La cienaga del Magdalena s’impadronisce delle terre. Rassegnati sotto il sole cocente, i contadini di ColombiaCaribe abbandonano le loro mule per canoe e a colpi di machete si riprendono ciò che resta del loro duro lavoro. Facce forti, facce brave, e in spagnolo “bravo” non è il buono ma l’arcigno, il duro. Figli della terra e terra stessa, rapporto profondo e totale coltivato (questa è la parola giusta) senza più contar gli anni o i decenni, solamente le stagioni.
Ricordo un universo lontano. Erano gli anni delle macchie d’erba sui jeans, e io spendevo i miei pomeriggi in campionati di calcio contro mio fratello tra le pietre e la terra delle Langhe. Ritrovo nella cienaga che si consegna lenta alla notte quelle immagini di paradiso perduto. Quell’indimenticabile giorno dove il tramonto si fermò. Il sole rimase sospeso a mezz’aria, imbarazzato come un falso vicino di casa per immischiarsi nella promiscuità di fottute vicende umane. Eppure non abbandonava, nel calore del suo ultimo abbraccio quotidiano, le rughe di quel vecchio – mio nonno, le sue rughe e il riverbero degli occhi all’abbraccio della luce.
Il silenzio fermò il pallone e il motore del camion, violento, s’impadronì della scena. Nel surreale della polvere trasportava via con sé un trattore, un vecchio trattore, uno di quei ferrami da campo che ancora si vedono là dove l’agricoltura è una vocazione generazionale e non solamente un commercio drogato. Io e mio fratello lo vedevamo allontanarsi lento, nell’eterno tramonto dell’estate che inizia, sempre più piccola la nostra astronave arancione scompariva all’orizzonte.
Una lacrima mi bagnò la spalla. Per la prima volta vedevo mio nonno piangere, mio nonno, più duro di quella terra che da sempre combatteva con la forza del sudore. Fu un’occhiata, fu un secondo, fu una vita: “questa volta il mio mulo mi abbandona”.
La televisione. Quest’oggetto, solitamente nero, praticamente sconosciuto al sottoscritto da due anni almeno, di tanto in tanto perde il suo logico uso di mero raccoglitore di oggetti riposti per accendersi, prender vita insomma, e dire qualcosa. Per metter le mani avanti, diciamo fin da subito che il palinsesto colombiano, oltre alla pubblicità e alle sempiterne telenovelas, non ha niente di meglio e niente di peggio da offrire rispetto a quello di altri Paesi.
Eppure l’altra sera, schiacciato nella morsa di individui silenziosi e grigi, mi sono ritrovato davanti ad una trasmissione di tal Pirry, una specie di “Iena” colombiana si potrebbe dire, per classificare il personaggio. Affrontava, il Pirry, un argomento effettivamente interessante: l’appoggio (ideologico ed economico) che ricevono le FARC dall’Europa, soprattutto dal Nord Europa. La schiera di sostenitori morali, invasati, simpatizzanti vari è infinita ed apparentemente incomprensibile, alla luce dei fatti. Mentre sullo schermo scorrevano immagini di 12enni di ronda a mitra in mano, per esempio, il responsabile di un’O.N.G. danese riusciva ad affermare: “le voci di bambini guerriglieri sono solo chiacchiere. Noi continueremo a vendere magliette “FARC-EP” per sostenere la lotta di liberazione del popolo colombiano”. Se da una parte si può comprendere il romantico idealismo che legittimava le FARC all’epoca della loro nascita, va detto che l’anacronismo e la disinformazione di queste genti è effettivamente agghiacciante, e ho visto schiere di colombiani incazzarsi notevolmente di fronte ad affermazioni di questo genere.
Poi, un’immagine mi è saltata alla cabeza. Una torrida estate italiana di qualche anno fa, un lungomare, la patetica sfilata di quegli individui tutti uguali che ogni estate vanno in overdose di Lucignolo e sfoggiano la stessa maglietta, o lo stesso occhiale, o lo stesso bracciale. E mi sono ricordato di quell’anno in cui la moda erano le magliette “Narcotrafficante”, o “Pura Polvo Blanca”, o “Cocaina Colombiana”, robe cosi. ¿Ti ricordi? E ancora una volta l’umana deficienza spiegó i piú illogici meccanismi.
(foto di alias Maktop)
Gente, il discorso è serio. Tra un paio di mesi devo (DEVO?) tornare in Italia, e voi non mi aiutate per niente. Leggo quotidianamente repubblica.it e il corriere.it, e rimango alquanto tumefatto da ciò che è diventato ormai il mio paese. Voglio dire. Una sagra di fighe e battibecchi. Una grande osteria a cielo aperto dove chi la spara più grande vince il quartino di vino, non importa ciò che accade altrove, gli spaventevoli intrighi dello stivale la fanno sempre da padrone.
Per fare un esempio. Un paio di giorni fa si è verificato un notevole atto terroristico a Minsk, una di quelle robe che se accadessero a Berlino o a Milano Marittima sequestrerebbero la morbosa attenzione dei media per due settimane almeno. Ciònonostante, è avvenuto a Minsk, e non ci sono motivi di rilievo per aggiornare gli italioti sull’avvenimento. Molto meglio approfondire il dramma del vestito da sposa a Rapallo, ovvio. Inutile sottolineare che Minsk è a 60 km dall’Unione Europea, che da quelle parti la gente spalma il lucido da scarpe per ubriacarsi low-cost, che il dittatore Lukashenko alla fine dei conti non si è mai permesso di attaccare la magistratura del suo Paese (stavolta con la P maiuscola) perchè svolgeva il suo sacrosanto lavoro giustizialista.
A tutto ciò pensavo nei giorni della liberazione di Ingrid. Alla sposa di Rapallo, alle mogli di Tronchetti Provera, alle allegorie del criminalnano e a tutti i pregiudizi che le massaie di Voghera riescono ancora (incredibili, stupende) a lanciare contro le popolazioni cosiddette extracomunitarie. Sugli schermi della televisione scorrevano le prime pagine dei più infimi quotidiani mondiali, ma della stampa italiana nessuna traccia, come è giusto che sia. Bella gente, anche il concetto di “terzo mondo” sta cambiando. Lo dicono i giornali, inconsapevoli, ogni mattina.
C’è una cosa che mi fa sballare, anzi due. La prima è il colpo di genio di La Russa (ministro della difesa? La Russa? Si??), con i suoi soldati in cittá “ma solo per un anno”. La mia avversione personale contro qualsiasi divisa mi impedisce di commentare equilibratamente la cosa.
Meglio ancora, peró, le risposte del Di Pietro, o di tal ex-parlamentare dei Verdi Angelo Bonelli. E’ sorprendente l’inquietante disinformazione che serpeggia in Italia a proposito di Colombia, sorprendente e triste, se si considera che non è solo la massaia di Saluzzo a sparar le sue teorie su un posto lontano che nemmeno conosce, ma anche politici, mogli di Sarkozy, dottori e panettieri enunciano le loro veritá su questo strano paese cocainomane e dittatoriale.
Sia chiaro. Colombia continua ad essere il primo esportatore di Biancaneve nel mondo (e la Sicilia continua ad essere un ottimo approdo commerciale), e la sua situazione politica puó essere quantomeno criticata (non sicuramente da un italiano, che elegge per la terza volta el Padrino Pituffo, come lo ha definito un barista di Bogotá, piú informato sul mondo di Di Pietro & friends). Peró, posso giurare che parole come “regimi dittatoriali sudamericani” sono un tantino campate in aria, si.
Ció non accade nelle politiche (e societá) spagnole, francesi o inglesi, attive nel promuovere da queste parti ogni forma di cooperazione, intuendo il potenziale futuro di un Paese che sta crescendo di anno in anno e che sembra aver superato i suoi anni piú difficili. Come giustamente commenta Fla, in ogni cittá sudamericana c’é un centro culturale francese (Barranquilla conferma), e tra gli europei che arrivano in Colombia per turismo gli unici italiani appaiono a Cartagena, feudo della prostituzione low-cost.
Che aggiungere? Niente. Il post è scritto, mi faccio una bella striscia di pura-colombiana e sono pronto a scendere per le strade di Bogotá, con il fedele kalashnikov a tracolla. Se voi volete seguir l’esempio colombiano, fatelo cosi.
L’amore è una faccenda pericolosa. Immaginati artista, immaginati scrittore o regista. Logicamente ti innamori in quello che la tua mente produrrà, è inevitabile. Sognerai di notte il tuo soggetto, lo vedrai giorno dopo giorno sempre più uguale all’orgasmo dei tuoi sogni. Guarderai il tuo soggetto con occhi tutti tuoi, e gli stessi occhi li sposterai dall’incanto che un tempo ti colpiva. E allora si sarà aperto un tunnel a discensione verticale accelerata, fino a laggiù dove finisce l’obiettività. Ma anche l’obiettività è una faccenda pericolosa.
Sempre più spesso la popolazione colombiana mi chiede di contrattare un taxi per loro. “Tu riesci a strappare un prezzo migliore”, mi dicono. Devo ancora decidere se esserne orgoglioso o no.
In Colombia è arrivata “l’onda invernale“, perbacco. Robe tipo inondazioni catastrofiche, villaggi allagati, e sorprendenti sono le risposte tipicamente sudamericane alla cosa: una comoda attesa sulla poltrona galleggiante, aspettando che l’acqua se ne vada. Anche a Cuneo piove e la gente muore. Toh.
To feel. What a beautiful world is this one. When you translate it in other languages, you loose somewhere the real meaning of it.
Oggi è il giorno dell’apocalisse. C’è una concatenazione di potenziali eventi che, in caso di esplosione, provocherebbe una reazione a catena dalle conseguenze catastrofiche su scenari futuri multipli. Ho affrontato la cosa svegliandomi in ritardo, e contemporaneamente sono finiti lo shampoo e il dentifricio. Cattivi presagi.
“El ùltimo fin de semana se registrò una actividad extraordinaria en el Terminal de Pasajeros de la Guajira. Solamente el domingo, en el barco espanol “Monserrat” abandonaron el paìs 580 inmigrantes. La mayorìa de ellos eran italianos. Los venezolanos que presenciaron el espectàculo asumieron una actitud discreta, salvo un negro gigantesco cuyo orgullo nacional se sintiò herido frente a la alegrìa de los inmigrantes.
“Si estàn contentos de irse, entonces no vuelvan màs nunca”, gritò.
Desde el 23 de enero, 2014 italianos han arreglado sus papeles apresuradamente, han engrosado las interminables colas en las oficinas de extranjerìa y en el consulado de su paìs, han hecho milagros con sus escasos bolìvares y estàn ahorar de vuelta en Italia. El obrero extranjero, a pesar de trabajar duramente hasta 16 horas, no ganaba en muchos casos màs de 12 bolìvares por jornada.
En la embajada se registran 1.300 italianos que solicitan ser enviados a su patria por cuenta del gobierno, pues no tienen dinero para el pasaje. Se calcula que màs de 5.000 italianos en Venezuela estàn sin trabajo. Aunque la mayorìa se siente atemorizada por los ataques de que han sido vìctimas y por las amenazas contra sus propiedades y su persona, la razòn de el rimpatrio masivo es de orden economico. (…)
En la Guajira, donde bajan a despedirlos los compatriotas que no pudieron irse, cantan y bailan, como lo hace todo el que se va, en cualquier parte del mundo. Pero en cubierta, mientras dicen adiòs a los que se quedan, mientras la atmòsfera se estremece con la sòrdida y melancònica sirena del barco, los inmigrantes lloran. Lloran todos: los que se van y los que se quedan. Ese es el ùltimo capitulo de un drama social que ha vivido Venezuela en los ùltimos 10 anos y del cual solamente ahora se puede hablar libremente”.
Gabriel Garcia Marquez, “Cuando era feliz y indocumentado”.
Impurità e impunità tirate su dal naso. Sottoforma di unte polveri bianche, particelle maledette di umani timori che entrano in circolo vizioso e continuo. Si materializzano in isterie, in paranoie complesse, nel sudore freddo che graffia e scolora la tua fronte. Reazione elemento soluzione. A trip continuo, continuo ed invertito: soluzione elemento e reazione.
Circolo che si anima per rispondere a un problema, fino a quando il debole cervello umano non formalizza immaginari problemi per soddisfare le esigenze della dipendenza, i richiami di una forza fino ad ora sconosciuta che velocemente s’impadronisce della ragione.
Impurità tirate su con le narici, cancellano i profumi e con i profumi le particolarità che ci differenziano l’uno dall’altro, e mentre rianimano le unghie dei piedi spengono un cervello che si abbandona ad un maledetto black-up, e se accendono la miccia producono internamente la bomba, e se spengono la ragione rigenerano quelle gocce di depressione espulse a getto continuo dai pori della fronte.
Cocaina come sintomo d’insicurezza, cocaina come elemento d’attenzione del paniere sociale, cocaina come variabile costante nelle notti diverse del mondo intero. Del mondo intero: anni fa i colombiani integralisti benedivano la coca perchè uccideva i figli del nemico lontano, vendetta d’esportazione. Oggi giorno la polvere è pane per patetici, chi condanna Colombia non è mai uscito di casa al sabato sera in Italia. Cocaina come falsa amica che, nella totalità dell’espressione, ti prende davvero per il naso. Per restare poi rinchiusa in quelle stanze della mente rassegnate alle tresche sporche nei giorni di pioggia nera.
Al di là della preoccupazione dei Paesi (quelli con la P maiuscola) dell’Unione Europea per il ritorno dell’Onnipotente, un non-troppo-velato spirito di sfottò ha accolto il risultato già vecchio proveniente dallo stivalaccio.
Si preannunciano cinque anni simpatici per gli italiani residenti o in qualche modo esiliati all’estero. La macchina si è già messa in moto.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”