Non alla giovinezza, e nemmeno a chi inventò il tempo, la più crudele, fra le condanne. E tantomeno al nostro arrampicarci costante sulla schiena di una discesa, a noi che infiliamo il canto del mare dentro un pezzo di plastica grigio. Queste poche righe non volevano essere una critica né un’ode, non una citazione e nemmeno un’idea, questo pensiero non voleva essere un’idea. A che servirebbe parlare di sabbia e di neve, di carta e d’inchiostro, dei colori del vento. E c’è chi ancora continua a vedere l’azzurro come una massa d’aria trasparente. Non volevano essere una faccia o nemmeno un personaggio, perchè i personaggi nella nostra epoca non sono nient’altro che facce, maschere di gomma fuori moda il giorno dopo carnevale.
Queste poche righe non volevano essere nient’altro che una foto.
Passerà questo inverno freddo, e si porterà con sé la sua scia di Saeglopur islandese. Passerà il male ai capelli, la vertigine dell’illusione, la voglia di sognare incubi irrealizzabili. Passeranno sulle nostre teste le carrozze dei nobili la domenica mattina, passerà il calore morbido della stanza con la sua luce blu. Passerà il poeta, e con lui la poesia, passerà il genio con una mano sul culo della sregolatezza. Passeranno tanti nostalgici in un vecchio negozio di dischi, e passerà una mano tra i capelli portandoseli via tutti. Passerà il tempo dell’uomo volante, passeranno le mode e con loro le stagioni, quando un giorno saranno una cosa sola.
E passeranno pure le stagioni, quando non andranno più di moda
Viajar es libre melodía del alma. Es un grito silencioso, un animal migratorio, un lento existir. Una universidad donde los profesores son compañeros y los compañeros libros, allí se escribe y allí se lee. Es dejar rastros de un pasaje, sea algo inmortal o suave neblina. Ser en el mismo tiempo fotógrafo y modelo. Viajar es, los decía el Gran Khan, “tomar el agua de una tierra nueva”. Aprender a reconocer los distintos sabores del pan y del queso, de la música y de la poesía, despertándose una mañana tal vez panadero tal vez poeta. Endurecer la espalda en los suelos de autobuses llenos, llenando hojas bajo los ojos de una gordita que te cree sicópata, escribiendo contra el tiempo que viajar es encontrar tus origines allá donde menos pueden estar. Que es conocerse en Bielorrusia y reencontrarse en Armenia, una de las muchas Armenia de este mundo. Viajar es descubrir que hay otras Armenias. Es una forma hedónica del conocimiento. Una mochilla en una playa, una playa en una mochilla, una mochilla y una playa en la cumbre de una montaña. Viajar es Priviet diebucka let’s go together a quattro mani, si vous voulez, kita vakara sangrienta y fría. Es una estación de un pueblo lejano perdido y embalsamado, donde en sus binarios todo comienza y todo termina. Una comunión pagana y un dedo medio hacia las convenciones. Una religión sin fieles ni dioses, sin guerras santas ni diablos imaginarios, sólo una grande misa continua contra diablos disfrazados de palabras venenosas como “Patrias” o “Naciones”. Viajar es una aventura que se cumple en un cuarto, transformando la ventana en ventanilla y las hormigas en animales exóticos, para una hora una vida o quizás dos. No es Baltic Man, ni Caribbean Man, sino una entidad que se cumplirá, un día, en Atlantis. Viajar es despedirse de este Mar de Caribe, de este Sur América, de este todo.
Viajar es abrir una ventana sobre el mundo. Es la curiosidad de llegar donde terminan las carreteras. Descubrir que se esconde mas allà de las montañas. Atreverse hacia el imprevisto. Aceptar el desafìo del desconocido para alcanzar las orillas de la tierra.
Viajar es perderse, sacerdotre solitario, en un exilio voluntario, y encontrar en el camino amigas, amantes, novias, concubinas y putas, hasta reconocer en dos ojos, finalmente, la verdadera Compañera de Viaje.
La “puerta de oro de Colombia” è oggi una lunga striscia di cemento in decadenza incapace di resistere ai graffi dell’oceano. Lì dove si aprivano le porte di lontane americhe ai sognatori e ai disperati di transatlantici provenienti da mezz’Europa, vecchi cani e semplici capanne di legno al tetto di palma si dividono i resti di un mondo che si è spostato verso l’altrove.
Nell’immagine di queste acque sporcate dal Magdalena che muore lì vicino, s’intravede davvero lo specchio d’oro che il sole lascia sull’acqua laggiù dove la Colombia finisce, una striscia lucente a indicare lo splendore locale che qualcuno conobbe, quando l’uomo ancora non sapeva volare. Dispersi e incollati dal sale, lungo le poche centinaia di metri del Muelle di Porto Colombia, sopravvivono le incertezze i timori le speranze dei figli di centomila terre diverse che negli anni arrivarono nel capo nord del mondo a sud, tedeschi francesi italiani russi slavi arabi e cinesi che velocemente fusero in un unico calderone tutti i loro mondi diversi per crearne un ennesimo, in comunione con la pasiòn criolla autoctona.
Il muelle centovent’anni dopo è un vecchio decrepito che si lascia umiliare dalle onde e dal sale. Le discendenze degli avventori di un tempo di tanto in quanto tornano a trovarlo la domenica. Tuffandosi nell’immortale poesia di un angolo di eternità ripercorrono ancora una volta quei mille passi in mezzo al mare, e spesso sognano le stesse utopie che i loro nonni abbandonarono sull’altra riva.
Scendi per strada cercando la tua moltitudine giusta, in quella fiumana di genti diverse diverse da te. Dritto avanti a passo deciso verso la catastrofe. Hasta ahora todo va bien, hasta ahora todo va bien, hasta ahora todo va bien. Il contorno sonoro è insopportabile, respiri e urla di una città qualunque in un momento qualunque, adesso il contorno sonoro è inesistente o il filtro delle tue orecchie ha cancellato il mondo. Un mototaxi impazzito recita contromano il suo dribbling folle sul marciapiede.
Il fischio nelle orecchie lasciato dalla sua voce è forte, gli occhi bruciano e non è il sole dei caraibi, la pelle è gelata di sudore strano, decisamente fuori luogo sotto il sole dei caraibi. Disgraziate anime si riflettono nella miriade di specchi dispersi lungo la strada.
Dritto avanti a passo deciso verso il chissà, scrollando dalle spalle il peso di un anno e mezzo di vita, scrivendo la parola fine proprio lì dove non l’avresti aspettata mai, dopo mesi giorni e millenni di promesse e verità rinnegate nel fondo dell’etere, dopo fellings continuativi che superavano le montagne e asfaltavano gli oceani.
Il telefono squilla e l’istinto lo spegne, il mondo richiama a rumbe elettroniche che da questa sera segneranno l’inizio di nuovi capitoli, pagine bianche e vergini che con consenziente masochismo s’immolano alla consapevolezza di futuri dolori. Quattro operai affaccendati a lavare un semaforo, la città sprofonda nella sua propria vergogna e quelli si inutilizzano nel fondamentale atto di lavare un semaforo. Piovono dal cielo rimorsi di coscienza, effetti collaterali non del tutto previsti e tantomeno illegittimi. Piovono dal cielo e l’istinto li spegne.
Lì vicino, nella polvere dell’ombra sotto un mango, un cane schifoso si morde le costole e regala uno sguardo d’intesa alle bestie sue simili.
L’insostenibile richiamo dell’Est.
Il post nasce sotto un sole di trenta gradi mentre Arno mi racconta il suicidio del suo vicino di casa a Pietroburgo.
Un cumulo di immagini costantemente sopra la coscienza si materializza puntualmente negli angoli piu’ disparati, agli antipodi del mondo. L’est richiama al sole, a cose lontane, a immagini che entrano dal naso e profumi che avvolgono le spalle, in una patina di lingue lontane.
Eppure, c’é un Est piú vicino, a due passi di aereo di lá dalla vecchia cortina. Una metafora del passato che si strappa via con la forza la maschera grigia, accedendo sempre di piú alla comunione – ogni sorta di comunione – con le anime un tempo lontane.
Quell’est, che dall’Europa si estende fino a tutto ció che nella Fredda Guerra vestiva tinte grigiorosse, nasconde nelle proprie periferie l’essenza della veritá, di cambi radicali francamente impossibili per il potere di una o due generazioni.
Nelle periferie di Kiev, negli autobus bielorussi, nelle notti baltiche e tra le strade di Irkutsk aleggia quell’irresistibile forza che sa di richiamo maledetto, quella “ricerca del Brutto” che appaga il maniaco alla ricerca di insana malinconia mal raccontata.
Il video li’ sopra non significa niente. E’ il frutto di 8 noiose ore in chissá quale aeroporto con un Movie Maker che non funzionava. Eppure raccoglie qualcuno di quei fotogrammi, attimi di eternitá nell’enorme tabula rasa dimenticata.
Progetti. Libri. Baci agli amici. Question marks. Musica. Wikipedia. Mille inutili ossessivi controlli. Senso di perdizione estremo. Pacche sulle spalle e strette di mano. Promesse. Email scritte su scontrini sparsi. Paranoie. Mamme. Mamme in paranoia. Pranzi con i Primus. Conti. Sconvolgimenti. Valutazioni. Centomila pellegrinaggi a BuroCrazyLandia. Visti. Capriole dell’anima. Overdose di vaccini. Dolcetto di Dogliani che, si sa già, mancherai. Questo si quello no. Sguardi. Auguri di buona pasqua a gennaio. Raccomandazioni. Adiòs chavales. Codici pin. Bunker farmaceutico. Incontenibile esplosione interna. Pantaloncini e magliette corte. Fanculo inverno. Chavez & Uribe. Uomo baltico e mar caraibico. Domandedomandedomande. Sguardi commiseratori. Sguardi disapprovatori. Sguardi invidiosi. Sguardi caldi d’affetto. Sguardi.
Non saprei nemmeno spiegare bene perchè. Semplicemente è un qualcosa che si sa di dover fare, una di quelle scie modello-Cometa da seguire senza bisogno di altre risposte. Una specie di treno, che passa in quella piccola stazione vicino a casa tutti i giorni e che basta prendere, non per salvarsi e nemmeno per fuggire a qualcosa, solamente per andare. Per liberarsi da situazioni che calzano attorno alla mente e all’anima perfettamente, troppo comodamente, così comodamente che lentamente assopiscono in un caldo abbraccio energie che comunque esistono. E’ chiaro e palese che è tempo di andare, di succedere ancora una volta e ancora una volta in un altro posto, di strizzare tutto come una spugna con la consapevolezza che al ritorno sarà meravigliosamente zeppa un’altra volta; si chiudono i libri dei Grandi Maestri e si aprono pagine bianche da riempire di mondo. E’ l’ultimo passo quello più difficile, il movimento delicatamente brusco che separa due mani che si stringono e sfiorandosi prendono due direzioni diverse nella speranza che dall’altro lato del mondo si possano incontrare di nuovo, è infinità e battaglie. La forza dell’istinto è superiore a tutto, oltrepassa inestricabili barriere di assurda burocrazia, si aggrappa a Perle Preziosissime che le università sanno offrire e si dirige verso la direzione ostinata e contraria a quella dell’ultimo arrivo. Legami indistruttibili di Case passate si preparano ad accogliere nuove cellule esagonali dello spazioso alveare. Sul sedile di fianco appariranno certezze, figlie di promesse sincere in notti vissute tra umide mura e in macchine rosse, profezie di viaggi a quattro mani finalmente avverate ma compagni di viaggio già da tempo e per sempre. Da qualche parte mi aspetta un fratello, calamita da potenze infinite che superano montagne ed oceani, e porteranno a texane ricongiunzioni di famiglia e di feelings. E poi, nella più assoluta passività, il vento del Sud America saprà portarmi fino alla prossima casa, al prossimo tutto, dove la vita prenderà i colori della Colombia del Nord.viandanti
viaggiano i perdenti
Viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua San
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
Viaggia la polvere viaggia il vento
viaggia l’acqua sorgente
Viaggiano i viandanti
viaggiano i perdenti più adatti ai mutamenti
viaggia Sua Santità
Viaggiano ansie nuove
Sempre nuove…
Cadono di vertigine…
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”