Archive for the “Solitudine” Category
…e finalmente sembri una persona seria, gli dicevano.
Tutti.
Non sapevano che, da quando si era tagliato i capelli, si drogava e beveva e scriveva sui muri esattamente come prima.
E forse anche di più.
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Puoi crearti il tuo personaggio, sceglierti il colore della pelle, la lunghezza dei capelli, l’altezza, il taglio degli occhi, tutto. Poi gli dai un nome, una nazionalità, ed inizi a giocare. All’inizio, non sei nessuno, devi accettare le offerte che ti fanno, puoi valutare fino ad un certo punto dove andare ma senza farti troppe pretese, perchè comunque il tempo scorre e il gioco va avanti senza di te. Poco per volta, però, inizi ad integrarti, ad ambientarti all’ambiente nuovo, ma devi conquistarti il tuo spazio contro tutti gli altri, e la lotta sembra assolutamente vera, li vedi con le loro magliette e con la casacca addosso che si impegnano per essere migliori di te, e ci sono gli inamovibili e ci sono quelli che non ce la faranno mai, tu dalla tua parte hai il fatto di essere giovane. Non ci metti molto a guadagnarti il tuo spazio, e quando finalmente ci riesci sai perfettamente che nessuno te lo potrà togliere, dipende solamente da te decidere che fare e non sempre è facile fare la scelta giusta, sai dove vorresti arrivare però rischi di bruciarti, alla fine siete soli, tu e il tuo personaggio. Poco a poco, addirittura, ti convinci di essere quello stesso personaggio che tu hai creato, ti rendi conto che ti assorbe più che tutte le altre cose, sei tu di fronte ai migliori dei migliori che ti offrono tutto ciò che gli altri sognano, e tu accetti perchè un’occasione così non si spreca ed alla fine essere dalla parte giusta fa sempre bene, ti aiuta ad arrivare là dove vuoi arrivare, basta che non lo dici a nessuno perchè sai perfettamente che farebbero di tutto per eliminarti. Non si tratta di esagerazione, è tutto piuttosto reale, reale in un senso virtuale ovviamente, però sembra vero, spaventosamente vero. I nomi degli altri, le loro facce, tu lì in mezzo ai tuoi eroi e tu più in alto ancora che i tuoi eroi, cose così aiutano l’ego, fanno bene. E intanto passano le stagioni, a dicembre e a giugno puoi decidere il tuo futuro ed accettare altre offerte, poco per volta – anzi, piuttosto velocemente – invecchi, un anno passa nel giro di un paio di settimane, dipende dall’intensità che ci metti nell’impresa, se ti incolli senza staccarti un attimo ovviamente passa tutto più facile, non te ne accorgi che sei già arrivato alla fine del gioco.
Come hai detto che si chiama?
Pro Evolucion Soccer.
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Posted by Baltic Man in Barranquilla, Colombia, Persone, Solitudine, Storie, Sud America, tags: Barranquilla, Colombia, locos, pfm, pink floyd, Solitudine, Vita
Un solitario del secolo ventunesimo, un monaco di clausura rinchiuso nel suo eremo nel centro di una città di due milioni di abitanti. Robert era il discendente di una famiglia nobile, di origini europee, che l’evolversi del tempo e delle rivoluzioni non ha toccato nella provincia del Caribe. Ancora sopravvivevano in lui retaggi di tempi lontani, di quando i bambini degli anni sessanta venivano educati a distinguersi dai “meticci”. Aveva una cugina, Marvel, che qualche decennio prima aveva combattuto il machismo e altre staticità barranquillere con l’arma della parola. Morì giovane a Parigi, dove ancora la ricordano nell’olimpo delle scrittrici latine.
Odiava il mondo, Robert. O, meglio, nutriva una profonda sfiducia in quello che era diventata, a livello globale, la razza umana. Per questo non abbandonava mai il suo nido di VillaKronopyos, un’antica casa repubblicana che profumava a pace nel centro della città più assurda del mondo. Usciva di casa la notte, quando i suoi nemici dormivano, per bagnare i suoi fiori e maledire quel multiforme inquinamento che gli toglieva le stelle e il profumo del mare. I giorni, li passava a “lavorare su me stesso”, così diceva estasiato. E i suoi strumenti erano interi scaffali pieni di libri, di dischi, di film. Era un cultore del diciottesimo secolo, e di tutto quello che artisticamente lo rappresentava. Conosceva Boccaccio e la storia dettagliata delle Repubbliche Marinare italiane, ascoltava Palestrina e i System Of A Down, viveva di retrospettive cinematografiche catastrofiste e reali. “Italiano, eh? Ah bene. Allora ci guardiamo subito un live della Premiata Forneria Marconi, gente in gamba”.
Era un figlio della psichedelìa, Robert. L’avanguardia musicale degli anni ’70 lo aveva travolto in pieno, trascinandolo in un mondo di acidi di funghi e di qualsiasi cosa potesse allucinarlo. Per diciotto lunghi anni era scappato alla morsa del mondo calandosi qualsiasi droga immaginabile. Poi, aveva scoperto Shakespeare e aveva conosciuto una donna. Quindici anni fa l’ha sposata, a lume di candela della loro cucina mentre preparava la cena, l’ha sposata senza preti né burocrati nè testimoni e da allora non può più vivere senza di lei.
Sono tornato a Barranquilla ed ho eliminato tutto ciò che questa città aveva rappresentato per me. Non ho cercato nessuno, ho lasciato il cellulare spento, nemmeno il sole del caribe ho incontrato. Immediatamente, però, sono andato a bussare alla porta di VillaKronopyos, a passare i pomeriggi tra disquisizioni sul razzismo d’Europa e la genialità dei Focus. Ogni tanto qualcuno suonava al campanello. Robert abbassava il volume, stava un minuto in silenzio e strizzandomi l’occhio scoppiava in una profonda risata.
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Posted by Baltic Man in Colombia, Mistico, Musica, Persone, Ritorno, Solitudine, Venezuela, Viaggi Mentali, tags: caudillos, Colombia, esperienze, Sud America, viaggiare, viaggio, zaino
  
Piove. Pioggia: acqua santa che scende dal cielo travestita di maledizione: appare sempre quando meno serve. Per esempio quando è in giro sulle Ande in bici. Lo zaino è una roba che esplode. Sette mesi di vita vi sono rinchiusi dentro e sette mesi di vita – di questa vita, questi sette mesi – sono materiale esplosivo. Non è colpa dello zaino. Il Venezuela non vuole Chàvez. Lo chiamano “dittatore”, da queste parti, però lo dicono a voce bassa accertandosi bene che nessuno li stia ascoltando. Viaggione, uno s’immagina i caudillos sudamericani anni ‘70 dimenticandosi che il presunto “dittatore” ha perso un referendum costituzionale l’anno passato, per giunta di un pelo. Pagliaccio è la parola, dittatore suona forte e inflazionato e comunista. Maracaibo, quella della canzonetta da discopub estivo italiano, è una città industriale e petroliera e sporca, ma soprattutto, delusione delle delusioni, si chiama Maracàibo. Con l’accento sulla “A”. Quante generazioni di persone ha rovintato la Carrà. Le radio suonano come in Colombia e vomitano reggaeton. Mèrida, invece, profuma di Svizzera e sa di SudAmerica. La benzina, postilla fondamentale, in Venezuela costa 30 centesimi di euro al litro.
In conclusione, però, tutto questo è una cazzata. Pura mercanzia mentale, sensazioni impressioni e pensieri di un ubriaco, e vedi che domani si dimentica tutto. Un Discovery Channel davanti agli occhi, un inutile contatto msn che ti dice cose invisibili, un falso secondo di gioia. Sulla pelle, tra i capelli, stretto tra le dita, conficcato in una pupilla, dentro un’orecchia, nelle tasche, nell’organo pensante e nell’organo pulsante, in ogni poro, in ogni poro, in ogni poro, c’è la mia Colombia, c’è lei, c’è me stesso.
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Posted by Baltic Man in Amici, Barranquilla, Colombia, Mistico, Solitudine, Stagioni, Sud America, Viaggi, Viaggi Mentali, Vita, Voli
Progetti. Libri. Baci agli amici. Question marks. Musica. Wikipedia. Mille inutili ossessivi controlli. Senso di perdizione estremo. Pacche sulle spalle e strette di mano. Promesse. Email scritte su scontrini sparsi. Paranoie. Mamme. Mamme in paranoia. Pranzi con i Primus. Conti. Sconvolgimenti. Valutazioni. Centomila pellegrinaggi a BuroCrazyLandia. Visti. Capriole dell’anima. Overdose di vaccini. Dolcetto di Dogliani che, si sa già, mancherai. Questo si quello no. Sguardi. Auguri di buona pasqua a gennaio. Raccomandazioni. Adiòs chavales. Codici pin. Bunker farmaceutico. Incontenibile esplosione interna. Pantaloncini e magliette corte. Fanculo inverno. Chavez & Uribe. Uomo baltico e mar caraibico. Domandedomandedomande. Sguardi commiseratori. Sguardi disapprovatori. Sguardi invidiosi. Sguardi caldi d’affetto. Sguardi.
Cos’ho dimenticato?
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Posted by Baltic Man in Italia, Notte, Solitudine, Stagioni, Storie, Tecnologie, Viaggi Mentali, tags: Christmas, gesù, iporisia, Natale, religione
Adesso, pare che la nuova moda sia sparare sopra il Natale (anzi: il Santo Natale).
Una roba strana, che in sincerità non comprendo appieno, probabilmente un desiderio diffuso di “elevarsi al di sopra delle masse“, un contestare generalizzato un rito sacro che è alla base della nostra cultura cristiana millenaria, dopotutto. Fin dalla notte dei tempi.
Il Natale è, diciamocelo, una festa sentita per tutti noi. E’ risaputo che a Natale tutti diventano più buoni, la gente adora spendere il proprio tempo all’interno del tàlamo familiare lasciando per una volta da parte congegni diavolerie elettroniche amanti e frodi fiscali, tutti insieme si prende la macchina e si vanno a visitare di buon grado parenti e parentami con sano gusto, nonostante questi rivoluzionari contestatori pensano si tratti solo di “spudorate e false maschere“. Solo chi è in malafede può non accorgersi dell’armoniosità di questi naturalissimi riti, della benevolenza con cui la famiglia intera si prepara a celebrarli, di un non-so-che alone santo che discende sui volti dei pargoli, mentre la mamma cerca di addobbarli come il pino in corridoio e sviare le loro innocenti tentazioni di videogiochi e telefonini che il dopo-cena regalerà loro.
Come non comprendo tutto questo sospetto nei confronti del Natale Babbo. O del suo erede (un po’ fuori moda, a dir la verità, il Gesù Bambino). Non si tratta dopotutto di una figura importantissima per tutti noi, simbolo di appartenenza allo stesso popolo di consumatori eterni, da difendere a tutti i costi contro la superficialità odierna? E pazienza se è bianco e rosso come la Coca-Cola, e pazienza se sornione staziona sempre in tutte le sue multimmagini davanti ai grandi centri commerciali: lui è la nostra guida, e i centri commerciali non sono altro che chiese un po’ più nuove, e quindi non c’è niente di male a celebrare il Natale lì. Che poi, diciamocelo, sono anche meglio riscaldati che le chiese.
Non capisco davvero questi polemizzatori infiniti. Seminatori di zizzanie. Per fortuna, basta guardarsi intorno e capire che lo spirito originario, quello vero, del Santo Natale è ancora vivo e forte in tutti noi. Nelle case, nelle città, nella televisione, tra la gente.
O no??

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Posted by Baltic Man in Amici, Baltico, Blog, Kaunas, Lithuania, Lituano, Ritorno, Solitudine, Stagioni, Sud America, Viaggi, Viaggi Mentali, Vita

Dice che la Lituania è un Paese grigio. Le città e le periferie si nascondono sotto opacità crude, inutile e disordine annegano nell’erba alta sotto fotografie di palazzi anonimi infiniti. Parla di gente strana, di facce fredde come quegli occhi chiari che le segnano. Di problemi, tanti problemi, qui la gente non è contenta se non beve e chi è fortunato va in Irlanda. Perfino mangiare non si può, in Lituania, e le cameriere non parlano italiano o spagnolo e non si capisce mai niente.
E’ vero. E’ tutto vero.
E proprio perchè è vero la vita sul Baltico assume i contorni di un’avventura interessante, quotidianità epiche che scorrono su ritmi anarchici. Lentamente si iniziano così ad imparare e riconoscere le differenti tonalità di tutto quel grigio, sorprendendosi ancora una volta quando attraverso il finestrino di un autobus stanco si trasformano sequenzialmente in bianco o verde ad oltranza infinita; con il tempo ci si rende conto di apprezzare sempre di più esperimenti culinari allucinanti a qualsiasi ora dell’orologio, bestemmiando sempre più sottovoce contro chi profana una delle ultime sacralità a cui il popolo italiano s’inchina, la cena. Una lingua strana assalirà le anticamere del cervello, una lingua antica e dai meccanismi inestricabili che “uno straniero non potrà comunque mai parlare perfettamente“. E se è vero che non si impara una lingua senza assimilarne la sotterranea cultura, di colpo quell’infernale paradiso prenderà inesorabilmente sempre più la forma di una Casa.
Chi irrazionalmente segue da tempo questa paranoia mentale online potrà giustamente pensare di trovarsi di fronte ad un irreversibile caso di esagerata monotematicità, percorsi strani dove il filo conduttore si ammassa sempre lassù, a nord-est. Ed è probabilmente così, e nonostante il tempo stia cambiando ed il Vento Nuovo del Sudamerica abbia ormai portato fin qua il suo travolgente ciclone, quel trascurabile feudo sul Baltico ha davvero agito profondamente sull’inconscio.
Sono parte invisibile e perpetua di me quei risvegli allucinati in sconosciuti palazzoni persi tra vodka e anatemi, sulla mia pelle c’è il sudore di migliaia di passi e sulle mie labbra il sapore di troppi frammenti di vita consumati. La Lituania mia ha regalato compagni di viaggio eterni e stelle comete lontane.
Adesso è tempo di seguirle, da solo, lasciandomi le spalle la luce a Nord Est.
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Notte strana qui dal bianco mondo parallelo. Nelle periferie della periferia, per la prima volta questo angolo di mondo perfetto non profuma di legno e silenziose melodie. Oggi e’ un sapore amaro, sguardi strani e occhi che volano bassi e si incrociano poco. Robe strane.
Il buonsenso e la razionalita’ fa capire che questa notte vada trattata come l’ultima in questa famiglia, pittoresca quanto assurda quanto magnifica, in cui dissensate irrazionalita’ mi portarono tanto tempo fa. Lentamente, nel corso dei mesi, questa gente da subito cordiale mi ha accolto con curiosita’ e naturale devozione, snaturata devozione a raccontarla giusta, fino a diventare una tappa di obbligatoriamente periodica nei bagordi di vita baltica.
Si tratta di persone completamente libere da ogni schema di restrizione mentale, capace di mettermi in mano innumerevoli volte un’Audi 80 a cambio automatico (che peraltro non si raccomanda particolarmente) piuttosto che spade e coltelli d’epoca sovietica, disponibile senza remora ad abbandonare la casa costruita con le proprie mani ed i propri letti a bande di 8 italiani ubriachi per andare a dormire a casa di amici, adorante nei confronti di gia’ citati italiani spudoratamente spacciatisi per Pupo o per Albano, eccezionali nella semplice e ostica arte di esser se’ stessi.
Riconosco di colpo il sapore di questa notte bianca e nera: e’ patate e grietine, e’ vodka e pacche sulle spalle, e’ semplice calore umano.
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