Un incontro tra italiani emigranti e viaggiatori può generare le conseguenze più assurde. Se ci si aggiunge che lo scenario è un deserto sonnacchioso e polveroso come Barranquilla, assetato di creatività ma incagliato nel – coerentissimo – stereotipo di Macondo di sé stessa, i risultati possono addirittura essere memorabili.
E’ il caso del Cucinema. Cucinare il cinema. Un esperimento iniziato a Roma, dove un gruppo di amici ha pensato bene di unire due arti supreme in un matrimonio creativo. E proseguito, in una lunga serie di successi, nelle più remote località d’Italia e d’Europa. Fino ad arrivare, sabato scorso, in America, a Nord del Sud, per lasciare una scia di rinnovato entusiasmo dietro di sé.
La ricetta, come al solito, nei piatti migliori, è semplice. Si preparano due o più tavoli. Sul primo, si stende una vecchia pellicola a 16 millimetri, cancellando prima buona parte delle immagini. Sul secondo, uova, farina e sale, e tutto ciò che serve per cucinare un qualcosa concordato in precedenza (nel nostro caso, Strozzapreti alla romana). I partecipanti, dai 5 ai 95 anni, passano da un tavolo all’altro, protagonizzando un doppio processo creativo che culminerà con la cena, e la successiva proiezione del film realizzato, roba da cinema sperimentale. La colonna sonora può essere composto da poesie, o dai commenti in fase di realizzazione, o da qualsiasi fonte sonora presente nelle vicinanze.
dejame hundirme en tu fuego
sabroseando molecolas absurdas
de humo de futuro de orgasmo de ti
en la soledad voluntaria de mi blanco
mientras me agarra me escoge me tortura
este vislumbro de neblina frente a mi
mientras el silencio ruidoso de esta tierra tuya
suenan tus bailes y tambores de cumbia
mientras tu esencia se quedò en mis labios
mientras tu ausencia ya es un viaje lejano
yo vivo de palabras y de brisa
de egoismo y de ilusiòn.
y te busco entre sabanas sucias
hojas rayadas por nuestro instincto animal
allì te leo te escribo te dibujo
obra de arte y artista genial.
Carezzevole esplosione di caldo sulla pelle gelata. Così me ne stavo, inebriato e in piedi sotto la doccia a tracciare un confine tra l’insensato nulla di un altro giorno lasciato alle spalle e l’insensato tutto della notte che stava per iniziare. Metaforicamente in quel bagno andava in onda uno di quei tramonti multicolor che lasciano aperta la speranza, dopo una giornata di pioggia e nebbia. L’acqua mi abbracciava e in quel momento era tutto quel che volevo.
Al di là del muro, percezioni di festa. Electricdance francese accendeva l’ambiente, dopo una mezz’ora di lounge incapace di reggere il passo dell’alcol protagonista in sala. C’era anche qualche irlandese, imbottito d’acido, a vaneggiare un contatto con chissà quale divinità. C’erano dieci ragazze forse cento ma soprattutto una, la mia, che automaticamente serrava ogni possibilità di concludere la festa tra un paio di coscie inedite.
Improvvisa ondata di luce, invasione di voci sintetiche, la porta si aprì. E subito dopo si richiuse riportando l’ovattata situazione acustica al livello rilassante di prima, anche se qualcosa in effetti era cambiato. C’era adesso nel bagno una ragazza, qualcosa di più che “una ragazza”, una presenza tanto divina quanto inattesa rompeva inesorabilmente la tacita unione tra l’acqua e la mia pelle. Per la prima volta nella mia vita mi sentìi nudo.
“Ho sempre apprezzato questo appartamento. Fate di quelle feste notevoli, addirittura la polizia ogni tanto non resiste alla tentazione di fare un salto, non è vero?”
Acqua.
“E tu chi saresti, scusa?”
“Abito qui sopra, da mesi e mesi e mesi ormai, ma voi non mi avete mai vista. Quando esco di casa dormite sempre, e quando torno non sapreste riconoscere un tavolino da vostra nonna.”
Acqua calda.
Lei solleva la gonna e si siede sulla tazza.
“Non volevamo disturbare.”
“Certo che no, semplicemente non ve ne frega un cazzo. E comunque non disturbate. Non me perlomeno. Mi sembra però maleducato non invitare proprio mai.”
Acqua bollente, pioggia acida su terreno fertile.
“E chi ti ha mai vista, a te?”
“La tua ragazza, per esempio. E non è sembrata interessata a quella buona relazione tra vicini dove uno va in casa d’altro a bagnare i fiori”.
Io sono un fiore. Lei mi sta bagnando.
“…e comunque tra una settimana parto, vado a vivere a berlino”.
“e che ci vai a fare, a berlino?”
si alza, si avvicina.
bussano alla porta.
“berlino mi ha parlato l’altra notte in una fotografia. berlino è il centro del mondo, oggi. e domani non lo sarà più. e io devo andarci”
l’acqua è diventata dita, e le sue dita hanno lasciato la consistenza del fisico per il liquido. o il gassoso. o l’allucinazione. respiro vapore, respiro lei.
“il centro del mondo…è sempre un qualcosa di troppo piccolo per viverlo comodamente”
“sarà. tipo un neurone, o lo spazio di un’idea. o un’espressione, una chimera”
grida dal mondo di fuori. sto sprofondando verso gli abissi dell’oceano e da laggiù evaporo. inconsistente umidità. calda umida perdizione
“o una vasca da bagno. per me il centro del mondo è una vasca da bagno”
“oggi. domani non lo sarà più”.
Escándalo en Alemania por la fiesta de cumpleaños del hermano del Papa
El concierto de Mozart que Georg Ratzinger quiere celebrar en el Vaticano costará 100.000 euros que pagarán los católicos alemanes (www.elpais.es)
E se furon due guardie a fermarmi la vita, è proprio qui sulla terra la mela proibita, e non Dio, ma qualcuno che per noi l’ha inventato, ci costringe a sognare in un giardino incantato, ci costringe a sognare in un giardino incantato ci costringe a sognare in un giardino incantato (Fabrizio De André)
Il gesuita Josè Gabriel Funes, direttore della Specola Vaticana, scrive oggi sull’Osservatore romano che si può credere in Dio e negli extraterrestri ” anche se della esistenza di extraterrestri finora non abbiamo nessuna prova. “
Velocissimo sul blu sento il vuoto della tua presenza al mio fianco, stringo coi pugni un vento che non mi appartiene e che non mi riporta a te. Solo in mezzo ad un mare caldo, punto interrogativo visto da un satellite tremila metri più alto, mi guardo intorno e ti cerco. Ti cerco e non ci sei. Non ci sei e non esisto.
Le strade sdrucciolevoli i madrigali magri i computer che si connettevano al mondo tra il frigo e la stufa le radiazioni di pòmice della televisione la criptonite che si rifiutava di funzionare se il tubo catodico era collegato le guerrigliere musulmane del kurdistan le rumene che passavano sotto casa gli iperdiscount tedeschi le domeniche mattina a latte e cianuro madonna era una cantante e non la mamma di un dio un argentino che voleva fare il macellaio per parlare con le vecchine gli elicotteri della nato la fame nel mondo la fame del mondo la fame nel mondo gli asciugamani elettrici si stava meglio quando si stava peggio gli amici arancioni che si illuminavano in basso a verde l’indie-rock inglese le donne digitali il sesso da lontano il sesso digitale le falene a forma di tupolev lezioni di salsa su un filo di poliestere mio fratello che porta a spasso un cane immaginario le due di notte le tre di mattina le quattro di plastica l’epoca x l’aereo che costa meno del treno mi compro un aereo e vendo il treno un suonatore di armonica per le vie di austin un uomo che correva con una gamba di carbone i libri virtuali dovevano ancora essere scritti le degustazioni di antrace le coppie di fatto le copie del fato le coppie di fate le coppe di feti gli aggiornamenti in tempo reale sul telefonino sul nostro fottuto futuro le otto principesse e i settecento nani le armi gli scudi i diritti umani la carta igienica che non finiva mai il cane schiacciato da una macchina mentre inseguiva il rotolo la guerra subito senza sè e senza mah il cinema tedesco le pillole per il male ai capelli gli uomini che vegetavano e i fagioli umanitari i lifting nei loft il software dell’hardware le professoresse nell’asilo nido quantitativi immensi di hard-metal che si scaricavano in un attimo alla faccia dei metalmeccanici novecenteschi i quarantamila anni della regina d’inghilterra la massaia di voghera sadomaso online gli asini e i muli come i mammuth homer simpson presidente degli stati uniti d’america anime e spiriti messi all’asta su ebay i nonni che non ci capivano più niente e mandavano a fanculo il mondo intero tutto gandhi che si sarebbe ucciso da solo i piselli enormi perchè erano geneticamente modificati infinite discussioni sul senso della vita con la voce elettronica di donna dei caselli autostradali gli occhiali cinesi da un fiorino con la griffe italiana da trecento euri i cinesi sul fiorino la rubiconda impiegata delle poste che bestemmiava con chi la obbligava a vendere il cd di venditti a pensionati senza pensione e soprattutto un cantautore, sconosciuto, depresso, incazzato, che ho appena scoperto nel fondo dell’armadio di questi disgraziati anni zero. Suo padre era il Noise, sua madre la Melodia, lo lasciarono lì sulle strade di qualche provincia: una volta, l’avrebbero chiamato bastardo.
Piove. Pioggia: acqua santa che scende dal cielo travestita di maledizione: appare sempre quando meno serve. Per esempio quando è in giro sulle Ande in bici. Lo zaino è una roba che esplode. Sette mesi di vita vi sono rinchiusi dentro e sette mesi di vita – di questa vita, questi sette mesi – sono materiale esplosivo. Non è colpa dello zaino. Il Venezuela non vuole Chàvez. Lo chiamano “dittatore”, da queste parti, però lo dicono a voce bassa accertandosi bene che nessuno li stia ascoltando. Viaggione, uno s’immagina i caudillos sudamericani anni ‘70 dimenticandosi che il presunto “dittatore” ha perso un referendum costituzionale l’anno passato, per giunta di un pelo. Pagliaccio è la parola, dittatore suona forte e inflazionato e comunista. Maracaibo, quella della canzonetta da discopub estivo italiano, è una città industriale e petroliera e sporca, ma soprattutto, delusione delle delusioni, si chiama Maracàibo. Con l’accento sulla “A”. Quante generazioni di persone ha rovintato la Carrà. Le radio suonano come in Colombia e vomitano reggaeton. Mèrida, invece, profuma di Svizzera e sa di SudAmerica. La benzina, postilla fondamentale, in Venezuela costa 30 centesimi di euro al litro.
In conclusione, però, tutto questo è una cazzata. Pura mercanzia mentale, sensazioni impressioni e pensieri di un ubriaco, e vedi che domani si dimentica tutto. Un Discovery Channel davanti agli occhi, un inutile contatto msn che ti dice cose invisibili, un falso secondo di gioia. Sulla pelle, tra i capelli, stretto tra le dita, conficcato in una pupilla, dentro un’orecchia, nelle tasche, nell’organo pensante e nell’organo pulsante, in ogni poro, in ogni poro, in ogni poro, c’è la mia Colombia, c’è lei, c’è me stesso.
Mi si chiedevano opinioni sulla spiritualità colombiana. Robe su cui si potrebbero scrivere pagine intere, se solo prima qualcuno ne capisse sopra qualcosa.
La Colombia pare essere un Paese particolarmente religioso. I taxi, gli autobus, i carretti degli ambulanti sono addobbati con il solito “Jesus nos ayuda”, “Dios es amor” ed eccetera. Crocifissi e chincaglierie del genere, poi, sono parte di corredo indispensabile nell’abbigliamento personale (spettacolare tra l’altro un ambulante che da 2 mesi ogni sera mi avvicina mentre sorseggio la mia Aquila per vendermi il suo rosario: momento assai sbagliato per una sbrigativa conversione).
La Colombia pare essere un Paese particolarmente religioso, eppure non gode di cattedrali gotiche e messianiche adunate. Le preghiere all’Unico Dio si suddividono invece in una miriade di pseudochiese dai nomi bizzarri, come Iglesia Baptista, Iglesia Aventista del Septimo Dia, Iglesia de Pedro y Paolo, Iglesia Juvenil, Iglesia Cristiana Metodista, Iglesia Mariana, Iglesia AntiMariana, Centros de Ayuda Espiritual, Iglesia Sionista, Iglesia de la Novena, Iglesia del Septimo Dia pero Mariana y un poquito Metodista, Iglesia de Jesus Cristo…insomma un esercito di tanti motivati Testimoni di Geova (chiaro, ci sono anche los Testigos del Reino de Jehova) impegnati in comparazioni teologiche dallo spirito poco santo. Tutti quanti con i proprie collegi, le proprie università, i canali televisivi che sorgono come funghi e tutti quanti combattendo ferocemente tra loro. Logica del profitto e tecniche di mercato importate nell’ambito del Sacro. Federalismo spirituale, autonomia di fede.
C’è qualcosa che non va in tutto questo. Una falla di sistema che viene a galla in tutte le analisi più semplicistiche sopra la società. Dopo 3 mesi passati a conoscere colombiani, posso dire di aver scoperto non più di 7 o 8 famiglie dove il padre e la madre vivono assieme. Gli innumerevoli divorzi, le frequenti separazioni, i rapporti facili e i grandi baccanali protagonisti della Semana Santa spiegano da sè questa concezione tutta sudamericana di vivere la religiosità, e al tempo stesso tingono di fosco tutto questo gran celebrare slogan e santini.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”