…sono nel cimitero “Genchea”, di fronte alla tomba di Ceausescu. Nella terra, piccola lapide con stella rossa e dedica, ormai sbiadita, del PCR. Accidenti che effetto! L’uomo che ha tiranneggiato il Paese dal 65 all’89, che ha costruito un palazzo più grande di Versallies è lì, meno di un pensionato povero.
Erano giorni sostanzialmente rock, nel senso che il significato ultimo delle cose consisteva nell’osservare con una certa fatalità intere vite – le nostre, quelle degli altri – scorrere verso la stessa galleria fatta di niente. Persino il sole era nero, annullato da una patina di inconsistenza, sulle nostre teste. Voci di personaggi morti da tempo gridavano il loro vaffanculo dietro le nostre orecchie, voci cariche di veleno verso quell’esercito di ignavi di cui abbondano le storie nascoste, voci di quegli unici eroi senza cavallo né spada che ancora oggi risplendono nel paradiso degli esseri inquieti.
Lontani dal quarantacinquesimo parallelo, lontani da una città che per motivi diversi avremmo anche potuto definire nostra. Apolidi di un territorio fatto di regole assurde definiti dai folli del piano di sopra, camminanti perpetui di una staticità a cui ci eravamo adattati con un certo livello di comfort. Avevamo entrambi i nostri patemi, miliardi di illusioni da inseguire, cumuli di errori dietro alle spalle e trecentocinquanta watt ad aggiungere vibrazioni al nostro essere vivi. Eravamo esseri umani sostanzialmente brutti, e per questo ci piacevamo.
Ascoltavo le tue storie di quel giorno in ambasciata, a provare a spiegare ad un uomo in divisa che un figlio, per crescere, ha bisogno di un padre. Che non dovrebbero esistere frontiere né pezzi di carta né bolli e timbri, nella logica della natura umana. Pensavo che sarei diventato anch’io un cantante rock, se fossi nato dalla parte sbagliata del mondo. Per cercare in fondo alle corde vocali la legittima difesa da scagliare sul muso di chi offende con noncuranza ed ipocrisia. Per provare a dipingere una concreta linea nera sul fantasma trasparente della libertà.
Leon Bruno è voce grossa nel panorama musicale colombiano. Attiva da più di dieci anni, la band barranquillera ha suonato al fianco di importanti artisti nazionali ed internazionali. Il loro frontman, Moncho, è una delle ultime anime veramente pure che solcano i palcoscenici della nostra era puttana.
“She’s a Barraquillera with a big heart, always open to the world; he hails from Italy but has made the world his home. This means they love to travel, getting to know other cultures but especially getting to know themselves (and, without a doubt, each other)”
Eliseo è uno di quei personaggi saltati fuori dal libro aperto del mondo. Giornalista, scrittore, critico, dove c’è musica c’è anche lui. Sempre sospeso tra Miami e il Sud America, un po’ come la sua vecchia Portorico, un bel giorno è apparso sulla sabbia di Salgar, ed abbiamo bevuto ed abbiamo imprecato contro i confini geografici che qualcuno ha disegnato su una sola sfera. Poi se n’è andato, a Nord o a Sud non si sa bene dove, e come i vecchi amici, come la buona musica, oggi è riapparso sottoforma di amarcord.
Pierino ha sessantun’anni e viene dalle montagne di Bormio. Un personaggio piuttosto conosciuto e presente in qualsiasi paesello italiano, uno di quei bravi signori che si sono costruiti la casa con le loro mani perché sono un po’ idraulici, un po’ falegnami, un po’ muratori e un po’ tutto.
Pierino ha lavorato tutta la vita in un’azienda pubblica, é diventato padre e poi nonno. Ha visto l’Italia cambiare velocemente, troppo velocemente, e non sempre in meglio. Poi é andato in pensione, e ha deciso che c’erano ancora tante cose utili da fare, o meglio: che era giunto il momento di fare qualcosa di utile.
Cosí é partito con lo zaino in spalla, come un ventenne. E’ arrivato in America Latina, ha attraversato per settimane intere la Bolivia in solitaria, ha imparato lo spagnolo. E adesso collabora con una ONG di compaesani valtellinesi, gente come lui che ha deciso di dare un senso alle cose facendo qualcosa di utile.
Passa i suoi giorni, Pierino, in mezzo alle montagne d’Ecuador, costruendo scaffali per la scuola prossima ad inaugurare, aiutando dove c’é bisogno. Senza pretese. Anche perché, come dice lui, “se aiutare significa ridurre questa gente a correre come é successo da noi, molto meglio sospendere tutto e tornare a casa”.
Non alla giovinezza, e nemmeno a chi inventò il tempo, la più crudele, fra le condanne. E tantomeno al nostro arrampicarci costante sulla schiena di una discesa, a noi che infiliamo il canto del mare dentro un pezzo di plastica grigio. Queste poche righe non volevano essere una critica né un’ode, non una citazione e nemmeno un’idea, questo pensiero non voleva essere un’idea. A che servirebbe parlare di sabbia e di neve, di carta e d’inchiostro, dei colori del vento. E c’è chi ancora continua a vedere l’azzurro come una massa d’aria trasparente. Non volevano essere una faccia o nemmeno un personaggio, perchè i personaggi nella nostra epoca non sono nient’altro che facce, maschere di gomma fuori moda il giorno dopo carnevale.
Queste poche righe non volevano essere nient’altro che una foto.
Questa mattina, Nacho mi raccontava che non potrà andarsene un paio di settimane in Ecuador con sua sorella, perchè non ha la libreta militar.
La libreta militar.
Che assonanza di parole musicalmente dissonanti tra di loro.
Trattasi di un pezzo di carta, nient’altro che un solito fottuto pezzo di carta (quanti problemi hanno causato i pezzi di carta…e nell’epoca del “puffff” virtuale, continuiamo ad esserne succubi), un foglio che dica: “Obblighi militari assolti”. (Mi sfugge il senso di un’intera “libreta”, per scriverci su “obblighi militari assolti”).
Il problema, non secondario, è che questa libreta si ottiene versando una cospicua somma di denaro, dipendente dalla fascia sociale del giovine (e quindi, ad occhio, già si potrebbe pronosticare con un certo anticipo a chi toccheranno due anni nel Caquetà e a chi no…), somma di denaro che in pratica costituisce “il prezzo della libertà”. Allucinante. Allucinante perchè un buon novantacinque percento dei diciannovenni d’europa non si rende conto, quotidianamente, della loro buena suerte.
Woody Gutrie suonava con una chitarra che diceva “This Machine Kills Fascists”.
Nel Ventennio, Louis Armstrong si chiamava Luigi Braccioforte.
“Alla musica italiana del ventennio manca il confronto con l’altro: e’ una musica rassegnata ad essere quello che e’, a non avere ambizioni. i prenda l’ironia brillante di un bluesman, l’ebbrezza spericolata del rebetico, la lucidita’ rabbiosa del Kabarett, e si confronti tutto questo con “Balocchi e profumi”, con “Portami tante rose”, con “Casetta in Canada’”: si avra’ l’immagine di un paese superficiale, disposto a chiudere gli occhi su tutto, fino al risveglio tragico dei bombardamenti, nonostante siano tutt’altro che superficiali (e non sempre asserviti) musicisti e parolieri. Franco Fabbri, musicologo.
Giá da qualche tempo vivo in un micromondo bizzarro. Una casita in elegante decadenza nel centro di Bernal, proprio lí dove tutti questi (apparentemente) uguali sobborghi intorno a Buenos Aires rivelano quelle differenze che esistettero ottanta o novant’anni or sono.
Oltre a me e al mio Trozito de Caribe, ovviamente, vive lí una famiglia argentina. Doña Miriam é il perno fondamentale della faccenda: una strega ma di quelle originali, usa le carte come paravento ma in realtá legge dentro agli occhi delle persone. Lavora dieci ore al giorno con il marito, il señor Eduardo, nel taller di sartoria che hanno montato al secondo piano. Il señor Eduardo é ció che si potrebbe definire un todero: sarto, falegname, muratore, meccanico, panettiere ed idraulico, come il suo nonno d’Abruzzo gli insegnó cinquant’anni addietro. Adora il mate, come la moglie.
Poi c’é Pamela, la figlia, un anno piú di me e due figli piuttosto grandi. Diego, 7 anni, la sua essenza sta nel nome. Grande tifoso dell’Independiente, fatica a perdonare la mia inclinazione verso il River Plate. E la sorellina Abril, definitivamente hermosa.
E tutti insieme si tira allegramente avanti, nel decandente incedere del sano pessimismo europeo nei sobborghi di una capitale latina; finché c’é mate, c’é speranza.
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”