Archive for the ‘Montagna’ Category

Site-specific


28 Lug

Site-specific

Tutto bene dall’altra parte del crinale.

Anche qua c’è vento forte e un cielo che si sposta, ma c’è sentiero e strada, è un paesaggio vasto eppure a volte non basta.
Ogni luogo è troppo vicino e troppo lontano per pensare di fermarsi.
Ogni storia è incarnata nel posto, e rimane lì finché un altro non passa.

The Map is Not The Territory


29 Mag

Controluce Mindino

“È destino umano abitare un mondo.
Un’opera d’arte nasce da un rapporto della coscienza soggettiva con la storia e con la natura.
Il paesaggio che mi vedo sempre davanti agli occhi è quello ligure.

Le storie in genere le invento, raccolgo e solidifico una sparsa atmosfera.
Non denuncio, descrivo un disagio.
La terra forse insegna la calma, la ricerca della verità.

Amo le radici nella terra, ma anche il cielo e il cosmopolitismo.
E la memoria, la memoria non è peccato, finché giova.
Ben vengano altri popoli, altri individui, colgono anch’essi il significato delle rocce e dei cieli”.

[Trovato sulle tracce di Francesco Biamonti. In una casa di pietra, su una montagna in cui piove.

Blueland


19 Apr

Blueland

Maledizioni primordiali.
Il veleno del mondo è tutto lì, nascosto nel paesaggio.
Storie di polvere di zoccoli e silenzio.
Ti arriva il dolore nella schiena, il dolore dei cavalli.
Eppure l’ultima luce del tramonto, laggiù in fondo.
Eppure la sensazione che non tutto era da perdere.
Eppure l’insondabile mistero del blu.

Purple Castle


01 Feb

Purple Castle

Descrive movimenti lievi su paesaggi invernali.
Quattro note di piano, quattro arpeggi scalati, il riflesso del cofano sul bianco della lamiera.

La luce è bianca perché bianca è l’atmosfera.
Neve pulita di spazi nascosti.
Il tramonto degli altri laggiù dietro, verso la piana.
Il riflesso blu dello spazio.
Un intero giorno che muore.

Lui tornando verso casa trova il senso di tutto nella radio accesa,
ma è un attimo che esisterebbe anche nel silenzio,
un’intera vita senza musica.

“E’ tutto scritto nei fili di fumo che escono dai tetti”, pensa.
Tutto scritto nell’insieme di macchine che scendono, mentre lui è l’unico che sale,
verso la notte viola,
verso la montagna.

Palo dell’Enel


23 Gen

Palo dell'Enel

Un palo dell’Enel piantato nell’orto, che prendeva la luce dall’altro versante della stretta valle per portarla in cima alla montagna.
In cima alla montagna: su fino al colle, e poi ancora più in là.
Il Signore delle Api raccontava come quel palo aveva il potere di guarire o emettere la definitiva condanna.
Tutti i suoi animali, moribondi o ammalati, erano passati da lì.
Quando il Signore delle Api li vedeva soffrire li portava ai piedi del palo, che per qualche motivo a lui misterioso era sede di sentenza e verdetto. Una miracolosa guarigione o la fine delle sofferenze, questo era quel che accadeva sotto il palo dell’Enel.

Il Signore delle Api voleva bene ai suoi animali, e quel palo, piazzato al centro del cortile, gli consentiva di seguire l’evoluzione dell’agonia e portare acqua e cibo, di prendersi cura di loro.
Tuttavia, non avrebbe mai chiamato un veterinario per un gatto, una gallina o un cane.
Riconosceva alla medicina uno status superiore, una questione dell’uomo per l’uomo, e immaginava che degradandola al regno animale avrebbe contribuito ad annichilirne il potere.
In altre parole: si sarebbe sentito debole e ridicolo ad affidare i suoi animali a un altro uomo che non li conosceva per niente, e che avrebbe trattato ogni male con scientifica cura.
Così portava gli animali al palo e attendeva che la natura facesse il suo corso, e sotto l’ombra del palo bagnava l’orto, e con la sua solida stazza legava la vite perché salisse verso il cielo.

Grande fu la sorpresa del postino nel trovare, una mattina, un’anziana signora seduta sotto quel palo.
Il Signore delle Api l’aveva accompagnata sorreggendola per le spalle, e aveva predisposto per lei una panchina imbottita, un fazzoletto di seta e un succo di more.
Si prendeva cura da anni dell’anziana madre: il postino lo sapeva, ne avevano parlato più volte.
Quel giorno il Signore delle Api non disse nulla e nulla disse la madre.
Continuò a bagnare l’orto, mentre il postino si allontanava veloce, con la sua panda bianca e gialla, su verso il colle, seguendo la linea dell’Enel.

Stàdion


27 Dic

Stàdion

Ma se guardi bene laggiù c’è una casa
e se guardi a fondo lassù c’è una nuvola.
Se cerchi neve alle tue spalle c’è il mare
e se senti freddo, è silenzio e vuoto da coprire.

Così ripartirai tra la polvere sola
tra gli aghi e gli insetti, tra la retta e la sfera.
Il tracciato dei tuoi percorsi completerà l’orizzonte.
Il peso dei tuoi piedi toglierà il dubbio alla strada.

MAKHNO


03 Lug

1
Aveva una maglia psichedelica e quarant’anni circa.
Se ne andava in giro per le montagne per inseguire una linea.
Tutti gli dicevano che si trattava di una linea importante, che tagliava a metà le creste e i pendii.
Una linea tracciata sulla terra e cancellata dal tempo, una linea che solo l’occhio di vetro riusciva a percepire.
MAKHNO preferiva pensare a geometrie diverse, superiori agli uomini e ai loro ultimi passi.
D’altra parte, nessun elemento garantiva risposte certe: la linea si spostava e scompariva.
L’occhio di vetro si perdeva e non capiva.
Sulla via della montagna, tutto era frontiera.


2

Di fronte alle barricate aveva incontrato un viandante.
“Se la gente non avesse abbandonato questi luoghi”, gli aveva detto, “questo tuo film non avrebbe senso”.
Diceva delle memorie accumulate in quegli ambienti.
Luoghi che la gente immagina, “studia”. Ripudia. Ma qualcuno ci abita.
“E’ una storia antica”, diceva il viandante.
Una storia scritta nei terrazzamenti e nelle meridiane, che se le guardi bene, hanno sempre le asticelle parallele all’asse del pianeta.


3
Poi MAKHNO è ripartito.
Si lasciava indietro i paesi degli uomini e le loro rovine. Le pietre erano messe tutte in linea come a voler segnalare una retroguardia, o forse, chissà, un’avanguardia.
L’occhio di vetro rimaneva fisso su una prospettiva obliqua, che messa così, in verticale, racchiudeva segni complessi e difficili da interpretare.
A guardarla bene, la linea esiste per davvero, ed è in movimento.


4
Sulle carte e sulle mappe, l’altro lato rimaneva bianco.
Terra sconosciuta, vuota, terra non prevista.
A quel punto la linea si faceva reale, e dietro di lei, secondo le previsioni del meteo, non splendeva il sole e nemmeno pioveva.
Dietro la frontiera il cielo rimaneva sempre trasparente, chiaro.

MAKHNO inseguiva quello spazio bianco, come un desiderio di purezza.
Non cercava la pace: fuggiva da una guerra.
Sentiva la necessità assoluta di attraversare un punto di separazione, di camminare su terra straniera.
Così, dimenticandosi della linea, è riuscito a raggiungere quel luogo senza elementi, senza segni, senza informazioni.


5
Eppure… il giorno dopo, quando tornava il sole, dove si nascondevano gli sguardi?
Le bandiere e le mutande appese, le botteghe aperte dietro le finestre piccole… dov’erano finite le persone?
Rimanevano gli anziani, che si muovevano con movimenti lenti, ragionati, ma quella degli anziani era un’altra storia.

MAKHNO si guardava attorno e non capiva.
Le tendine si scostavano e tenevano d’occhio il forestiero. Qualcuno credeva fosse un invasore, qualcuno sperava fosse uno dei liberatori.
Nessuno rimaneva insensibile al suo passaggio.
Per trovare traccia della linea, occorreva scendere. Scendere ancora.

[continua…]

 

Un film di Sandro Bozzolo
Musiche Originali Alessio Dutto, Francesco Torelli, Simone Sims Longo
Montaggio Marco Lo Baido
Voce Narrante Gabriela Kukurugyova
Disegno grafico: Bruno Volpez
Prodotto da Fondazione Dravelli e Airelles Vidéo nell’ambito del progetto ALCOTRA Borderscapes

Sòta du lüv


03 Giu

 

Cammino dietro al suo profumo come inseguendo un ricordo. Animali e fragole, paesaggi primordiali da cui sono silenziosamente fuggito, qualche anno prima, tanti anni prima, quanti anni prima?
Il tempo non ha nessun lato bugiardo quando mi arrampico dietro di lei.
Le foglie crescono, si colorano, diventano la terra sotto i nostri piedi. Quando tutto è Foglia, lei pazientemente le mette insieme, come se fossero ricordi. Poi brucia tutto: a quel punto il tempo perde anche ogni consistenza.

Vista da lontano, vagamente ricorda una bambina invecchiata, un biscotto che si sbriciola nel latte del mattino, il tronco di legno quando è ancora nascosto nell’occhio dello scultore. Lei però non pensa minimamente a tutto questo. Lei pensa esattamente a tutto il resto, a quello che inizia e finisce nella Sòta du lüv. Mi parla di un fulmine che sessant’anni prima è sceso proprio lì, su quell’albero che ancora conserva la traccia del fuoco. Annuisce silenziosamente senza schiodarmi gli occhi di dosso, come a voler confermare il ricordo, come se lei stessa si stupisse non di quel che ricorda, ma dell’atto stesso di ricordare. In quello sguardo di temporale rimane solo lo stordimento del lampo, il suono di un tuono continuo.

Quanti bagagli, tra le rughe di questa donna. Quanto vento. Quanti attimi messi ad asciugare al sole. E io non posso fare altro che continuare a pensare al libro di Mircea Eliade, alla sua bella copertina arancione, sul mio comodino. Devo liberarmi dai feticci, mi dico. Devo liberarmi dai feticci. Devo essere come lei, anch’io sui miei vestiti voglio la musica delle campane, anch’io tra i miei capelli voglio il fumo dei seccatoi di castagne, anch’io tra le mie dita non voglio più niente e nessuno. Come lei che cammina veloce, la schiena curva verso l’erba e il muschio, gli occhi accesi su tutto quello che ha bisogno di essere visto. Trova i pensieri che aveva smarrito il giorno prima. Trova il tempo di stare a guardare.

Trova un fungo tra le foglie e me lo regala. Questo è buono con il limone e il prezzemolo, mi dice. Nella mia tasca però c’è ancora il biglietto d’ingresso del Museo Pompidou: chissà se potranno stare bene insieme, lui e il fungo.

Continuiamo a salire verso la Sòta du lüv, con il passo convinto di chi ha un luogo da raggiungere. Quando uno dei suoi animali devia verso un albero di pesche, lei lo richiama con un linguaggio misterioso, fatto di suoni ritmici e gutturali, un linguaggio spaventoso e bestiale, ma che al tempo stesso esprime tutto l’esprimibile, un linguaggio perfetto.

Su, verso la Sòta du lüv, come ieri, come l’altro ieri, come nell’idea che rimane in testa di un domani. E lei non dice niente, lei che ha imparato ad annullare anche il pensiero. La conoscono tutti la sua storia, giù in paese. La conoscono tutti, perché ognuno ne ha scritto un pezzo, ognuno ha ripetuto una verità fino a trasformarla in leggenda. La conoscono tutti questa vecchia contadina, ma nessuno le ha mai chiesto cosa sia successo veramente, su dalla Sòta du lüv, quando era giovane. Quando era bella. Quando suo fratello tornava dalla guerra. Quando il vino era il vino, cioè tutto ciò che rimaneva a chi tornava dalla guerra.

Non ho mai creduto alla storia della Sòta du lüv. Non ci ho mai creduto perché sapevo bene che era vera, e allora non mi interessava. Negli occhi della vecchia contadina, invece, c’è tutto quel che l’umidità deposita. Negli occhi della vecchia contadina c’è la Sòta du lüv, e non è più un punto da fuggire ma un rifugio in cui nascondersi, non è uno spazio in cui portare le capre ma un luogo in cui farsi trascinare dalle capre, non è quel che mormora il paese ma il suo esatto opposto: la Sòta du lüv è tutto quel che non è mai stato detto.

[Questo racconto ha ottenuto il primo premio al III Concorso Letterario “G. Bottero” di Mondovì (CN). Secondo la Giuria, “il racconto è condotto magistralmente sia per i tagli delle sequenze, sia per lo scavo interiore e la rara capacità di lasciare affiorare i dati sensoriali. Viene espresso il fascino del lirismo e la magia del mondo naturale].

Faudä


28 Mag

Riempiva il vuoto della piazza, presenza nera presenza incerta
presenza certa tra i comignoli spenti.
Sotto le pietre, la pietra.
L’uomo aveva scavato e poi costruito tremila anni di quotidiano calcare.
Tre millenni e un secolo: il medioevo, solo storia di ieri.

Antonia custodiva la chiave,
la chiave della grotta.
Custodiva il telaio e filava tappeti,
filava tappeti e nutriva i suoi galli.
Antonia custodiva anche la chiave,
la chiave nera del pollaio.

Franava la montagna e tornavano le rondini.
Chiudevano i bar, anche la strada era lisa.
Ma Antonia prendeva le chiavi e riempiva il vuoto della piazza:
filava tappeti, i tappeti del tempo.

Non furono i siculi, né i greci, i normanni.
Non furono gli arabi, i tedeschi, gli assedi.
Furono “i francesi, col loro strano dialetto”
a lasciar spazio a una leggenda,
un intreccio di fili.

Così Antonia prendeva la chiave e azionava il telaio.
Prendeva la chiave e nutriva il pollaio
e tra un momento e l’altro, lo spazio di un giorno
un passaggio sull’altro a riempire la piazza,
nel tempo nel vento del paese che verrà.

[Scritto a Sperlinga (EN), sacca di resistenza della lingua gallo-italica].

Forte Ofermōd


05 Mar

Optik

Come predoni tra sale e polvere
resistere al vento stringendo le palpebre
lasciar crescere sotto i piedi il tappeto di foglie
come un gesto di pace per la gente che verrà.

L’immagine della carovana, le orme, gli sputi
e lo strato di humus per sopravvivere e crescere.
L’umidità della notte per leccare ed accogliere,
gli stivali sempre pronti, nell’idea di combattere.

Si accumulano i detriti, si fondono, coprono
ma sotto il sale e la polvere, humus e foglie.
Avanzano i predoni, i loro piedi, gli sputi
come un gesto necessario per la gente che verrà.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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