Archive for the ‘Lithuania’ Category

Mar ciapiede


26 Ago

Come in un racconto di camicie bianche, forme e volti che si muovono intorno a un ostacolo, e una notte senza fiume e acqua salata che torna dal mare,
come biciclette nere che volano leggere, riposando sull’aria tutto il peso che si portano dalla terra,
come camini accesi senza fuoco senza ossigeno senza parete, come camini senza case intorno costruite,
come una realtà che si muove rapida che rimane immobile che propone inganni e che si dice cattiva,
come i canti senza canto de todos los abuelos del mundo
che anche questa notte andranno a dormire senza attendere che se ne vada la paura
come i raggi di luce che nel nord cadono sulla terra esattamente come a sud,
pero sin que nadie les entregue canciones.

Di fronte all’Hotel Neringa,
in attesa,
una signora dalle rughe nere mi chiede se sono Jurgas.

Lietus


11 Ago

Croce Baltica

“Aquì todo huele a lluvia”.
Etimologie da terra della pioggia.
“Este es un paìs para escribir”.
Vuoto, è tutto vuoto dietro quel vetro.

Il centro della nazione come la camera dei nonni: un luogo in cui per un periodo si è avuto accesso per giocare.
Quel luogo ora è deserto, rimasto alla mercé del tempo e dei piccoli cambiamenti, sventrato dallo sguardo di chi non ha saputo apprezzare i dettagli.

Tutto continua a essere così come lo si era lasciato.
La semplicità degli elementi, i fiori freschi sulle lapidi dei patrioti, i cortili grigi nel retro dei palazzi rinnovati.
Non è percettibile la presenza di un’assenza.
La polvere dei nonni, le impronte di quando uno era un bambino.

La Lituania è la terra della pioggia.
Nove anni e undici mesi più tardi, questo è un luogo adatto per fermarsi a scrivere.

La cultura del tortellino


07 Nov

In Colombia come in Lituania, una prerogativa costante: i francesi colonizzano il mondo con i loro “centri di cultura francese”, gli italiani con “pizzeria nonna rosa” (con la possibile variante del “nona rosa”, quando si tratta di “italiani di seconda generazione”. E chissà poi perchè, tra tutti gli elementi distintivi di un popolo, debba essere proprio la lingua il primo a scomparire).
E così uno si chiede: è così che ci ricorderanno? Francesi gente di cultura, italiani popolo di pizze, muzzarelle e ristoratori? Non potrebbe essere al contrario, visto il paté de fois e un certo passato rinascimentale?

Potrebbe, SE. Se esistessero anche nel Belpaese politiche lungimiranti. (Se esistessero anche nel Belpaese politiche). Se qualcuno iniziasse a comprendere che quando un popolo è fottuto, può almeno provare a giocare la carta di un passato glorioso, da vendere in giro. Se un (uno solo) ambasciatore iniziasse a convertirsi in un essere tale da giustificare il suo prezzo (a Vilnius l’ambasciatore italiano godeva di uno stipendio più alto di un parlamentare lituano). Se la gente capisse, magari spegnendo la televisione, che la cultura italiana sta scomparendo in patria, prima ancora che nel mondo. Soppiantata dal pecorino.

L’uomo meno potente del mondo


14 Ott

L’altro giorno uno di quei canali satellitari parlava delle elezioni in Lituania.
Le elezioni in Lituania.
E a chi gliene importa? A nessuno, nemmeno ai lituani, davvero.
Ricordo un astensionisimo a cifre folli, robe tipo il 60%, o giù di lì. Ricordo che, discutere di politica con un compagno di università, era un’impresa impossibile, e il baricentro del discorso cadeva sempre sull’eterna paranoia di una futura e certa invasione russa.
La politica interna era roba assente dai giornali, e a pensarci bene, erano piuttosto assenti anche i giornali.

Ciònonostante erano felici.

L’ultimo dei Visionari


08 Lug

Il capitolo primo è un balcone di Kaunas, un appartamento ai limiti dell’assurdo dove in una notte di vodka e primavera nordica qualcuno mi parlò di lui, di questo figlio d’immigranti lituani rettore dell’Università di Bogotà che mostrando le chiappe a una contestazione aveva zittito la platea e shoccato la Colombia conservadora.

Nel capitolo secondo, sui legno di un bizzarro ufficio colombiano, si apre la porta ed indiscutibilmente entra un lituano. I modi lenti, la parlata calma, gli occhi azzurri su fisionomia baltica anticipano le referenze di curriculum, che parla di un rettore celebre per aver cambiato, da sindaco, il volto di una delle metropoli più difficili del mondo. Antanas Mockus Sveikas, al tempo rettore della Nacional de Bogotà, iniziò la sua carriera politica mostrando le chiappe a una platea contestatrice: “E’ pedagogia. Inutile la violenza, inutili le punizioni, tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”, esordisce. Sono poi seguite geniali stravaganze e un matrimonio su un elefante, fino al naturale sfocio in una corrente filosofica a tutt’oggi in crescita, conosciuta come il “Movimento dei Visionari”.

Il confronto argomentativo è interessante, per di più Mockus parla un lituano perfetto (Mockus…io no) e ancora ne sfoggia il tipico orgoglio: “Si può dire che nella storia ci siano stati solo due tentativi riusciti di Resistenza Civile Passiva, l’India di Gandhi e la Resistenza Anti-Sovietica Lituana”, sentenzia.
La sua parlata calma si arricchisce di una serie di citazioni lontane, gente come Roger Peterson e il suo “Resistence and Rebellion”, Jen Sharp e Thomas Shelling, Shlowsky e i Formalisti Russi, Dovstojewsky e Sastre e un codicillo della Costituzione Italiana. Ogni concetto innesca in lui un circuito formidabile, e di fronte a qualsiasi semplice domanda accende una catena di ragionamento inimmaginabile che attraversa qualsiasi campo della conoscenza umana per concludersi in una risposta altrettanto semplice. Semplice e geniale.

Due volte sindaco di Bogotà, spiega come abbia creato un magistrale esempio di Amministrazione Creativa ancora studiato da tanti politosociologi del mondo: “Insegnavamo senza punire. Se c’era scarsità d’acqua, non tagliavamo le razioni ma apparivamo in televisione in una doccia di 4 minuti per illustrare i possibili risparmi. Tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”. Aspirante (per la seconda volta) alla Presidenza della Repubblica, Mockus ha in mente idee alternative per risolvere il problema dei sequestri: “Con 30 ragazzi in questo stesso ufficio stiamo organizzando esempi di un possibile dialogo con i capi guerriglieri. L’idea sarebbe raggiungere i vari Fronti delle FARC nella selva in una marcia che raccolga il pacifismo di Gandhi e la progressiva assimilazione di nuovi membri, lungo il cammino, di Mao”. Tutto senza spoliticizzato, sullo schema dell’esperienza bogotana, dove gli assessori e i consiglieri arrivavano in buona parte dalle cattedre accademiche e non dai partiti. “Abbiamo anche studiato un funerale virtuale, una sorta di “Istruzioni in Caso di Sequestro” che sarebbe interessante adottare per contrastare l’ultimo potere rimasto ai Narcotrafficanti, il sequestro appunto. E’ tempo di spiegare alle moglie e ai figli di un guerrigliero che la speranza di vita in questo paese è di 75 anni, e che accorpandosi in gruppi criminali si consegnano, in media, 30 anni della propria vita”.

Qua l’intervista completa (in spagnolo), qua foto nuove.

Hombre Baltico?


08 Giu

Di tanto in quanto ricevo un prototipo di mail che dice più o meno così: “Ciao, so che tu sei stato in Erasmus a Kaunas, ¿posso chiederti un po’ d’informazioni?” (Grazie Erika per lo spunto, a Barranquilla c’è l’esodo degli stranieri ma non era elegante scriver cose tristi).

In più, adesso sono dotato di un magico sistema hacker per vedere come giunge la gente su questo sito, e scopro che la maggior parte degli utenti-google dirottati qua hanno digitato parole come “lituania”, “ragazze di vilnius”, “in lituania si tromba?”, “erasmus crazy”. Nonostante ci sia, va detto, qualche iperbolico fenomeno che arrivi qua cercando “papa” (?¿?), “viaggio mentale con droghe” (curioso), “tempi moderni” (e ciò mi rende orgoglioso), “l’alcolismo in Venezuela” (la prima parola mi risulta, la seconda no), e soprattutto “mia bossi”. Ad essi dico: non preoccupatevi. I pazzi non siete voi, è google che sclera.

Tornando al discorso originale. Tempo addietro un post riassumeva un po’ di cose utili per chi sceglie un’università baltica. Probabilmente sono ancora attuali, e nell’antro materno di una discoteca quest’autunno avevo anche incontrato chi le aveva lette e si era fidato. Tutto torna, dicono i saggi.

In una crisi d’identitá, il blog mi ha confessato di essere irrimediabilmente perso. Si chiama Baltic Man e qualche blogroll lo contiene sotto la voce “blog di sudamerica”. Io l’ho guardato fisso e gli ho sputato in faccia la verità: “tu sei un bastardo“.

p.s.: la foto di casini apparentemente non c’entra niente. Ho digitato su google “crisi d’identità” e quello è ciò che uscito. Occhio per occhio, dente per dente.

Blowing into the soul


23 Apr

segovia.jpgApro Skype e inizio a raccontarmela con Arno. Mi parla di Russia, si rimpiange la tabula piena di nullo Mongolo di un anno fa, mi racconta che quest’estate dopo esser tornato in Francia e prima di tornare a San Pietroburgo passerà un paio di mesi a lavorare ad Amburgo, e gli preme pianificare un incontro da qualche parte in Spagna o giú di lì, nel frattempo.

Inizio così a scambiare due parole con il brother d’america, disperso nei campi (da calcio) del Texas compie 18 anni si regala il sogno di un futuro a stelle e strisce. Mi racconta cose che già so e nel frattempo lo invidio, lo comprendo, gli auguro il meglio per la sua maggiore età che nel delirio americano non è maggiore età. Vorrei parlagli ancora ma mi scappa nel suo mondo di neogrande, the god-damned.

Passo le notti a parlare con Paolo, estasiato da quelle 12 ore di fuso perfetto che trasformano il canto dei miei grilli stanchi nel delirio del suo traffico a Honk Kong, e insieme ridiamo e insieme piangiamo su quanto è grande e bello e diverso e strano il mondo. Sono conversazioni che sanno al tempo stesso diSvyturys e d’oriente, nel sottofondo delle sue parole milioni di formichine da new-economy.

Dispersa nel nulla vaga Doriana, nella sua costante deriva su un piroscafo reale intorno a un continente irreale e sudamericano. Appare raramente e come appare scompare, ma nel frattempo ha lasciato uno schermo sullo schermo, uno squarcio devastante e aperto, e velocemente tutto si svuota e davanti agli occhi rimane la magia del Fu. Poi tutto si ricuce e appare Cesar da Madrid maledicendo tempi duri e votandosi propenso a un prossimo disordine universale.

Trovo nei pallini verdeskype tutta la Lituania, un paese e tre città che mi scrivono mi ricordano si informano e mi fanno viaggiare fin lassù, insieme a loro, come è giusto che fosse e come un giorno sarà ancora. Uomini donne ragazzi e ragazze che saranno come me per sempre, me li porterò dietro sottoforma di pallini verdeskype. Ragazzi, ragazze e certezze.

Non spezzo il filo che mai si ruppe con il mio pezzo di anima baltica disperso tra i castelli della Loira, parliamo di cose lontane che pure appaiono più vicine, e nitide, e fulgide nell’immaginario dell’un-l’altra lì a viverle. Affido all’etere il compito di trasportare passioni semplicemente accantonate. Nell’incanto dell’illusione, vivo profumi e sapori di labbra lontane.

Di tanto in quanto, ritornano così alla luce pezzi di notti vissute, angoli di Varsavia o di Riga o di Mosca che arricchiscono il tutto della loro indelebile presenza, pezzi di altri pezzi che si ricompongono in un ordine superiore da custodire gelosamente e sotto vuoto. Mancano però troppi tasselli, troppe facce vissute e adorate, frammenti di quella vita avanticristo che fu e che sembra inesorabilmente avviata verso la perdizione nell’immobile oblio del feudo natale.

Istantanee a pioggia


22 Mar

Mentre tutto scorre. Scorrono diverse tinte di verde, in un mosaico di specie vegetali mai viste nè immaginate che si ammassano più in là della striscia di asfalto. Lentamente sfilano carri, buoi e cavalli, in questo continuo saliscendi che inesorabile caratterizza la Colombia del centrosud. Seduto li a fianco, nel polveroso cassone di una jeep, un militare al termine del suo calvario se ne torna a casa. Nasconde un pappagallo verde e giallo in un sacco, ricordo dei suoi mesi nella selva. Le formidabili “palmas de cera” della Valle di Cocora, roba che cresce solo lì. L’affanno festoso del Giovedi Santo di Neiva, nella sua contrapposizione tra proibizionismo alcolico e Peccato: è proibito l’alcol ma ovunque si sbrana carne. Quel padre di famiglia che accompagnandoti all’ostello ti mostra le foto dei suoi figli. Disquisizioni mentali sull’impossibilità di viaggiare da solo: 15 minuti dopo aver lasciato Barranquilla il tentativo era già sfumato, e adesso ci si muove costantemente in 5. Scorrono le genti e i popoli, dalla terra di San Augustìn affiorano souvenir di popolazioni precolombiane sparite chissà dove. El hijo de puta dell’autobus, che vende 32 biglietti per 28 posti, e allora bisogna discutere e poi litigare e poi sedersi su un gradino e chiudere gli occhi scaraventato di qua e di là dalle curve dalle buche e da Syd Barret. Quell’amico fenomenale che manda email dall’italia dicendo “avevo un amico a medellin, guarda se lo trovi”. Quell’altra amica che stava sperduta nel Quindio, e rivederla è stato un ritorno a Notti Baltiche. La ritrovo come l’avevo lasciata, mi ritrova come mi aveva lasciato. Probabilmente ho anche gli stessi jeans. Le facce, gli occhi e gli accenti, cosi colombiani cosi diversi dalla colombia del nord. Considerazioni perfino sul vento, mi si dice “chiudi gli occhi e spegni i sensi, renditi conto solo dal vento che sei in sudamerica. La gente della strada che ti vende tutto quello che si potrebbe comprare, si capisce quando dalla polvere esce un trattato su “La persecuciòn sovietica en la Iglesia de Lituania”. Musiche che si mischiano si confono ma mai si picchiano tra loro. Simon Bolivar in tutte le sue forme bronzee, a Manizales è un incrocio tra uomo e condor. Scorrono anche le acque, e veloci, e calde e fredde sottoforma di terme e di cascate. Il colombiano che si illumina per spiegarti che ha un cugino a Latina. Tutta quella gente di là dall’oceano, chissà cosa sta facendo, mentre le strade del Sud America lentamente scorrono.

Itinerario a punto interrogativo


13 Mar

photo-0208.jpg

E tu che pensavi di andare in Colombia per conoscere i colombiani. Anche qua si rispetta la legge che vuole Terroni o Catalani in ogni paese del mondo, per quanto piccolo esso sia (perfino in Lituania una regione dal nome impronunciabile parlava di indipendenza…). Ebbene, a Barranquilla non ci sono colombiani. Solamente costeños.

Popolazione presente solo sulla costa del nord, i “costeños” si distinguono dai “paisa” (Medellin) o dai “cachacos” (Resto del mondo) in quanto più belli/intelligenti/ festaioli/calienti/ospitevoli e logicamente insuperabili nella caccia alle donne. Inutile aggiungere che il grande Pibe era costeño, proprio come Shakira o Gabriel Garcia Marquez o una sfilza di personaggi più o meno noti che hanno reso grande la Colombia (cachaca) nel mondo.

Niente di male in tutto ciò, se non fosse che a un certo punto sale l’interesse a conoscere il Maldito Cachaco. E così partirò questa sera, con un bagaglio effettivamente minimale per esigenze di spazio ma provvisto dell’immancabile amaca, in direzione del Nemico, del Diverso. Come al solito zero programmi e pochi soldi. Ma con la certezza di ritrovare un pezzo del puzzle sperduto in quel grande calderone di follie chiamato Colombia.

Ja Ljublju CCCP’s ghosts


12 Mar

L’insostenibile richiamo dell’Est.
Il post nasce sotto un sole di trenta gradi mentre Arno mi racconta il suicidio del suo vicino di casa a Pietroburgo.

Un cumulo di immagini costantemente sopra la coscienza si materializza puntualmente negli angoli piu’ disparati, agli antipodi del mondo. L’est richiama al sole, a cose lontane, a immagini che entrano dal naso e profumi che avvolgono le spalle, in una patina di lingue lontane.

Eppure, c’é un Est piú vicino, a due passi di aereo di lá dalla vecchia cortina. Una metafora del passato che si strappa via con la forza la maschera grigia, accedendo sempre di piú alla comunione – ogni sorta di comunione – con le anime un tempo lontane.
Quell’est, che dall’Europa si estende fino a tutto ció che nella Fredda Guerra vestiva tinte grigiorosse, nasconde nelle proprie periferie l’essenza della veritá, di cambi radicali francamente impossibili per il potere di una o due generazioni.

Nelle periferie di Kiev, negli autobus bielorussi, nelle notti baltiche e tra le strade di Irkutsk aleggia quell’irresistibile forza che sa di richiamo maledetto, quella “ricerca del Brutto” che appaga il maniaco alla ricerca di insana malinconia mal raccontata.

Il video li’ sopra non significa niente. E’ il frutto di 8 noiose ore in chissá quale aeroporto con un Movie Maker che non funzionava. Eppure raccoglie qualcuno di quei fotogrammi, attimi di eternitá nell’enorme tabula rasa dimenticata.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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