Archivio per la Categoria Paolo
Scritto da: Baltic Man in Amici, Arnaud, Baltico, Ceva, Cracovia, Doriana, Fratello, Indre, Kaunas, Lithuania, Mongolia, Notte, Paolo, Persone, Riga, Russia, San Pietroburgo, Svyturys, Viaggi, Viaggi Mentali, Vita
Apro Skype e inizio a raccontarmela con Arno. Mi parla di Russia, si rimpiange la tabula piena di nullo Mongolo di un anno fa, mi racconta che quest’estate dopo esser tornato in Francia e prima di tornare a San Pietroburgo passerà un paio di mesi a lavorare ad Amburgo, e gli preme pianificare un incontro da qualche parte in Spagna o giú di lì, nel frattempo.
Inizio così a scambiare due parole con il brother d’america, disperso nei campi (da calcio) del Texas compie 18 anni si regala il sogno di un futuro a stelle e strisce. Mi racconta cose che già so e nel frattempo lo invidio, lo comprendo, gli auguro il meglio per la sua maggiore età che nel delirio americano non è maggiore età. Vorrei parlagli ancora ma mi scappa nel suo mondo di neogrande, the god-damned.
Passo le notti a parlare con Paolo, estasiato da quelle 12 ore di fuso perfetto che trasformano il canto dei miei grilli stanchi nel delirio del suo traffico a Honk Kong, e insieme ridiamo e insieme piangiamo su quanto è grande e bello e diverso e strano il mondo. Sono conversazioni che sanno al tempo stesso diSvyturys e d’oriente, nel sottofondo delle sue parole milioni di formichine da new-economy.
Dispersa nel nulla vaga Doriana, nella sua costante deriva su un piroscafo reale intorno a un continente irreale e sudamericano. Appare raramente e come appare scompare, ma nel frattempo ha lasciato uno schermo sullo schermo, uno squarcio devastante e aperto, e velocemente tutto si svuota e davanti agli occhi rimane la magia del Fu. Poi tutto si ricuce e appare Cesar da Madrid maledicendo tempi duri e votandosi propenso a un prossimo disordine universale.
Trovo nei pallini verdeskype tutta la Lituania, un paese e tre città che mi scrivono mi ricordano si informano e mi fanno viaggiare fin lassù, insieme a loro, come è giusto che fosse e come un giorno sarà ancora. Uomini donne ragazzi e ragazze che saranno come me per sempre, me li porterò dietro sottoforma di pallini verdeskype. Ragazzi, ragazze e certezze.
Non spezzo il filo che mai si ruppe con il mio pezzo di anima baltica disperso tra i castelli della Loira, parliamo di cose lontane che pure appaiono più vicine, e nitide, e fulgide nell’immaginario dell’un-l’altra lì a viverle. Affido all’etere il compito di trasportare passioni semplicemente accantonate. Nell’incanto dell’illusione, vivo profumi e sapori di labbra lontane.
Di tanto in quanto, ritornano così alla luce pezzi di notti vissute, angoli di Varsavia o di Riga o di Mosca che arricchiscono il tutto della loro indelebile presenza, pezzi di altri pezzi che si ricompongono in un ordine superiore da custodire gelosamente e sotto vuoto. Mancano però troppi tasselli, troppe facce vissute e adorate, frammenti di quella vita avanticristo che fu e che sembra inesorabilmente avviata verso la perdizione nell’immobile oblio del feudo natale.
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Sulla via del ritorno, dopo una serata strana, dopo l’inizio di una delle feste più agognate.
Il computer regala, ricollega, ricuce cose mai strappate, a dir la verità.
Paolo, uno degli eroi di Kaunas, regala, ricollega, ricuce cose ancora troppo vive per tanto tempo ancora.
Ed è così che un video, 6 minuti che bastano a far male, mi riporta indietro nel tempo, mi spara avanti nel tempo e mi costringe a guardare il tempo che forma secondo dopo secondo il presente. La sensazione è strana, fa male, costringe ad ammettere che è dura ricoprire il ruolo di “chi più ha e più vuole“.
La notte però è troppo birra per lasciare spazio ai moralismi. Neanche un qualcosa simile ad un fantomatico Karma perfetto che dorme ad un metro da me riesce a fermare il brivido.
Non voglio tornare indietro nel tempo, voglio riviverlo in proiezione futura. Ed è così che giorno dopo giorno capisco che il mio posto non è qua, e la sensazione di smarrimento aumenta, e la voglia di partire imperversa, e la maniacale follìa dell’uomo-giusto-al-posto-sbagliato vive sulla certezza che un giorno, sì, sarà di nuovo.
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Scritto da: Baltic Man in Amici, Arnaud, Borja, Erasmus, Lithuania, Notte, Paolo, Persone, Ritorno, Stagioni, Svyturys, Viaggi, Vita

Come in tempi di guerra, solo i migliori sono rimasti. Che poi, sotto la luce di un’altra ottica, risultano essere esattamente i peggiori…
E’ cosi che, in una Kaunas sempre più vuota (gli studenti lituani sono scappati tutti, quelli stranieri ormai anche) rimane il tempo delle conclusioni con i compagni di viaggio migliori, quelli rimasti (tranne uno).
Giovanni. Prototipo dell’emiliano cazzaro, ha incrociato la mia strada piuttosto tardi ma imboccando un vicolo senza fine che si è concluso in un mese di pericolosissima convivenza. Componente irrinunciabile di una festa.
Arno. Impossibile tracciare un profilo di Arno, francese del sud di passaporto ma nomade di fatto. Impossibile stare con lui un giorno senza annoiarsi, nonostante sia necessario essere pronti alle cose più assurde (Do you know? I decided. Next year I’ll study in Uganda.” “Do you know? I found my love. I’ll marry this girl.” “I wash dishes without water if not white bear will die.”). Premio oscar dell’open-mind e dell’assurdo, è stato il compagno perfetto di tutti i miei viaggi, soprattutto del più lungo, quello che mi ha fatto capire che sicuramente prima o poi ci sarà un seguito.
Paolo. Un fenomeno interessante di come un Erasmus cambi le persone. Una di quelle persone che in Italia difficilmente avrei conosciuto, troppe differenze tra di noi per avvicinarsi. E invece. E invece il corso dei giorni insieme in giro per l’est Europa mi ha fatto conoscere una delle persone più intelligenti che abbia mai incontrato, mentre quello delle notti ci ha portato a raggiungere insieme le stesse conclusioni, su proiezioni spaziotemporali future che saranno sicuramente in direzione-oriente…
Grazie. Non penserò mai, davvero, che tutte le notti e i giorni buttati tra Svyturys e assurdità non abbiano avuto un qualche senso. Mai.
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Scritto da: Baltic Man in Amici, Baltico, Klaipeda, Lithuania, Musica, Notte, Paolo, Persone, Ritorno, Storie, Viaggi, Viaggi Mentali, Vilnius, Vita

Batterista metronomo, elegante bassista nera, coriste impressionanti, pianista extraterrestre, mitico organo Hammond, chitarra alla Steve Vai, e poi lui: Joe Cocker. Il concerto di venerdì alla Utenos Arena di Vilnius è probabilmente stato il più impressionante che abbia mai visto in mia vita, almeno sul livello puramente tecnico. Chain of Fool travolgeva. Unchain my heart in versione veloce sorprendeva. You are so beautiful commuoveva. Un mito della musica.
La notte e la musica non morivano lì. In perfetto stile botellones españoles, Vilnius ha regalato 40 manifestazioni artistiche disperse tra i suoi angoli più disparati. Tra spettacoli laser e concerti all’aperto, capitava di ritrovarsi alle 8 del mattino a continuare a ballare in strada mentre la gente iniziava a lavorare.
Odio le macchine a cambio automatico.
Il filo che regge la Lituania lega Vilnius a Klaipeda. Normale quindi ritrovarsi con il tutto ancora in corpo in riva al mare, dopo poche ore. Cullati ancora una volta fino all’inverosimile tra l’ospitalità che si nasconde sotto la dura patina lituana e i viaggi mentali tra amici. Tra discoteche assurde e luoghi sacri pagani.
Nida è il gioiello di questo paese. Inevitabile ritornarci ancora una volta. Insensato mix di luoghi fuoriluogo, calma e tranquillità, e famiglie di cinghiali che attraversano la strada vicino a te. Nida può portarti in paradiso nelle sue 3 ore di tramonto e rispedirti nell’inferno di notte. Inferno che si materializza sottoforma di improbabili accademie di arte, professori di alcolismo e locali che si aprono per te. Per poi ritrovarsi a mangiare le ultime briciole della notte in uno yacht.
Trasportati dal vento di Nida.
Riporto la perla del weekend di Paolo: “Che senso ha l’Italia?”
Non voglio tornare. Non riesco nemmeno bene a capire se si tratta di “tornare” o “partire“.
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Scritto da: Baltic Man in Arnaud, Borja, Comunismo, Notte, Paolo, Riga, Russia, Terzani, Viaggi, Voli, kiev, ukraine

Il tempo passa, le ore si portano via i giorni e la mente si raffredda: adesso si puó parlare piú lucidamente di Kiev, di una cittá non ancora così conosciuta e battuta dai travolgenti lowcost che fioriscono quá e lá e da tutto il carico umano che si portano dietro (sul volo di ritorno, a Vilnius, eravamo in 11. Compreso l’equipaggio….).
Kiev. Grandiosa capitale di uno stato che probabilmente non le somiglia per niente. L’Ukraina è uno dei paesi più poveri d’Europa, conosciuta in Italia non tanto come terra di santi, poeti e navigatori quanto di badanti, prostitute e aiuto-muratori. Eppure…il paesaggio umano capace di offrire Kiev non è quello, in quanto (anche in periferia, anche nei mercati a cielo aperto dei sobborghi) è possibile incontrare frotte di studenti o di persone emigrate verso la capitale, senza sceglier per forza la via dell’Ovest. Dignitosamente ok. Una cittá quindi che si manifesta obbligatoriamente viva, colorata, e soprattutto ancora vera, poco contaminata dallo-stile (G)old Town che sta distruggendo Praga e Riga…E`nella Cittá Vecchia che si incontrano i personaggi piú assurdi, da vecchie signore sdraiate con 25 cani a raffinati espositori di sovietume a cielo aperto, tutti rigorosamente contattabili solamente in ukraino o russo, in quanto l’inglese non ha ancora colonizzato questo angolo di Est.
E poi, la gente…ragazze e ragazzi che giá dall’aeroporto ti aiutano spontaneamente a orientarti nel labirinto cirillico, strani individui che ti invitano “in una festa a casa di amici” prima ancora di chiedere il nome, sorprendenti miscugli etnici figli delle assurde mosse giocate sulla scacchiera di Stalin. Multietnicita’ non tradizionale, spagnolitedeschiafricanibrasiliani, no, a Kiev e’ possibile incontrare sopratutto azerbaigiani (o azeri??), tagiki, armeni, georgiani, turkmeni e tutte quelle genti che fino ad ora mi erano apparse solo leggendo Buonanotte Signor Lenin.
Non e’ tutto oro quello che luccica a Kiev. Il lato banale, la metropoli che si sveglia, ho avuto modo di vederlo perfettamente l’ultima mattina, dopo un afterhour vagabondo in Notturno Solitario, quando l’ultimo taxi-Lada mi ha riportato in un’ora sulla via di casa.
Ed e’ stato il piu’ bello.
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Tempo di voli più che immaginari, di notti passate a spulciare qualsiasi bassifondo di sito nella speranza di trovare l’offerta del secolo nascente. Il compri-ora-ti-paghiamo-noi.
Effettivamente gennaio è clamorosamente vicino, me ne sono accorto un attimo fa quando ho visto l’agenda sul telefonino. E gennaio vuol dire coming back, vuol dire pensare prima di tutto a un viaggio nel posto più visto di sempre ma che in questo momento è il più lontano.
?Perchè tornare? E perchè “non tornare”? Tutti qua se ne torneranno a casa intorno al 20 dicembre, la legge del “Natale con i tuoi” è la più internazionale. Tutti, tranne me e Paolo. Maledetti italiani.
Ho pensato spesso a come e quando tornare per qualche giorno in Italia. Ho pensato soprattutto SE tornare. Una riflessione che può suonar male, d’accordo, ma ogni momento qua regala cose indescrivibili, che mi tormenteranno quel maledetto giorno che non ci saranno più.
E allora l’altro piatto della bilancia si è immediatamente riempito di quel paio di esami da dare in Italia, delle mie montagne che ho bisogno di rivedere con gli sci ai piedi, di qualche concerto da fare e, soprattutto, di quella massa infinita di materia umana che non vedo l’ora di rivedere.
Logica conseguenza, un navigare in internet spocchiosamentemacchinoso che si concluderà la prossima notte, spero positivamente.
Nel frattempo, il danno è già irrimediabilmente avvenuto. La combinazione low cost + periodo interessante + buona compagnia + meta “esotica” ha avuto la meglio su di me. E nella mia casella mail è appena arrivata, baldanzosa, la ricevuta.

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Erano giorni di fine novembre, un novembre diverso da tutti gli altri e proprio per questo doveva essere concluso in maniera degna. Eravamo io, Paolo e Borja, inutile dilungarsi in descrizioni o commenti, chi conosce me può conoscere anche loro e per chi non mi conosce resta l’arma in più dell’immaginazione.
Erano i giorni di un giro in Bielorussia, conseguenza di qualche viaggio mentale comune capace di spingerci in un posto che pare così lontano solo fino a quando non ci abiti 200 kilometri più in là: occasione ghiotta.
Ricordo l’autobus con le prime avvisaglie di cirillico, ricordo facce leggermente diverse, ricordo soprattutto la prima Dogana che abbia mai visto nella mia vita. Dogana vera, con ore di attesa (per fortuna non per noi), milioni di controlli, facce dure e cani sugli autobus. Probabilmente anche corruzione, meglio non aver la possibilità di ricordarsela, quella.
Poi Minsk, di notte, una città per noi troppo nascosta sotto un alfabeto incomprensibile, un insieme di simboli strani capaci di trasformare il mio nome in БOЗЗOЛO CAHДPO e le cose più banali in simboli da decifrare ad intuito.

Il mattino, non troppo diverso dalla notte, vittima di quella nebbia che in 6 giorni su 7 riesce a nascondere tutta la città, ci sfuggiva sempre a dire la verità, eravamo troppo latini e troppo cazzoni per riuscire a godercelo in un’ora accettabile.
 Eppure i ricordi della città sono nitidi, si manifestano in ordine e modernità, eleganza e buon gusto sempre; mixati a un’architettura esageratamente sovietica e a troppe guerre che ne hanno cancellato tutte le origini primarie, riuscivano a fare di Minsk una città effettivamente unica al mondo nonostante uguale a tutte le figlie di mamma Russia, un piccolo grande gioiellino di un paese che era sostanzialmente agricolo.
I pensieri più strani, però, ce li regalava la situazione sociopolitica in cui viveva la Bielorussia all’epoca della nostra visita. In qualche modo, effettivamente, eravamo lì soprattutto per lui. Aleksandr Lukashenko, l’uomo controverso che da sempre guidava il Paese. Descritto come un dittatore, un uomo duro, un Sovietico illeso dal Muro di Berlino. Effettivamente, il ritratto corrispondeva.
La sua Bielorussia era un Paese che funzionava, un paese apparentemente senza poveri (o perlomeno senza troppi poveri), un’isola di ordine, pulizia e piena occupazione in mari che erano sporchi degli opposti problemi. Un posto dove tutti potevano vivere e mangiare ogni giorno senza problemi.
Però, c’era la gente, e nonostante l’inglese fosse alla fine ostacolato qualcuno lo parlava bene. Ricordo addirittura di qualcuno che conosceva l’italiano! Era parlando con loro, che si capiva di vivere in un mondo solo superficialmente perfetto…
Libertà personali che per me erano fuori discussione lì non esistevano. I giornali erano solo filogovernativi. Le televisioni anche, e quando parlava il Presidente si viveva a reti unificate.  La polizia aveva la discrezione di poter arrestare chiunque senza limiti fino a dieci giorni, poi effettivamente serviva almeno un processo e qualche prova. Buona parte degli studenti aveva salutato tutti e si era spostata in Lituania o Lettonia, per sfuggire a un clima in università insostenibile se avevi qualcosa da obiettare. La politica estera, viaggiava solo su un binario: quello verso Moska. Il resto non era considerato, tant’è che un festival cinematografico era chiamato “internazionale” solo perchè oltre ai film di casa ce n’erano un paio cubani e iraniani.
La verità sta nel mezzo, si dice…per me stava in quello che avevo visto. Cioè polizia in ogni incrocio e in ogni angolo (quella ufficiale, le altre…non lo so), pronta a “conoscerci meglio” appena provavamo a fare qualche foto a palazzi governativi. Ed ecco che la verità, di colpo, si sposta leggermente dal centro…
Gli altri ricordi parlano di Grodno, la terza città del Paese, che il desiderio di Bielorussia Vera e Periferica ha portato sotto i miei occhi. Elegante, più antica, più marginale, meno controllata dalla polizia, più alcolica nelle persone per la strada. Un posto da vedere, prima ancora che Minsk.
I miei ricordi finiscono qua…per il resto mi guardo le foto, di quei giorni in Belarus.
Dieci minuti di “conversation” con la polizia per questa foto…

Chiesa ortodossa, Grodno
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I visti ci sono, i passaporti anche, i voucher parlano un alfabeto incomprensibile ma ci fidiamo. Okay, tutto è pronto, devo solo preparare lo zaino ma lo farò 5 minuti prima dell’autobus, come al solito…
Bielorussia. Un posto fuori da tutto, ai margini anche delle nostre conoscenze. Se ne parla solo a riguardo di bambini e adozioni, a volte per storie di prostituzione, o magari perchè capita che la Nazionale ci giochi contro. Ebbene sì, anche questa è Europa, almeno sulla carta, almeno sui confini ufficiali.
In pratica, tutto è diverso. La Bielorussia non vuole rinunciare al suo nome che richiama inevitabilmente alla Russia ma quella vera, quella che tutti identifichiamo nel sovietismo e nella faccia di Lenin. La Bielorussia non vuole identificarsi in quello che non è, in un Unione Europea ben lontana rispetto al mondo dei C.S.I. che ha la sua sede proprio a Minsk. La Bielorussia non può avvicinarsi all’altro mondo, perchè l’altro mondo non la vuole, le rinfaccia alcune cose che no no, proprio non si possono accettare. Robe pesanti, si parla di Diritti Umani.
La Bielorussia, una manciata di kilometri da qui. Moltiplicati all’infinito tra visti e problemi burocratici vari. Inevitabile andarci, e io lo farò tra un paio d’ore, con Paolo e Borja in squadra perfetta. A vedere uno degli ultimissimi paesi comunisti del mondo, a vedere com’è una dittatura. 
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