Archive for the “Storie” Category

Anni e anni di retorica e di lagne sfumano in un solo minuto. Ne avete riempito le sale d’attesa ai dottori, in ogni lingua l’avete menata alle file dei supermercati: questa valanga a cielo aperto sommerge anche voi. Oggi si, rinchiusi e incolonnati in un’autostrada, preoccupati davanti a una finestra per il tetto strapieno di neve, bagnati marci a spalare un verosimile buco nell’acqua, godetevela tutta la vostra bella stagione di una volta.

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Se ne tornò un giorno a casa sposato.

Il foglio di carta in mano, la catena di spine in testa. Ma niente fede nuziale al dito, nessuna cravatta appesa al collo, assenza di profumi sulla sua pelle. E nemmeno una sposa tra le braccia, a dirla tutta.

Si era sposato quel pomeriggio alle sei, nel limite invisibile tra l’inizio e la fine, perchè a quell’ora nelle strade esplodeva l’onda tiepida del brivido notturno, e al momento del sì senza un motivo preciso ripensò a quei tempi freddi nelle pianure prussiane, a quando alla stessa ora si celebrava la morte del giorno tra l’intima sicurezza di quattro mura. Quindici minuti dopo erano entrambi ubriachi, nel patio del municipio, a chiedere il fuoco a un testimone per accendersi in bocca l’incenso nuziale.

Poi, fedeli a una tradizione strettamente interpersonale a loro, salirono su un taxi per festeggiare in un motel della periferia una prima notte anticipata all’ora dell’aperitivo.

Il contratto reale in quel matrimonio era però indubbiamente occulto. Quel plico di stronzate snocciolate in faccia allo sguardo scettico del burocrata racchiudevano in sè un potenziale emozionale infinitamente maggiore dell’ipocrisia vitalizia nella quale si avvolgevano. Con quel matrimonio, in realtà, componevano un segreto a quattro mani vivo e definito solamente tra di loro, inestricabile al mondo di fuori. Un silenzio totale avrebbe per sempre accarezzato il loro scrigno, uno strato di metallo pesante che si sarebbe abbattuta sulla verità del loro esistere in osmosi.

Finchè morte non li separò.

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Toccata e fuga in un Paese in guerra. Anche se nelle strade la musica abbraccia il profumo di vita di un popolo intero, è nelle puttane della Jimenez o nei barboni di ogni angolo la realtà della faccenda. Sfumano nei bambini-ambulanti e nel 75% di vecchi senza pensione le avanguardie dell’arte e l’ultimo Juan Valdez aperto a Los Angeles. Il sentimento di pace interiore risorge solamente tra le palme di Santo Caribe, sulle carezze che il vento dell’alba lascia sulle tue labbra fameliche.

Tutt’intorno la gente balla, le fotosequenze si ripetono, una mamma andina si carica il figlio sulla schiena come un fagotto, come un sacco di mais lo trascina nel suo vagare. Fottendosene del professionista luminare che le marcia accanto, direzione Miami e un’aula di chissà quale ateneo. Quando è già buio un negro del Pacifico ti ferma, ti mormora qualcosa nel suo slang e ti invita a ballare, e la ritmica è un ipnosi totale che riporta a centoquindici vite passate, quando gli uomini si muovevano dipingendo ellittici tratti perchè le gambe si chiamavano elastici. Una televisisone parla dei casini nel Putumayo, in quel quadratino d’inferno separatosi dal Paradiso dell’Amazzonia. Dove un giorno apparve la coca, e si trascinò dietro come una maledizione biblica i narcos, i paramilitari, la violenza, i sequestri, le improvvise sparizioni. E scomparve lo Stato, lasciando su un palo un pezzo di stoffa. “Le Piramidi” sono le ultime piaghe di questa gente. Un’assurdità reale, un sistema così inverosimile trasformato in realtà dal nonsense del Tropico. Se certa gente su poltrone vellutate ha moltiplicato i pani e i pesci in poco tempo perchè non potrei riuscirci anch’io, questa la matematica del meccanismo.

Perditi con me nei sentieri di Sierra Nevada e raccontami la tua terra. Parlami di tuo trisavolo e di Simon Bolivar, di una vecchia strega e del suo iguana, di quello che mangi e dell’aria che respiri. Raccontami tutte le tue favole indigene e mettici dentro il secolo ventuno, un aereo, il futuro. Tu sei Colombia, indecifrabile e magica.

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AEROPORTO.
“…il motivo della sua visita in Colombia?”
“in che senso, scusi?”
“dico: studio, lavoro, turismo…che ci metto?”
“ah. Non so. Ci metta: non so”.

SUPERFICIALITA’
“gli europei sono superficiali”.
“ció può essere vero, signora”.
“ma non tu. Tu ti fai 50 ore di viaggio per vedere la tua ragazza”.
“bè, si, è vero”.
“vedi? Tu non lo sei”.
“beh, in veritá sono qua per fare l’attore in un cortometraggio”.
“còmo asì?? Allora sei superficiale anche tu!”
“…ma la regista del corto è la mia ragazza”.
“vedi? Lo sapevo che eri una buona persona”.

TRA PALCO E REALTA’
“Andrès, ti sei reso conto che il tipo che ci ospiterà sul set a Santa Marta è il padrone del villaggio intero?”
“veramente?”
“e che accetta il ruolo di camionista a patto che giriamo le scene dell’arresto con poliziotti finti?”
“ha detto cosi?”
“e che ha detto che il revolver dobbiamo trovarlo noi perchè il suo è sotto sequestro giudiziario?”
“sotto sequestro giudiziario?”
“e che accetta di ospitarci tutti e 15 nella sua hacienda a patto che non ci siano tra noi teste calde con ferri e piombo?”
“merda”.

MESSICO E NUVOLE
“…perdersi, riperdersi, e ritrovarsi”
“perso a guardare un cielo blu”
“non è blu. è cielo”.

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Mi chiamo Karenin, o perlomeno si chiama così quella parte di me che esiste da questo lato del mondo. Sì, perché io ho due vite, sono due persone diverse, sono un doppio del me stesso originale che ha smesso di essere unico quando ha iniziato ad esser sé stesso, in versione originale.
Ho due vite e ho due cappotti, da indossare a seconda delle stagioni. E proprio come si può sfuggire agli inverni troppo lunghi, con un aereo per Honolulu, io posso sfuggire alla mia vita troppo fredda volando di là dal muro. Perché proprio l’aereo è la mia chiave, la stanza segreta nascosta dietro un armadio dell’FBI dove mi spoglio di tutto e mi reincarno nell’altro me stesso. Carl Kent sale sull’aereo e Superman ne scende, anche se la faccia è sempre uguale a quella stampata sul passaporto, quando avevo i capelli lunghi, ed ero solo Karenin, Karenin per tutti.
Ho due vite e non si toccheranno mai fra loro. Un aereo sarà sempre la barriera impenetrabile sospesa tra i due mondi a dividerli, ad evitare la collisione di cose e di persone nella camera iperbarica del mio cervello. Da un lato retaggi di tradizioni millenari si fondono nell’immagine del Karenin proiettata al mondo, dall’altro un’esplosione di fantasia plasma un filtro di colori con cui guardare il mondo. Io, ogni tanto, mi diverto a raccontare ai compagni di viaggio di uno dei due lati i profumi i sapori e le scale di valori che regolano la vita nell’altra vita, come quel bambino che cercava di descrivere a un cieco la mela e quello gli chiedeva “spiegami com’è il rosso e com’è il giallo”.

Io ho due vite, e non so più qual’è l’originale.

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Carezzevole esplosione di caldo sulla pelle gelata. Così me ne stavo, inebriato e in piedi sotto la doccia a tracciare un confine tra l’insensato nulla di un altro giorno lasciato alle spalle e l’insensato tutto della notte che stava per iniziare. Metaforicamente in quel bagno andava in onda uno di quei tramonti multicolor che lasciano aperta la speranza, dopo una giornata di pioggia e nebbia. L’acqua mi abbracciava e in quel momento era tutto quel che volevo.

Al di là del muro, percezioni di festa. Electricdance francese accendeva l’ambiente, dopo una mezz’ora di lounge incapace di reggere il passo dell’alcol protagonista in sala. C’era anche qualche irlandese, imbottito d’acido, a vaneggiare un contatto con chissà quale divinità. C’erano dieci ragazze forse cento ma soprattutto una, la mia, che automaticamente serrava ogni possibilità di concludere la festa tra un paio di coscie inedite.

Improvvisa ondata di luce, invasione di voci sintetiche, la porta si aprì. E subito dopo si richiuse riportando l’ovattata situazione acustica al livello rilassante di prima, anche se qualcosa in effetti era cambiato. C’era adesso nel bagno una ragazza, qualcosa di più che “una ragazza”, una presenza tanto divina quanto inattesa rompeva inesorabilmente la tacita unione tra l’acqua e la mia pelle. Per la prima volta nella mia vita mi sentìi nudo.

“Ho sempre apprezzato questo appartamento. Fate di quelle feste notevoli, addirittura la polizia ogni tanto non resiste alla tentazione di fare un salto, non è vero?”
Acqua.
“E tu chi saresti, scusa?”
“Abito qui sopra, da mesi e mesi e mesi ormai, ma voi non mi avete mai vista. Quando esco di casa dormite sempre, e quando torno non sapreste riconoscere un tavolino da vostra nonna.”
Acqua calda.
Lei solleva la gonna e si siede sulla tazza.
“Non volevamo disturbare.”
“Certo che no, semplicemente non ve ne frega un cazzo. E comunque non disturbate. Non me perlomeno. Mi sembra però maleducato non invitare proprio mai.”
Acqua bollente, pioggia acida su terreno fertile.
“E chi ti ha mai vista, a te?”
“La tua ragazza, per esempio. E non è sembrata interessata a quella buona relazione tra vicini dove uno va in casa d’altro a bagnare i fiori”.
Io sono un fiore. Lei mi sta bagnando.
“…e comunque tra una settimana parto, vado a vivere a berlino”.
“e che ci vai a fare, a berlino?”
si alza, si avvicina.
bussano alla porta.
“berlino mi ha parlato l’altra notte in una fotografia. berlino è il centro del mondo, oggi. e domani non lo sarà più. e io devo andarci”
l’acqua è diventata dita, e le sue dita hanno lasciato la consistenza del fisico per il liquido. o il gassoso. o l’allucinazione. respiro vapore, respiro lei.
“il centro del mondo…è sempre un qualcosa di troppo piccolo per viverlo comodamente”
“sarà. tipo un neurone, o lo spazio di un’idea. o un’espressione, una chimera”
grida dal mondo di fuori. sto sprofondando verso gli abissi dell’oceano e da laggiù evaporo. inconsistente umidità. calda umida perdizione
“o una vasca da bagno. per me il centro del mondo è una vasca da bagno”
“oggi. domani non lo sarà più”.

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Quarantanove rose, rosse, come sempre. Tornavo a casa alla sera e Santiago era lì, appoggiato al muretto, mentre la tipa del chiosco dei fiori lentamente sforbiciava e componeva l’assurdo mazzo. Santiago era lì ogni sera, da diversi giorni e forse settimane ormai, da quando la venezuelana del Pub Bering si era trasferita nell’appartamento di quella pittrice tedesca. Uomo d’altri tempi, Santiago, che riversava tutto il suo dolore per l’amata perduta su quei quarantanove – perchè fossero quarantanove e non venticinque o cinquantuno nessuno poi lo sapeva – vegetali strappati quotidianamente alla natura per venir abbandonati su un marciapiede di cemento, e da lì, nel bidone d’immondizia dietro il Pub Bering. Un giorno apparvero anche su una tela, ricoprivano l’astrattismo di una venezuelana nuda, era un’opera inconclusa in casa della pittrice tedesca, e una delle quarantanove rose era nera.

Ma è stato uscendo di casa, questa mattina, che ho rivisto Santiago. Fuori luogo e fuori orario. Era nell’appartamento di fronte a casa mia, e portava lì dentro le sue robe. Solo dopo un po’ mi sono accorto che con lui c’era anche la tipa del chiosco, la fiorista.

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Vento ed eco. Profondo eco, profondo vento. Suonano le campane dell’immaginazione, richiamano a lontani e sbiaditi doveri. La coscienza arriva là dove il corazòn si ferma. Nel gioco di luce degli occhi, sullo schermo di un computer, nei graffiti sui muri si posano le immagini, i riflessi e le scritte di un mondo che, inesorabile, sta per scomparire. Nella stanza a fianco dorme Alessandro, il compagno di viaggio, l’amico e il fratello di sangue che è venuto a prendermi per portarmi via da questo mondo di cartaveliina.

Io non so cosa dire. Non so cosa scrivere. Non voglio dire niente e tutto ho già scritto. Su un pavimento, sulla tua pelle mulatta, su un foglio di carta che poi ho bruciato nell’orgoglio e nell’intimità. Sbiadito sul pavimento, tra formiche e avanzi di vita, rimangono i 100 sonetti d’amore di pablo neruda. Nient’altro da dire, nient’altro da scrivere, tutto si bagnerà nelle lacrime dell’ultima notte di solitudine a quattro mani.

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