Archive for the “Lingue” Category
Pigmalione è un film del 1938, diretto ed interpretato da Anthony Asquith. Narra le gesta di un fonologo e linguista, inorridito di fronte all’abominevole dialettica del “volgar popolo”, altrimenti detto “la gente”. Un problema che, nonostante i progressi sociali ed un maggior accesso all’istruzione, è vistosamente peggiorato con il corso degli anni. Settant’anni dopo, l’inglese è ormai un mix insonoro di “fuck” e “shit” e “wanna” e “gonna” in perfetto stile hollywoodiota, il francese è diventato la lingua del rap, lo spagnolo ha perso la metà della sua grammatica originaria e l’italiano è definitivamente travolto da inglesismi gratuiti (”il meeting dei leaders nel loft del premier il prossimo week end”) e da adolescenti convertiti all’uso del Nn so xke. Confermo che mio nonno, che pensa in piemontese e parla l’italiano dei testi di quinta elementare, ha un vocabolario più pregiato di qualsiasi neodiplomato alla maturità.
Scientificamente, si definiscono le lingue come “entità vive”. Le stiamo uccidendo.
Per citare una battuta del film:
Ricorda che sei un essere umano, con il dono divino della parola. Una persona che si esprime come te, non ha diritto di stare da nessuna parte.
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Già da qualche giorno mi sono stabilito nel pueblo caribeño di Salgar, Colombia. Un’esperienza di solitudine condivisa con il vento e l’oceano (l’oceano, non il mare: l’oceano), in un paese dove 10 km di distanza dalla città assumono un altro significato.
Ho una casita con due stanze una cucina ed un bagno, ho una terrazza ed un patio sabbioso, non ho vetri alle finestre ma ho ottime infereriate, ho l’amicizia di doña Aurelia che mi regala qualche patacòn al sabato, ho acqua gas luce e casa alla modica cifra di euro 61,78 mensili, ho un’amaca appesa a due palme di fronte a casa, ho un tetto che resiste alla tremenda stagione della pioggia che va iniziando, ho due fornelli, un letto ed un ventilatore, non ho ancora il frigo ma ho internet (contraddizioni del nostro tempo).
Nei giorni settimanali insegno italiano all’Universidad del Norte, cercando più che altro di capire per quale assurda ragione undici persone sborsano una cifra considerevole (in Colombia l’educazione è basata sullo stile gringo) per imparare una lingua progressivamente impoverita da chi avrebbe il compito di salvaguardarla, gli italiani stessi. I giorni festivi saranno dedicati alla ricerca di tutto ciò che la globalizzazione (che vorrà dire, poi?) pare dimenticare.
Quando manca la luce e Salgar resiste a luna di candela, vale la pena essere qua.

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Interlingua es un lingua auxiliar international basate super le vocabulos commun al major linguas westeuropee e super un grammatica angloromanic simplificate, initialmente publicate in 1951 per International Auxiliary Language Association. Appellate a vices Interlingua de IALA pro distinguer lo del altere usos del parola, illo es le subjecto de iste articulo e le lingua de iste encyclopedia integre.
Finalmente, un interlingua pote esser un linguage abstracte intermediari usate in le traduction per computator de linguas human.
Le Union Mundial pro Interlingua ha representantes e membros in cinque continentes. Un ample litteratura – traducite e original – existe in interlingua, e illo es usate como un qualcunque altere lingua in parlar e scriber. Il ha sitos web e magazines national e international in interlingua.
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Posted by Baltic Man in Arte, Lingue, Lituano, Viaggi Mentali, tags: equivoco, Genova, Kaunas, lituania, Lituano, silenzio, uganda, volare
Camminavo per le vie di genova. Senza un senso apparente sai, semplicemente fluìvo, apatico. Penso riflettessi sull’importanza di alcune cose. A pensarci meglio, mi chiedevo se possa rendere la vita più felice vivere una vita in mezzo alle palme o in mezzo ai pini. Un dubbio atroce per uno e insignificante per cento, lo riconosco. Poi, rubai al vento umido dei vicoli la percezione di un suono. Era più che un suono, era un idoma, un universo conosciuto. Era lituano. Labas, dissi. Sui loro volti si pietrificò un attonita crosta di sgomento. Non parlavano una parola di inglese, mi toccò rispolverare le vestigia di quella lingua nobile che claudicante ancora (r)esiste – stupore – nei meandri del mio cervello. Furono ore di squisito sapore, e ancora adesso mi sento in colpa per aver fatto loro perdere Sampdoria-Kaunas.
C’è stato un giorno in cui ho pensato di volare, e di visitare un mondo fantastico. Muovendomi leggero e antigravitazionale nel nulla visionavo dall’alto le mille forme di vita succedere sotto di me. Era un’esplosione di colori, un voyeuristico piacere, l’esplosione della vita nella vita. Una rivelazione: el hombre està equivocado. La vita, il colore, l’arte, la bellezza, l’amore, l’essenza, la verità, il piacere, la melodìa, la saggezza, la fantasia, il mondo, il senso delle cose stanno nell’acqua e non sulla terra.
Dalle parti dell’Uganda una macchina si fermò in una nube di polvere. Scese un padre, e a piccoli passi lo seguì la figlioletta. Aveva due anni e mezzo, e i medici non capivano cosa le stava succedesse. Piangeva. Finché tutto apparve chiaro: l’avevano violentata, quelli del clan rivale. Aveva due anni e mezzo, e i medici non capivano perchè.
Un mattino si svegliò e incontrò il Silenzio. Era sceso sul mondo come uno strato di neve, e come uno strato di neve aveva ricoperto il vivente e l’immobile. Si era inghiottito i suoni lasciando solamente la percezione della loro esistenza, un atavico riflesso di comunicazioni già fallaci. Padre Silenzio poteva uccidere gli uomini, era sicuro. Poi, come uno strato di neve, tutto si sciolse.
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Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.
John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.
C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.
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The sunrise is showing a complete different world.
Shades of shoking nature are filling the composition on the glass, while the bus is crossing curves and horses in the crazy run to Medellin.
Something big is appearing from the screen. The city is a huge mass of red roofs lost between the green, asleep bi¡etween the mountains which are taking care of her. Traffic lights and order bring it to another Colombia, a country where ordinary life is different, according to Caribbean’s standards.
No any person could believe in the change. Fifteen years ago, this it was one of the worst places in the world, when Pablo Escobar was “el patròn” and Medellin was the Cape Carnaval on the way Cocaine-World.
Now there is a metro (the only one in the country) and the Big Ghost is just on the feelings of the city. Medellin is known as the Botero’s bornplace, and Lonely Planet describes it as a “Texan-colombian place”. Nightlife is really safe, and people is living much more quiete here than in Barranquilla or Naples. Just in the poorest suburb of the city, families are keeping Pablo’s picture in the living-rooms, but this is another story, and no one wants to heard it.
P.s. 1 and 2: Tibet is trying to call us. Please answer. The picture in the post is taken by “Montañero”, whoever he is.
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Ammettiamolo, il castigliano che si parla in Colombia è eccellente. Nonostante il malcelato disprezzo che accomuna baschi catalani e andalusiani di Spagna nel condannare le distorsioni linguistiche operate dalle popolazioni sudamericane, tutti concordano nel definire la parlata colombiana come la migliore, sotto il tropico del Cancro.
Reso il giusto omaggio ai colombiani, è comunque interessante analizzare alcune particolarità con cui si esprimono. Questo Paese conta 65 lingue ufficiali, indigene discendenze dalle parlate indie, e se per caso qualcuno volesse perfezionare il suo quechua o il chibcha si consiglia vivamente un viaggio nelle terre dell’est, là dove il verde viene definito con più di una parola.
Limitando però il punto d’osservazione agli slang regionali, salta fuori tutto il lato folkloristico delle popolazioni costeñe, regione a cui (lo avrai già capito) Barranquilla appartiene. “Marica“, ad esempio, transmuta il suo significato spagnolo di “finocchio” a quello barranquilleño di…tutto. Non esiste un esempio migliore, per definire il lemma, del “belin” genovese.
“Full“, “Chevere” e “Bacano” stanno poi a colorare ogni situazione o cosa di cui si voglia parlar con toni enfatici, sia essa una festa un professore o una bibita al mango. L’epiteto maggiore, il superlativo assoluto, si ottiene raggruppando il potere di ognuna di queste parole: “esta chica es full chevere” sarà il complimento migliore possibile.
Notevoli anche le influenze gringhe nella parlata, figlie di un cinema che non si doppia ma si sottotitola, quali “el man” per indicare “quel tizio”, pronunciato però come si legge: el man. Esiste comunque un’alternativa autoctona, “el niero“, diminutivo de “el compañero”.
La vita famigliare, a stretto contatto con le parlate e le espressioni del posto, hanno però insegnato (per bocca di madre di famiglia, va detto) la Perla Geniale, una di quelle espressioni che dovranno essere esportate e globalizzate: “el abrichocho“. Sarebbe il rhum, o un superalcolico in generale. Per comprendere meglio il concetto, è necessario sapere che il “chocho” è…il motore che muove il mondo. Chapeau.
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Un’artigianale scuola di pensiero ormai assimilata sostiene che analizzando un qualcosa che si ha sotto gli occhi sempre si perde lucidità e capacità obiettiva. Se infatti percorrendo in lungo e in lardo migliaia di km si percepiscono cose nuove e i confini della mente si allargano, per comprendere “quel che si conosce bene” serve comunque anche il parere di un osservatore esterno.
L’Italia di periferia vista da uno straniero assume così sfumature inedite, arricchendosi di quei particolari su cui l’occhio si è posato mille volte ma senza mai fermarsi come se ne converrebbe; accade un po’ la stessa cosa con qualche preziosismo del centro storico mai notato da chi lì ha vissuto l’intera esistenza.
L’Italia di periferia appare allo straniero come un posto graziosamente tranquillo e vivibile, dove nessuno può permettersi di dire che i più basilari bisogni umani non siano soddisfatti egregiamente. Le scenografie si variegano a buoni livelli, sole e neve ne cambiano ulteriormente gli aspetti stagionalmente e ogni collina nasconde possibili sorprese. La cucina di mammà – di tutte le mammà – è un dono divino, e poi c’è quell’altro dono di vino sempre presente che spedisce in una condizione di soddisfazione permanente chi non è abituato al Bacco home-made. E poi le tradizioni, tutte le tradizioni, con quel carico di simpatici linguaggi e rituali che non si potrebbero spiegare nemmeno in cent’anni.
Ci sono comunque anche quelle cose al visitatore incomprensibili (alcune già analizzate), e spuntano fuori nella fase di vita italiana quotidiana. Per esempio quando confusi chiedono come sia possibile che ai “rami medioalti” dei diversi settori (banche, ferrovie, comunicazioni) nessuno parla inglese, mentre in un centro commerciale tutti i commessi lo conoscono bene, non è facile rispondere qualcosa come “è perchè qua da noi, per tradizione, tutti i laureati trovano lavoro solo nei centri commerciali“. La loro sensazione di smarrimento sarà però totale quando, al limite dell’esaurimento nervoso, con gli occhi tipici di chi insegue la soluzione dell’enigma, il viaggiatore in Italia chiede “ti prego, dimmi come si fa con le ragazze italiane” e tu gli risponderai con un eloquente sorrisino, una pacca sulla spalla, e insieme a lui ti dirigerai verso il bancone del barman.
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