Archive for the ‘Viaggi’ Category

Ai flores do verde pino


27 Feb

Portugal

L’Ucraina è il confine di Europa come lo è la Lituania la Grecia e il Portogallo.
È il confine d’Europa perché fino lì è arrivato quel vecchio sogno cosmopolita che non accetta i dispotismi
fin lì è arrivata la possibilità di studiare all’università senza doversi indebitare con le banche
e da lì arriva il confronto con le terre d’Oriente.
Se cade l’Ucraina cadrà Europa
quella che ha coltivato voglia di potersi esprimere e l’ha trasformata in bellezza,
quella di Rossi e di Spinelli,
non quella fredda delle istituzioni europee, o della paura dell’altro.
Ma Europa scricchiola dall’interno, è spaventata e stanca
e proprio dalle sue periferie arriva forza fresca e voglia di farcela. Ho visitato Kiev nel 2007 e sono bastati pochi giorni per ricordarla come una delle città più aperte cosmopolite creative determinate e curiose. Proprio come Vilnius, come Tallinn, Varsavia.
Il vento fresco arriva da Est.
A Ovest c’è il Mare Grande, rassicurante, definitivo.

Humahuaca


05 Gen

Camminavamo per spostarci sempre un metro più in là del presente. La strada era un dettaglio trascurabile, quello che cercavamo era il movimento, la fuga. I pastori di lama, il tipo con la bandierina della Nuovazelanda appesa alla bici. E l’abbraccio del sole, come se i tremila chilometri che ci separavano dal mare non fossero nient’altro che tremila chilometri in meno da attraversare. Camminavo al tuo fianco, e avrei potuto proseguire fino all’infinito, spinto da una mole di passato che avrei voluto fissare del tempo. Senza altre notti spese a cercare un dolore, senza banconote e senza film da vedere. Perché aggiungere altra legna, se tutto si trasformerà in cenere? Tutto era chiaro, troppo chiaro, stravolto dalla luce di una latitudine perfetta, impresso nel colore di quella terra accesa e silenziosa, presente nell’assenza di tutto quello che avrebbe dovuto essere lì, e non c’era niente, assolutamente niente, solo una linea di cavi elettrici a ricordare che un tempo l’uomo, un vuoto nello stomaco, una linea di formiche giganti che attraversava perpendicolarmente il nostro cammino.

A volte mi chiedevo se sarei stato capace di prendermi cura di te, o se saresti poi stata tu a doverti leccare le ferite. Se era protezione o condanna, chi il giudice e chi il colpevole, chi inseguiva e chi tracciava il cammino. Osservavo la profondità del tuo sguardo, e tutto quel che ci trovavo era una vecchia canzone, “così vanno le cose così devono andare”, noi sapevamo ma non sapevamo perché, come in quel film di Buñuel dove gli ospiti di una cena si salutano ma non se ne vanno, rimangono in attesa di un qualcosa di fronte alla porta, un qualcosa che non arriva e li tormenta e non sappiamo perché, e alla fine impazziscono tutti. Non sapevamo perché. Solamente che c’è un senso anche a Humahuaca, c’è un villaggio di barro con esseri umani che ci vivono ed hanno costruito i loro cimiteri e fumano Marlboro grigie, e se non c’è un senso lì allora dove.

Senza far rumore fluivamo fuori dallo spazio e dal tempo, eravamo lontani anni luce dal ricordo di un’infanzia, estranei. Comete. Lentamente ci stavamo spegnendo, ma nell’accelerazione finale avremmo fatto mille volte il giro del mondo, toccando ogni pietra senza considerazioni gravitazionali, eravamo nell’atmosfera e galleggiavamo leggeri in una nuvola d’amore, anche se avremmo avuto troppo paura di scriverlo su una lettera, su un cuscino. Eravamo due estranei in viaggio tra loro, un giga di foto da mostrare ad amici poco interessati nel giorno del ritorno, eravamo qualcosa che saremmo stati.

Quando incontrammo la linea, non ci fu sorpresa né sgomento. Solo uno sguardo reciproco piantato negli occhi, a ripetersi ancora una volta le parole di quella vecchia canzone. Una macchina passò al nostro fianco ai centodieci all’ora, il che significa che per molti quel punto era un punto qualsiasi. O forse eravamo noi ad essere traviati dalla poesia, ad inseguire chimere in un deserto arido e polveroso, a costruirci illusioni ottiche ed oasi nel deserto per provare sopravvivere a sopravvivere ancora un po’, per parlare con i morti. Era un luogo spaventosamente normale, un’astrazione tracciata sull’asfalto tra le pietre ed i cactus, un cartello verde a bordostrada a segnalare un’idea venti metri più in là.

“Qui passa il Tropico del Capricorno”.
Abbassai la cerniera, ed accesi una sigaretta. Pisciai felice.

runaway


15 Dic
Il sacro segna la luce.
La luce segna il sacro.
Il sacro segna il cammino.

Aleramico


09 Mag

Oggi ho incontrato mio padre
o forse – non sono sicuro –
che fosse mio figlio?

Camminava in un campo di fiori con una bambina lì di fianco
e io scendevo col mio cavallo tra la polvere e le pietre
scendevo verso il fiume
ad aspettare il falconiere.

Mio padre si è accorto del mio passaggio
ha lasciato per un momento la bambina
è venuto a salutarmi.

“Hai messo su i capelli bianchi”, mi ha detto
e io mi sono guardato nello specchio,
e ho visto lì i capelli bianchi.

Era parecchio tempo che non guardavo più in uno specchio, padre
era parecchio tempo che non ti vedevo, figlio
e poi di nuovo tra i campi di fiori e le bambine
e poi di nuovo giù,
verso il fiume.

Home Is Where It Hurts


21 Ago

Sotto la Linea Gotica del Forte Apache è posta una pietra che segna sempre il Sud.
È apparsa da qualche giorno, forse da quando è arrivato il Professore che cerca le stelle nel fondo del bicchiere,
o quella sua figlia più grande di lui, più grande di lui e così bambina,
che versa da bere a chi chiede “ancora un po’”.

Io e te eravamo lì sul serio
sentivamo il suono delle campane lì sotto intorno a noi.
“Voglio che un bimbo negro annunci ai bianchi dell’oro l’avvento del regno della spiga”,
diceva il professore con tono solenne guardando il tramonto
e io conficcavo la pietra nel terreno come facevano gli antichi,
conficcavo una pietra rivolta verso Sud.

“Le strade portano, le strade conducono”
sui sentieri dall’erba fresca è sempre nascosta la verità.
Ma le strade riportano, le strade cancellano
Le strade iniziano là dove finisce questo progetto di Home
o forse è il concetto stesso di Home ad inglobare la strada?

Chissà se mi leggi, Camminante, sui tuoi sentieri pagani.
Ti immagino sotto una doccia in una casa senza soffitto,
e una confraternita di frati a cantare per te.

Ti immagino sui sentieri del Mare Bianco cercando un senso a questa musica vuota
e le voci del mondo che ti riportano a me.

Così si allungano,
le strade calde,
coi loro Professori bizzarri.
E insieme a loro se ne vanno le figlie-bambine,
ad annusare la strada, là nell’ampio mondo.

Questa sera c’è un pezzo che prima non c’era.
C’è una pietra orientata verso Sud, nel lato vero delle cose.

Questo Piccolo Scandalo


09 Mar

Dirai a tutti che io sono tua cugina.
Tutti ti diranno che non dovresti essermi cugino.
Attraverseremo, su un cavallo bardato di nero, le strade di ogni paese e di ogni città, coperti da un poncho bianco che rimarrà bianco nonostante la polvere e le voci del mondo.

Nelle piazze e nei borghi, nelle mattine d’autunno, ci laveremo nelle fontane e sarà sempre un pezzo alla volta, perché non saremo mai completamente sporchi ma nemmeno saremo mai completamente puliti, perché non si può essere completamente niente.
Saremo consapevoli del nostro essere precario, soggetto ai cambiamenti e agli umori, un uomo e una donna a cavallo sotto un poncho, e i contadini nei campi che ci saluteranno in un misto di sconcerto, timore, invidia e rispetto.

Ti ascolterò parlare con le tue diverse amanti, così come si ascolta un qualcosa che si conosce per la prima volta, e mi ascolterai parlare di notte a quegli altri uomini lontani, quegli uomini che non ti assomigliano ma ti riguardano e sentono il tuo odore e non si avvicinano. A quella gente che aspetta, da lontano, la fine del nostro viaggio.

Saremo una storia triste, come tutte le storie in cui c’è gente a cavallo e c’è un territorio da attraversare.
“Gente a cavallo” significa lasciare impronte nel terreno ed andarsene sempre. “Territorio” invece ha a che fare con la vastità dello sguardo, nell’impossibilità di posare gli occhi su un punto e un punto soltanto, nella necessità di chiedersi cosa c’è ancora da raggiungere, cosa c’è che aspetta là dietro l’orizzonte.

E nelle chiese del mondo ci inviteranno ai funerali e ai matrimoni, ci inviteranno ai momenti solenni di celebrazione e di ascolto, perché saremo sacerdoti e saremo un qualcosa da esorcizzare per tenerlo lontano, e il nostro cavallo bardato di nero resterà quieto ad aspettare e solo i bambini oseranno avvicinarlo.

Io sarò il tuo ‘Quindi’,
tu sarai il mio ‘Andiamo’.

Coruja Muda. ¿Donde está el Oriente?


28 Dic

Alô amigo
Eu vim aqui perguntar
Se você pode tirar
Em breve uma foto minha
Não é nadinha
De motivo especial
Só uma foto normal
Que eu pretendo emoldurar
Pois quando o tempo passar
Pode ser que ela até faça
Parte de um museu sem graça que ninguém quer visitar.


Il giovane uomo e la giovane donna entrano in un taxi parcheggiato sotto la pioggia.
La città è in fiamme: l’acqua scende dal cielo.
Il taxi è nuovo e spazioso, e si ferma un paio di metri più avanti della fermata del bus.
Innesta la retromarcia, torna indietro un paio di metri, per caricare quei due senza che si bagnino il capo.

Entrambi – il giovane uomo e la giovane donna – salgono su un taxi sotto la pioggia.
La città lì intorno ha cambiato radicalmente veste.
Tutto è pioggia e diluvio, e vento freddo di mezzanotte.
Salgono sul taxi e lei dice: “guarda là. Quelli sono i Fiumi di Pietra, río de piedras, e nessuno sa dire perché si chiamano così”.

Il tassista si mette comodo e sistema la musica. Poi innesta la prima e dice: “dove volete voi”.
“Con questa pioggia non si può fare altro che andare nell’acqua, galleggiando”.
“E allora vi porterò lì”.

Il giovane uomo guarda avanti, nel vetro.
La giovane donna guarda fuori, nel vento.
Macchie scure , e colori vivi, e nitidezza che si scioglie.
Il giovane uomo e il tassista hanno bisogno di parabrezza pulito, di visione lontana, per tentare capire lo que tocará después. Alla giovane donna invece bastano le gocce sulla parte esterna del finestrino. È concentrata su quelle, chissà che verrà fuori da lì.

La Metrópoli si ferma sul confine della montagna, ne morde le vesti, ma non ce la fa ad aggrapparsi lassù.
La Montagna resiste e osserva tutti dall’alto.
L’atmosfera è selvática, umido olor di altopiano mescolato nell’aria elettrica, ma dentro il taxi tutto è asettico e si sta bene lì.
Il taxista lo dice esplicitamente: “voglio farvi sentire a vostro agio”.
Potete baciarvi, potete amarvi se vi va.

Il giovane uomo e la giovane donna viaggiano avanti nell’aria umida.
Sono seduti su un taxi, c’è musica diluita lì intorno.
Il tassista guarda dentro il parabrezza e anche nello specchietto retrovisore.
Ogni tanto sussurra una parola, che non é diretta né all’uno né all’altro, e forse in fondo nemmeno a lui.
Per tenere la rotta segue l’Oriente. Ci sono le montagne, di là.

To my home, which is Everybody’s home


29 Ago

Moon Traveller

Torno a casa ogni sera
ogni giorno riparto.
Gli altri vengono a cercare cose qui,
io mi allontano per cercare il mondo.

Mi dicono “dovresti vederti meglio” e io rimango a pensare.
Mi dicono: “quel che fai muove le cose”
e io rimango fermo a osservare.

Questo non è un film non è un diario non è storia per gli altri
troppi sottotitoli da dover inserire
troppe note di pagine che appesantirebbero il testo.

Torno ogni sera e ogni giorno riparto
questo è il mio destino,
quel che mi lascio dietro non conta.

Pròriondu


30 Nov

Pròriondu

Giornata in quota, lungo sentieri bi-cromatici
(tra l’argento e il nulla)
e il cervello in fuga.

Nessuna informazione,
nessuna considerazione,
nessun pensiero più presente degli altri.

Il tempo scorre verso luoghi che non importano,
elementi che non esistono,
conti che non tornano.

C’è spazio in abbondanza lungo i sentieri fuori dalle rotte,
c’è spazio in eccesso fuori dalle logiche della massa.

Come condensare tutto questo in un tratto?
Una lunga linea retta,
tesa a dissolversi verso il nulla.

Strade di Francia


30 Giu

Alta Val d’Ossau. Murale.

 

Autostop.
Il primo passaggio è opera d’inglesi.
Una coppia in viaggio sulle montagne, da Sallent de Gállego a Formigal, e poi più in su fino al Portalet, territorio di Francia.
Gli inglesi non parlano e contemplano il disgelo d’alta quota. I Pirenei grondano acqua, il paesaggio è surreale.

Lunga discesa a piedi.
Vallone d’Ossau,
congedo al verde alpestre,
ritorno all’asfalto.

Il secondo passaggio è su una vecchia Clio rossa. Una coppia dal significato incerto, marito-moglie o madre-figlio, lei comunque ha un pizzetto severo e negli imbottigliamenti per i lavori in corso aziona furtiva il tasto delle quattro frecce, sfidando l’autista in un misterioso gioco al massacro. Due borsate di sigarette sul sedile posteriore. In Spagna il tabacco, come il gasolio e la birra, vale molto meno.

Il terzo passaggio è un gendarme in congedo. Fisico prestante e asciutto, di ritorno da tre giorni di marcia in alta quota. Guida (con guanti da operaio) un’auto ibrida e silenziosa. Lungo il viaggio si lamenta della situazione politica in Francia. Dice che i giovani non hanno voglia più di rischiare. E le sue parole scendono insieme al sonno lungo la Val d’Osseau.

Nella periferia di Pau mi carica un furgone bianco. È un geografo in azione, e lì dietro ha strumentazione da lavoro e una plancia che diventa un letto.
Lavora con i droni per tracciare e monitorare il passaggio degli escursionisti sui sentieri. Qualcuno dice che la randonnée non porta turismo. Dati alla mano, il geografo dimostra il contrario.
È diretto verso l’aeroporto di Tarbes per prendere sue figlia di ritorno dall’Erasmus.
“Ah, la generazione Erasmus”, dice. “Beati voi, beati voi, beati voi”.
Mi scarica all0’ingresso dell’autostrada, con un foglio bianco su cui scriviamo “Toulouse”.

Trenta secondi più tardi si ferma una Dacia blu. È il responsabile del LIDL di Tarbes di ritorno dal turno di lavoro.
Abita 50 km più in là, “se vuoi ti porto fin lì”.
Voglio, e intanto ascolto il racconto dei suoi anni più belli. Quando poteva viaggiare anche lui, anche se in fondo, a ben pensarci, non viaggiava affatto.
Poi spiega come funziona un turno di lavoro in uno stabilimento LIDL.
La cosa più interessante è che tutto, compresi i légumes (che non sono i legumi ma le verdure), arriva da Parigi. E così è per tutta la Francia.

Nel luogo in cui mi lascia è più difficile trovare un passaggio.
Venti minuti sotto il sole cocente. Sporadici ciuffi d’erba dura crescono tra il cemento e l’asfalto. Il mio zaino blu è appoggiato al cartello che dice “Rallentare”.
Le macchine sfrecciano verso l’autostrada. Il Telepass ai caselli un paio di volte s’inceppa. Alle mie spalle sento la voce automatica che dà indicazioni agli automobilisti rimasti intrappolati.
“Attendez-vous la photò, merci pour votre attente, au revoir sur notre routes”.

Mi carica una donna elegante dai capelli corti e grigi.
È cuoca (non dice “chef” ma proprio così, “cuisinière”, cuoca) in un ristorante d’alta classe. Lavora solamente a midì. Non mi consiglia di andarci: il pranzo vale sui 70 euro.
La musica scorre tra i campi di fieno. Mi addormento e mi sveglio e non siamo a Tolosa. Mi riaddormento e mi risveglio ed ecco la tangenziale. La cuoca non accetta le mie monete per pagare il pedaggio. “Questo non è un blablacar”, mi dice falsamente offesa.
Parliamo del blablacar e dei suoi indubbi benefici.
“Lo sa che l’hanno comprato le SNCF, le ferrovie francesi?”, le chiedo.
È un peccato che sempre così, vendute al miglior offerente, debbano finire le idee più brillanti.
Ed è curioso che ora anche le SNCF, in quest’era-Macron, possano finire al miglior offerente.

A Tolosa c’è traffico e odore d’estate.
La cuoca mi chiede dove voglio andare e le dico che non ne ho la più pallida idea. Che la cosa mi è indifferente.
“Allora ti porto a casa mia”, dice. “E poi da lì vai dove vuoi”.

Adesso è notte e i Pirenei sono lontani.
L’algoritmo di Airbnb mi ha trovato una stanza.
“Che finale di merda”, direte, e avete ragione; poteva andar meglio. Ma ditelo agli albergatori di Tolosa, che volevano 90 euro per un letto.
Ditelo ai regolamenti municipali, “Divieto di camping” un po’ dappertutto.

Piuttosto, la prossima volta che vedete un autostoppista,
se avete posto in macchina,
caricatelo.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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