Archive for the “Università” Category

In questo articolo un noto profesor de italiano del Tropico riflette sull’aiuto gesuita tributato ai bisognosi.

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Insegnare l’italiano, questo è il mio mestiere attuale. Una faccenda apparentemente facile, se non fosse che… mai provato a rivedere qualche regola grammaticale? E’ una roba interessante, perchè son tutte cose che ti spiegarono quando avevi sei o otto o undici anni, o forse mai perchè certe cose si imparano solo parlando, e così risulta difficile nell’epoca “adulta” definire quando si usa l’ausiliare Essere e quando Avere, per costruire il passato. Insegnare l’italiano ed accendere il facebook rendendosi conto che l’italiano, ebbene no, non esiste più. E comunque provarci, perchè una nuova lingua è un altro pezzo di personalità, e se trenta disgraziati impareranno davvero l’italiano in qualche modo mi sentirò una persona utile a questo mondo. Insegnare l’italiano attraverso canzoni che sono diventate sinonimo di bellezza, e con un solo colpo di spugna annullare il proselitismo barato di usurpatori della poetica come i vari laurapausini o tizianoferro o eros o nek, che sopravvivono soprattutto grazie all’America Latina. Ma soprattutto, insegnare italiano per chiedere “perchè, perchè studiate questa lingua così terribilmente fuori moda e romantica?”, e rendersi conto ancora una volta, tra le varie fantasiose interpretazioni, che “l’italiano è la lingua del buon gusto, della musica, della poesia, della cucina, e l’inglese ha rotto i coglioni”.

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Caro Sig. Baltic Man,

Mi scuso per il ritardo con cui le rispondo, ma una serie di impegni di
famiglia (non previsti) e di lavoro (previsti), cui si è aggiunto anche il
cambio di computer all’università, con scontate conseguenze sul ricevimento
delle email (ovviamente anch’esse non previste, e pare che i guai ancora
non siano finiti), mi ha costretto a procrastinare i miei obblighi nei
confronti di tutti i corrispondenti, sicché solo adesso riesco lentamente a
emergere. Per il suo caso specifico (ovvero l’anticipazione di una parte
della trafila burocratica, come lei mi chiede) non posso fare nulla, perché
contrariamente agli studenti Erasmus per i quali è prevedibile, e quindi in
un certo senso in qualche modo anticipabile l’iter che dovranno percorrere,
per quelli del CINDA invece, per quanto ne ho capito (finora le richieste
sono state poche), ogni curriculum è un caso a sè stante, e soggiace a dei
criteri valutativi che vengono espressi da una commissione rettorale della
quale almeno finora non fanno parte i delegati alle relazioni
internazionali delle singole facoltà. In pratica noi riceviamo gli
incartamenti a cose fatte e spesso nemmeno quelli, in quanto per la sua
particolare tipologia lo studente CINDA (o per lo meno quello che si
iscrive a Genova) si rapporta direttamente con gli uffici centrali per
quasi tutto. Noi invece gli forniamo il supporto informativo per quanto
riguarda esami, lezioni e via dicendo assieme al relativo “iter”. Spero di
essere stato abbastanza chiaro, ma se ci fossero altre questioni continui a
scrivermi: le prometto che, contingenze dela vita e di lavoro permettenti,
sarò più sollecito nel risponderle. Cordiali saluti.

(risposta odierna a una mail che inviai nel gennaio 2008).

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Tesi.
Mentre una tazzina di caffè gialla con un caffè e le labbra da donna mi guarda.
Mentre il mondo lentamente affoga sotto un autunno bulimico.
E ogni pagina clamorosamente inutile dormiente sul mondo del web è una salvezza.
A cercare di iniziare a trovare un pensiero da scrivere.
Millecinquecento cose utili da fare e io qua davanti al nemico.
Millecinquecento cose inutili da fare e io qua davanti al nemico.
Millequattrocentonovantanove possibili vie di fuga costituiscono mordace tentazione.

Tesi è scrivere quantitativi di cose inutili su fogli che nessuno leggerà mai.
Anche blog è scrivere quantitativi di cose inutili che nessuno leggerà mai, ma perlomeno non si spreca la carta.

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milhouse.jpgUna grande nuvola nera segnala l’incombere di queste presenze costanti. Le folle si ammutoliscono, e i piú saggi si allontanano. C’é chi sostiene che anche gli uccelli smettano di cantare.

Nei giorni piú freddi di Laisvés Aleja come nel forno a cielo aperto di un mezzogiorno caraibico, Darius – e David – vagano nell’aere con lo stesso costante obiettivo. Una volta individuato, non c’é via di fuga: essi si avvicinano con passo deciso, una luce accende il loro sguardo, piú in lá dell’inestricabilitá della loro complessa vuotaggine cronica e cranica. E’ il preludio. Quello che segue sono le stesse domande di ieri, in attesa delle medesime risposte dell’altro ieri. Dialoghi vuoti, dialoghi costanti, dialoghi pesanti cosí pieni di niente che irritano all’inverosimile. Mi immagino cosí le zecche dei cani. Con la faccia di Darius, o di David.

Certe volte, sorprentemente, Darius – o David – si spingono piú in lá del prevedibile:
Darius (o David): “…e senti un po’, non hai un account facebook o skype o msn?”
Baltic Man: “…no, non conosco queste diavolerie.”
Darius (o David): “come no! Ci permetterebbero di essere amici anche via internet”
Baltic Man: “io non sono tuo amico”.
Darius (o David), accusando la botta dietro l’occhiale ma rialzandosi come il miglior Tyson: “allora dammi il tuo numero di telefono”
Baltic Man: “Perché? Non voglio essere tuo amico”
Darius (o David): “no, cosi, magari possiamo vederci anche di sera, andare al cinema, o ti faccio conoscere tutti i miei amici, sono simpatici sai, e si chiamano tutti Darius, o David”
Baltic Man, sudando ghiaccio: “ah. certo. 301…”
Darius (o David): “Ma questo é il numero dell’altro italiano, ce l’ho giá”
Baltic Man: “Ti sbagli, é il mio. Chiamami pure, questa notte, verso le 3″. E fugge.
Darius (o David), affannato, ricordando l’immagine di una sposa incinta al decimo mese che saluta l’amato sul treno che lo porta alla guerra: “…a stasera, amico mio”

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pechichona.jpgPer uno strano scherzo del destino, nel mio errante cammino ho incontrato pochi professori geniali e un esercito di ciarlatani, paraprofessionisti messi là dietro una cattedra a insegnare il loro nulla. Non è dei secondi che val la pena parlare, ma delle poche e valide eccezioni: gente che ha sempre lasciato il formalismo fuori dalla porta, che senza remore ti chiama Coglione quando sopravvivacchi in un’università che paghi – eccome, se la paghi -, professori che ti trattano come figli ma come i figli si trattavano una volta, a bastone e carota si suol dire.

Ebbene, una di queste falle nel sistema è apparsa nella Uninorte. Professoressa, psicologa, marketinwoman, madre di un figlio che studia in Vietnam e di un altro che suona il sax contralto con Baltic Man in mezzo a un ufficio, la Nostra ha creato un’impresa senza particolari scopi di lucro se non quello di investigare giornalisticapsicologicamarketsocialmente nella disastrata Barranquilla. Un’impresa dove il personale è under30, e quando si festeggia un compleanno l’ufficio si blocca e appaiono pappagalli. Un’impresa dove, manco a dirlo, da un po’ di tempo passo i pomeriggi, e guarda lì che ti scopro che in Colombia, ebbene si, si può lavorare. E che lavorare, ebbene si, può essere un gioco.

Protagonista della storia è comunque una sedia. Una sedia, lo giuro, una sedia a dondolo. “La pechichona“, cosi si chiama, suole rievocare i bei tempi andati, quando a ritmo blando le nonne e le mamme lentamente ci trascinavano giù (o su) nel mondo (soprattutto in Colombia, dove quest’oggetto conserva il suo aplomb) richiama alla saggezza popolare: lì si siedono governanti, artisti, faccendieri, gente che viaggia in moto dall’Alaska alla Patagonia, futuri santi, poeti e navigatori. Un progeto di “marketing culturale”, nato dalla fantasia della Profesora di cui sopra e rapidamente diffusosi nel Barranquillese. Geniale. Assolutamente geniale.

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Giusto di fronte all’Universidad si nasconde “El Tunel“, uno di quei tipici ristoranti per buone forchette che in Italia si chiamano “Trattoria da Marisa” e sfamano con ottime economie qualità/prezzo camionisti lavoratori e studenti. All’ombra di alberi sconosciuti, c’è sempre il “piatto del giorno” da cui non si esula accompagnato da zuppe e sciroppi strani, mentre galline e anatre ignare del loro destino zampettano allegramente sotto i tavoli. Bambini in mutande e piedi nudi allegramente si inseguono e ondeggiano sulle 5 amache.photo-0196.jpg

Giusto di fronte all’università si diceva, e nell’università nessuno conosce “El Tunel”. Questa schiera d’incamiciati da quattro o cinque anni spreca la sua quotidianità alla stessa fermata dell’autobus e non si è mai accorta del piccolo paradiso gastronomico che si nasconde al di là del sottopassaggio. E tutto ciò perchè semplicemente non se n’è mai voluta accorgere, secondo lo stesso principio che regola e legittima le spaventose diseguaglianze sociali che da sempre stravolgono nel silenzio l’America Latina.

Le regole sociali della Colombia si basano su una grottesca divisione in “extractos“. Barranquilla va dall’1 al 6, curiosamente in ordine Sud-Nord, e le tasse e i servizi variano a seconda dell’area urbana di suddivisione. Non è uno scherzo, ma la classe di appartenenza appare anche su qualche scartoffia personale: nomi, cognomi, gruppo sanguigno e soldi in tasca.

C’è una scintilla di folle ipocrisia nel meccanismo intrinseco. C’è lo sforzo di alzarsi al mattino, raggiungere aule e laboratori dove sollevati dalla forte aria condizionata tutti insieme noi si ciarlerà, come ieri e come domani, di tutte quelle belle cose che accadono o accaddero o accadranno chissà dove nel mondo, per uscire col sorriso sereno alla sera e pagare con gli interessi la botta. Non è il muro di calda caraibica umida atmosfera che picchia, è lo sguardo scorrevole del ciò che circonda la materna placenta del campus universitario. Questa città di un milione e mezzo di abitanti, come altri milioni e mezzo di città, non è altro che un palcoscenico senza teatro nè pubblico o muri, un non-luogo dove gli attori – troppi attori – mettono in scena la loro quotidianità fatta di nulla, niente è negativo perchè niente è positivo, semplicemente lo scopo è tirare avanti con i 4 dvd pirata quotidiani per ricominciare la sfida un altro giorno. Niente discussioni politiche, nessuna rilettura di Goethe, o illusori progetti fantascientifici su come ridurre l’attrito delle ali nell’aria: là fuori manca il pane e l’acqua è sporca, ma più che tutto manca quella componente di sogni che alimentano ogni giorno la luce in fondo al Tunnel.

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Diremo quindi due parole sopra questa università colombiana. Proprio sopra questa: la regola anti-generalizzatrice vale ora più che mai, in un Paese dove il sistema accademico è molto più “liberale” che in Italia, e le autonomie degli atenei producono un quantitativo sorprendente di universitarucole sparse per il feudo di Barranquilla.

La Universidad del Norte è effettivamente la più prestigiosa, se è vero come è vero che la tassa di accesso si basa intorno ai 2000 dollari per semestre, con il conseguente risultato di produrre un ambiente assolutamente irreale, una cittadella perfetta che vive di vita autonoma proprio lì, ai margini della città. In questo megacampus da cui proprio adesso scrivo stravaccato su un tavolino mentre un malefico marchingegno innaffiatore spara acqua sul mio computer, l’avventore può incontrare sul suo cammino: una palestra, un’agenzia di viaggi, un paio di negozi a tariffa-autogrill, innumerevoli ristoranti, un campo da tennis, uno da calcio, uno da basket, verdi giardini tropicali, numerosi gatti, confortevoli divani su cui guardare film a testa in su, infinite moderne tecnologie. Non si possono trovare, va detto, birra e sigarette, e la cosa produce un immediato sviluppo del piccolo commercio al dettaglio, pratica molto apprezzata dai colombiani, dove gli studenti si improvvisano rivenditori di caramelle/sigarette/ognicosa con simpatici teatrini come il seguente:

Leo: “Scusa, hai una sigaretta?”
Tipo: “Certo, tieni”.
Leo: “Grazie, fratello”. Pacca sulla spalla.
Tipo (guardandolo fisso): ……
Leo: (guardandolo fisso): —-
Tipo: “…son 300 pesos”
Leo: “…comunque, se racconto in Italia che in Colombia spacciano sigarette e caramelle non mi credono”.

Tralasceremo l’analisi sul punto di vista strettamente accademico (dopotutto non riesco a immaginarti interessato ad un intercambio a Barranquilla), basterà ricordare come, ancora una volta, lo studente medio italiano rimarrà spaesato nel ritrovarsi di fronte a una classe di professori mediamente sotto i 60 anni, docenti che nella vita fanno i docenti (pensa un pò) e non 4 o 5 altri lavori per loro più importanti.

Quello che effettivamente sorprende, alla fine, è l’età media dei compagni di corso: non so, pare che qua a 15 o 16 anni si possa andare all’università. 15 o 16 anni. Perbacco. Ma, soprattutto, l’orario delle lezioni: nella più totale sorpresa iniziale, apprendo che dovrei avere un paio di lezioni alle 6.30 del mattino. E’ bastato comunque aggrapparsi all’italica arte di risolvere con ogni mezzo le situazioni apparentemente sfavorevoli, in aggiunta ad un pietoso discorso sulle differenze culturali che effettivamente proibiscono ad un europeo di svegliarsi così presto per andare a lezione, per ottenere un radicale cambio di orario.

Adesso le lezioni del Baltic Man iniziano alle 12.30.

p.s.: le due foto lassù in alto rappresentano, rispettivamente, uno scorcio del campus e un professore palesemente uguale a Saddham Hussein.

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