matematica di questo documentario, il risultato è chiaro.
L’Europa non è – ancora – un’unica casa.

Tre anni di gestazione, quattro diverse città, in Europa.
I profili degli intervistati selezionati accuratamente per non lasciare indietro nessuna possibilità: chi è partito e non vuole tornare, chi è partito e vorrebbe tornare, chi è tornato e sta bene, chi è tornato e non sa se ripartire.

E sommerse tra cifre, numeri e statistiche, molte storie vere, di quelle che succedono dentro.
La confessione di Isabel, che dalla Polonia se n’è andata a Londra e con profitto, ma che oggi non può tornare perché suo marito, australiano, dovrebbe reinventarsi una vita in polacco. Isabel, che scrive un diario affinché i suoi figli un giorno possano capire, tormentata dal dubbio che per i suoi figli, quel giorno, la lingua di sua madre sarà una lingua straniera.

I polacchi a Londra (moltissimi, una nazione a parte), gli italiani a Londra (la sesta città d’Italia, dopo Genova), i tedeschi ovunque, gli scienziati delle stelle a cui il concetto di “confine” sta troppo stretto. E una musica che è soprattutto un canto, e una mano che chiede consiglio ai muri, “continuare a spostare le persone, o spostare le prospettive?”

I muri, come al solito, non hanno risposta.

[Il documentario è stato realizzato nell’ambito del progetto ReTurn – Central Europe].

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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