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Il motore spinge verso l’origine del sole. Mentre le strade si rimpiccioliscono e la cittá rimane alle spalle, il paesaggio si accende calmo insieme al giorno che nasce. Si trasformano gli edifici, si dirada la presenza umana, scompare ogni traccia di artificialitá sotto le lagune che annunciano l’imminente, grandiosa presenza del fiume.

Rio Magdalena appare da lontano, lucido e ingannevole con le sue acque stanche. Ricordo l’aria nei capelli su una bici in riva al Danubio, ritorno in quel giorno di aprile quando vidi nascere il Gigante, giù a sud tra le Ande; silenziosamente celebro il suo carico di Storia che dá vita al miraggio di battelli in navigazione, eleganti genti d’altri tempi, amori ai tempi del colera. Vestigia di tempi andati, quando ancora i caimani scendevano fino a Barranquilla e l’Acqua era fatta d’acqua e non di chimica come oggi.

La porta sull’altro mondo è la chiatta che soffiando trascina sull’altra rima. Lì inizia veramente un mondo alternativo, un sistema imperfetto dove le regole sociali sono decisamente più semplici e i cuccioli d’uomo si confondono, nudi nell’erba e nella polvere, con neonati d’altre speci. Dòmina ancora la legge del più forte, nelle infinite campagne ai bordi di Pivijay. Costituzioni e Polizie sono rimaste sull’altra riva del fiume, Bogotà è immensamente lontana e quasi nessuno l’ha mai vista, la lotta di classe si gioca tra i parametri di saccheggi alle haciendas e sistemi d’Autodefensa. Che significa, in termini concreti, territorio paramilitare.

Fino al 2005, era impensabile per l’italiano co-pilota del Veterinario (cioè il sottoscritto, storia lunga….)arrivare da quelle parti. Gli stessi colombiani, una volta attraversato il fiume, dovevano consegnare a qualche fosco personaggio un foglio dove dichiaravano ogni dettaglio sulla loro visita in quei territori di Zona Roja. Poi qualcosa è cambiato, e i gruppi d’Autodefensa, sulla promessa di un comodo espatrio negli Stati Uniti, si sono consegnati alla giustizia e hanno deposto le armi. Il proprietario della Finca mia destinazione, 3.000 ettari di cavalli e vacche, sconta i suoi 8 anni di pena da qualche parte in mezzo ai gringos.

Il capitolo primo è un balcone di Kaunas, un appartamento ai limiti dell’assurdo dove in una notte di vodka e primavera nordica qualcuno mi parlò di lui, di questo figlio d’immigranti lituani rettore dell’Università di Bogotà che mostrando le chiappe a una contestazione aveva zittito la platea e shoccato la Colombia conservadora.

Nel capitolo secondo, sui legno di un bizzarro ufficio colombiano, si apre la porta ed indiscutibilmente entra un lituano. I modi lenti, la parlata calma, gli occhi azzurri su fisionomia baltica anticipano le referenze di curriculum, che parla di un rettore celebre per aver cambiato, da sindaco, il volto di una delle metropoli più difficili del mondo. Antanas Mockus Sveikas, al tempo rettore della Nacional de Bogotà, iniziò la sua carriera politica mostrando le chiappe a una platea contestatrice: “E’ pedagogia. Inutile la violenza, inutili le punizioni, tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”, esordisce. Sono poi seguite geniali stravaganze e un matrimonio su un elefante, fino al naturale sfocio in una corrente filosofica a tutt’oggi in crescita, conosciuta come il “Movimento dei Visionari”.

Il confronto argomentativo è interessante, per di più Mockus parla un lituano perfetto (Mockus…io no) e ancora ne sfoggia il tipico orgoglio: “Si può dire che nella storia ci siano stati solo due tentativi riusciti di Resistenza Civile Passiva, l’India di Gandhi e la Resistenza Anti-Sovietica Lituana”, sentenzia.
La sua parlata calma si arricchisce di una serie di citazioni lontane, gente come Roger Peterson e il suo “Resistence and Rebellion”, Jen Sharp e Thomas Shelling, Shlowsky e i Formalisti Russi, Dovstojewsky e Sastre e un codicillo della Costituzione Italiana. Ogni concetto innesca in lui un circuito formidabile, e di fronte a qualsiasi semplice domanda accende una catena di ragionamento inimmaginabile che attraversa qualsiasi campo della conoscenza umana per concludersi in una risposta altrettanto semplice. Semplice e geniale.

Due volte sindaco di Bogotà, spiega come abbia creato un magistrale esempio di Amministrazione Creativa ancora studiato da tanti politosociologi del mondo: “Insegnavamo senza punire. Se c’era scarsità d’acqua, non tagliavamo le razioni ma apparivamo in televisione in una doccia di 4 minuti per illustrare i possibili risparmi. Tutto si ottiene con Cultura Ciudadana”. Aspirante (per la seconda volta) alla Presidenza della Repubblica, Mockus ha in mente idee alternative per risolvere il problema dei sequestri: “Con 30 ragazzi in questo stesso ufficio stiamo organizzando esempi di un possibile dialogo con i capi guerriglieri. L’idea sarebbe raggiungere i vari Fronti delle FARC nella selva in una marcia che raccolga il pacifismo di Gandhi e la progressiva assimilazione di nuovi membri, lungo il cammino, di Mao”. Tutto senza spoliticizzato, sullo schema dell’esperienza bogotana, dove gli assessori e i consiglieri arrivavano in buona parte dalle cattedre accademiche e non dai partiti. “Abbiamo anche studiato un funerale virtuale, una sorta di “Istruzioni in Caso di Sequestro” che sarebbe interessante adottare per contrastare l’ultimo potere rimasto ai Narcotrafficanti, il sequestro appunto. E’ tempo di spiegare alle moglie e ai figli di un guerrigliero che la speranza di vita in questo paese è di 75 anni, e che accorpandosi in gruppi criminali si consegnano, in media, 30 anni della propria vita”.

Qua l’intervista completa (in spagnolo), qua foto nuove.

Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.

John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.

C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.

Ricordo quelle notti che passavo sotto casa sua, ricordo quella finestra, ricordo uomini armati e vecchie moto sonnolente. Inoltrandomi nei meandri dell’ingegno, cercavo di spingere la mia voglia di lei più in là della finestra della sua stanza, elucubrazioni inutili. Sempre guardavo con tenero timore ai vetri della finestra di una ragazza, figurandomi la membrana sottile e inviolabile delle sue tende come un’iconografia ben definita, metafora di altri segreti che una femmina sa ben custodire.

Nessuno sapeva cosa succedeva là dietro. Schiere di maledetti e di disgraziati, paraventi di un romanticismo in decadenza, si ritrovava sullo stesso marciapiede, nella stessa ora delle stesse notti, a contemplare i movimenti lenti di quella silhouette misteriosa e maledetta. Ogni battito delle sue ciglia si amplificava nel filtro ottico delle tende, e provocava un brivido di unisono nella platea sottostante. Bellezza di vita trasformata in bottiglia e stretta forte tra le mani; qualcuno indovinava il colore della piuma che portava appesa all’orecchio.

Dora ancora una volta, ancora una notte, si scrollava via di dosso quei vestiti che un conservatorismo ancora vivo le incollava alla pelle tutte le mattine. Spogliandosi di fronte alla finestra, si immergeva in un rito magico che la portava direttamente alla comunione con quel dio alternativo che si era creata. Vento o brezza, bestia selvaggia o cucciolo d’anima, principe azzurro o membro virile, si rifugiava nel culto di quell’entità multiforme ogni volta che suo padre e sua madre la chiudevano dietro un muro di insulti e pianti. Non perché avevano scoperto che un uomo si era portato via quel leggero peso che la loro bambina ormai donna sentiva nel ventre e nella mente, ma perché era lei stessa a inseguire, tra fantasie e delirio, quell’overdose di passione che la trasportava d’incanto nel suo paradiso politeista.
E quando finalmente nuda, spegnendo la luce, scostava le tende e liberava nel vuoto l’ultimo triangolo di stoffa che aveva in quel giorno coperto la sua essenza, un disgraziato, o un maledetto, scagliava sul cemento la bellezza di vita trasformata in bottiglia e stringendo tra le dita il dono del suo dio si allontanava nella notte umida, tiepida, infinita.

Contrariamente a quanto il Concilio di Trento potra´affermare, lo sviluppo umano negli ultimi -diciamo- 1000 anni ha seguito un cammino bidirezionale: uno nasceva e moriva tra i precetti accettati (e sviluppati) dalla Chiesa Cattolica, l’altro si sviluppava in umidi scantinati e finiva, a volte, tra le fiamme del rogo.

Nonostante il Cattolicesimo abbia contribuito notevolmente a portar l’umanitá al livello scientificomorale attuale (sta al libero arbitrio personale stabilire la positività o negatività della faccenda), é altrettanto importante riconoscere il mondo occulto e nascosto che sempre ha sviluppato teorie alternative, quel mondo che qualcuno definisce alchemico“. Teorie tra l’altro allargate ai 3 continenti, e a tutte quelle tradizioni millenarie che la Chiesa, ovviamente, non tollerava.

C’é una cosa interessante in tutto ciò: la simbologia alchemica ed i suoi tabú. Prendiamo l’immagine di qualche post piu’ in basso ad esempio: il cervello lavato e rilavato in fiumi d’acqua santa e freakkate alla M. Manson lo collega a qualcosa satanico, no? No. Quella roba, uno tra i tanti simboli alchemici che hanno ispirato altri campi, rappresenta il ciclo vitale con l’uomo al suo interno. Il tetragramma, cosi si chiama, arriva alle allucinazioni di Syd Barret fino ad apparire, tra l’altro, sulle copertine dei Pink Floyd…

Tutto ció perché mi sono intrippato con il lavorone mentalmusicovisuale del mio ospite bogotano, Farid, e con tutto un movimento underground che voi del “Primo mondo” nemmeno vi immaginate.

La “puerta de oro de Colombia” è oggi una lunga striscia di cemento in decadenza incapace di resistere ai graffi dell’oceano. Lì dove si aprivano le porte di lontane americhe ai sognatori e ai disperati di transatlantici provenienti da mezz’Europa, vecchi cani e semplici capanne di legno al tetto di palma si dividono i resti di un mondo che si è spostato verso l’altrove.

Nell’immagine di queste acque sporcate dal Magdalena che muore lì vicino, s’intravede davvero lo specchio d’oro che il sole lascia sull’acqua laggiù dove la Colombia finisce, una striscia lucente a indicare lo splendore locale che qualcuno conobbe, quando l’uomo ancora non sapeva volare. Dispersi e incollati dal sale, lungo le poche centinaia di metri del Muelle di Porto Colombia, sopravvivono le incertezze i timori le speranze dei figli di centomila terre diverse che negli anni arrivarono nel capo nord del mondo a sud, tedeschi francesi italiani russi slavi arabi e cinesi che velocemente fusero in un unico calderone tutti i loro mondi diversi per crearne un ennesimo, in comunione con la pasiòn criolla autoctona.

Il muelle centovent’anni dopo è un vecchio decrepito che si lascia umiliare dalle onde e dal sale. Le discendenze degli avventori di un tempo di tanto in quanto tornano a trovarlo la domenica. Tuffandosi nell’immortale poesia di un angolo di eternità ripercorrono ancora una volta quei mille passi in mezzo al mare, e spesso sognano le stesse utopie che i loro nonni abbandonarono sull’altra riva.

Completamente immerso nel gioco di specchi tra Sinclair e Demian, non mi ero per niente accorto di essere fermo su un autobus da più di un’ora. Dal finestrino lì accanto s’intravedeva l’aura arancioneartificiale di Barranquilla, e Santa Marta era rimasta indietro 4 o 5 ore prima.

Svegliato dall’incanto da due spagnoli e compar Leo, in un attimo abbandonammo il sedile per incamminarci sotto la luna verso la città, in una lunga processione di massa fianco a fianco a figure di autobus, tir e mezzi vari abbandonati sulla carreggiata. I camionisti, intanto (sempre c’è da imparare, dai camionisti) legavano la lora amaca tra il serbatoio e il semiasse posteriore, e nel loro giaciglio godevano dell’imprevisto. Al lato, i colombiani lì residenti (sempre c’è da imparare, dai colombiani) improvvisavano i più svariati commerci, e in mezz’ora era possibile comprare qualsiasi sorta di bene desiderabile. Lume di candela e luna di Caribe erano la cornice naturale del tutto.

D’improvviso, e in tutti i sensi, la luce:  in una sorta di sciamanica messa, urla e fiamme invadevano la strada, non un ritorno allo spiritismo ma una moderna ed improvvisata protesta. Gli abitanti del barrio della “Tasejera“, povero insieme di capanne e polvere nei sobborghi di Barranquilla, protestavano così contro i tagli all’elettricità con cui erano stati puniti da ormai 3 giorni.

Non entrerò nel merito della protesta, semplicemente perchè protesta non fu. Si convertì piuttosto rapidamente, semmai, in un attacco di massa contro la folla errante e contro gli unici Kamikaze presenti (i taxisti) con l’unico e poco nobile scopo del saccheggio, saccheggio a mano armata (di bastone e bottiglie di vetro). Per una volta, non era quel branco di disperati a cercare di avvicinarsi al mondo ma il mondo stesso a fermarsi in mezzo alle loro capanne, e per di più al chiaro di fiamme e luna.

Uscirne non è stato facile. Basterà dire che, in un’amplesso di trasfigurazione e poesia, trovammo alla fine il nostro fiume e il suo Caronte. Per raggiungere l’altra riva del Magdalena, un formidabile taxista ha addobbato il finestrino del suo taxi con un paio di biglietti da 1000 pesos su cui la folla si è fiondata, liberando il cammino. Per ogni storia la sua morale: sempre c’è da imparare, dai taxisti.

Impurità e impunità tirate su dal naso. Sottoforma di unte polveri bianche, particelle maledette di umani timori che entrano in circolo vizioso e continuo. Si materializzano in isterie, in paranoie complesse, nel sudore freddo che graffia e scolora la tua fronte. Reazione elemento soluzione. A trip continuo, continuo ed invertito: soluzione elemento e reazione.

Circolo che si anima per rispondere a un problema, fino a quando il debole cervello umano non formalizza immaginari problemi per soddisfare le esigenze della dipendenza, i richiami di una forza fino ad ora sconosciuta che velocemente s’impadronisce della ragione.
Impurità tirate su con le narici, cancellano i profumi e con i profumi le particolarità che ci differenziano l’uno dall’altro, e mentre rianimano le unghie dei piedi spengono un cervello che si abbandona ad un maledetto black-up, e se accendono la miccia producono internamente la bomba, e se spengono la ragione rigenerano quelle gocce di depressione espulse a getto continuo dai pori della fronte.

Cocaina come sintomo d’insicurezza, cocaina come elemento d’attenzione del paniere sociale, cocaina come variabile costante nelle notti diverse del mondo intero. Del mondo intero: anni fa i colombiani integralisti benedivano la coca perchè uccideva i figli del nemico lontano, vendetta d’esportazione. Oggi giorno la polvere è pane per patetici, chi condanna Colombia non è mai uscito di casa al sabato sera in Italia. Cocaina come falsa amica che, nella totalità dell’espressione, ti prende davvero per il naso. Per restare poi rinchiusa in quelle stanze della mente rassegnate alle tresche sporche nei giorni di pioggia nera.

© by Baltic Man