Archive for the ‘Linguaggio [potere]’ Category

La Volpe e il Mirtillo


27 Ago

 La Volpe e il Mirtillo

Venerdì 24 agosto, mentre i ministri da bettola rimanevano concentrati sulle loro questioni di principio, una cooperativa sorta grazie a una corretta, sacrosanta e lungimirante gestione della manodopera migrante ha intrapreso un’opera storica, recuperando una vecchia vigna in frazione Eca, ad Ormea.

La migrazione, come l’agricoltura, può essere un problema o una risorsa. È tuttavia curioso notare che, mentre molti italiani della Val Tanaro rimangono a pontificare, polemizzare e inveire contro i negri seduti davanti a un bianchetto al bar, i cosiddetti negri recuperano i boschi lavorati dai loro avi e abbandonati dai loro genitori, contribuendo a una trasformazione del paesaggio che, se non cambierà la storia, cambia almeno la geografia.

L’ombra lungo i muri


11 Ago

“Splende la piazza già tranquilla di cielo e di botteghe
ma quei ragazzi andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra lungo i muri”.
Francesco Costabile

Sulle pareti di Castelnuovo di Conza, alta Irpinia al triplice confine tra Campania, Calabria e Lucania, c’è spazio per la poesia.
“Vedi questo palazzo abbandonato, al centro della piazza”, dice Tina. “In occasione della presentazione del tuo libro di stasera, avremmo voluto decorarlo con un grande murale, un’opera d’arte per omaggiare la vicenda dei fratelli Di Domenico, i nostri concittadini illustri. Purtroppo è stato impossibile, perché abbiamo scoperto che gli eredi dell’immobile sono 36, sparsi in tutto il mondo, in tutto il mondo davvero. Nessuno sa più chi siano. E loro non sanno più dov’è Castelnuovo di Conza”.

Castelnuovo di Conza è il paese degli emigrati.
Quattrocento sono i residenti in paese, tremila e cinquecento i castelnuovesi iscritti all’AIRE. Sono discendenti di chi partì centoquaranta anni fa, vendendo il corallo ai francesi o i prodotti italiani ai lavoratori del canale di Panama. Oppure sono partiti loro stessi negli anni Sessanta, Settanta o Ottanta, perché l’emorragia non si è fermata con l’illusione del boom economico d’Italia. “La nostra principale tradizione è l’emigrazione”, dice ancora Tina, e c’è ironia e c’è consapevolezza nelle sue parole. Tina è l’unica rappresentante della sua classe anagrafica ad aver scelto di vivere al paese.

Tra questi professionisti della fuga, il libro “A raccontar la luce” recupera la straordinaria vicenda dei fratelli Di Domenico, che negli anni Dieci del Novecento divennero, un po’ per scelta e un po’ per caso, pionieri del cinema in Colombia. Per loro l’idea del cinematografo nacque come un’idea commerciale tra le altre, fino a quando il gioco divenne serio e iniziarono a produrre film. Oggi le loro vistas, filmate a partire dal 1915, rappresentano il materiale filmico più antico nella storia cinematografica del Paese sudamericano.

A Castelnuovo qualcuno si ricorda ancora di loro. “Lu millunario”, veniva chiamato Francesco, il maggiore dei due fratelli. Negli anni Trenta fece ritorno in paese con “la scatola parlante”, il primo apparecchio radio a raggiungere quelle montagne. L’entusiasmo fu tale che la scatola parlante non veniva mai spenta; gracchiava dal balcone di casa Di Domenico 24 ore al giorno. La madre di Tina invece ricorda il profumo dei glicini che correva su quel balcone. Quando lei nacque Francesco se n’era già tornato definitivamente in Colombia, che era divenuta, come per molti altri castelnuovesi, la nuova patria adottiva.
L’emigrazione, dopotutto, è un gioco che va giocato fino in fondo.
Una volta abbandonato, al “maledetto paese” non si torna più.

Ma nel tardo pomeriggio del 23 novembre 1980, il paese è divenuto maledetto per davvero. Una scossa sismica durata un paio di minuti ha azzerato il paese, e decimato ulteriormente chi è rimasto. Sono morti soprattutto i bambini, più reattivi a fuggire per strada alle prime avvisaglie del tremore. Castelnuovo di Conza oggi sorge più in basso, in un improvvisato dialogo architettonico tra le abitazioni d’emergenza che poco alla volta divennero definitive e le nuove case. Il centro storico è stato in buona parte ricostruito, tale e quale a come si era sviluppato a partire dal secolo XII. Sono uguali le forme delle case, la loro disposizione e anche i colori sono gli stessi. L’unica differenza è che non ci abita più nessuno: i castelnuovesi hanno sviluppato un comprensibile senso di terrore verso il borgo che ha seppellito i loro cari. Nella graziosa piazza del paese, di fronte alla casa dai 36 eredi ignoti, sorge un efficace monumento alle vittime del sisma. I figli di Tina giocano tra la simbolica porta dalle catene spezzate. Mentre osserviamo la scena nelle ultime luci del giorno, un impiegato del comune scaccia i fantasmi del passato. Aveva diciott’anni quando si ritrovò ad estrarre con le proprie mani, pochi minuti dopo il crollo, il cadavere della prima piccola vittima del sisma.

“Splende la piazza già tranquilla di cielo e di botteghe,
ma quei ragazzi andati al Venezuela
hanno scritto la loro ombra lungo i muri”.
Tra il terremoto e l’emigrazione, l’emorragia dei castelnuovesi ha segnato l’intero Novecento. Eppure il paese non si arrende, come conferma il grande lavoro svolto dalla neo-ricostituita pro-loco “a Chianedda”. Nel centro del nuovo paese sorto giù in basso c’è una piazza dal nome significativo, “piazza dell’Emigrante”. Tra ius soli e ius sanguinii, in un’Italia incapace di fare i conti con il proprio passato transnazionale e precario, chissà che non arrivi proprio da lì un messaggio per il futuro.

Crasssshssszzzptf


21 Mag

.

Questo testo poteva essere l’ultimo
l’ultimo di una lunga serie di notti non dormite y procrastinación.
Sarebbe potuto
– avrebbe dovuto –
chiudersi così questo blog,
sparire da un momento all’altra senza lasciare traccia di sé
assenza di un referente in un delirio a senso unico.

Uno schermo nero e vuoto di risposte
“this domain does not exists e non terremo traccia di te”
l’identità digitale è labile effimera illusoria e fugace
tu muori nel buio, e l’uomo baltico se ne vola via con te.

Ancora una volta di fronte alle macerie fumanti
a parlare di ricostruzione
a tentare di afferrare quel che già non è più tra le mani
a sentirsi formica e non cicala, inutile formica, schiacciato da un destino su cui non avrai controllo mai.

E invece questo post è il numero mille
1.000 volte “scrivi”, senza aver chiaro il perché
1.000 volte leggi, leggi l’ombra di te
1.000 volte ancora, muchas gracias a Cé.

Miguel Almereyda


25 Mar

Last snow

Un bar
– tutto è già accaduto –
si svela
si svela mentre accade
forse tutto sta accadendo
e noi siamo chiusi dentro
e noi siamo con lui
laggiù
là dove non è più
là dove sarà
e lo aspetteremo
mentre tutto accade
è già accaduto e ancora
accade.

La-Campagna-Lettorale


21 Feb

tratto da: Il Giornale

L’Islàm.
Le ricariche telefoniche della wind.
I nigeriani.
Il Museo Egizio.
Il rifugiato senza biglietto sul treno.
La vera sinistra siamo noi.
Quaqquaraqquà.
I bonifici annullati.
Emma Bonino.
I negri, ancora i negri.
E i bianchi poveri, ai bianchi poveri chi ci pensa?
Censione di Pittadinanza.
Le larghe intese.
Le lunghe attese.
Elio e le Storie Tese.
Ancora i negri.
Il ritorno del fascismo.
I molisani, prima i molisani.
L’uninominabbbile secco.
Dal 5 marzo tutti a casa.
Stringiamoci tutti intorno a Pamela.
Negri, dateci dei negri, siamo indietro coi sondaggi.
La priorità è il Paese.
Prima di tutto, il voto utile.

E la Chiesa, la Chiesa non dice niente?

Noi


13 Feb

Tout comprendre c'est tout pardonner

Noi non siamo a favore dell’immigrazione.
Siamo a favore della deportazione
degli attuali residenti.

Homo / Homini / Lupus


30 Nov

La famiglia

Hoy
adelanté el invierno
desperté insumiso
escuché el cántaro de agua en la tubería
fría
artificial
de otro día en el planeta-1.

Hoy esperé a la serpiente de acero y lata
me asomé a sus entrañas de ballena roja
y encontré a un charango y a una flauta de pan
y encontré lluvia fina,
material para un “volver”.

Tomando jugo auténtico en las esquinas
buscándole al cónsul sus ganas de hacer
devolviéndole el jugo auténtico a la noche,
“no necesito veneno
veneno para lo que viene,
mas bien tráigalo usté”.

Tráigalo usted que sabe donde conseguirlo
y tráigalo usted que no deja de buscarlo
este engaño de papel tiza sombra y whiskey
este enredo de relatos, que nos tiene hambrientos y satisfechos
al final
al final de cada página
en el reflejo del papel.

Hey. Te traigo noticias de tu hermano.


02 Nov

E’ vivo e ha toccato il ghiaccio, questa sera all’ora del diluvio, ha sentito il ghiaccio nella schiena.
Con lui andava una cagnetta di cui aveva dovuto guadagnarsi il rispetto, la cagnetta della ragazza che poi è diventata la sua ragazza.
Li ho trovati tutti insieme nella Torre Sur, tuo fratello la ragazza e il cane – che nel frattempo aveva sostituito la cagnetta, perché il tempo passa anche qui.

Sono rimasti anche loro nell’arroyo, perché la notizia è che questa sera a Bogotà ha grandinato.
Le strade sono bianche da ore. Bianchi i giardini. Le aiuole. Le scuole.
Ho camminato nell’ora dell’arroyo, del fiume in piena, del grande diluvio.
Le strade sono diventate uno spazio osceno, così come lo avevi letto tu in un libro, ob-sceno. Fuori-dalla scena.
Un ruggito di Selva che invade il territorio dell’uomo, e viene dal monte, e viene dal Nord.
Un fastidio dell’uomo, nel riconoscersi nulla.

Ho attraversato l’Avenida Caracas, dal Paradero del Bus all’altro lato, e non c’era più nulla da fare.
La pioggia mi aveva già impregnato i pantaloni verdi, quelli del Mercato de Segunda, tu sai quali sono.
Più tardi ho visto come l’umanità intera, lì intorno, reagiva in due modi diversi al diluvio.
Eravamo in un incrocio sulla 85, tra eucalipti e scarichi di diesel, nell’ora di punta della notte che si accende.

La maggior parte delle persone cercava riparo.
Attendeva sotto un’insegna, sotto un balcone, sotto il nylon di un chiosco.
La pioggia diminuiva d’intensità poi cambiava direzione poi riprendeva più forte di prima.
E quel che ti indeboliva non era l’attesa, ma la cancrena della speranza.
Il tempo passava e ricominciava a piovere. Avrebbe potuto andare avanti così per sempre.

Così entra la seconda possibilità, quella di una repentina partenza.
“Alla prima diminuzione d’acqua mi muovo, e cercherò varchi asciutti tra gli interstizi della città.
Senza considerare che l’acqua in faccia, una volta ricevuta, non ammette debolezze.
E’ un elemento raro, ed è lì che sta scendendo per te.

Non rimane altra scelta che continuare a camminare, a camminare veloce.
La città si muove in un modo strano lì intorno.
Le strade imbottigliate mantengono un ordine.
L’ordine dell’uomo nel disegno di Darwin.

Poi sono arrivato da tuo fratello, non ci vedevamo da anni, e mi ha dato un paio di calze asciutte.
Un’accoglienza essenziale e perfetta. Non serviva nient’altro.
E abbiamo guardato avanti e abbiamo guardato indietro e ci siamo salutati di nuovo.
Fino alla prossima volta ognuno per la sua: è a questo che serve, in fondo, un fratello.

E trenta minuti di taxi nella città ormai vuota.
Queste strade potrebbero andare avanti all’infinito, e fa paura quando la vedi dall’aereo – anzi como dijo el doctor Reyes “no causa miedo, sino profundo respeto”.
Sulla navicella spaziale che la attraversa radente al suolo si aprono varchi per osservarla.
Un viaggio con i taxisti che lavorano di notte, que siempre tienen historias para contar.

Salire sulla macchina di uno sconosciuto, invadere il suo spazio, sottomettersi alla sua volontà.
Ancora una volta quell’Aria Selvatica, quella vibrazione animale, quel pulsare nel buio.
La grande metropoli che in fondo è fatta di angoli,
un collage di dimensioni spaventose, stordenti, e i racconti ascoltati.
Rapine sequestri coltelli ossidati, la tensione nell’aria de un cielo que no descansa.

Lì in mezzo ho visto tuo fratello, non importa che tu abbia o non ne abbia uno: ti porto sue notizie.
Come gli Apollo del Regno, o i Pony Express di Sua Maestà, che percorrevano cento chilometri con i cavalli più veloci del Paese e poi consegnavano il pacchetto al suo successore.
In questo modo le sue notizie ti raggiungeranno prima del mio ritorno e si inchineranno discrete al vostro incontro,
sinceramente incantate.

Ti porto notizie di tuo fratello, un petardo e uno specchio.
Per guardarti con gli occhi di un altro,
per fare esplodere il caos.

La patria sarà quando tutti saremo stranieri


02 Nov

A quanto pare, benché io abbia dichiarato espressamente che non intendevo firmare l’appello sullo ius soli, il mio nome vi è stato in qualche modo illegittimamente inserito.
Le ragioni del mio rifiuto non riguardano ovviamente il problema sociale ed economico della condizione dei migranti, di cui comprendo tutta l’importanza e l’urgenza, ma l’idea stessa di cittadinanza.
Noi siamo così abituati a dare per scontato l’esistenza di questo dispositivo, che non ci interroghiamo nemmeno sulla sua origine e sul suo significato.
Ci sembra ovvio che ciascun essere umano al momento della nascita debba essere iscritto in un ordinamento statuale e in questo modo trovarsi assoggettato alle leggi e al sistema politico di uno Stato che non ha scelto e da cui non può più svincolarsi.
Non è qui il caso di tracciare una storia di questo istituto, che ha raggiunto la forma che ci è familiare soltanto con gli Stati moderni.
Questi Stati si chiamano anche Stati-Nazione perché fanno della nascita il principio dell’iscrizione degli esseri umani al loro interno.
Non importa quale sia il criterio procedurale di questa iscrizione, la nascita da genitori già cittadini (ius sanguinis) o il luogo della nascita (ius soli).
Il risultato è in ogni caso lo stesso: un essere umano si trova necessariamente soggetto di un ordine giuridico-politico, quale che sia in quel momento: la Germania nazista o la Repubblica italiana, la Spagna falangista o gli Stati Uniti d’America, e dovrà da quel momento rispettarne le leggi e riceverne i diritti e gli obblighi corrispondenti.

Mi rendo perfettamente conto che la condizione di apatride o di migrante è un problema che non può essere evitato, ma non sono sicuro che la cittadinanza sia la soluzione migliore.
In ogni caso, essa non può essere ai miei occhi qualcosa di cui essere orgogliosi e un bene da condividere.
Se fosse possibile (ma non lo è), firmerei volentieri un appello che invitasse ad abiurare la propria cittadinanza.
Secondo le parole del poeta: “la patria sarà quando tutti saremo stranieri”.

Giorgio Agamben.

What is he building in there?


25 Set

Cosa fa esattamente chi si occupa di
film literacy
audience building
welfare creativo
e media training?

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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