Archive for the “Siauliai” Category

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Notte strana qui dal bianco mondo parallelo. Nelle periferie della periferia, per la prima volta questo angolo di mondo perfetto non profuma di legno e silenziose melodie. Oggi e’ un sapore amaro, sguardi strani e occhi che volano bassi e si incrociano poco. Robe strane.

Il buonsenso e la razionalita’ fa capire che questa notte vada trattata come l’ultima in questa famiglia, pittoresca quanto assurda quanto magnifica, in cui dissensate irrazionalita’ mi portarono tanto tempo fa. Lentamente, nel corso dei mesi, questa gente da subito cordiale mi ha accolto con curiosita’ e naturale devozione, snaturata devozione a raccontarla giusta, fino a diventare una tappa di obbligatoriamente periodica nei bagordi di vita baltica.

Si tratta di persone completamente libere da ogni schema di restrizione mentale, capace di mettermi in mano innumerevoli volte un’Audi 80 a cambio automatico (che peraltro non si raccomanda particolarmente) piuttosto che spade e coltelli d’epoca sovietica, disponibile senza remora ad abbandonare la casa costruita con le proprie mani ed i propri letti a bande di 8 italiani ubriachi per andare a dormire a casa di amici, adorante nei confronti di gia’ citati italiani spudoratamente spacciatisi per Pupo o per Albano, eccezionali nella semplice e ostica arte di esser se’ stessi.

Riconosco di colpo il sapore di questa notte bianca e nera: e’ patate e grietine, e’ vodka e pacche sulle spalle, e’ semplice calore umano.

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Dolce ritorno nelle arene del basket, seggiolini strapieni e tasso alcolico a mille, nella Siauliu Arena e’ arrivato lo Zalgiris Kaunas. Facce rosse su sciarpe biancoverdi, tremende trombette e keptaduona, lo show e’ completo. Chissa’ cosa succedera’ nel 2011 da queste parti, quando la Lituania ospitera’ gli Europei di Basket.

Occhi sgranati negli intervalli, quando gli speakers e i maxischermi pubblicizzano l’imminente arrivo del Toto Cutugno in quel di Siauliai: biglietto a 100 litas, che in euri sono 29, si preannuncia l’arena al completo. Parlo con una signora che sicuramente ci andra’, “senza marito e con tutte le amiche” impeccabilmente imbellettate, cercando di spiegarle che saranno 20 anni che il bel Toto non scrive una mezza canzone. “Ma io tanto ci vado per ascoltare quelle vecchie, di quando ero giovane”. Touche’. Lentamente comprendo come sopravvivono nei tristi giorni nostrani gli Italiani veri di una volta.

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Strade pianeggianti a prospettiva infinita, coperte da coriandoli di foglie ingiallite che spezzano la bicromia di verde e di grigio. Foreste fittissime di betulle si interscambiano a laghi e paludi, non-luoghi misteriosi, fino a quando un grigio avamposto di cittadella sovietica non interrompe tutto col fumo immaginario di una ciminiera ormai spenta.

Nelle anonime periferie si accumulano le solite facce, stravaganze nei vestiti accompagnate da coiffures audaci e perfette, le mille botteghe artefici dell’ardita parrucca si contendono la piazza con i soliti megamarkets, mentre il traffico del tramonto scivola via verso la massa agghiacciante di palazzoni in sequenza numerica laggiu’ sullo sfondo.

Tavola imbandita di ogni possibile sapore. E’ il mixaggio che subiranno a incantare gli astanti, dove chicchi d’uva scivoleranno via tra frittumi e verdure scondite, fantasioso nutrirsi a ispirazione jazz, poi la birra lavera’ tutto e portera’ al prossimo banchetto.

Personaggi fantastici rubano la scena notturna. Folcloristiche rappresentazione di geniali personalita’, assurgono ai ruoli di Regali Piovuti Dal Cielo per chi li incontra e non se ne lascia spaventare. Dura tutto mezz’ora, poi l’incantesimo si rompe e bisogna scappare. Inesorabilmente.

Il Tutto fatto persona. Non semplicemente rispetto, non solo curiosita’ e nemmeno un qualche compatimento spinge a guardare i loro volti, tutti rassegnatamente freddi e scavati, costruiti intorno a due occhi azzurrissimi nei pochi metri quadri che li racchiudono. Sono personaggi destinati a sparire, eredita’ del Vecchio Mostro che poi li ha abbandonati, quasi sempre donne e quasi invisibilmente portano avanti il loro sciagurato lavoro. Nei chioschetti oscuri, o dietro i giornalieri frittumi di strada, o tra rose e garofani.

Le immagini rubate in una stazione d’autobus e quelle inimmaginabili del grounge notturno. Le tonalita’ estasiatiche dei paesaggi ad intercambio stagionale e quelle grigie da un sapore strano. Migliaia di immagini, feedbacks infiniti.

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Vero, è passata piu di una settimana. E una settimana è un tempo troppo infinito per l’oscillare veloce della sensazione, che cambia minuto dopo minuto. Eppure, anche se i compagni predestinati a questo viaggio saranno ormai riambientati nello stivale, anche se la mente è giá salita su nuovi treni che portano ancora piu lontano, non è difficile ripensare a loro, dieci giorni fa. Alle onde del Baltico.

Il passaggio piu luminoso di un giro ad anello intorno alla Lituania, un furgoncino caricato sette volte, tre giorni all’insegna del punto interrogativo, vite di ieri e vita di oggi buttati nel shaker, pezzi di Lituania che si sovrappongono dal finestrino. Il film a telecamera fissa che non si interrumpe tra Kaunas e Klaipeda, alberieprati pratiefiumi fiumiepaludi per duecento km di pellicola. Il sole che scende dietro le colline (?) di Telsiai. Il vento, la pioggia, il sole, il vento, la pioggia, il sole, ilventolapioggiailsole ad alternanza impazzita. 

L’eleganza teutonica di Klaipeda, la precarietá di vie d’Europa piu’ che secondarie. Il calore raddoppiato di una sauna a Siauliai e di una famiglia lituana invasa da una squadra di calcio italospagnola.  Lo strepitoso landscrape di quella striscia di terra che affoga nel mare, dove betulle e pini cartoline del nord  finiscono tra dune di sabbia ad una prima riflessione fuori posto.  Eppure, il Boss è lui. Che si nasconde dietro una duna di sabbia, ti urla e ti spaventa. Che ti trascina verso di lui con il richiamo del mito, di quel mare dal nome cosi freddo e cosi lontano. Che quando ti appare davanti, nel frammento di secondo in cui arrivi in cima alla duna, ti travolge e stordisce con la potenza del vento, degli occhi e dell’infinito. Un mare diverso, un mare incazzato, un mare che sicuramente può evocare immagini di vacanze e spiaggia ma che impersonifica alla grande il ruolo che piu gli si addice. Quello di nido dei Vichinghi.

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Il Golden Boy, Šiauliai
Tornato alla base, ancora una volta. Una valanga di pensieri, migliaia di parole che potrei far fluire su questa tastiera ma mi sembrano tutte banali. Mi chiedo se ha senso descrivere un posto che tanti altri potranno vedere, ma farlo in un modo diverso perchè a me è successo così. Probabilmente no, non ha senso, eppure ho bisogno di fissare almeno qualche frammento di questo mondo in cui giorno dopo giorno e notte dopo notte mi imbatto, per avere la certezza un giorno di averlo veramente vissuto. E non sono poi così sicuro che sia una cosa positiva…
Vorrei parlare di tante cose. Ognuna però sarebbe concatenata alle altre, generando una catena infinita di combinazioni e faccie, sensazioni e parole che sommergerebbe il tutto.
E allora solo un accenno alla città, a Šiauliai, centoequalchemila abitanti racchiusi in questa ripetizione di palazzoni tutti uguali e villette (e grazie a chi mi ha dato in sorte la villetta), vicina a una delle ultime basi NATO attive presenti da queste parti. Vicina anche a qualcos’altro di più importante, suggestivo e caratteristico: la Cross Hill, una collina sperduta in mezzo al niente che qualcuno ha iniziato a riempire di croci nel XIX secolo, per commemorare chi se n’è andato.
Arriverà la guerra, arriverà il sovietismo: le migliaia di croci di legno verranno più di una volta distrutte tutte, ma più di una volta, caparbie, torneranno a rifiorire, simboli sempre più politici oltre che religiosi, simboli delle piccole lotte continue che i lituani hanno portato avanti negli “anni di piombo”.
Esserci passato in mezzo con la neve appena scesa e un sole generosissimo mi ha sicuramente portato fuori strada, non ho percepito il suono dei mille campanellini che le croci abbandonano al vento come un qualcosa di triste e sinistro, ma forse solo come a una colonna sonora adeguata ad un posto di fantasia. Come proprio la Cross Hill stessa è.
La contrapposizione a questo punto vola diretta con la passione del capofamiglia che mi ha ospitato. Sono passati pochi giorni da quando ci interrogavamo sulla loro esistenza con Marco, e ho potuto appurare subito che esistono: i lituani nostalgici, quelli che non ammettono aperamente quello che invece traspare dai loro occhi quando se ne parla, quelli che non chiuderanno mai i libri di russo per aprire quelli di inglese.

Mi ha mostrato la sua collezione. Mi ha portato all’interno di una stanza che appare in tutto e per tutto a un museo. Mi ha spiegato che tutte le domeniche mattina va al Circolo Sovietico anche se non ho capito bene a fare cosa, e mi ha regalato un paio di Rubli e qualche medaglietta. La moglie mi fa l’occhiolino e mi fa capire che non le dispiace avere la televisione anche in cucina e poter andare in vacanza in Italia. Lui, lui preferirà sempre la domenica mattina, in mezzo a migliaia di Lenin ovunque.

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Scrivo da Siauliai, quarta citta’ della Lituania, vicina al confine con la Lettonia.
Sono qua per tre giorni, ospiti di amici, e per la prima volta riesco veramente a raggiungere il mio obiettivo di Estraniamento: tre giorni senza parlare italiano, tre giorni senza essere a contatto con gli altri stranieri, tre giorni da vivere in mezzo ai lituani. Con la cornice della prima neve, 5 centimetri di freddo calore, che rendono ancora piu’ suggestivo il tutto.
La faccenda si sta rivelando il piu’ interessante del previsto, visto che alla fine vivo del fatto che quello interessante qua sono proprio io, l’Italiano, a rompere la monotonia del quotidiano. Logico.
Ci sarebbero un bel po’ di cose da raccontare, ma l’ora e la stanchezza mi guarderebbero male se accennassi a farlo. Cosi’, mi soffermo sulla serata che se ne sta andando.
La cena, abbondante, perfetta. Unico neo, l’ora: alle 6 e mezza ho tutto tranne che fame, le abitudini del Baquito se ne sono gia’ andate e il mio ritmo latino si trova sballato di due ore. Cionostante, si e’ in pista e si balla. Stupendo come nei primi minuti l’incomunicabilita’ sia protagonista, con tutti che parlano solo lituano e russo e io che non sono quella gran cima ne’ in uno ne’ nell’altro. Con buona pace di chi mi ha invitato, che si trova a fare da interprete continuo e si perde il BendiDio. Il vino, la birra e la vodka daranno una mano, e al momento del dolce incredibilmente si parla tutti la stessa lingua, una scena incredibile tra le risate convinte di fronte al mio continuo ripetere le mie 20 parole e il fantasioso inventarne di nuove. Il tutto, ebbene si, condito dalle melodie di Toto Cutugno o di Pupo, selezionate da compilation-spazzatura che tutto il mondo ha per l’occasione.
La cream arriva pero’ dopo cena: come in tante altre case lituane, anche questa ha la sua sauna, costruita personalmente dal capofamiglia nel retro della casa, tra pietre e legno, reperti di Armata Rossa e stufe. Una sauna perfetta, piccola ma funzionale, che e’ ancora piu’ efficace se dalla finestra si da’ un’occhiata alla neve del giardino.
Arrivano gli amici, si prepara bene tutto, io non muovo un dito perche’ sono troppo impegnato a guardare il personalissimo museo sovietico allestito dal capofamiglia.

Adesso mi ritrovo qua, a ripensare a un sabato sera diverso, passato a 65 gradi costanti, suonando una fisarmonica cromatica sfibrata, tra bevande varie e un sorprendente Arghile’, con la compagnia di altre 10 persone. Due di loro, erano ragazzi.

…le immagini domani.

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