Archive for the ‘Viaggi’ Category

Plutôt, la vie


16 Mar

Senza titolo

Le strade proseguono lungo cammini che non appartengono
linee che non portano
crepe che non spaccano
errori che non segnano.

“Si tratta di un giro non si tratta di un viaggio”, dice l’esperto lungo la rotta.
Dice il soldato nella grotta: “chi ha un’alba da perdere non ha nulla da rischiare”.

Si accumulano le memorie dei giorni vagabondi
parole interviste pranzi visioni
tremende visioni
l’orecchio che vede, l’occhio che ascolta
le vite degli altri rimaste a metà.

Si accumulano sulla carta, sullo schermo, sull’asfalto
e scorrono e pesano e graffiano e sporcano
e rimangono nel fuoco, e fuggono nell’aria
le vite degli altri rimaste a metà.

[Foto di Marco Lo Baido]

Embrice


22 Dec

Embrice

Piove.
Piove sempre in questo viaggio.
Piove da quando siamo partiti.
Arriveremo anche dove pioverà.

Cumbre de la Veleta


13 Jun

Crash

Durante la notte aveva osservato le montagne e le aveva ritrovate cariche di una luce mai vista.
Come se il sole cercasse da lontano un magnete, un polo a terra per appoggiare materiale radioattivo nella solitudine dello spazio.
Pensò al suono tremendo che dovette sconvolgere il mondo nel momento in cui l’Europa e l’Africa si erano scontrate, milioni di anni prima.
“Le ragazze hanno sempre i piedi freddi. E anche le mani. E anche il naso”, disse lo straniero che viaggiava con lui.
“E quando si svegliano nel pomeriggio cercano sempre qualcosa da mangiare. Mandorle secche. Arachidi. A loro non basta un bicchiere di vino per calmare la fame”.

Risalivano una vena rocciosa che si portava addosso quel suono primordiale. Faglie sovrapposte. La deriva dei continenti.
Incontrò pascoli avvolti di nebbia e si disse che due ore più tardi tutto sarebbe stato diverso.
Incontrò una vacca al pascolo nella neve e trovò curioso il suo modo di farsi strada tra l’erba gelata e fiori appassiti.
In generale, continuò a camminare, fermandosi soltanto quando aveva sete, dedicato a una lunga marcia nel vuoto che avrebbe convinto chiunque dell’esistenza di una meta.
Quando finalmente si fermarono il suo compagno di viaggio parlò di nuovo e disse: “da qui,
da qui si intravede un altro continente”.

Ice. Eyes. [Lies].


24 May

Crash

Scendeva lentamente aggrappato al braccio di una ragazza
con la giacca gialla i pantaloni blu
scendeva lentamente, un passo dietro l’altro:
“izquierda, derecha”
“izquierda, derecha”,
diceva la ragazza.

e lui a passo incerto e disperato
nella distesa bianca
“la luz se fue, se me fué la luz”,
ripeteva
e la ragazza che gli diceva no te preocupes, pronto volverá
solo son los rayos del sol,
el sol y este desierto de nieve
uno spazio troppo vasto per contenere
tutti i suoi riflessi.

Le onde ultraviolette arrivano con un’inclinazione diversa a 3200 metri
ora lo sa l’uomo solo su un ghiacciaio
ora lo sa una ragazza sconosciuta, che gli tiene il fianco
e ora lo sa chi cammina là in basso
e si ferma
e osserva.

Buscando a la ciudad de oro


05 Apr

BuscandoCiudadDeOro

La strada è più sincera della casa, resiste anche quando le pareti crollano.
La strada d’asfalto di terra di fango di pietre di neve
La strada di neve che è una striscia insidiosa e porta dove deve.

E Nomos – disse -
In greco nomos vuol dire pascolo.
Nomade è chi si sposta da un pascolo all’altro.
Pastore è pleonastico”

La strada che scende dalla montagna e verso la montagna risale
La strada degli ulivi la strada verso il mare
La strada dei viandanti in viaggio per davvero
Quando smetti di pensare la strada è già sentiero.

A Djang – aggiunse - 
A Djang ci sono due alberghi: l’Hotel Windsor e,
di fronte,
l’Hotel Anti-Windsor.

Camminare per capire camminare per andare camminare per scappare
Camminare per trovare tutto finché tutto scompare
Camminare come un luogo per trovare parole
Camminare per camminare, la logica delle suole.

[Foto di Simone Rossi].

Pomeriggio australe


21 Mar

Una niña en la mochilla

Luci di un marzo d’autunno, riflessi di un tempo australe.
Ho un certo fardello sulle spalle. Una bambina che si chiama come la primavera, quattro o cinque anni di età, capelli biondi e sguardo accattivante. Quando avrà ventiquattro anni, capelli biondi e sguardo accattivante, sarà una ballerina di opera. O una cassiera di farmacia. O una ragazza madre, come sua madre, ma questa è un’altra storia.

La gente mi guarda, mi scruta. Non sono i pantaloni a brandelli, non sono gli oggetti disegnati nella testa gialla della mia t-shirt nera (un  cacciavite, un binocolo, un martello, una bottiglietta di cianuro, un gelato, un paracadute, uno stetoscopio. Un annaffiatoio un paio di forbici una macchina fotografica). La gente mi scruta perché cerca di capire a chi somiglia quella bambina che sta cantando sulle mie spalle, a me o alla giovane negrita di fianco a me, che a sua volta ci raggiunge con un bambino più grande accanto? Lei sembra giovane, troppo giovane per essere la madre del bambino, eppure lui le somiglia. Ma la bimba somiglia a me. E io non assomiglio per niente, per niente, alla negrita che mi accompagna e si avvicina e si allontana per cercare la farina di grano 000. Si allontana. Con il bambino al seguito. E io rimango di fronte al macellaio con la bambina sulle spalle, quella bambina che vuole le patatine al formaggio e parla e parla e canta, e una signora dalla faccia simpatica mi osserva mi scruta mi squadra la osserva la scruta la squadra mi guarda le mani le guarda le mani e si dice che effettivamente potrebbe essere mia figlia ma anche no, dopotutto.

-Un chilo di picada comune, grazie.

I macellai sono anche psicologi e sono uomini comuni in ogni angolo del mondo, come se fossero al servizio di una missione, come se la carne sia una scusa.
Il macellaio parla e parla di un documentario sui complotti del mondo mentre la signora accanto mi guarda, e il suo tormento non si risolve: la mia negrita torna con il bambino e con un pacchetto di farina ed è vero che visti da una certa distanza potrebbero essere madre e figlio, ma lui è troppo grande, lui è troppo grande e lei è troppo giovane. Ma chissà.
La bambina invece potrebbe essere figlia mia, condividiamo colori e argomenti, la bambina si tappa la bocca con le due manine sopra la mia testa quando le dico che non ci saranno patatine al formaggio se si continueranno a nominare patatine al formaggio.

Il macellaio continua a tagliare continua a parlare.

-Io mi ricordo. Quando ero bambino, alla televisione ci mostravano film con diavolerie elettroniche per comunicare a distanza. Poi, hanno iniziato con le porte che si aprono quando riconoscono l’occhio del padrone di casa. Solo fantascienza, si diceva. Eppure è provato che Hollywood anticipa di quindici anni la realtà. Oggi iniziano con gli auricolari nelle orecchie e tra vent’anni avremo protesi elettriche nelle nostre carni. Ho messo un chilo e venticinque, lascio o tolgo?

La signora osserva i peli delle mie braccia, biondi come i capelli della bambina sulle mie spalle. Io stesso quando avevo cinque anni avevo i capelli biondi come la bambina sulle mie spalle, vorrei dirglielo per complicarle i calcoli di compatibilità genetica.

-Undici pesos, compañero.

Cerco nelle tasche banconote stropicciate e monete varie, mentre la mia negrita tiene d’occhio il bambino di sette anni che sistema la carne nel carrello. Buenos Aires là fuori è storia di periferia e di epoche lontane, è Italia anni ’80 a Fiat Duna e Fernet Branca. Il macellaio pulisce i coltelli per servire la signora e si prepara a una nuova conversazione. I macellai, i macellai non hanno clienti ma discepoli, cedono carne mista a saggezza. Una mano insanguinata tende verso di me a mo’ di saluto e sulla mia testa lancia un cenno alla bambina ormai silenziosa.

-…beati loro, dopotutto. Che se la godano il più possibile. A proposito, sono figli tuoi?

Benzina.


09 Dec

Santa Fé de Bogotà

“Cosa si potrebbe fare per sbatterli fuori”, chiese l’infermiera.
Erano lì con un microfono in mano, un proiettore appeso sul soffitto a lanciare sulla parete pattern di youtube. Stavano cantando da tre ore almeno, karaoke e sottotitoli e parole in inglese in spagnolo che si facevano largo tra i capelli di tutti.
Il ragazzo non sapeva cosa rispondere.
Poi disse: “benzina”. “Ci vorrebbe benzina”, ma non intendeva niente di preciso.
La ragazza che l’aveva portato lì stava ballando con un altro.
A un certo punto lei se l’era portato in bagno, quell’altro, e nel tragitto dalla sala alla porta del cesso aveva urtato una sedia mandando in frantumi un bicchiere.
Il ragazzo sospirò e si disse: “neanche questa volta avrò rimpianti”, poi si recò in zona cucina a cercare un pezzo di carne freddo in una ciotola arancione e unta.

La padrona di casa arrivò a lavare un biberon vuoto.
“Hai un bebé”, le chiese il ragazzo.
Lei sorrise e disse di sì.
Poi accese un aggeggio sullo schermo dove si vedeva una silhouette semplice e tondeggiante su sfondo nero.
“Ha un anno e mezzo”, disse la ragazza guardando lo schermo.
Tra i pixel si vedeva il bambino che dormiva tranquillo.
Il ragazzo le chiese se fosse preoccupata per la musica. La ragazza sospirò e non disse niente, poi fece un cenno verso l’alto e disse: “il bebé è abituato a stare con la musica. Si sveglierà solo quando sarà finita. Piuttosto, sono preoccupata per i vicini. Loro si lamenteranno”.

La ragazza era argentina.
Viveva in quel paese da dodici anni.
Lavava via il latte dal biberon e parlava del suo lavoro di infermiera.
“Ho dovuto incanalare il mio eccesso di altruismo”, diceva. “Il mostro incontrollabile che ognuno di noi si porta dentro. Ognuno in forma diversa”.
Il ragazzo ascoltava e non diceva.
Strappava pezzi di carne in silenzio, le dita unte e unte anche le labbra.
“E’ un eccesso di altruismo, che in fondo è un egoismo. E’ un egoismo nei miei confronti, qualcosa che non c’entra niente con gli altri”.
Il ragazzo ripensò a quel che aveva sentito la sera prima, quando era uscito sulla terrazza a fumare.
“C’è molta gente malata di una malattia nuova”, aveva detto un tipo che fino a quel momento non aveva preso parte alla festa. “Una malattia sociale”.
Salutò la ragazza argentina e se ne andò via.
“Neanche questa volta”, si disse chiudendo la porta, “neanche questa volta avrò rimpianti”.

Halloween Cataluña


02 Nov

La ragazza legge appunti sparsi su un libro arancione, parla di Newton.
Di Newton
che aveva bisogno di esprimere quel che non esisteva
e così si inventó una nuova matematica, ad uso e consumo dell’impensato.
Lui ascolta, travestito da pinguino.
Pensa che è tardi, che presto andrà a casa a finirsi la sua bottiglia di whisky.

“E`dentro alle illusioni che tutto succede,
è attraverso la loro materia che noi stessi diventiamo materia”.
Gli zombie in maschera passano rumorosi per le strade di Lesseps.
Un signore con il cappello a tese larghe scatta foto con l’iphone.

Là in fondo i bambini si arrampicano sui solchi rimasti impressi nelle pareti
“sono le bombe della guerra civile, questa piazza fu colpita più volte”.
Le piccole mani e i piccoli piedi hanno la misura giusta per quei buchi;
là in fondo i bambini si arrampicano sul dolore andato via.

Le bandiere gialloblu, con la loro stella bianca, sbiadiscono appese alle ringhiere dei balconi.
La Catalunya vuole l’indipendenza, il gioco è nuovo e tuttavia la storia si ripete.
E quel che rimane?, chiede il ragazzo vestito da pinguino, alla sua amica con il libro in mano.
“Quel che rimane
quel che rimane è quel che ancora non avevamo”.

The law is ilegal


20 Jun

'dbye

…e dimmi la verità: quella ragazza che è scesa all’ultima stazione, ho visto che la guardavi.
Piera abbozza un sorriso insinuato.
Non c’è neutralità possibile quando si parla di queste cose.
Non guardavo lei, guardavo le sue mani, guardavo il modo silenzioso con cui sgranocchiava i suoi biscotti, guardavo il suo imbarazzo quando si scopriva a guardare me.
ll sorriso di Piera si fa evidente.

E poi?
E poi ha aperto la borsa e ne ha tirato fuori uno smartphone gigante, e anche questa volta mi sono detto “è tempo di dirci addio”.
Il sorriso di Piera adesso si è trasformato in un sorriso diverso, contrito.
Uno di quei sorrisi che si portano via scorie e travestimenti, che mostrano il mondo per quello che è.

Il treno adesso viaggia tra prati colorati di rosso, ogni paesaggio si sovrascrive su quello precedente.
Ai campi di lavanda si aggiungono i cipressi.
A fianco dei cipressi appaiono rocce scure.
Nella mia mente si forma un’immagine, ma non fa in tempo a svilupparsi.
Rimane lì nel regno delle possibilità, insieme alla ragazza seduta sul treno.

Qualche minuto più tardi è Piera a parlare.
Non ti sembra che io e te siamo come madre e figlio?
Io non so se potrei essere tua madre. Ma tu potresti essere mio figlio.
Mi viene spontaneo ridere, e forse è perché ha ragione.
Ma cosa vorrebbe dire essere tuo figlio? Cosa cambierebbe?

Piera mi guarda mentre il treno entra in una galleria.
La luce scompare solo a metà.
“Essere un figlio…”, dice.
Dice qualcosa che in realtà non dice.
Ecco, vedi… un genitore deve insegnare tutto.
Un figlio deve prendere solo quel che gli serve.

Sul sedile di fianco, là dove c’era la ragazza, un tipo con la camicia a righe siede tranquillo, e legge un libro che si intitola “In pregnancy with yoga”.

Portando una vecchia stufa a Elva


09 Jun

Distesa d’asfalto.
Il carrello sobbalza, mosso dagli spazi discontinui del vento.
Lei mi parla di un qualcosa di strano, davvero non sa se ha voglia di amare.
Nella cittadina di provincia c’è un mercato, bancarelle e tappeti.
Nel frattempo lei racconta e la macchina avanza.
L’amore, a quanto pare, non è abbastanza.

 

Tra le gole del fondovalle.
Un magnifico ponte dipinge curve abbozzate sopra il regno dell’umido.
Non hai voglia di amare quando ti accorgi che c’è una quotidianità che sovrasta.
La stufa è parcheggiata, ben salda, a lato del ponte.
Noi parliamo seduti dall’altro lato, di fronte a una panetteria.
Forse il vero amore è quel che si accontenta.

 

Il motore arranca lungo stradine sospese.
Da qui partivano gli uomini per commerciare capelli, nei lunghi mesi d’inverno.
Il carretto strattona la macchina, la stufa resiste.
Siamo un’immagine emblematica di un qualcosa che ci sfugge.
Una rabbia d’amore a trazione anteriore.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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