Archive for the ‘Luoghi’ Category

Palo dell’Enel


23 Gen

Palo dell'Enel

Un palo dell’Enel piantato nell’orto, che prendeva la luce dall’altro versante della stretta valle per portarla in cima alla montagna.
In cima alla montagna: su fino al colle, e poi ancora più in là.
Il Signore delle Api raccontava come quel palo aveva il potere di guarire o emettere la definitiva condanna.
Tutti i suoi animali, moribondi o ammalati, erano passati da lì.
Quando il Signore delle Api li vedeva soffrire li portava ai piedi del palo, che per qualche motivo a lui misterioso era sede di sentenza e verdetto. Una miracolosa guarigione o la fine delle sofferenze, questo era quel che accadeva sotto il palo dell’Enel.

Il Signore delle Api voleva bene ai suoi animali, e quel palo, piazzato al centro del cortile, gli consentiva di seguire l’evoluzione dell’agonia e portare acqua e cibo, di prendersi cura di loro.
Tuttavia, non avrebbe mai chiamato un veterinario per un gatto, una gallina o un cane.
Riconosceva alla medicina uno status superiore, una questione dell’uomo per l’uomo, e immaginava che degradandola al regno animale avrebbe contribuito ad annichilirne il potere.
In altre parole: si sarebbe sentito debole e ridicolo ad affidare i suoi animali a un altro uomo che non li conosceva per niente, e che avrebbe trattato ogni male con scientifica cura.
Così portava gli animali al palo e attendeva che la natura facesse il suo corso, e sotto l’ombra del palo bagnava l’orto, e con la sua solida stazza legava la vite perché salisse verso il cielo.

Grande fu la sorpresa del postino nel trovare, una mattina, un’anziana signora seduta sotto quel palo.
Il Signore delle Api l’aveva accompagnata sorreggendola per le spalle, e aveva predisposto per lei una panchina imbottita, un fazzoletto di seta e un succo di more.
Si prendeva cura da anni dell’anziana madre: il postino lo sapeva, ne avevano parlato più volte.
Quel giorno il Signore delle Api non disse nulla e nulla disse la madre.
Continuò a bagnare l’orto, mentre il postino si allontanava veloce, con la sua panda bianca e gialla, su verso il colle, seguendo la linea dell’Enel.

En busca de nuevas formas


08 Mar

 

Schermata 2017-03-07 alle 23.00.57

8.3.2010 – 8.3.2017. Colombia.
Secondo gli esperti, le cellule umane si rinnovano ogni sette anni.

 

Agua del cielo. Il diluvio. La città lavata via da una prospettiva liquida.
Scorre il veleno il fango il pus.
Questa carta è fatta di freddo. Quest’inchiostro contiene la pioggia, tutta la pioggia
mentre là dietro, dietro la Cordillera
il triangolo delle montagne cade nel vapore della città bagnata che libera al cielo
la sua illusione di caldo.

Non c’è alternativa al racconto quando el entorno si fa violento e ruba la volontà e la costringe a muoversi sotto la pioggia,
passi indiavolati tra giorni tutti immobili,
per seccarsi in un insieme di parole
che conduce da te.

Torno a casa, trovo i fiori, “feliz cumpleanos”.
Nijole mi guarda, sorride, è una gatta nel buio.
Accendo il computer e ci trovo un’amica.
“Arriva da Bogotà”, mi dice, “arriva da te”.

Apro il link che mi manda, ed è questo pezzo.
Parla di Antanas, leggendo il libro su di lui.
La radio d’Italia ne racconta la storia
Nijole si fa seria, e chiede: “che c’è?”.

Così son le cose, a Bogotà all’otto di marzo.
Nijole è sua madre, e io son qua con lei.
“Questa (apparentemente) semplice chiave di lettura dei decisionali politici rappresenta il perno dell’azione di Antanas Mockus e costituisce l’avanguardia di una politica orientata verso la costruzione di un nuovo paradigma”.
Lo dice la radio, ma a lei tutto questo non importa.

“E com’era il cielo? Il rumore della strada?”
Il cielo era fradicio, e l’aria profonda.
Il fango sull’asfalto giù dalle montagne d’eucalipti.
Ancora una volta l’aguacero ha confermato arcaiche consapevolezze:
non c’è alternativa al racconto,
quando gli eventi si impossessano delle cose.

Qué bonita es Bogotà
de la América es la Atena
la sangre que va en tus venas
es lo que te hace marchar
en busca de nuevas formas.
Tu eres bella, Bogotà.
[dal min. 28.02 del podcast]

Pietre


18 Feb

Earth

Raschiar via la polvere dalle pietre
aggiungere strato su strato, da qualche parte, da un’altra parte
e seguire il negativo dell’uomo dalla lunga barba
chiunque esso sia,
ovunque lui vada
nella linea retta tracciata dagli antichi Romani
che conoscevano il tombolo e compirono il Ratto
per scrivere su pietra l’uomo e le sue tante leggi.

E raschiar via la polvere da quelle pietre insane
che recano la parola e dimenticano il minerale
raschiar via la polvere dalle pietre
per veder quel che accade sotto le spazzole:
l’uomo, la donna, le muffe, gli dei.

To explain or to show?


18 Gen

Schermata 2017-01-19 alle 12.09.52* Night Island, Matteo E1kel Buratto

Nel bar antico del centro due schermi al plasma nero hanno sostituito gli antichi dipinti.
Erano quadri pesanti, di grafica fascista, ma dicevano qualcosa, e l’uomo con il cappello di feltro aveva sempre avuto bisogno di un qualcosa da ascoltare.
Adesso con quei due schermi neri c’era poco dialogo.
Quando erano accesi, nessuno comunque li guardava.
Quando erano spenti, riflettevano di luce opaca la sala inutile del bar.

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Anche nel negozio di alimentari erano appesi due scudi grandi, pesanti.
Erano i poster di due antichi feticci, le donne più belle e le etichette degli alcolici.
Tutta roba che molto tempo prima aveva dato colore alla pelle ormai spenta sotto il cappello di feltro.
La moglie del bottegaio tagliava pancetta e lardo e parlava di ceci e castagne biologiche.
L’uomo dal cappello pensò a suo marito, a quelle notti a piedi verso il colle, e pensò che in fondo tutto si riduce a una questione di fortuna.

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Restava il gabbiotto del benzinaio, che d’altra parte era diventato inutile fin dai tempi del distributore automatico.
Il vecchio gestore lo custodiva ancora, non fosse altro che per la prospettiva di sguardo che da quel vetro si posava sulla valle.
Lo avevano costruito su uno sperone di roccia, il punto di partenza di un’antica teleferica.
L’uomo dal cappello di feltro continuava a tenerlo aperto dalle 8 a mezzogiorno, perché in fondo gli piaceva l’odore, o forse per raccontare agli sciatori di passaggio i grandi aneddoti dei suoi anni brigatisti.
Per dare un senso alla faccenda, da qualche tempo aveva iniziato a tenere anche i biglietti del gratta e vinci.
“Solo biglietti perdenti”, diceva un foglio scritto a pennarello, rivolto verso l’altro lato del vetro.
L’uomo dal cappello di feltro in fondo non ci credeva, e pensava che in quel gabbiotto di vetro, un giorno, qualcuno avrebbe vinto davvero.

Embrice


22 Dic

Embrice

Piove.
Piove sempre in questo viaggio.
Piove da quando siamo partiti.
Arriveremo anche dove pioverà.

Cormac McCarthy


16 Nov

Highway to hell

Ascolta. Credi. Crepa. Fuggi. Lo sferragliare del treno. Breaking news on time sugli schermi lì fuori nelle stazioni. “Election day: in vantaggio Trump”. La mattina livida del mare di novembre. Giù la testa nella storia. “E che storia”,  dice l’uomo – il protagonista – al figlioletto. Che profumo ha la cenere bagnata? Il solito McCarthy, ma questa volta ha qualcosa di diverso. Il solito McCarthy,  meraviglia maledetta. Le pagine scorrono senza un motivo. Le parole e le azioni, che ancora una volta si sublimano in immagini. “Come un orfanello fermo di fronte alla stazione, in attesa di un autobus che non arriverà mai”. Ecco dunque come si immagina tutto, McCarthy. Un libro scritto in chiave futura, ma le tinte fosche sono quelle di un tempo che è una condanna. Fuori dal finestrino altri maxischermi. “Trump sarà il 45° presidente degli u.s.a.”. Le pagine si avviano verso la fine. Come può finire un libro del genere? Come è potuto iniziare tutto?
“E’ proprio così, figlioletto. Noi portiamo il fuoco”.

Under the same sun


12 Ott

Under The Same Sun

 

Al mattino poi tutto era diverso.
La vita ritornava a essere una questione da definire sulla soglia di casa.
Qualcuno prima degli altri imponeva la sua musica, e costringeva gli altri a difendere il proprio territorio dai watt degli stereo.
“Forse è solo voglia di cantare”, pensava lo straniero.
Un desiderio di iniziare la giornata gridando il proprio esserci, imprigionato in una materia che si manifestava sotto forma di pulsioni ritmiche e polvere.

Mar ciapiede


26 Ago

Come in un racconto di camicie bianche, forme e volti che si muovono intorno a un ostacolo, e una notte senza fiume e acqua salata che torna dal mare,
come biciclette nere che volano leggere, riposando sull’aria tutto il peso che si portano dalla terra,
come camini accesi senza fuoco senza ossigeno senza parete, come camini senza case intorno costruite,
come una realtà che si muove rapida che rimane immobile che propone inganni e che si dice cattiva,
come i canti senza canto de todos los abuelos del mundo
che anche questa notte andranno a dormire senza attendere che se ne vada la paura
come i raggi di luce che nel nord cadono sulla terra esattamente come a sud,
pero sin que nadie les entregue canciones.

Di fronte all’Hotel Neringa,
in attesa,
una signora dalle rughe nere mi chiede se sono Jurgas.

Canzone dei contrabbandieri della Val Varaita


29 Giu

Per noi c’è la notte
La foresta nera
La bianca frontiera.

Il confine ci nutrirà
Il confine ci consolerà
Il confine ci vestirà.

Ice. Eyes. [Lies].


24 Mag

Crash

Scendeva lentamente aggrappato al braccio di una ragazza
con la giacca gialla i pantaloni blu
scendeva lentamente, un passo dietro l’altro:
“izquierda, derecha”
“izquierda, derecha”,
diceva la ragazza.

e lui a passo incerto e disperato
nella distesa bianca
“la luz se fue, se me fué la luz”,
ripeteva
e la ragazza che gli diceva no te preocupes, pronto volverá
solo son los rayos del sol,
el sol y este desierto de nieve
uno spazio troppo vasto per contenere
tutti i suoi riflessi.

Le onde ultraviolette arrivano con un’inclinazione diversa a 3200 metri
ora lo sa l’uomo solo su un ghiacciaio
ora lo sa una ragazza sconosciuta, che gli tiene il fianco
e ora lo sa chi cammina là in basso
e si ferma
e osserva.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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