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Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.
John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.
C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.
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The sunrise is showing a complete different world.
Shades of shoking nature are filling the composition on the glass, while the bus is crossing curves and horses in the crazy run to Medellin.
Something big is appearing from the screen. The city is a huge mass of red roofs lost between the green, asleep bi¡etween the mountains which are taking care of her. Traffic lights and order bring it to another Colombia, a country where ordinary life is different, according to Caribbean’s standards.
No any person could believe in the change. Fifteen years ago, this it was one of the worst places in the world, when Pablo Escobar was “el patròn” and Medellin was the Cape Carnaval on the way Cocaine-World.
Now there is a metro (the only one in the country) and the Big Ghost is just on the feelings of the city. Medellin is known as the Botero’s bornplace, and Lonely Planet describes it as a “Texan-colombian place”. Nightlife is really safe, and people is living much more quiete here than in Barranquilla or Naples. Just in the poorest suburb of the city, families are keeping Pablo’s picture in the living-rooms, but this is another story, and no one wants to heard it.
P.s. 1 and 2: Tibet is trying to call us. Please answer. The picture in the post is taken by “Montañero”, whoever he is.
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Ammettiamolo, il castigliano che si parla in Colombia è eccellente. Nonostante il malcelato disprezzo che accomuna baschi catalani e andalusiani di Spagna nel condannare le distorsioni linguistiche operate dalle popolazioni sudamericane, tutti concordano nel definire la parlata colombiana come la migliore, sotto il tropico del Cancro.
Reso il giusto omaggio ai colombiani, è comunque interessante analizzare alcune particolarità con cui si esprimono. Questo Paese conta 65 lingue ufficiali, indigene discendenze dalle parlate indie, e se per caso qualcuno volesse perfezionare il suo quechua o il chibcha si consiglia vivamente un viaggio nelle terre dell’est, là dove il verde viene definito con più di una parola.
Limitando però il punto d’osservazione agli slang regionali, salta fuori tutto il lato folkloristico delle popolazioni costeñe, regione a cui (lo avrai già capito) Barranquilla appartiene. “Marica“, ad esempio, transmuta il suo significato spagnolo di “finocchio” a quello barranquilleño di…tutto. Non esiste un esempio migliore, per definire il lemma, del “belin” genovese.
“Full“, “Chevere” e “Bacano” stanno poi a colorare ogni situazione o cosa di cui si voglia parlar con toni enfatici, sia essa una festa un professore o una bibita al mango. L’epiteto maggiore, il superlativo assoluto, si ottiene raggruppando il potere di ognuna di queste parole: “esta chica es full chevere” sarà il complimento migliore possibile.
Notevoli anche le influenze gringhe nella parlata, figlie di un cinema che non si doppia ma si sottotitola, quali “el man” per indicare “quel tizio”, pronunciato però come si legge: el man. Esiste comunque un’alternativa autoctona, “el niero“, diminutivo de “el compañero”.
La vita famigliare, a stretto contatto con le parlate e le espressioni del posto, hanno però insegnato (per bocca di madre di famiglia, va detto) la Perla Geniale, una di quelle espressioni che dovranno essere esportate e globalizzate: “el abrichocho“. Sarebbe il rhum, o un superalcolico in generale. Per comprendere meglio il concetto, è necessario sapere che il “chocho” è…il motore che muove il mondo. Chapeau.
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Un’artigianale scuola di pensiero ormai assimilata sostiene che analizzando un qualcosa che si ha sotto gli occhi sempre si perde lucidità e capacità obiettiva. Se infatti percorrendo in lungo e in lardo migliaia di km si percepiscono cose nuove e i confini della mente si allargano, per comprendere “quel che si conosce bene” serve comunque anche il parere di un osservatore esterno.
L’Italia di periferia vista da uno straniero assume così sfumature inedite, arricchendosi di quei particolari su cui l’occhio si è posato mille volte ma senza mai fermarsi come se ne converrebbe; accade un po’ la stessa cosa con qualche preziosismo del centro storico mai notato da chi lì ha vissuto l’intera esistenza.
L’Italia di periferia appare allo straniero come un posto graziosamente tranquillo e vivibile, dove nessuno può permettersi di dire che i più basilari bisogni umani non siano soddisfatti egregiamente. Le scenografie si variegano a buoni livelli, sole e neve ne cambiano ulteriormente gli aspetti stagionalmente e ogni collina nasconde possibili sorprese. La cucina di mammà - di tutte le mammà - è un dono divino, e poi c’è quell’altro dono di vino sempre presente che spedisce in una condizione di soddisfazione permanente chi non è abituato al Bacco home-made. E poi le tradizioni, tutte le tradizioni, con quel carico di simpatici linguaggi e rituali che non si potrebbero spiegare nemmeno in cent’anni.
Ci sono comunque anche quelle cose al visitatore incomprensibili (alcune già analizzate), e spuntano fuori nella fase di vita italiana quotidiana. Per esempio quando confusi chiedono come sia possibile che ai “rami medioalti” dei diversi settori (banche, ferrovie, comunicazioni) nessuno parla inglese, mentre in un centro commerciale tutti i commessi lo conoscono bene, non è facile rispondere qualcosa come “è perchè qua da noi, per tradizione, tutti i laureati trovano lavoro solo nei centri commerciali“. La loro sensazione di smarrimento sarà però totale quando, al limite dell’esaurimento nervoso, con gli occhi tipici di chi insegue la soluzione dell’enigma, il viaggiatore in Italia chiede “ti prego, dimmi come si fa con le ragazze italiane” e tu gli risponderai con un eloquente sorrisino, una pacca sulla spalla, e insieme a lui ti dirigerai verso il bancone del barman.
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Citazione dei bei tempi andati di Asterix & Obelix: Sono Pazzi Questi Americani.
Dopo tempo immemore si è infatti realizzata nuovamente una comunicazione bidirezionale con il Fratello d’America, approfittandone così per scambiarsi gli ultimi pensieri su questo Mondo Difficile.
Bizzarre le considerazioni principali che si traggono dalla skypetelefonata; prime su tutte l’incipiente difficoltà del Parente di maneggiare la lingua italiana che dopotutto nei tempi passati ben conosceva: frasi come “il biglietto aereo è caro” sono diventate “il biglietto aereo è espensivo“. Funny.
Devastante però la scoperta sugli usi e costumi giovanili nel Texas: la totalità dei minorenni (concetto che determina chi non ha compiuto gli anni 21 di età) può sì circolare a mano armata (non proprio legalmente) guidando Cadillac a cambio automatico dai 16 anni di età, ma non può farlo dopo mezzanotte. Tassativo poi il proibizionismo sugli alcolici (in perfetta tradizione yankee), sui normali alcolici s’intende, che potranno solo essere degustati al compimento della maggiore età. Il tutto monitorato da pattugliamenti di polizia, un vero e proprio coprifuoco punito addirittura con il carcere per i ribelli. Wonderful.
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E’ lunedì mattina di burocrazie e lunghe code, personaggi lenti e scartoffie che profumano di Sud America. Le facce dell’università questa mattina sono fresche, sono teneramente speranzose, sono il nuovo nel vecchio all’inizio di un nuovo altro anno. Non le guardo e non ci penso, guardo Mac che non le guarda e pensa ad altro, pensa a cose assaporate e poi sfuggite, pensa a cose latine.
Immaginazione che vola nella tiepida Genova che si sta per arrendere all’autunno, viaggi mentali da tenere fermi al check-in prima che esplodano prima di tempi tuttaltro che certi.
Nel frattempo bisogna stare lì, in coda, tra le facce fresche, ad aspettare il verde coi motori accesi. Una porta mi parla, nell’anonima forma di un foglio bianco su mogano beige. Mi parla col tono giusto, quella porta mi sa prendere, mi dice quelle cose là che io voglio sentirmi dire. Senza appello.
E così, mentre qualcuno lassù in quegli uffici giapponesi stritola tra fotocopie e fax le mie speranze, silenziosamente aspetto i primi assaggi di “Lingua e Cultura Ucraina“.
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Di colpo, senza preavviso. Una macchina italospagnola arrivava da Padova e andava a Marsiglia, logico saltarci su.
Ed è così che i giorni di ferragosto hanno riunito stretto il loro nodo su strade perse in altre direzioni, nel baricentro perfetto di una villa con piscina nella Francia del Sud, Cote d’Azur per i palati chic.
Bello ritrovare reduci della Guerra di Lituania poco più di un mese dalla sua conclusione. Bello, molto bello farlo d’improvviso, con un’ipotesi che diventa priorità assoluta e si concretizza.
E poi, poi è logico che finisca così, tra damigiane di Martini e grigliate, stronzate poliglotte e gatti tuffatori.
Marsiglia, invece, è una città sporca. Posti dove la quantità d’immigrati non è concepibile nemmeno dall’acida telefonatrice da Bergamo che troppo frequentemente incontro sulle frequenze di RadioPadania durante annoiati zapping radiofonici. Il duro onere che fa da contraltare agli onori del porto più grande del Mediterraneo. Si dice che sia un po’ Napoli e un po’ Genova: probabilmente è solo Marsiglia.
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Si, effettivamente è lì dietro. Osteggiata inesplorata sfottuta e dimenticata ma è proprio lì, dietro l’angolo, minuti più che ore di macchina per arrivare in uno dei sei angoli dell’Exagone, patria di “cuginastri” nazionalmente definiti - fenomenologie delle potenti interrelazioni sportive.
Eppure, dopo tanto viaggiare, dopo inseguire fotografie e immagazzinare sapori a destra e manca (soprattutto a destra, guardando la cartina), riscoprire l’esotico-casalingo è un piacere da concedersi.
E’ così un’altro giro di giostra nel budello di Nizza, tra gli yacht di Montecarlo, nella sconosciuta St. Paul de Vence. Dopotutto bastano una macchina (anche con 222.000 km, ce n’est pas un problèm), tanta bella musica e una compagna di viaggio (viaggio inteso come “not all-inclusive“) ed è subito belle vie.
Dai che un giro di là dalle Alpi ogni tanto ci sta. E per la prima volta, incredibile ma vero, si risparmia anche sul pieno.
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