Archive for the ‘Mount’ Category

Post-punk Dilemma


27 Mag


 

Butta la buta
Buttalabuta
Getta via la bottiglia,
Smetti di bere.

Stop Drinking.

Butta la buta
La buta non è il cammino, compagno di strada
Buttalabuta che non serve più a niente
Butta la buta,
il vento ci sente.

“Non butto la buta perché là dentro c’è il mare”,
dice el viajero mentre è seduto e guarda il sole
Non buttolabuta, non è cosa da buttare
Non butto la buta perché dopodomani tornerà la carestia
la notte si farà lunga, e allora la buta potrà servire.

Buttalabuttala buta la buta.
Rotolano le pietre sulla Valle dell’Inferno.
Sono i camosci, cercano il sale sulle rocce del mare.

È un mare glaciale,
che conserva il ritorno di qualcosa di grandioso,
qualcosa che rimane.

Butta la buta e buttati tutta
c’è riparo e c’è posto per tutti lì sotto
buttalabuta la buta la buta
c’è posto per tutti, c’è posto per noi.

Immuni


06 Mag

The story of the world is written by light

Abbiamo incontrato un tale, lassù.
Diceva che in fondo le cose potrebbero tranquillamente rimanere così.
Nessuna costrizione all’orizzonte.
‘Non posso, non voglio, non devo’.

Nessuna scusa.
Affinché le cose rimangano così, non si può più scendere a compromessi.
Non potrai più dire ‘sì’ a ogni proposta idiota.
Non vorrai più ritrovarti a dire che non è servito niente.
Non dovrai più giustificare nulla.

Non posso,
non voglio,
non devo.

Quel tipo diceva che è il momento giusto per dire basta alle occupazioni inutili.
[Diceva così, ‘occupazioni’, e intendeva marcare una netta differenza con il concetto di ‘mestiere’].
Si potrà dire che non servono a nulla i corsi di sicurezza, oggi che i corsi di sicurezza li fanno sul videocitofono?
Quel tipo diceva che avrebbe pagato volentieri 5.000 dollari per un corso di sicurezza in cui ti insegnano, quantomeno, ad eseguire un massaggio cardiaco. A conoscere lo shock anafilattico, a salvare una vita.
E invece niente. 5.000 dollari buttati nel cesso, a ingrassare un sistema fondato sul nulla.

‘È questo che mi dava fastidio in quelle robe’, diceva il tipo.
‘Il fatto di vederli mendicare, per sopravvivere, il tempo degli altri. Io l’avrei bevuto volentieri un bicchiere di whisky con quel tipo dei corsi di sicurezza, che aveva una brava moglie e forse anche due bambini simpatici, e gliel’avrei offerto io. Ma il fatto di presentarsi così, “ti serve il corso di sicurezza per fare il tuo mestiere”, capisci che è umiliante un po’ per tutti, e principalmente per lui’?

Ben venga il distanziamento sociale, una certa consequenzialità nella gestione degli spazi.
Quel tipo lo diceva in un prato di genzianelle, che per la prima volta erano tornate a fiorire.
Negli anni scorsi le portavano via i predoni del nulla.
‘Quella gente che dice “un modo come un altro per passare la domenica”, ha detto il cowboy su sul colle, sdraiato nel suo prato di genziane,
quella gente che dice “un modo come un altro per passare la domenica”, non merita più nulla.

Anche quel tipo sul colle avrebbe potuto diventare un esperto di corsi di sicurezza, e invece si gode la primavera.

Non è questione di fortuna, ragazzi, o per lo meno: non solo.
‘Io non prego dio’, ha detto fiutando l’ultima presa di tabacco.
‘Io non prego dio: io a dio gli parlo’.

Gli dico, le dico
[perché forse dio è femmina]
che anche oggi ho fatto il mio lavoro, o per lo meno quel poco che ho ritenuto giusto.
E che adesso tocca a lei,
unknown god of ours
portare avanti questo viaggio nel destino
sospingerci nel vento,
mantenere lieve il cammino.

She. brings. the. rain.


18 Apr

 

Ma non state chiusi nella stream-life, voi?
No. Noi pensiamo al dopo.

E dove state andando?
Verso quelle fasce lassù in alto.
Abbiamo acceso il fuoco ieri sera, e oggi abbiamo visto il pennacchio di fumo.
Vogliamo controllare che sia spento, e se non è spento, gli soffieremo addosso, per fare in modo che bruci di nuovo.

Portavano un rastrello, una mochila a tracolla e un libro e una bottiglia.
Il libro era Le Mille e una Notte, autore sconosciuto.
La bottiglia aveva un’etichetta che diceva Shahrazād, e sembrava un nome adatto per un buon vino e per quella situazione, anche se poi in fondo nessuno aveva detto che si trattasse di vino, né aveva specificato di quale situazione si trattasse.

Narrazione, esecuzione, racconto transmediale.
Diversi linguaggi confluiscono in un solo discorso.
Lui quel giorno ha toccato, lui quel giorno ha capito.

Alcuni,
altri,
vogliono toccare ancora.
Alcuni vogliono toccare di nuovo.

Fontane solitarie a pieno regime nei vecchi borghi.
I ciliegi in fiore lungo la valle, un qualcosa che accade solo in questo luogo del mondo e in questo tempo dell’anno.
I ciliegi in fiore quando tutti gli altri alberi ancora dormono.
I ciliegi sono tanti, macchiano di bianco tutta la valle, ed è un bianco che vola nell’aria, bianco fatto a pezzi leggeri che sembrano neve, ma l’aria è tiepida e c’è il sole e quei petali cadono sul verde intenso della primavera.

Non stiamo chiusi in gabbia, noi.
Noi pensiamo al dopo.

Non ha nemmeno senso rispondere a una domanda mal posta.
Molti problemi succedono per sbaglio.
Molti problemi accadono perché la gente si agita.

Avresti mai pensato a questo, al sabotaggio del linguaggio?
Di fronte a questo momento non ci sarebbe nulla da dire.
Stiamo andando con un rastrello, nella luce del tramonto, a controllare che il mucchio di foglie e di residui bruci fino in fondo.

Abbiamo pettinato tutto il bosco nel frattempo. Abbiamo accarezzato il verde.
Hai presente quel che accade quando senti le dita di qualcuno in mezzo al pelo?
La peluria del collo e della tempia, che assomiglia all’erba nuova di primavera.
Allora chiudi gli occhi e respiri, perché finalmente c’è qualcuno che ti cerca.

Dita leggere che ti fanno dormire.
Ti fanno dormire e ti svegliano.
Oggi abbiamo accarezzato anche il bosco.
Oggi finalmente abbiamo scritto qualcosa, nel caso ci fosse qualcuno, là dietro, che legge.

“Molti problemi sono falsi problemi, ed esistono solo perché la domanda è sbagliata”.
L’hai detto al poliziotto vestito da poliziotto in pensione giù in basso. Fumava cicche sul balcone e rilevava la temperatura del contagio sull’app.
A questo si è ridotta la gente, a concentrarsi nell’altro per tenere asettico il proprio spazio vitale.
Ma tutta quella gente in così poco spazio genera inevitabilmente una quantità spropositata di soggetti ‘altri’, e allora non c’è soluzione al problema, “la soluzione è complicata ma è al vaglio dei tecnici”.

Nel pensare a questo, si perderanno il discorso dei ciliegi in fiore.
“Non c’è soluzione perché non esiste il problema”.
Un messaggio di errore, l’invasione degli hacker sull’app.

Non guardate noi, che stiamo andando verso il fuoco e non diamo fastidio a nessuno.
Soffieremo sulla cenere che sarà lì che ci aspetta, affascinati da un qualcosa che rimane nascosta ma continua a bruciare.
Non si tratta del virus, non preoccupatevi, rimanete tranquilli: il virus ha bisogno di corpi per espandersi ed estendersi.
E qui non ci sono corpi. Non ci sono corpi in giro. Ne rimane solo l’idea.

Dobbiamo finire il lavoro perché sabato arriverà la pioggia.
L’ha detto il meteo, l’hai detto tu.
Se arriverà la pioggia sarà bel segno e dormiremo.
Sarà contento anche il bosco, libero nella pioggia,
libero anche di noi.

[foto di simone rossi. testo del baltic man. tutti i diritti al rovescio].

Bias cognitivo


13 Apr

Teniamo battuti i sentieri che portano verso l’acqua.
Continuiamo a farlo in questi giorni di allerta, di allarme, di infermità.
Al mondo intero non è mai più interessato un discorso del genere, Nena. Difficile possa iniziare a interessare adesso.

Il mondo ha lasciato perdersi i sentieri che portavano verso l’acqua.
Tra le fasce e le pietre addomesticate, tra le valli e le gòmbe, il mondo non è mai più venuto a controllare che la fontana continuasse a buttare su di là.
Non vedo perché dovrebbero venire proprio oggi, Nena, proprio oggi che è primavera, e tutti sono impegnati a fotografarsi dalla microtelecamerina che si portano appresso.

Ho letto i problemi di cui discutono.

Si parla di come organizzare i laboratori da remoto, di terapia d’urto, del connettersi con le proprie emozioni, di problemi col computer, pacchi da casa, trasformazione e opportunità per ripensare, ristrutturazione dello Stato assistenzialista, si parla di distanze sociali di foto dai balconi e di assenza di sole, si parla dell’affaticamento dei ragazzi per le lezioni a distanza e di una nuova maniera di re-immaginare la realtà, di seri limiti al 5G e di cosa accadrà con il tracciamento delle app, in poche parole si discute di questioni importanti e per questo mi stupisce che a nessuno sia venuto in mente di tenere battuti i sentieri che portano verso l’acqua.

L’infanzia dura poco, Nena querida, e non possiamo perdere i sentieri che portano verso l’acqua.
Già negli anni scorsi si andavano affievolendo le tracce, in mezzo al fieno crescevano piantine d’invasione e ogni anno moriva una falce che sapesse accudirle, un viandante che ne conosceva la rotta, un essere in viaggio che seguiva un cammino.

Così l’unico modo possibile per tener verde la via verso l’acqua consiste nel camminare sugli antichi passi degli altri e tenere viva la traccia, calpestare il fondo e segnare un passaggio, annunciare la propria presenza e il proprio peso a un mondo che prende le misure con l’assenza dell’uomo. Un camminare di giorno, sapendo che di notte quella stessa intenzione coinvolgerà caprioli, bracconieri e cinghiali, e così, con il passo di tutti, rimane in piedi la via verso l’acqua.

Ecco perché risulta più facile avere a che fare con caprioli e cinghiali, in questi giorni di oggi.
I pochi esseri umani che si avventurano verso il colle arrivano trafelati correndo sull’asfalto, con l’odore fastidioso di chi ha paura di essere inseguito, con la microtelecamerina in tasca pronta ad essere usata come una pistola, una pistola così come appare nelle mani di quelle genti americane che nei notiziari e nei film son lì che raccontano di aver sparato prima di essersi chiesti il senso dell’atto. Non rinunciano alla corsa, ed è per questo che hanno paura, perché sebbene esista un tiro del coprifuoco non riescono a staccarsi dall’asfalto e dall’ingordigia di correre, andar di corsa per concentrarsi in se stessi e consumare indifferentemente grassi animali e immagini di mondo, correre invadendo territori in cui ci si sentirà come invasori, invasori precari, braccati. Li attendono al varco i propri simili, con la microtelecamerina in tasca effettivamente usata come una pistola, tanti piccoli sceriffi improvvisamente assurti al ruolo di eroi, difensori di una patria, di una missione nazionale, di una guerra da vincere.

Né gli uni né gli altri, Nena, sono interessati ai sentieri che portano verso l’acqua.
Gli uni non vedono e gli altri non sanno vedere, e allora rimangono solamente caprioli e cinghiali, bestie discrete imperscrutabili e forti, bestie che si muovono sulla terra senza particolari considerazioni verso le assuefazioni virali dei molteplici uomini.
Ma i caprioli e i cinghiali camminano seguendo altre memorie e non gli interessa la grammatica del sentiero.
Se sul loro cammino il vento o l’inverno hanno divelto una pianta, troveranno il modo di aggirare l’ostacolo o di cambiar rotta, e giorno dopo giorno nemmeno loro passeranno più da lì.

E siamo rimasti noi, ancora una volta soli, inevitabilmente soli.
Abbiamo un paio di scarponi, e la primavera del mondo a disposizione.
Terremo battuti i sentieri che portano verso l’acqua, camminando verso la sorgente, e ancora una volta ci chiederemo sul senso di questo noi, perché come dicono dall’altra parte del cammino, ‘dire noi es mucha gente’.

___________

Il bias cognitivo (pron. ‘baiəs) è un pattern sistematico di deviazione dalla norma o dalla razionalità nel giudizio. In psicologia indica una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio.
Un bias cognitivo è uno schema di deviazione del giudizio che si verifica in presenza di certi presupposti. I bias cognitivi sono forme di comportamento mentale evoluto. Alcuni rappresentano forme di adattamento, in quanto portano ad azioni più efficaci in determinati contesti, o permettono di prendere decisioni più velocemente quando maggiormente necessario. Altri invece derivano dalla mancanza di meccanismi mentali adeguati, o dalla errata applicazione di un meccanismo altrimenti positivo in altre circostanze. Questo fenomeno viene studiato dalla scienza cognitiva e dalla psicologia sociale. Fonte: Wikipedia.

 

Mentre il mondo si contrae


21 Mar

“Mentre il mondo si contrae noi ci espanderemo”,
dicono le persone fiduciose sui social net.

Ci espanderemo, andremo a raccogliere i frutti proibiti
i frutti del nostro essere finalmente umani,
capaci di silenzio,
di empatia,
capaci di silenzio,
e di empatia.

Così dicono le persone fiduciose sui loro balconi
ma nel frattempo cresce la paura, l’ansia, la perversione del sempre connessi.
Ci ritroveremo sopravvissuti
sopravvissuti e senza dignità
a celebrare la festa dei sopravvissuti senza dignità.

– ‘Ho un po’ di febbre. Che ne pensi?
– Penso che sia normale. Hai febbre perché non esci di casa. Fumi cicche sul balcone, vivi in pigiama, e non esci di casa. È normale che ti venga la febbre. È il ritratto perfetto dell’ammalato. È così che ci vogliono, è così che ti vuoi.

 

‘La gente ha paura della morte, muchacho, non l’hai ancora capito?’
Ha paura della morte perché non ha mai imparato ad essere realmente viva.
Si può aver paura di morire senza essere stati realmente vivi?
Evidentemente sì.
Il fatto stesso di darsi da fare per non morire dà finalmente un senso all’esistenza dei più. E questo li accomuna all’esistenza del virus. In fondo siamo tutti sulla stessa barca. Non è il caso di essere troppo ostili, nei confronti del virus.

[per esempio. Era davvero il caso, di portare in giro quelle bare sui carrozzoni militari?]

E così

questi sono i giorni dell’essenziale.
Unghie sporche, mani ruvide, l’odore del corpo che basta a se stesso e nessuna necessità di aprirsi agli altri.
Io per esempio ho imparato a fare i muretti a secco.
In questi giorni sto facendo semplicemente a quello: muretti a secco.
Potrei parlarti di quello e di nient’altro. Non ho nient’altro da dire. Non c’è nient’altro.

E allora, sarà vero che mentre il mondo si contrae, noi ci espanderemo?
Potrebbe essere vero.
Siamo dei virus, organismi preposti al contagio.

 


Que pasa contigo hermano. Que pasa contigo?

Mapulugün


19 Nov

Eravamo quel che saremo

Non esiste la parola “morte”, in lingua mapuche.
Quando qualcuno muore, si dice “mapulugün”.
Mapulugün significa ‘diventare territorio’.

Mercoledì. Sono a Bogotá. Apro il computer. Facebook mi informa di quell’altro: mio fratello, che è stato premiato, in Campidoglio e con tutti gli onori, per la sua attività agricola di castanicoltore moderno, in perfetto equilibrio tra innovazione e tradizione. È un premio suo ed è un riconoscimento all’azione di chi a Viola Castello, come in (ormai poche) altre zone sulle Alpi e sugli Appennini, tenta di mantenere in piedi un delicato equilibrio tra uomo e ambiente. L’ecosistema dei castagneti, un sistema produttivo perfetto, ereditato dalle precedenti generazioni.

Martedì. Sempre attraverso il computer: Venezia allagata. Immagini apocalittiche. Don Desiderio S., caro amico e sergente della Policía Nacional, mi offre un café negro e tra le altre faccende commentiamo la cosa. ¿Venecia entonces está condenada? Quien sabe. L’acqua alta, il cambio climatico, le buone vecchie conversazioni da café. Nella mia mente ho un’idea fissa ma non la esprimo. Porterebbe a un dibattito interessante, ma sono quasi le 9 di mattina e ho del resto da fare.

Giovedì. Mi telefonano da Viola. Una pattuglia di Rangers ha sorpreso un paio di famigliari a bruciar foglie.
Questo dei rangers è un flagello che, da un paio d’anni, puntualmente si verifica a novembre. Da quando la Regione Piemonte ha deciso che, per contrastare il dramma delle polveri sottili a Torino, nei mesi invernali è proibito bruciar foglie nei boschi del territorio regionale. Non li si vede, i rangers, ad agosto o settembre, quando il sottobosco è invaso da decine di pensionati urbani che si spingono verso l’alto per depredare funghi: la dinamica di rapina centro-periferie è una dinamica antica, e il sistema economico in cui sguazziamo felici si basa esattamente sul suo oliato funzionamento.

Excursus storico: per lunghi secoli, la castanicoltura stata è un’attività fondamentale sulle montagne d’Italia. In maniera particolare, lo è stata per il Piemonte, che oggi è l’unica regione in controtendenza nella produzione di castagne: mentre altrove si è costretti a importare, il Piemonte segna un trend positivo. A causa delle sue caratteristiche (nessun tipo di fertilizzante, ma ‘semplice’ cura del bosco e del sottobosco), la castanicoltura aveva l’importante effetto collaterale di mantenere sotto controllo enormi porzioni di territorio. Un territorio complesso e geologicamente irrequieto, come quello italiano, è stato progressivamente terrazzato, accudito, addomesticato. Attraverso i boschi trasformati in giardini, le acque penetravano nel terreno, senza scivolare a valle portandosi pezzi di montagna con sé. E i rami spezzati dall’inverno, trasformati in fascine, sarebbero serviti per scaldarsi nell’inverno successivo, o per alimentare, in autunno, gli essiccatoi.

Poi le industrie, la questione del ‘così va il mondo’ e l’italianissima scelta di rincoglionire la popolazione fornendo a tutti un lavoro fisso hanno provocato il dramma. Il contadino è diventato operaio, e ogni sorta di visione autonoma ha iniziato ad essere considerata in maniera sospettosa. Camillo e don Peppone sono risultati entrambi colpevoli nel processo: la democrazia cristiana con il suo assistenzialismo paternalista, il partito comunista con la logica dell’appiattimento di classe e del diktat sindacale. Nel frattempo la televisione ha messo tutti d’accordo ad allontanare ancora di più l’essere umano dall’aria fresca, dai pensieri limpidi della solitudine in uno spazio naturale e armonico, da un fiero esistere. E così oggi i giovani delle valli Monregalesi assomigliano sempre più ai loro coetanei delle periferie urbane, che lamentano con rabbia l’assenza di un lavoro fisso, e presto voteranno partiti di estrema destra perché gli stranieri ci portano via il lavoro, mentre tutt’intorno (letteralmente: tutt’intorno) i castagneti muoiono, soffocati dall’abbandono e dall’incuria, dalla follia di un’epoca malata che non ha saputo leggerne il valore.

E così, giovedì. Mi telefonano da Viola. Una pattuglia di rangers sta multando un paio di campesinos, con il subordinato imbarazzo che contraddistingue chi è lì per far rispettare la legge (‘sa, io la capisco ma questo è il mio lavoro. E un lavoro fisso di questi tempi…’).
Il giorno scelto da mio zio e sua moglie, che bruciano foglie con coscienza da decenni (proprio in quel bosco, per sottolineare la ricerca estetica nel rapporto tra uomo e castagneto, in estate si organizza un festival spontaneo, il ‘Castagneto Acustico’), non è casuale: il fondo è umido, è impossibile che il fuoco si propaghi. Ma soprattutto: venerdì è prevista neve, e se nevica sulle foglie poi sarà un problema. Se nevica sulle foglie, bisognerà rinviare tutto a marzo, anzi al 1º aprile perché così dice la legge, ma a quel punto sarà un problema perché la neve avrà compresso le foglie al suolo, e tentare di raschiarle via sarà un lavoro infame. Ma soprattutto: ad accendere i fuochi ad aprile forse non si creeranno più problemi all’aria di Torino, ma certamente non si farà bene ai castagni, che alla fine dell’inverno spingono le prime gemme in fiore.

Mi telefonano da Viola perché, nel delicato equilibrio del castagneto, il mio ruolo è quello di trasferire il tutto sul piano del linguaggio. Da alcuni anni sto tentando di mettere insieme una narrazione (un film) che esplori il profondo universo simbolico della castanicoltura. Una pratica agricola che non è solo pratica agricola ma che comunque rimane l’unica e l’ultima, in Europa, realizzabile senza l’ausilio di alcun elemento chimico, pesticida e fertilizzante che sia. Un sistema di tutela ambientale che viene custodito e trasmesso di generazione in generazione (la vita dei castagni scorre su una scala temporale diversa rispetto a quella dell’uomo, e inevitabilmente chi innesta un albero oggi sa che saranno i suoi figli, e non lui, a beneficiare di questa azione), e che oggi si trova in profonda crisi, a causa dell’abbandono.

Pare incredibile ma nella complessità del mondo attuale i castagni hanno bisogno anche di questo: di un discorso che li spieghi, di un’immagine che li racconti. Perché altrimenti rimane solo il DGR 22-5139 della Regione Piemonte, che impedisce di bruciar foglie in montagna perché a Torino l’aria è sporca.

Questo scritto è stato pubblicato sul numero 102 della rivista Dislivelli.

I cinesi sulla Luna


04 Gen

I cinesi sono arrivati sulla Luna
risalendo una scala di plastica raggiungeranno anche il Sole
e da lassù vedranno un mondo
vedranno un mondo in cui ancora si muore.

Nel frattempo
qui d’inverno si rimaneva sotto le coperte.
E le coperte pesavano a fumo, a stanza chiusa ed a gelo.

La gente di qui girava sigarette con foglie di noce per aver qualcosa da fare.
“Guarda qui. C’è il segno di mille zolfanelli rimasto qui, scavato nel legno”.

E respiravano fumo, stanza chiusa e gelo.
Respiravano l’inverno delle cose vere.

I flussi dell’aria, la trasformazione del caldo che si spegne.
Sentivano freddo, vedevano pace e tridimensionalità che prima non c’erano.
La luce della Luna, senza i cinesi addosso, che riflette il bianco della prima neve.

Gli uomini e le donne che abitavano qui vedevano le cose da una prospettiva diversa
in ogni metro un messaggio,
in ogni segno una scia.
Tutto era linguaggio e veniva da lontano,
veniva dal volo degli uccelli, ed era ‘Presagio di cosa futura’.

Così gli uomini e le donne che abitavano qua uscivano di casa e potevano respirare.
Gli spazi aperti. La dimensione del nulla.
Nessun segno umano sul territorio,
nessun cinese ad infestare la Luna.

Un unico segno umano sul territorio:
è un sentiero, una strada.
Non mi serve nient’altro.
Voglio tutto quel che c’è.

 

 

Pròriondu


30 Nov

Pròriondu

Giornata in quota, lungo sentieri bi-cromatici
(tra l’argento e il nulla)
e il cervello in fuga.

Nessuna informazione,
nessuna considerazione,
nessun pensiero più presente degli altri.

Il tempo scorre verso luoghi che non importano,
elementi che non esistono,
conti che non tornano.

C’è spazio in abbondanza lungo i sentieri fuori dalle rotte,
c’è spazio in eccesso fuori dalle logiche della massa.

Come condensare tutto questo in un tratto?
Una lunga linea retta,
tesa a dissolversi verso il nulla.

Bal’ –


28 Set

Un’enclave.
Territorio straniero.
L’altipiano sagrado.
Strade dismesse per giungere fin qui,
eppure ci arrivano, ci sono segni di pneumatico.

Non c’è niente da prendere qui intorno.
Solo erba e pietre, praterie d’altezza, un vallone intero.

“Ci sono segni di pneumatico, te l’ho detto”.
Vieni e controlla. Vieni e guarda.
La gente di sotto è arrivata fin qua.

Arranca
Sporco
con un bastone ferito.
“Ieri notte me l’hanno attaccato i ghiri”, ha detto.
Dormiva in una tenda d’acciaio, ma i ghiri sono arrivati fin là.

Arretra
Stanco
come un coyote impaurito.
Si allontana dalla strada,
si allontana dall’unica strada,
e prende verso il dritto, prende verso in su.

Lì davanti, l’enclave
Solo erba e pietre, praterie d’altezza,
un vallone nero.
Territorio straniero.
L’altipiano sagrado.

Strade dismesse per giungere fin qui.

Site-specific


28 Lug

Site-specific

Tutto bene dall’altra parte del crinale.

Anche qua c’è vento forte e un cielo che si sposta, ma c’è sentiero e strada, è un paesaggio vasto eppure a volte non basta.
Ogni luogo è troppo vicino e troppo lontano per pensare di fermarsi.
Ogni storia è incarnata nel posto, e rimane lì finché un altro non passa.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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