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Al di là della preoccupazione dei Paesi (quelli con la P maiuscola) dell’Unione Europea per il ritorno dell’Onnipotente, un non-troppo-velato spirito di sfottò ha accolto il risultato già vecchio proveniente dallo stivalaccio.

Si preannunciano cinque anni simpatici per gli italiani residenti o in qualche modo esiliati all’estero. La macchina si è già messa in moto.

UPDATE: from Karim, il Gesù Cristo della Politica.

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Compagni di sventura, pare che questo fin di settimana marcaraibico che mi si prospetta sarà offuscato da sventurate notizie. Altre formidabili autosodomie sogghignano lì dietro l’angolo, a luce di candela di urna elettorale. Dramma. Sgomento.

Voi tutti, con la legittima supposta del voto o del non-voto, sarete i responsabili del mio futuro prossimo. Confesso che la cosa non mi permetterà di godermi fino in fondo palette e secchielli, ma ammetto che il risultato non sarebbe certamente migliore con la mia presenza in loco. Voi tutti sarete i responsabili del mio futuro prossimo, e vi assumete domenica l’impegno di non biasimare eventuali esilii, fughe, depressive lagne di fronte a un Dolcetto di Dogliani su incompatibilità ambientali di cui voi sarete i responsabili. Farò i vostri nomi quando amici indoeuropei si burleranno di vecchi pagliacci di cera che faranno arrossire il mondo a nome mio, e scriverò sui muri di un cesso in Guatemala o a Seul i miei sinceri vaffanculo ai messaggi eretici di quei 4 disgraziati. Vi ringrazierò tutti per aver scelto, tra il peggio ed il meno peggio, di rinunciare per sempre al meglio o quantomeno al degno, e continuerò a sfoggiare il sorriso beota a chi mi saluterà al grido di “Amigo italiano amigo”. Quello stesso sorriso beota che sfregia la faccia dell’emerito Presidente in arrivo. Quando il cuore e le radici mi richiameranno a forza nel feudo natìo, ai miei occhi apparirete tutti come nel finale di Cinema Paradiso, tutti vecchi rassegnati e litigiosi, un’intreccio moltitudinale di coppie di pensionati che se la menano perchè la passione si è spenta.

Siamo nella merda compadri. Domenica entrate là dentro e tirate l’acqua anche per me.

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In un bunker isolato nel vecchio continente, un equipe di supercervelli è rinchiuso a pane e acqua ponderando su quel problema cosi grande che nessuno percepisce come problema. Davanti a loro l’immagine del nemico, un Euro dopato e in doppio bicipite che con ghigno di sfida anarchizza incontrastato nei mercati internazionali.

Qualche centinaia di kilometri più in basso, un’altro team dai cervelli decisamente meno super si presenta ancora una volta alle elezioni, roboanti nel nome e nel simbolo. La romantica utopia di un mondo migliore sfocia nel Partito, Partito No Euro.

Dall’altra parte dell’oceano, più di un europeo sogghignante affolla negozi e magazzini:
“Salve, mi dia un Mac”.
“Certo signore. Sono mille dollari”
“Ah! Allora me ne dia due“.

Un film di qualche anno fa stereotipizzava ironicamente gli Europei. In particolare, a Bratislava, il turista yankee lasciava un penny di mancia ad un cameriere di hotel che, incredulo, si licenziava per avviare a sua volta un business alberghiero.
Nel sequel del film lo slovacco arricchito viaggerà a Hollywood, dove con un penny di Euro comprerà il regista del film

uribe.jpgC’è una visione comune costante sulle strade di Colombia, che non cambia nelle ciarle con gli abitanti del nord, sud o centro del Paese. Confermata nei giorni scorsi anche dai sondaggi de El Tiempo, frutto anche di schiaffi e sgambetti internazionali con i Cattivi dei paesi vicini. A Barranquilla come a Medellin, a Manizales come a Cali il grido è unico, i taxisti e i compagni di sbronza concordano: .

Il bonario osservatore straniero, sia esso italiano tedesco o argentino, abituato ad un acceso ed eterno multidibattito su tutto ciò che riguarda il magico mondo della politica e dei suoi paraderivati, rimane effettivamente un attimo perplesso di fronte a cotanta uniformità di giudizio, soprattutto se lo stesso legge i cybergiornali del mattino. Le collisioni grigioverdi di Uribe periodicamente scoperte, le sue vicende personali passate basterebbero a frenare manifestazioni di plebiscito così massiccie, ma l’indole colombiana “così capace di dimenticare le cose negative” pare si stringa più che mai intorno al suo presidente, come televisioni e giornali, d’altra parte.

Le motivazioni di tanto appoggio, in genere, sono sempre le stesse. Il livello di sicurezza e il pugno duro che Uribe ha garantito negli ultimi anni sono stati recepiti positivamente dai colombiani, stanchi di vivere in un Paese dove un semplice viaggio in autobus era fonte di pericolo. Più di una volta, infatti, informandomi sulla sicurezza di questa o quella città la risposta è stata “Ahora que tenimos un Presidente de verdad, Colombia està supersegura”, accompagnata a volte da balle spaziali (”la strada per il Chocò è pattugliata costantemente da elicotteri”, giuro che ho sentito anche questa).

Interessante sarà quindi la situazione nel 2010, quando la Costituzione metterà fine legale ai due mandati del “Presidente de Verdad”. A meno che anche la Costituzione non si unisca all’84% dei fedeli.

Foto del Leuniju!

Un milione di grida che si sono levate al cielo nello stesso momento, interrompendo per qualche ora i colori e le musiche dei carnevali di Barranquilla e il traffico impazzito di Bogotà, per richiamare l’attenzione globale su questo decennale problema che affligge la Colombia. Un milione di appelli che hanno varcato di gran lunga i confini nazionali, arrivando a coinvolgere i cittadini (colombiani e non) di 130 città mondiali per l’opposizione ad una piaga che comunque è comune, estesa a larga scala. Importanti sono i numeri di questa grande manifestazione congiunta che, da Roma a Madrid, da Washington a Buenos Aires, ha permesso ancora una volta di constatare il grado di esasperazione raggiunto universalmente nei confronti di uno dei gruppi terroristici più potenti al mondo.

Come spesso accade in presenza di iniziative di base popolare, non sono mancate le polemiche e le posizioni sospettose, voci che hanno riacceso il fuoco in realtà mai spento della contrapposizione tra Uribe e Chavez, alimentando ancora una volta fiumi di parole che hanno come unico risultato quello di allontanare la risoluzione del problema.

L’accusa è quella di strumentalizzazione politica, in quanto la “Marcia contro le FARC” non sarebbe altro che una “Marcia contro Chavez”, visti i continui riferimenti al presidente venezuelano e ai suoi presunti rapporti con il gruppo terroristico. La senatrice colombiana Marta Lucía Ramírez del ”Partido de la U” ha proposto per esempio di approfittare di quest’occasione per manifestare con cartelli che riportino la scritta “no all’appoggio del presidente del Venezuela alle FARC”. Chi non crede alle origini popolari della marcia accusa infine anche il network statunitense Facebook, dietro il quale ci sarebbero tre giovani americani legati all’alta finanza e all’ultraconservatorismo dell’estrema destra a stelle e strisce.Ancora una volta, il lato meno oscuro della vicenda sta alla luce del sole nelle piazze, ed è composto da tutti quei colombiani che per davvero vogliono dire al cancro infinito che coinvolge il loro Paese, e hanno scelto il colore migliore per allontanare ogni accusa: migliaia di magliette bianche, che con uno slogan chiaro e semplice sottolineano “la Colombia soy yo”. Pochi sono i cartelli contro il presidente venezuelano, mentre spesso ci si imbatte in gruppi religiosi che si rivolgono direttamente a Gesù per infliggere una sterzata importante nella politica contro le FARC.

La risposta più importante la si aspetta comunque dalle stanze del potere a Bogotà, negli ultimi giorni effettivamente abbastanza impegnate a ricevere le visite del Capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti Michael Mullen e di Condoleeza Rice.

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