Archivio per la Categoria Musica

Piove. Pioggia: acqua santa che scende dal cielo travestita di maledizione: appare sempre quando meno serve. Per esempio quando è in giro sulle Ande in bici. Lo zaino è una roba che esplode. Sette mesi di vita vi sono rinchiusi dentro e sette mesi di vita - di questa vita, questi sette mesi - sono materiale esplosivo. Non è colpa dello zaino. Il Venezuela non vuole Chàvez. Lo chiamano “dittatore”, da queste parti, però lo dicono a voce bassa accertandosi bene che nessuno li stia ascoltando. Viaggione, uno s’immagina i caudillos sudamericani anni ‘70 dimenticandosi che il presunto “dittatore” ha perso un referendum costituzionale l’anno passato, per giunta di un pelo. Pagliaccio è la parola, dittatore suona forte e inflazionato e comunista. Maracaibo, quella della canzonetta da discopub estivo italiano, è una città industriale e petroliera e sporca, ma soprattutto, delusione delle delusioni, si chiama Maracàibo. Con l’accento sulla “A”. Quante generazioni di persone ha rovintato la Carrà. Le radio suonano come in Colombia e vomitano reggaeton. Mèrida, invece, profuma di Svizzera e sa di SudAmerica. La benzina, postilla fondamentale, in Venezuela costa 30 centesimi di euro al litro.

In conclusione, però, tutto questo è una cazzata. Pura mercanzia mentale, sensazioni impressioni e pensieri di un ubriaco, e vedi che domani si dimentica tutto. Un Discovery Channel davanti agli occhi, un inutile contatto msn che ti dice cose invisibili, un falso secondo di gioia. Sulla pelle, tra i capelli, stretto tra le dita, conficcato in una pupilla, dentro un’orecchia, nelle tasche, nell’organo pensante e nell’organo pulsante, in ogni poro, in ogni poro, in ogni poro, c’è la mia Colombia, c’è lei, c’è me stesso.

Erano altre epoche ed altri luoghi, ma più o meno un anno fa Ella si congedava dai tempi baltici obbligandomi ad ascoltare una canzone che altrimenti non avrei mai conosciuto.

Nella riproduzione casuale che lentamente scivola verso le cosiddette braccia di Morfeo, risuonano parole e concetti che ancora risvegliano la coscienza, ritratti disegnati da pennello e pianoforte sempre più verosimili e in qualche modo romantici nell’iperinflazionato mondo odierno.

Di viaggio, di musica, di immagini. Di sguardi dall’alto su vite giù in basso. Di cavalli, di scarpe, di movimento e di lento incedere. Di bambini, di vecchi, di urla e di suoni, di pappagalli e di minotauri, di verde e d’azzurro.

Di psichedelìe e “solitarietà”. Di compagnìe e libertà.

Stavo parlando con una faccia ignota quando lei entrò. Aveva un bracciale di conchiglie grigie stretto al polso, e legata tra i capelli una piuma rossa le accarezzava il collo. Un incanto di età e di epoche e di sostanze differenti attorno a lei, la accompagnavano altre facce ignote che seguivano la sua scia nella nebbia di cento e mille segnali di fumo degli antichi indios. Aveva un bracciale di conchiglie legato al polso, e ai miei occhi risaltavano come l’immagine di quella cosa abominevole che gli italiani chiamano “manette” e i saggi spagnoli “esposas”. Non mangiò non bevve e nemmeno fumò, almeno così diceva l’apparenza, lei mangiava e beveva e fumava con un’altra scala di valori. Intrugli speziati e ghiaccio masticato a cubetti.

Continuavo a nuotare nel fiume di idiozie che il disgraziato davanti a me bagnava con il rhum a ritmo continuo, e mentre Fito Paez diffondeva magìa e matematica, in sostanza musica, leggevo sotto la sua pelle d’ebano la trama di un copione già scritto. Mentre mi fissava le scarpe e l’anima entravo nei suoi occhi, occhi neri e poi azzurri e adesso verdi e infine spenti; ad ogni flash nell’oscurità corrispondeva un’immagine distinta nel disordinato catalogo totale, e tutte le patine diafane ricorrenti in un’alba che si confonde tra notte e mattino ritornavano a me e sporcavano Fito Paez. C’era un coccodrillo di plastica appeso al muro, sopra la porta dei cessi.
Poi, destra e invisibile, lei lo pensò e io mi alzai, e mentre mi incollava addosso il destino con le dita immaginavo scorrere nel suo sangue un mare di coriandoli colorati e sentivo su di noi il peso di tutte quelle varie amebe e dei loro occhi etilici, fino a buttarmi nel vuoto sperando di atterrare alla fine in un quadro di Gauguin.

Mi risveglio adesso qua, solo e nullo su un pavimento di finto marmo, bagnato da un insieme di ghiaccio che nel frattempo si è sciolto. Sopra di me c’è un’insegna e dice “Neuropharma”, e quando con inerzia i sensi si riappropriano del mondo tutto quel che trovo è un bracciale di conchiglie grigie legato al polso.

Il Primo Maggio in Colombia ha un significato ancora forte. L’impressionante tasso di mortalitá tra i sindacalisti rimane, appunto, impressionante, e ben spiega le problematiche politiche del paese. Il sindacalista, “professione” sempre piú discutibile e politicizzata in Italia, da queste parti é un lavoro per martiri.

Il Vallenato é l’identitá culturale per molti colombiani, le basi storiche di una musica semplice che ha reso famosi internazionalmente personaggi come Carlos Vives. Valledupar, ai piedi della Sierra Nevada, oltre ad essere una base storica per molti gruppi paramilitari é la capitale di questa strana musica.  In questi giorni di festival, tra sombreri gialloneri fiumi di ron e personaggi bizzarri dalle fisarmoniche infuocate, Baltic Man soffre ma sopravvive grazie al suo mp3.

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Dal Museo d’Antioquia di Medellin.

Mentre tutto scorre. Scorrono diverse tinte di verde, in un mosaico di specie vegetali mai viste nè immaginate che si ammassano più in là della striscia di asfalto. Lentamente sfilano carri, buoi e cavalli, in questo continuo saliscendi che inesorabile caratterizza la Colombia del centrosud. Seduto li a fianco, nel polveroso cassone di una jeep, un militare al termine del suo calvario se ne torna a casa. Nasconde un pappagallo verde e giallo in un sacco, ricordo dei suoi mesi nella selva. Le formidabili “palmas de cera” della Valle di Cocora, roba che cresce solo lì. L’affanno festoso del Giovedi Santo di Neiva, nella sua contrapposizione tra proibizionismo alcolico e Peccato: è proibito l’alcol ma ovunque si sbrana carne. Quel padre di famiglia che accompagnandoti all’ostello ti mostra le foto dei suoi figli. Disquisizioni mentali sull’impossibilità di viaggiare da solo: 15 minuti dopo aver lasciato Barranquilla il tentativo era già sfumato, e adesso ci si muove costantemente in 5. Scorrono le genti e i popoli, dalla terra di San Augustìn affiorano souvenir di popolazioni precolombiane sparite chissà dove. El hijo de puta dell’autobus, che vende 32 biglietti per 28 posti, e allora bisogna discutere e poi litigare e poi sedersi su un gradino e chiudere gli occhi scaraventato di qua e di là dalle curve dalle buche e da Syd Barret. Quell’amico fenomenale che manda email dall’italia dicendo “avevo un amico a medellin, guarda se lo trovi”. Quell’altra amica che stava sperduta nel Quindio, e rivederla è stato un ritorno a Notti Baltiche. La ritrovo come l’avevo lasciata, mi ritrova come mi aveva lasciato. Probabilmente ho anche gli stessi jeans. Le facce, gli occhi e gli accenti, cosi colombiani cosi diversi dalla colombia del nord. Considerazioni perfino sul vento, mi si dice “chiudi gli occhi e spegni i sensi, renditi conto solo dal vento che sei in sudamerica. La gente della strada che ti vende tutto quello che si potrebbe comprare, si capisce quando dalla polvere esce un trattato su “La persecuciòn sovietica en la Iglesia de Lituania”. Musiche che si mischiano si confono ma mai si picchiano tra loro. Simon Bolivar in tutte le sue forme bronzee, a Manizales è un incrocio tra uomo e condor. Scorrono anche le acque, e veloci, e calde e fredde sottoforma di terme e di cascate. Il colombiano che si illumina per spiegarti che ha un cugino a Latina. Tutta quella gente di là dall’oceano, chissà cosa sta facendo, mentre le strade del Sud America lentamente scorrono.

botero.jpgCamminata stanca nella domenica delle palme. Ci si accorge dell’evento perchè autobus e taxi sono vestiti di chincaglierie verdi, rami di palma appunto. Nei giardini, oasi d’ombra, instancabili predicatori armati di megafono allertano gli astanti contro le tentazioni di un qualche Male.

Le anime sono distratte. I bar, le radio dei venditori ambulanti e perfino i maxischermi divulgano il messaggio di Juanes and friends, riuniti in folla oceanica in quel di Cucuta per cantare sopra le frontiere e le divisioni, finalmente vestiti di bianco e sprovvisti di slogan assurdi. Perfino i taxisti riposano nei loro nidi, per una volta lasciano suonare la radio e impongono il silenzio ai loro clacson perenni.

Medellin rassicura e infonde tranquillità. Le sue tante aree verdi, su tutte il notevole Parco Botanico, rendono ancora più fresca la città dell’eterna primavera. Tra le bancarelle d’antiquariato sfila l’orgoglio Paisa, quelle ragazze che all’unanimità vengono definite “le più belle della Colombia”, non importa se ad aiutare la natura intervenga spesso la mano dei chirurghi estetici più famosi del Sud America. E le eccezioni sono altrettante opere d’arte, gordas di bronzo seminate da Fernando Botero per i quattro angoli della città, il dono alla Casa Madre del suo figlio più celebre.

Un giro nel centralissimo cimitero impressiona, a suo modo. Ordinate in sequenza cronologica, le tombe datate anni ‘80 sono esponenzialmente più numerose rispetto a quelle di qualsiasi altra epoca. Segni perpetui lasciati a Medellìn dall’altro suo figlio, altrettanto celebre.

© by Baltic Man