Archive for the “Polonia” Category

C’è una brezza pesante e prende a pugni il silenzio, qua sulla cima del fondo del mondo. Voci lontane e segnali indistinti, fiumi di polemiche scorrono a fecondare quella famosa madre degli idioti conosciuta ai più. Laggiù nella valle grandi attività in corso d’opera, maniacale fermento nei preparativi per la celebrazione del proprio funerale. Pare che il Ministro Distruzione abbia proposto una gran gita scolastica collettiva a Waterloo, ma nessuno sa dov’è. Hanno studiato tutti (ma proprio tutti) nella Scuola Normale Cepu ma non si capiva niente perchè valentino rossi faceva ininterrottamente il rumore della sua moto, così son diventati tutti bidelli fannulloni. Che passano tutto il giorno a guardare la tv bugiarda, perchè i trozkisti e i menscevichi mandano in onda robe strane tipo un vecchio presidente che parla strano e parla di infiltrare qualcuno e mandar tutti all’ospedale e lavarsene le mani. Cosa tecnicamente impossibile in quanto l’acqua non è più un bene pubblico e nemmeno divino, e comunque è tutta andata a spegnere i miliardi bruciati nella borsa e quella che è rimasta è privata anche se ancora nessuno lo sa, e non lo vuole sapere, perchè noi qua ci si lava i piedi con il vino. Mentre la compagnia di bandiera è stata messa sull’asta e nessuno da lì l’ha ancora tolta, impegnati tutti a cercar di stabilire se è più cinese un cinese o meno italiano un algerino.

Ho come la netta e illuminante sensazione che l’anti-italiano qua non sono io: siete voi.

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L’insostenibile richiamo dell’Est.
Il post nasce sotto un sole di trenta gradi mentre Arno mi racconta il suicidio del suo vicino di casa a Pietroburgo.

Un cumulo di immagini costantemente sopra la coscienza si materializza puntualmente negli angoli piu’ disparati, agli antipodi del mondo. L’est richiama al sole, a cose lontane, a immagini che entrano dal naso e profumi che avvolgono le spalle, in una patina di lingue lontane.

Eppure, c’é un Est piú vicino, a due passi di aereo di lá dalla vecchia cortina. Una metafora del passato che si strappa via con la forza la maschera grigia, accedendo sempre di piú alla comunione – ogni sorta di comunione – con le anime un tempo lontane.
Quell’est, che dall’Europa si estende fino a tutto ció che nella Fredda Guerra vestiva tinte grigiorosse, nasconde nelle proprie periferie l’essenza della veritá, di cambi radicali francamente impossibili per il potere di una o due generazioni.

Nelle periferie di Kiev, negli autobus bielorussi, nelle notti baltiche e tra le strade di Irkutsk aleggia quell’irresistibile forza che sa di richiamo maledetto, quella “ricerca del Brutto” che appaga il maniaco alla ricerca di insana malinconia mal raccontata.

Il video li’ sopra non significa niente. E’ il frutto di 8 noiose ore in chissá quale aeroporto con un Movie Maker che non funzionava. Eppure raccoglie qualcuno di quei fotogrammi, attimi di eternitá nell’enorme tabula rasa dimenticata.

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Rambler Nash classe d’argento 1955. Incontrata per caso, era lì sonnacchiosa davanti a un bar: il classico amore a prima vista. Fantasie scenografiche perfette immaginandone il glorioso passato. E lei stava li, si offriva, si faceva desiderare, mandava chiari segnali e un numero di telefono da richiamare.

Proprio non si può rimanere freddi davanti a certe perle, e la delusione polacca brucia ancora…

Work in process.

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E’ una centrifuga impazzita, e in un attimo ti ributta nel bel mezzo della follia.
Un valigione verde shocking, due ragnatele si formano su di lui e fanno capire che è ormai tempo di muoversi.
Hall di aeroporti lontani che ti aspettano, ti regalano ritrovati amici, ti sputano fuori nella follia un’altra volta.

In un attimo son di nuovo parole straniere, pure il passaporto pare presentare un’altra faccia, chiaro il nome è lo stesso, eppure chiunque sa che i nomi sono pure e semplici invenzioni umane, come la matematica.

Un’altra cosa sono le facce, le espressioni, sintomatiche rappresentazioni grafiche di qualcosa che accade piu’ interiormente. Come le emozioni. I nomi sui passaporti dopotutto difficilmente cambieranno, mentre invece l’espressione che lì sopra è stata cambiata difficilmente potrà ripetersi un’altra volta.

Un altro taxi ti rapisce come sempre, un’altra macchinosa sequenza di calcoli mentali che si addentrano, tra virgole e decimali, nei meandri di valute non abituali. E’matematica.
I fanali intanto illuminano materiale che qualche anno prima formavano tutto un altro set cinematografico. Eppure quei cartelli, eppure quei binari di tram, eppure quel fiume che è sempre al suo posto illuminano piu’ dei fanali. Sono, ebbene si, Emozioni.

Davanti a te, una città che si spoglia. Proprio come una consorte annoiata, che da qualche anno ha deciso di cambiare. Di cambiare tutto ma non il nome, guarda un po’, si ritorna al discorso della personalità.

E Cracovia si presenta ai tuoi occhi nuda, pronta ad accoglierti nel suo calore di ritrovato appeal. Se parli con lei non ti serve piu’ il polacco, lei ti capirà comunque. Tu, mentre la ascolti, alzi la testa e provi a cercarle, le tracce di quell’Est così lontano che in realtà è sempre stato parecchio vicino…se ripensi a quel corvo metallico di qualche ora prima ridi, lui che ora la va a trovare ogni giorno partendo da mezza Italia, proprio non può pensare di immaginarla lontana.

Una rappresentazione in miniatura di qualcosa che non troppo lentamente sta avvenendo su larga scala, non solo in Polonia ma in tutte quelle altre sorelle che hanno ripudiato mamma Russia. Ed ora fanno l’occhiolino a chi un tempo le guardava da lontano, bocconi appetitosi per chi ha dato fondo a tutta la cambusa della sua nave, ora che il supermercato sottocasa non riesce piu’ a soddisfarlo. Si può rappresentare il “bocconcino appetitoso” sottoforma di mercati, manodopera, clientela, ma anche amore, sesso, curiosità.

Mentre pensi e ripensi, cammini e ricordi, qualcosa ti investe: è la Realtà, che si presenta sottoforma di una moltitudine di facce e quasi tutte parlano spagnolo…

Vai allora, insegui la realtà, ti regalerà momenti di fuoco talmente incredibili da far scioglier la neve. Ti regalerà tonnellate e tonnellate di materiale mentale da immagazzinare, e tu sai che si fermerà nella tua mente solamente sottoforma di Emozioni.

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Il tentativo e’ tristemente fallito. Si potrebbe, tuttavia, meglio dire: rinviato. Anche se non sara’ la stessa cosa.

L’avevamo studiata bene l’impresa io e Borja, a dir la verita, approfittando di una di quelle folgorazioni che solo la ritrovata adrenalina dei tempi folli puo’ fare oltrepassare la corteccia cerebrale…da Cracovia a Kaunas con l’eroe Nazionale polacco, che non e’ il vecchio Papa o Zibri Boniek ma qualcosa di piu’ elevato spiritualmente: il Fiat 126, che da queste parti si chiama Polsky, per gli amici anche “Maluch“, “Piccolo“.

Ne avevamo trovato uno perfetto, garanzia della classe di ferro 1986, 86.000 e forse piu’ kilometri e il jolly della versione Tuning, leggi vetri oscurati e serigrafie di aggressivi serpenti sulle fiancate. Incredibile ma vero, bollo e assicurazione pagati fino all’estate.

Seicento Zloti.
Centosessanta Euro.

Un frutto non del caso, ma di assurde serate di mezzo inverno sotto il cielo del centroeuropa, che ci hanno introdotto nel gotha del panorama boccaccesco sudpolacco.

Era tutto calcolato, alla perfezione, bastava chiudere le scommesse e vedere se veramente si potevano percorrere un millino di kilometri col Maluch. E invece…

…e invece la neve, ancora una volta. Ha imbiancato, scaldato e ghiacciato (rispettivamente citta’ animi e cute) per tutta la settimana, e’ stata implacabile nel giorno decisivo, quello della trasferta fuori Cracovia per impossessarsi del Mezzo (e mai nome fu piu’ azzeccato!)

A questo punto, si ripieghera’ su un classico autobus. Dopo una settimana del genere, troppo anonimo per chi sognava in Maluch.

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…e si è di nuovo qui, seduti sulla stessa sedia. Sono passati 4 mesi esatti, tante cose sono cambiate, eppure la sensazione di fondo che picchia il cervello è sempre quella.

La sensazione della partenza. Quel misto di nodo alla gola, saluti e casini, cose da controllare e ponti da tagliare. Una sensazione travolgente che arriva come acqua fresca nella tormentata vita di chi ha voglia di decollare sempre, la giusta dose di tranquillità per il nomadedipendente.

Si riparte verso il Nord, non sarà subito Lituania, una settimana di compagnia ispanica mi aspetta nel sud della Polonia. Posti già visti in altri frangenti, in altri viaggi, in altre situazioni, in quello che si può definire il battesimo della mia vita da dromomane, quando con altri 2 Devoti al Viaggio, 7 kg di roba e una bici si raggiungeva per la prima volta la cara Cracovia. Erano i giorni degli anni 18…


Guardo la valigia e lei guarda me. Prima le ho ripetuto una frase che ho sentito l’altra sera dall’eterno Giovanni Lindo Ferretti:

Nella vita potrei essere un chiodo. Essere piantato, e restarmene per sempre in
quel legno. Invece ho scelto di essere un nodo: in questo modo, vengo legato da
qualche parte, ne assimilo le conoscenze, per poi sciogliermi e legarmi in
qualche altro posto.

Lei mi ha capito.

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