Archive for the “Solitudine” Category

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Visioni fantastiche da fim dell’orrore.

Nevicano foglie che il vento sparge ovunque nel suo delirio totale. Residui d’alcol corporei, notti ancora una volta piu’ calde delle giornate che intermezzano provocano nel sub-conscio la stessa nevicata triste.

L’orizzonte di Laisves nel Giorno dei Morti completa poi tutto. Fantasmi oscuri si aggirano tra acqua vaporea e alberi neri, figure sperdute nel silenzio di una citta’ che oggi non funziona, nemmeno le luci delle vetrine in questo giorno di Requiem si accendono: rimangono solo immaginari bagliori lontani che s’innalzano dai mille lumi di cimiteri oggi pieni di vita.

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Odio chi non va al cinema, o non legge i libri, o non conosce l’esistenza di Skype. Li odio esattamente quanto i loro cugini “Tuttologi“.

Rapallo. Conosco un po’ di bella gente, là. E la scoperta che in qualche modo si possa odiare il posto dove si è cresciuti un po’ mi agghiaccia. Ma poi, pensare che d’estate in nessun modo si possa parcheggiare una macchina, nel posto dove si è cresciuti, definitivamente mi stronca.

Non ti ho mai capita. Non ti capirò mai, tu e le tue prigioni mentali in cui ti sei autorinchiusa col pretesto di finti silenzi.

E’ venuto a trovarmi Stefàn, tedesco dal perfetto accento inglese che popolava la Kaunas nevosa e festante. Mi ha portato una cassa di birra teutonica, prosit. Svuotandone un paio di bottiglie, mi chiedo quando smetterò di ricevere visite “internazionali” ed inizierò ad attivarmi in direzione opposta.

Strana sensazione parlare con la madre americana di tuo fratello via skype traducendo la conversazione alla madre di tuo fratello italiana. Surplus di genitori.

Mente perversa e sadomasa, il tempo. Che risana le ferite. Che cancella con colpi di schiuma precisi ed infiniti ogni tipo di macchia dei sensi. Perchè in fondo lui sa, sornione, che al passato si guarda sempre con velata malinconia. 

A volte mi chiedo cosa mi porta a passare i miei lunedì di settembre a rispondere a commenti politicamente bizzarri ai miei video su Youtube. Non lo so, che ci posso fare, non lo so.

Tempi addietro si parlò di una fantomatica quanto salvifica apparizione Ryanair a Cuneo. Come tutte le leggende, però, pian piano la storia cadde nell’oblio. C’è un qualcuno in grado di illuminare di nuovo?

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Ero qui, da queste parti. Gli ultimi giorni lontano da tutto, più vicino a una qualche “casa” che burocraticamente da qualche parte deve pur stare ma lontano da tutto. 

E’ finito anche l’ultimo isolamento. La vita sul Mediterraneo ligure va avanti, da secoli, di concretezze.

Da domani.

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E se ne e’ andato anche lui.

Borja l’avevo trovato subito, nella prima festa della prima notte quando ancora tutto quello che conoscevo qua si chiamava “dormitorio”. E da subito e’ stata sintonia, e non solo perche’ eravamo praticamente gli unici due a ignorare l’inglese.

Sono passati i giorni, le settimane, i mesi, tanti, tantissimi viaggi tutti uno diverso dall’altro, e’ stato lo sconosciuto andare verso Klaipeda da Karim ed e’ stata la romanzesca immersione in Bielorussia, e’ stato il ritrovarsi invernale a Cracovia ed e’ stato il delirio di Kiev. O quello di Riga.

Non e’ stata Asia. Un qualcosa che ancora mi sfugge l’ha fermato nel sospiro prima della partenza, con i biglietti in mano e la voglia altissima.

Sono state tantissime discussioni, tantissime cose che ho imparato su cose politiche prima d’ora a me lontane, che il Borja mi insegnava mentre mi insegnava lo spagnolo, di cui Borja vive e probabilmente vivra’. Discussioni davanti a milioni di birre diverse, o seduti su autobus di epoche migliori o in bettolaccie di periferia sotto la neve di Varsavia, il copione non cambiava e rappresenta adesso una delle cose piu belle da portarsi dietro nella valigia. Tutte cose non da poco.

Un qualcosa che e’ diventato veramente forte, condiviso con pochi altri qua a Kaunas, qualcosa che adesso viene a mancare e lascia quella sensazione di vuoto perche’ racchiude cose finite.

Ma che non lascia tracce d’amaro, aver incontrato Borja ha solamente regalato a me e a tutti un qualcosa di importante, qualcosa che si cerchera’ di avere sicuramente in futuro.

Tenimos que encontrarnos un milion de vezes encora, cabron. Y asi’ sera’.

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Sensazione strana, di smarrimento e leggerezza. Decisamente fuori luogo, per questi giorni, per questa stagione. Momenti in cui i movimenti nel conto degli Incontri sono insindacabilmente positivi, un trend che si addice ai migliori anni dei boom. Eppure, c’è chi vuole andare controcorrente, sempre. E quando la massa arriva, lui scappa.

Ho avuto modo di conoscerlo solo con il passare delle settimane, quando un insieme di suoni sgrammaticati leggermente assimilabile come “inglese” si è progressivamente impossessato di me, favorendo una comunicazione che riuscisse a mantenersi anche su canali normali, senza necessariamente scendere nei fumi dell’alcol che, si sa, appiattisce qualsiasi differenza e difficoltà.

Giorno dopo giorno, è così apparso sulla tela un personaggio estremamente interessante, figlio di quella che lui stesso giura essere “la cittadina più alternativa della Germania”, inspiegabilmente capace di racchiudere in sè stesso il Doctor Jackyl e il Mister Hide, studente chimico eccellente alla mattina e jolly notturno instancabile nella notte, proprio fino a un’ora prima del cambio d’abito.

Con un eufemismo italospagnolo, si potrebbe definire Stefàn un “cabròn di classe“, soprattutto quando ci si trova davanti ai rituali che la birra impone. Tedesco d.o.c., ha stupito la platea più di una volta con aneddoti e istruzioni varie, rasentando il limite dell’insanità mentale quando si è esageratamente indignato per una modalità di brindisi a birra Weiss che, si sa, ha una procedura diversa rispetto agli altri.

In cinque mesi e più di vita assurda, storie assurde se ne potrebbero scrivere tante, ma protagonisti che restino più di un nome o un evento è più difficile trovarli. Il dominio dell’effimero, l’inflazionata presenza di soggetti potenzialmente interessanti sono barriere naturali contro la naturale tendenza dell’uomo a creare legami stabili. Stefàn, eppure, è una delle famose dita di una mano su cui si possono contare, in questo contesto nordico, gli amici buoni acquisiti.

E, proprio in questo momento, sta prendendo un bus per la città più alternativa della Germania.

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Le mie domeniche pomeriggio, la maggior parte delle mie serate…dove sono? Sembrano tempi lontani, attimi fissati in un quadro mentale che poi scompare quando appare la realtà. L’incredibile orgasmo del perdersi in giri di accordi assurdi, o la forza interiore del ritrovarsi sempre e con qualsiasi clima, l’aspettare di suonare per aspettare di sognare. In una cantina, nel retro di una vecchia chiesa, in una stanza, in solitudine, in 5 o in 12 o in 40, con un sax o con tasti bianchi e neri, rinunciando a tutto ma non a lei.

E invece, adesso è già qualche tempo che devo rinunciarvi forzatamente… La Musica, maronnasanta quanto mi manca suonare… la Lituania, magica forza oscura, per la prima volta nella mia vita è riuscita a separarmi da quello che non è nient’altro che un bisogno primario ed elementare della mia sopravvivenza. E la Lituania, contrariamente a quanto pensavo, non è ancora riuscita a darmi la possibilità di suonare.

Sarà solo per pochi giorni d’accordo, eppure potrò riassaporare il piacere di perdermi in mondi che non esistono, viaggiare con la mente attraverso le mie mani. E’ un privilegio troppo grande, e non voglio perderlo un’altra volta.

Ti porterò con me, Musica.

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Momenti non proprio semplici, questi. Precisamente, gli ultimi, gli ultimi frammenti di vita insieme per un buon numero di persone che hanno vissuto gli ultimi mesi a braccetto, in qualche modo, l’uno con l’altro. Giorni di partenze, di fine Erasmus, di addii che si cerca inverosimilmente di tramutare in arrivederci, nascondendo a sé stessi che, se anche ci potrà essere un’altra occasione di rincontrarsi, non sarà più la stessa cosa.

Si tratta in qualche modo di una grande famiglia, soprattutto se si vive nello stesso dormitorio che unisce in qualche modo tutti, nelle brevi giornate e nelle lunghe notti, senza barriera alcuna. E questa volta, il solito Natale che incombente si avvicina contribuirà ancora di più a dare l’idea di effettivo divorzio, per tutti. In pochissimi giorni, tutto si è svuotato, una per una le porte delle stanze si sono chiuse davvero, e camminare per i corridoi adesso dà davvero un’impressione strana, di un deserto prima impossibile da trovare, a qualsiasi ora.

Per qualcuno sarà solo una pausa, per qualcuno l’Erasmus è veramente finito, il fatto di appartenere (per fortuna) alla prima categoria non mi permette di vivere, forse, questi “ultimi momenti” come tali.

In ogni caso, difficile non sentire questo strano silenzio, e non rendersi conto che si è appena detto addio a facce, parole, notti pazzesche, assurdità varie ed emozioni radicate nella carne che non sono state cose da poco.

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Vorrei sapere a quanti non capita mai di volerla. Sembra sempre che tutti cerchino di sfuggirla, di non cadere in questo enorme buco-tabù che si chiama solitudine. Eppure a volte è la compagna migliore per passare il tempo, per radunare tutto quel casino che la vita sociale inevitabilmente ammucchia nel cervello.
Sono ormai le 9 di sera, e fino ad oggi non ho ancora visto praticamente nessuno. La mia domenica anomala, nel mio weekend altrettanto anomalo me la sono vissuta tutta in questi pochi metri quadrati, tra un letto un pc e un libro niente male. Ne avevo bisogno, davvero, dopo giorni e giorni davvero intensi, ricchi soprattutto di quella materia umana che scandisce tutto quello che passa nella vita di una persona, e che poi andrà ad alimentare il flusso di “astratto” e “concreto“.
Ne avevo bisogno, dopo un sabato notte che ha assorbito quella poca materia liquida che mi stava in testa prima del Game Over. E ne avrò bisogno, pensando a quello che mi aspetta per i prossimi giorni…tra poco il pit-stop finisce, la porta si riaprirà ancora una volta sul mondo e ancora una volta lo farà senza sapere come mi ritroverà al ritorno.
E’ l’Erasmus, è la vita sociale, è semplicemente, la Vita. Eppure ogni tanto devi assecondare il bisogno di andare contronatura, girare due volte la chiave da dentro e cercare di incontrare prima di tutto te stesso.

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