Archive for the “Ritorno” Category
Posted by Baltic Man in Amici, Baltico, Blog, Kaunas, Lithuania, Lituano, Ritorno, Solitudine, Stagioni, Sud America, Viaggi, Viaggi Mentali, Vita

Dice che la Lituania è un Paese grigio. Le città e le periferie si nascondono sotto opacità crude, inutile e disordine annegano nell’erba alta sotto fotografie di palazzi anonimi infiniti. Parla di gente strana, di facce fredde come quegli occhi chiari che le segnano. Di problemi, tanti problemi, qui la gente non è contenta se non beve e chi è fortunato va in Irlanda. Perfino mangiare non si può, in Lituania, e le cameriere non parlano italiano o spagnolo e non si capisce mai niente.
E’ vero. E’ tutto vero.
E proprio perchè è vero la vita sul Baltico assume i contorni di un’avventura interessante, quotidianità epiche che scorrono su ritmi anarchici. Lentamente si iniziano così ad imparare e riconoscere le differenti tonalità di tutto quel grigio, sorprendendosi ancora una volta quando attraverso il finestrino di un autobus stanco si trasformano sequenzialmente in bianco o verde ad oltranza infinita; con il tempo ci si rende conto di apprezzare sempre di più esperimenti culinari allucinanti a qualsiasi ora dell’orologio, bestemmiando sempre più sottovoce contro chi profana una delle ultime sacralità a cui il popolo italiano s’inchina, la cena. Una lingua strana assalirà le anticamere del cervello, una lingua antica e dai meccanismi inestricabili che “uno straniero non potrà comunque mai parlare perfettamente“. E se è vero che non si impara una lingua senza assimilarne la sotterranea cultura, di colpo quell’infernale paradiso prenderà inesorabilmente sempre più la forma di una Casa.
Chi irrazionalmente segue da tempo questa paranoia mentale online potrà giustamente pensare di trovarsi di fronte ad un irreversibile caso di esagerata monotematicità, percorsi strani dove il filo conduttore si ammassa sempre lassù, a nord-est. Ed è probabilmente così, e nonostante il tempo stia cambiando ed il Vento Nuovo del Sudamerica abbia ormai portato fin qua il suo travolgente ciclone, quel trascurabile feudo sul Baltico ha davvero agito profondamente sull’inconscio.
Sono parte invisibile e perpetua di me quei risvegli allucinati in sconosciuti palazzoni persi tra vodka e anatemi, sulla mia pelle c’è il sudore di migliaia di passi e sulle mie labbra il sapore di troppi frammenti di vita consumati. La Lituania mia ha regalato compagni di viaggio eterni e stelle comete lontane.
Adesso è tempo di seguirle, da solo, lasciandomi le spalle la luce a Nord Est.
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Come in un sogno, in cui tutto si avvicina lentamente. Paesaggi conosciuti, quotidianità poco importanti si riaffacciano con insensato realismo là dove non dovrebbero esserci e tantomeno sovrapporsi, seguendo fili logici.
Peccato che i fili logici abbiano abbandonato la scena da un pezzo, e che la notte ormai scesa del tutto racchiuda fantasmi di e immagini viste tante volte, e sempre di notte appunto. Nel portafoglio, nei sedili davanti e nelle mie orecchie si ricompongono perfettamente tutte quelle cose ammassate là nell’inconscio, si ricompongono seguendo il più classico schema onirico.
E’ sulla porta di un appartamento nel retro di Laisvès che arriva la prova del Nove. Perchè quando al secondo squillo di campanello sputa fuori tra un casino indescrivibile e N’arghilè accesi un Arno in mutande capisco che tutto quello temuto, tutto quello sognato, ha preso davvero forma.
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Eri bella, e lo sapevi. Ma non bella per i tuoi balissimi orpelli di modello-carino-socialmente-impostato, uno strano gioco piuttosto rendeva irresistibile ai miei occhi proprio tutto quello che a te, probabilmente, non piaceva. Lasciandoti con l’ignara sicurezza mentale che uno specchio, ereditato da quella matrigna là delle fiabe, ti celebrava al primo sole.
Ti ho rivista, l’altra sera. Io sono stato tantissime settimane in giro e tu sei arrivata ai tuoi 19 anni.
Ti ho rivista dopo tanto tempo e in un attimo ho capito che no, non avrei mai potuto vincere contro quel tarlo attaccato alla tua carne che ti possiede ti resetta e ti strangola, malattia incurabile radicata dentro di te che sfocierà nella laguna dei tuoi sogni di Ragazza di Provincia.
In un attimo ho capito che non arriverai mai in un prisma grigionerocolorato della città, mai giocherai a fare l’universitaria, che non proverai mai a guardar più in là delle colline fino al mare, e poi più in là del mare fino alle prossime colline. Non dormiremo mai su una spiaggia lontana, e nemmeno ci ubriacheremo in un treno diretto verso il Mattino, non posso nemmeno sognare di sognare con te ballando in cima al Mondo per una notte perchè tu, di arrivare fin lassù, avrai paura di provarci.
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probably i stayed here too long…i met people, who,with time, became my friends…. and now.. it’s not so easy to say good bye, “see you i don’t know when…”
it’s not so easy to realise, that from tomorrow i won’t be surrounded by this view…no mountains…no sea wind, no flying minds in empty seaside.
it won’t be so easy to live just in past, and not to create new stories as we were used to…no strange situations with strange people, with strange conversations, talks about something till sunrise in language, which is not yours and words which you aren’t sure if understood, just try to catch the meaning and read the eyes.
probably won’t be easy not to feel this presure of attention anymore…..
i would like to conservate: the moon of night in “Mongioie”…the mood of this beautifull festa in little streets of Finalborgo, coloured with yellow-red shadows… this “clochards” style traveling with our gioco, wine and always sound of train…
i want that you tell me a lot of optimistic words, promisses even with light lie, otherwise i’m not sure if i’ll reach this fucking “passport control”.
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Ho conosciuto un ex ispettore-capo della polizia, 21 anni contro mafie e grandi criminalità e 5 scontri a fuoco. Adesso ha lasciato la divisa e si dà ai festini più esagerati a Salvador de Bahìa. “Ero stanco di un lavoro che, alla fine, lascia sempre qualcuno piangere“.
Ho un fratello che gioca nella squadra giovanile degli Houston. Adesso è in trasferta a Dallas.
Gli anni ottanta hanno anche prodotto, tra le tutine attillate di Joey Tempest e il pelo di Piero Pelù, i Marillon. Tu li conoscevi? Io no, ma adesso li amo.
Perbacco, dopo due mesi che ospito una lituana mi sono accorto che non l’ho ancora portata a Firenze. Domani vado a Firenze. E anche a Pisa.
“No, signora, mi dispiace ma il codice etico di questo ristorante e mio in particolare mi impedisce di portarle una bistecca ai ferri per il Suo pocosimpatico cane. Non me ne voglia il bestio, ma da qualche parte là davanti qualcuno più tardi aprirà i miei sacchi della spazzatura e mangerà quello che il Suo simpatico animale non ha voluto. Mi dispiace”.
Da qualche parte, su una nave con previsione di rotta Savona – Italia, c’è la peggiore delle sarde di ritorno da Capo Nord che visse con me a Kaunas. Doriana chiamami!
Ho incominciato ad amare la purnonperfetta sanità italiana, così, di colpo. Mi è successo su un marciapiede, a Savona. Ero appena uscito da un cinema dove davano Sicko, di Michael Moore.
“Signori, basta! Non possiamo andare avanti così. Questo blog ha la stessa grafica da mesi e mesi, non vi rendete conto che gli altri bloggers cambiano, aggiornano, sciabattano di html e si innovano? DiaryOfABalticMan no. Insomma, presto saremo completamente fuorimercato. E quel giorno non ditemi che io non vi avevo avvisato! Signori, non ditelo”.
Non lo so cosa succederà, piccola. Non c’è mai stato niente di serio e particolarmente sensato in tutto questo. Però, tu giovedì notte te ne voli via, lassù nel tuo lontanissimo nord. Non piangere, piccola, che lo sai che è un casino anche per me.
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Sulla via del ritorno, dopo una serata strana, dopo l’inizio di una delle feste più agognate.
Il computer regala, ricollega, ricuce cose mai strappate, a dir la verità.
Paolo, uno degli eroi di Kaunas, regala, ricollega, ricuce cose ancora troppo vive per tanto tempo ancora.
Ed è così che un video, 6 minuti che bastano a far male, mi riporta indietro nel tempo, mi spara avanti nel tempo e mi costringe a guardare il tempo che forma secondo dopo secondo il presente. La sensazione è strana, fa male, costringe ad ammettere che è dura ricoprire il ruolo di “chi più ha e più vuole“.
La notte però è troppo birra per lasciare spazio ai moralismi. Neanche un qualcosa simile ad un fantomatico Karma perfetto che dorme ad un metro da me riesce a fermare il brivido.
Non voglio tornare indietro nel tempo, voglio riviverlo in proiezione futura. Ed è così che giorno dopo giorno capisco che il mio posto non è qua, e la sensazione di smarrimento aumenta, e la voglia di partire imperversa, e la maniacale follìa dell’uomo-giusto-al-posto-sbagliato vive sulla certezza che un giorno, sì, sarà di nuovo.
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Sale dal mare ed entra nei vicoli, in quelle pietre umide accatastate da secoli impregnate di quel sapore che l’evolversi del tempo non riesce a scrostare. Vive e si sposta in spazi angusti, passando sotto le gonne leggere di signore di strada e cartoline di mondo viventi. Resiste in quelle viuzze assurde, tra piscio e batticuore, che l’hanno visto vivere e che lui ha saputo far vivere ancora, per sempre.
Si ferma, leggendario, in un negozio di Via del Campo diventato ormai museo, dove romantici appassionati balordi e musicisti non smettono di arrivare, in processione, a riempirsi di un immortale Fabrizio De André.
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Immersione dolce e graduale nel già conosciuto. Con l’interessante esperimento socio-psicologico dell’operazione “lituana in Italia” a smuovere decisamente acque che sarebbero altrimenti fermissime, immobili.
Tutto segue il suo corso, non c’è che dire. Cose però personali, non così interessanti da riempire questo spazio virtuale che fino ad adesso è stato portavoce del Nuovo e del Diverso.
Un blog, però, è come uno specchio e un armadio allo stesso tempo. Un qualcosa a cui parlare, soprattutto quando si è soli, e un archivio intelligente che riporta a galla dopo mesi sensazioni vissute tempi e tempi addietro.
E’ proprio per questo che il Baltic Man non morirà in Italia. Mi regala continuamente conoscenze troppo interessanti per tirar giù la serranda adesso.
Un altro conto è sapere di cosa si parlerà. C’è un passato troppo grande troppo fresco troppo tutto che spinge continuamente nella casella dei ricordi, dove per una cosa raccontata ce ne sono 1000 ancora inedite.
Aspettando il futuro. Ascoltando i feelings del presente.
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