Gente, il discorso è serio. Tra un paio di mesi devo (DEVO?) tornare in Italia, e voi non mi aiutate per niente. Leggo quotidianamente repubblica.it e il corriere.it, e rimango alquanto tumefatto da ciò che è diventato ormai il mio paese. Voglio dire. Una sagra di fighe e battibecchi. Una grande osteria a cielo aperto dove chi la spara più grande vince il quartino di vino, non importa ciò che accade altrove, gli spaventevoli intrighi dello stivale la fanno sempre da padrone.
Per fare un esempio. Un paio di giorni fa si è verificato un notevole atto terroristico a Minsk, una di quelle robe che se accadessero a Berlino o a Milano Marittima sequestrerebbero la morbosa attenzione dei media per due settimane almeno. Ciònonostante, è avvenuto a Minsk, e non ci sono motivi di rilievo per aggiornare gli italioti sull’avvenimento. Molto meglio approfondire il dramma del vestito da sposa a Rapallo, ovvio. Inutile sottolineare che Minsk è a 60 km dall’Unione Europea, che da quelle parti la gente spalma il lucido da scarpe per ubriacarsi low-cost, che il dittatore Lukashenko alla fine dei conti non si è mai permesso di attaccare la magistratura del suo Paese (stavolta con la P maiuscola) perchè svolgeva il suo sacrosanto lavoro giustizialista.
A tutto ciò pensavo nei giorni della liberazione di Ingrid. Alla sposa di Rapallo, alle mogli di Tronchetti Provera, alle allegorie del criminalnano e a tutti i pregiudizi che le massaie di Voghera riescono ancora (incredibili, stupende) a lanciare contro le popolazioni cosiddette extracomunitarie. Sugli schermi della televisione scorrevano le prime pagine dei più infimi quotidiani mondiali, ma della stampa italiana nessuna traccia, come è giusto che sia. Bella gente, anche il concetto di “terzo mondo” sta cambiando. Lo dicono i giornali, inconsapevoli, ogni mattina.
Nei miei giorni bogotani, la direttrice della semana.com davanti a un ottimo Ajiaco confessava che la sua redazione era in fermento: tutto lasciava presupporre importanti novità dal fronte FARC. Diciannove giorni dopo, per la prima volta nella storia della Costa Caribe, la buseta che mi riporta a casa inspiegabilmente bandisce l’onnipresente vallenato a 100 decibel per sintonizzarsi sul notiziario radio. L’eurocoppa è finita domenica, presagi di qualcosa di grosso.
Alla notizia della liberazione di Ingrid (e degli altri 14, tra i quali i 3 gringos del caso-Trinidad), l’entusiasmo della gente è davvero alto. In un clima di sincera commozione, la gente comune e normalmente piuttosto disinteressata a narcoparapolitiche varie ascolta attentamente le voci eccitate della televisione, schermi che riempiono le silenziose strade di Barranquilla in un cammino notturno solitamente deserto. La stessa, incessante cronaca in diretta (neanche la martellante pubblicità colombiana questa sera interrompe Uribe) racconta di un popolo che con ritrovata speranza riscopre la dignità, contro quel cancro interno che nella realtà del 2008 ha consumato definitivamente il limite di sopportazione della gente.
La realtà politica, è quantomeno interessante. Prima di tutto, un elogio a quel fantastico stile sudamericano che riempie di “gracias a Dios”, “mia madre mia moglie mia figlia”, “usted senor Presidente” e “Virgen Maria” qualsiasi apparizione televisiva. In termini effettivi, l’eccellente operazione messa a segno dall’esercito colombiano, oltre a far riesplodere il consenso e la cieca ammirazione intorno ad Uribe, spinge le FARC di fronte ad un bivio fondamentale, a una scelta da prendere dopo gli ultimi disgraziati mesi. Una strada porta all’apoteosi della rappresaglia, ipotesi che terrorizza le famiglie delle centinaia i civili ancora prigionieri nella selva. Il cammino alternativo, potenzialmente incoraggiato dal recente avvicendamento ai vertici della Guerriglia tra Tirofijo e Alfonso Cano, invita a dialogo e negoziazione, miraggio inseguito senza successo finora. Nella sua prima conferenza stampa da neo-libera, Indrid Betancurt ha concluso cosi:
“I libri di storia non ricordano chi ha fatto le guerre, ma chi è riuscito a fare la pace“.
C’è una cosa che mi fa sballare, anzi due. La prima è il colpo di genio di La Russa (ministro della difesa? La Russa? Si??), con i suoi soldati in cittá “ma solo per un anno”. La mia avversione personale contro qualsiasi divisa mi impedisce di commentare equilibratamente la cosa.
Meglio ancora, peró, le risposte del Di Pietro, o di tal ex-parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. E’ sorprendente l’inquietante disinformazione che serpeggia in Italia a proposito di Colombia, sorprendente e triste, se si considera che non è solo la massaia di Saluzzo a sparar le sue teorie su un posto lontano che nemmeno conosce, ma anche politici, mogli di Sarkozy, dottori e panettieri enunciano le loro veritá su questo strano paese cocainomane e dittatoriale.
Sia chiaro. Colombia continua ad essere il primo esportatore di Biancaneve nel mondo (e la Sicilia continua ad essere un ottimo approdo commerciale), e la sua situazione politica puó essere quantomeno criticata (non sicuramente da un italiano, che elegge per la terza volta el Padrino Pituffo, come lo ha definito un barista di Bogotá, piú informato sul mondo di Di Pietro & friends). Peró, posso giurare che parole come “regimi dittatoriali sudamericani” sono un tantino campate in aria, si.
Ció non accade nelle politiche (e societá) spagnole, francesi o inglesi, attive nel promuovere da queste parti ogni forma di cooperazione, intuendo il potenziale futuro di un Paese che sta crescendo di anno in anno e che sembra aver superato i suoi anni piú difficili. Come giustamente commenta Fla, in ogni cittá sudamericana c’é un centro culturale francese (Barranquilla conferma), e tra gli europei che arrivano in Colombia per turismo gli unici italiani appaiono a Cartagena, feudo della prostituzione low-cost.
Che aggiungere? Niente. Il post è scritto, mi faccio una bella striscia di pura-colombiana e sono pronto a scendere per le strade di Bogotá, con il fedele kalashnikov a tracolla. Se voi volete seguir l’esempio colombiano, fatelo cosi.
“Para USA“, dicono i giornali di questa mattina. Giocando sul doppio senso preposizione grammaticale-paramilitarismo, annunciano così l’insperata e importante notizia. Son cose, cose importanti.
Alla Banda Bassotti, storico nome dell’underground italiano, sono state precluse le porte di Spagna. Censura che cade sul loro punk-rock, accusato di inneggiare alle violenze secessioniste basco-catalane.
Le persone che dormono meno di 6 ore e più di 9 ore tendono all’obesità. Non che la cosa mi turbi più di tanto, ma il tono di allarmismo con cui la mia vicina di sedia mi porge lo scoop ha le sue tinte drammatiche.
Erano anni che il Corriere della Sera non sfornava un articolo degno di nota. Questo retroscena su Roberto Saviano, con le agghiaccianti citazioni della “giornalista” del Foglio, interrompe il filone negativo.
“En la foto, militares chinos se preparan para revestirse con ropas de monjes… tomada, a escondidas, el 20 de marzo por la Agencia de Comunicación de Gran Bretaña.
Los monjes de Lhasa dijeron que ellos estaban encerrados y en absoluto no estaban en la manifestación. Algunos lo sabían desde el 20 gracias a esta foto ‘robada’ en condiciones de control irrefutable. La foto pasó por Italia hasta nosotros, testimonio de la desinformaciòn china”
Si dice che la Colombia sia il principale produttore mondiale di caffè, con il Brasile. La realtà della strada, però ha le sue sfumature, e a volte capita di rimpiangere le due dita di oro nero a euro 1 italiani. Effettivamente anchè il caffè è un’arte, o quantomeno un nobile atto, e gli italiani ne sono maestri.
Manizales, con i suoi dintorni irreali di colline d’argille e alberi quasi finti è conosciuta per le eccellenti piantagioni del Sacro Chicco. Sotto un tetto continuo di canna di bambù – la versione madre di quella che si conosce lì, qua si chiama “guaguà” e raggiunge i 14 metri – un reticolato verdeinfinito e pallini rossi sono le mappe geografiche di tanti piccoli mondi.
Ogni “finca” è infatti un microcosmo autosufficiente, dove i ragazzi della provincia arrivano per lavorare e si lì sposeranno per vivere la loro vita al profumo di caffè. I loro figli impareranno presto i segreti degli 8 mesi di vita del chicco, e una cooperazione tra contadini e il patròn della finca permetterà la costruzione, anno per anno, di un’aula in più nella scuola.
I benefici della tazzina quotata un euro rimarranno comunque lontani dalle fincas: dal 1988, anno del crack tra i paesi cafeteri, gli accordi non sono più stati rinnovati e i prezzi per i produttori primi sono rimasti gli stessi di 20 anni fa, fermi ai 2 $ al kg quando le vacche sono grasse.
L’esplosione del valore avviene con il passaggio alla torrefazione, e l’insostenibile prezzo fissato dalla Federazione Cafetera Colombiana per ottenere la licenza (350-400.000 €) lascia campo libero in questa fase alle multinazionali. In più, sempre più spesso appaiono malattie e strani insetti “inviati dai brasiliani spaventati di perdere la loro leadership, 15 anni fa”, come spiega Patròn Jorge.
Non si dispera il contadino-guida Sergio: “quando de cada en cuanto la televisione annuncia nuovi problemi per il mio paese, salgo sulla collina più alta della finca e davanti a questo spettacolo mi sento la persona più fortunata del mondo”.
Tempi di marcia. Ieri per la Colombia e il mondo si manifestava ancora una volta contro tutte le forme di violenza – tutte, incluse quelle in qualche modo “legalizzate”. Pochi feedback, il troppo genera inflazione.
Bellissima la musica della notte caraibica. Vallenato, salsa, cumbia generano ritmi di danza pazzeschi. Ma a tutto c’è un limite, fatemi sentire stratocaster.
Che lazzoroni questi costeños. La statura sociale di un uomo qua non si determina con la Mercedes o l’X5, si misura con il numero di fidanzate reali o dichiarate. In particolare mi piace come le donne – tutte - definiscono i loro uomini. “Perros”, cani. Fa sorridere.
Sale la febbre incosciente del viaggio. Richiami confusi arrivano da quel 99% di Colombia che ancora aspetta di essere calpestato. Voci calme dalle terre dell’est, le porta il vento e profumano di caffè.
Juanez ha lanciato l’idea di un concertone-riconciatore sul martoriato confine colombovenezuelano, ovviamente gratis per tutti. Si tratta di un uomo che, mi rendo conto può sembrare incredibile, a aprile riempirà uno stadio di Houston per un concerto ad 84 dollari a cabeza. “Con la mano destra invito i fratelli equadoriani, con la sinistra quelli venezuelani”. La ragione arriva dalla musica.
Per le strade, in università, sui taxi, mi si dà dell’argentino. Devo ancora capire se è un bene o un male.
Auguri a tutte le donne, siano esse madri mogli fidanzate compagne di viaggio o compagne di qualcosa. Ed auguri al Baltic Man, 22 anni oggi, o domani, o ieri. Non ho ancora assimilato il funzionamento dei fusi orari.
Paese che vai e tastiere che trovi. Ogni internet cafe’ o computer in generale richiede una conseguente dose d’ingegno per trovare simboli essenziali come _ o ‘.
¿¿¿Ma chi e’ il pazzo che in Colombia ha stabilito che @ si ottiene con ALT+64???
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”