Archive for the ‘Linguaggio [potere]’ Category

Apporter le monde au monde


20 Ago

“Portare il mondo al mondo”.
Il mondo, concetto di periferia.
Partivano dal centro e raggiungevano la scena.
Poi la realtà non gli bastava, e fu così che nacquero le storie di finzione.

La rivoluzione al virtuale


02 Ago

 

In parallelo al caos sin solución che ormai definisce lo stato-delle-cose in Venezuela, sui social network di un amico – venezuelano – appaiono commenti e proclami.

L’America (intesa come Stati Uniti) imperialista, la vostra classe borghese, la rivoluzione del popolo come priorità, le menzogne della stampa.

Inutile aggiungere: si tratta di commenti ad opera di pensatori italiani, senza alcuna relazione con la realtà quotidiana del Venezuela o di un paio di suoi abitanti rimasti laggiù. La falsariga è quella dei “castristi a oltranza”, che si potevano ancora ammirare nei bar di provincia negli anni Novanta: quel che conta è il fine e non i mezzi, la battaglia è impari, la moretti è più buona della peroni.
Solo che in questo caso si tratta del chavismo, o per essere ancora più grotteschi: di Maduro, per essere più precisi di Nicolás Maduro Moros, e di quegli altri bolivarianos del siglo XXI che il fine della rivoluzione paiono averlo ben chiaro.

E’ il vecchio tarlo dell’ideologia.
Pare incredibile, ma così molti provano nostalgia verso i morbillivirus, c’è ancora spazio per le ideologie.
Per dirla con Mr. Lacarne, il principale problema del Secolo XXI è tutta questa gente del Secolo XX che ha deciso di trasferirsi fin qua.

MAKHNO


03 Lug

1
Aveva una maglia psichedelica e quarant’anni circa.
Se ne andava in giro per le montagne per inseguire una linea.
Tutti gli dicevano che si trattava di una linea importante, che tagliava a metà le creste e i pendii.
Una linea tracciata sulla terra e cancellata dal tempo, una linea che solo l’occhio di vetro riusciva a percepire.
MAKHNO preferiva pensare a geometrie diverse, superiori agli uomini e ai loro ultimi passi.
D’altra parte, nessun elemento garantiva risposte certe: la linea si spostava e scompariva.
L’occhio di vetro si perdeva e non capiva.
Sulla via della montagna, tutto era frontiera.


2

Di fronte alle barricate aveva incontrato un viandante.
“Se la gente non avesse abbandonato questi luoghi”, gli aveva detto, “questo tuo film non avrebbe senso”.
Diceva delle memorie accumulate in quegli ambienti.
Luoghi che la gente immagina, “studia”. Ripudia. Ma qualcuno ci abita.
“E’ una storia antica”, diceva il viandante.
Una storia scritta nei terrazzamenti e nelle meridiane, che se le guardi bene, hanno sempre le asticelle parallele all’asse del pianeta.


3
Poi MAKHNO è ripartito.
Si lasciava indietro i paesi degli uomini e le loro rovine. Le pietre erano messe tutte in linea come a voler segnalare una retroguardia, o forse, chissà, un’avanguardia.
L’occhio di vetro rimaneva fisso su una prospettiva obliqua, che messa così, in verticale, racchiudeva segni complessi e difficili da interpretare.
A guardarla bene, la linea esiste per davvero, ed è in movimento.


4
Sulle carte e sulle mappe, l’altro lato rimaneva bianco.
Terra sconosciuta, vuota, terra non prevista.
A quel punto la linea si faceva reale, e dietro di lei, secondo le previsioni del meteo, non splendeva il sole e nemmeno pioveva.
Dietro la frontiera il cielo rimaneva sempre trasparente, chiaro.

MAKHNO inseguiva quello spazio bianco, come un desiderio di purezza.
Non cercava la pace: fuggiva da una guerra.
Sentiva la necessità assoluta di attraversare un punto di separazione, di camminare su terra straniera.
Così, dimenticandosi della linea, è riuscito a raggiungere quel luogo senza elementi, senza segni, senza informazioni.


5
Eppure… il giorno dopo, quando tornava il sole, dove si nascondevano gli sguardi?
Le bandiere e le mutande appese, le botteghe aperte dietro le finestre piccole… dov’erano finite le persone?
Rimanevano gli anziani, che si muovevano con movimenti lenti, ragionati, ma quella degli anziani era un’altra storia.

MAKHNO si guardava attorno e non capiva.
Le tendine si scostavano e tenevano d’occhio il forestiero. Qualcuno credeva fosse un invasore, qualcuno sperava fosse uno dei liberatori.
Nessuno rimaneva insensibile al suo passaggio.
Per trovare traccia della linea, occorreva scendere. Scendere ancora.

[continua…]

 

Un film di Sandro Bozzolo
Musiche Originali Alessio Dutto, Francesco Torelli, Simone Sims Longo
Montaggio Marco Lo Baido
Voce Narrante Gabriela Kukurugyova
Disegno grafico: Bruno Volpez
Prodotto da Fondazione Dravelli e Airelles Vidéo nell’ambito del progetto ALCOTRA Borderscapes

A way to go


20 Giu

Sinners

Un personaggio sintetico si muove in un mondo reale.
Possiamo farlo correre, decidere che salti di fronte a un ostacolo sul cammino, possiamo immaginare che si fermi ad osservare quel che lo circonda.
Lo spazio che attraversa è frutto della sua esperienza, i diversi sentieri iniziano a ramificarsi mentre la storia scorre sotto i suoi piedi.
Possiamo decidere tutto di lui.

Il colore dei suoi capelli, la nobiltà della sua missione, il suo ruolo in questo mondo. Possiamo decidere tutto.

“Quanta autonomia permettere all’utente, in un universo narrativo altro?”
E dove muoiono, in quel mondo, le vittime che lasceremo sul terreno?

Immaginatevi di essere collegati a sensori di emozioni, di frequenze cardiache, di impercettibili sudorazioni incontrollate, e comunque lì, a piantare nella pelle il freddo.
Saranno le nostre emozioni a segnare il cammino. Il nostro inconscio a scegliere tra diversi finali.
E forse qualcun altro, là dietro, studierà il nostro cammino a sua volta, registrando ogni risposta.

“Possiamo decidere tutto di lui”.

Il linguaggio, diceva Borges,
“Il linguaggio è un’altra cosa”.

Pietre


18 Feb

Earth

Raschiar via la polvere dalle pietre
aggiungere strato su strato, da qualche parte, da un’altra parte
e seguire il negativo dell’uomo dalla lunga barba
chiunque esso sia,
ovunque lui vada
nella linea retta tracciata dagli antichi Romani
che conoscevano il tombolo e compirono il Ratto
per scrivere su pietra l’uomo e le sue tante leggi.

E raschiar via la polvere da quelle pietre insane
che recano la parola e dimenticano il minerale
raschiar via la polvere dalle pietre
per veder quel che accade sotto le spazzole:
l’uomo, la donna, le muffe, gli dei.

Farmaceutica Transatlantica Transandina


06 Feb

Camila Moreno è una cantante cilena conosciuta soprattutto su youtube e nei luoghi dell’underground.
La sua voce si porta dentro quelle modulazioni nel canto che caratterizzano la musica cilena, da Violeta Parra a Chinoy agli antichi Mapuche. E’ il canto della donna latinoamericana, un misto di dolzura e rabbia e rimprovero e mistero. La voce segue il flusso della coscienza e attraversa ambienti intimi in costante mutazione. Il canto di Camila Moreno è un canto di verità.

Quando aveva 22 anni, dopo aver vinto un concorso nazionale, Camila  ha avuto accesso a una diretta televisiva, nella serata più importante del celebrato Festival del Huaso de Olmue. Così, per una sera ha abbandonato la sua realtà e si è presentata sul palco travestita da bimba-immagine, con i nastrini, i luccichii e la carne esposta alla perversità dello show. E di fronte all’oligarchia che governa il Paese, di fronte all’intero Chile, ha parlato delle nuove droghe (Oxycontin e pastiglie varie) che dalle periferie degli Stati Uniti invadono le strade del mondo. Pastiglie al veleno per contenere il dissenso e provocare il disagio, la cui distribuzione è controllata dalle grandi case farmaceutiche, a loro volta colluse con.

Farmaceutica Transatlantica Transandina
Una vita si spegne perché li disturba
Meglio se tu non muori presto, per darti un vaccino
Loro dicono di essere buoni, ma distribuiscono pastiglie.
“Che pena gli fai”, ma è una bugia.

Il grido della voce di Camila Moreno vale più di mille parole. E’ un grido di guerra e di rivolta e centra il suo bersaglio: il presidente Piñera abbandona la platea e fugge tra i fischi. La televisione cilena ha interrotto la trasmissione di questo video dopo pochi secondi, ma Camila era già là, dove la musica non torna indietro.

Sempre il cliente e mai la puttana


21 Nov

Voglio una lesbica come presidente.
Voglio uno con l’aids come presidente e voglio un frocio
come vice-presidente
e voglio qualcuno senza assicurazione per le malattie
e voglio qualcuno
cresciuto in un posto dove la terra è così zeppa di rifiuti tossici
che non ha avuto scampo dalla
leucemia.
Voglio un presidente che abbia abortito a sedici anni
e voglio un candidato che non sia il
minore tra due mali
e voglio un presidente a cui l’aids ha portato via l’ultimo amore
e che rivede
ancora tutto questo ogni volta che si stende a riposare,
che abbia tenuto il suo amore tra le braccia
sapendo che stava morendo.
Voglio un presidente senza aria condizionata,
un presidente che
abbia fatto la fila in clinica, alla motorizzazione, all’assistenza sociale,
e che sia stato disoccupato
e licenziato e molestato sessualmente e attaccato perché gay ed espulso.
Voglio qualcuno che ha
passato una notte tra le tombe e a cui abbiano bruciato una croce in giardino
e che sia
sopravvissuto a uno stupro.
Voglio qualcuno che è stato innamorato e poi ferito, che rispetta i
sessi,
che abbia fatto errori e ne abbia tratto una lezione.
Voglio una donna Nera come presidente.

Voglio qualcuno che ha i denti guasti e se la tira, qualcuno che ha mangiato quello schifo di cibo all’ospedale,
qualcuno che si traveste e si è drogato ed è stato in terapia.
Voglio qualcuno che ha
disobbedito.
E voglio sapere perché tutto questo non è possibile.
Voglio sapere perché a un certo
punto abbiamo cominciato a credere che un presidente è sempre un buffone:
sempre il cliente e
mai la puttana.
Sempre capo e mai lavoratore, sempre bugiardo, sempre ladro e mai beccato.

Zoe Leonard.

Don’t call me a


01 Nov

Lo vedi? E’ chiaro. Il videomaker non c’è.

sinonimi. contrari

Il ramo di un albero è un bastone virtuale


24 Lug

Schermata 2016-07-24 alle 23.37.15

 

Camminare per le montagne cercando
il cielo
rocce, pietre
e il suono di nomi che non sono più.

Campanacci e pecore
e il lupo che quando attacca si muove sempre controvento, per nascondere l’odore
e sentieri diversi che conducono tutti a uno stesso punto
sagome sul muro a lasciar tracce di un altro passaggio.

Le storie tra loro condividono un punto in cui si incontrano
un momento di contatto tra dislivelli diversi.
Se così non fosse non sarebbero storie, non arriverebbero ad accadere.
Per questo rimangono in silenzio, eco di se stesse
nascoste tra le montagne, sommerse dalla neve e dalla neve riemerse.
Ancora una volta in attesa di una luce che le raccolga,
di un movimento che le incarni,
di una voce che le riunisca tutte in un’unica storia, la storia delle storie.

E così un gruppo di sconosciuti ha camminato insieme
un gioco di creazione è passato – e non è ancora passato – dentro di loro,
attraverso loro,
assistenti di un parto
camminatori sul tempo
cercatori di storie.

[Foto di Lorenzo Attardo]

Al destino


21 Giu

Schermata 2012-10-20 a 02.34.08

Si muoveva sui treni fra voci e città
tra lembi di grigio e località
rispecchiandosi nelle pagine dei libri leggeva che la paura degli altri
“la paura degli altri è paura di se stessi”.

“Asfaltano le strade per lavar via il sangue degli investiti”, diceva C. sul sedile lì accanto, e la città si presentava a frammenti e si presentava a momenti e tutto diventava parte di un unico archivio.

Era un ticchettio di tasti e di dita sulla plastica
era qualcuno che aveva qualcosa da dire,
e lui si fermava ad ascoltare.

Là intorno si spiegava un’epoca e si spiegavano tutte le epoche
come un ventaglio al vento, e si innalzava,
e volava.

Le pietre nei muri raccontavano storie che non raccontavano,
le conservavano nascoste,
sommerse per sempre nella storia delle storie.

Si spostavano i continenti, si spostavano le lingue, ci si allontanava dalla terra, ci si avvicinava sempre più.

Le parole non bastavano e le parole non servivano e qualcuno le metteva lì in ordine e qualcun altro le abbatteva, e il risultato finale è che c’erano parole  che prima non esistevano, adesso erano lì e tutte insieme e formavano un muro. Qualcuno ci si riparava contro, altri semplicemente lo ignoravano. I ragazzini costruivano scale per saltare di là.

“Non serve nient’altro che una birra fresca”, disse C.
“Una birra fresca, dopodiché sarò pronto per partire”.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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