Archive for the “Vita” Category
Posted by Baltic Man in Comunicazione, Ecuador, Giornalismo, Sud America, Viaggi, Vita, tags: Ecuador, Natale, pachamama, peacereporter, sarayacu
Uno tra i tanti possibili. Nella selva amazzonica, comunità di Sarayacu, simbolo di lotta di difesa della Pachamama da chi vuole continuare a tirar su petrolio nonostante i tempi incerti. Due bottiglie di vino nello zaino, cinque o sei ore di canoa e un autoctono dai capelli lunghi un metro. Non servono ciccioni vestiti di rosso o bambini vecchi duemila anni per festeggiare il natale.
Poi, per chi non sa cosa fare, c’è un articolo su Peacereporter.
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Por fin llegaron, las brizas de diciembre. Como aquel personaje de la mitologia griega, como una dulce amenaza compartida, como una mentira, pero llegaron. Llegò la musica ahì donde antes habìa silencio, llegò la arena a sumergir la poca hierba, llegò el encanto de los viejos tiempos que fueron.
Huelen a salsa, a vallenato y champeta en fusiòn mùltipla, y quiebran un muro de silencio largo cuatro meses y medio. Entran en la casa por debajo de la puerta, sacuden las sabanas antes de posarse sobre la piel, y cuando por fin se van queda, sobre las cosas, esa capa inconsistente que se trayeron de quien sabe donde, por allà al norte, màs allà de la orilla del mar.
Hay quien dice que ya no es como antes. Que ya no existe la misma luz, que los hijos crecieron, que la contaminaciòn ambiental volviò loco al mundo entero. Por supuesto, tampoco las brizas son lo que eran, en estos años desgraciados se han vuelto màs flojas, y pronto desapareceràn tambièn ellas. No sé. No sé que significa el antes, ni aquì ni allà. Y quizà sea mejor asì.
Solamente, me dì cuenta de que adoro a las brizas. Especialmente en diciembre, cuando sacan el calor de las calles y en su lugar le ponen la gente, y le quitan este sentido aburrido a la Navidad: sencillamente, la vuelven el comienzo de algo, algo que, por lo que dicen, se acabarà con un gran Carnaval. Por eso duermo con la puerta abierta, para que las brizas me cubran con su capa misteriosa.
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Non posso scrivere di quel giorno che. Dei miei piedi nudi sul pavimento rosso, dei cocci di vetro sul pavimento, del profumo di saliva sulle labbra. Ascoltando Philiph Roth come fosse un amico fuori di testa, profonda stima e gratitudine per quello che dice, per come lo dice, ma soprattutto perché dice. C’è ancora profumo di te nell’alveare di questa stanza. C’è anche profumo di mare e di platanos fritti, eppure è il profumo di te a rimanere incollato alle lenzuola, ai vestiti, alle labbra, al frigo gigante, alle scarpe e alla tenda tra il bagno e la stanza, nonostante le finestre senza vetri e la brisa delle sette di sera. Una tenue linea opaca non mi permette di focalizzare perfettamente i colori, e dove non vedo, immagino, disegno, incollo. O perlomeno, credo di. Di produrre arte, martellando tasti neri che non scorrono. Inseguire un’idea, perdersi in una parola, ritrovarsi in una lingua parallela, respirare musica, lanciarsi nel vuoto e terminare in un clic.
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Perdiamoci, e nada màs. Giù in direzione dell’acqua verso un sud che prima o poi ci fermerà, giù tra le empanadas e le arepas, tra i taxi e vecchi bus, moto, frutta, i carri dei basureros, le camionette texane dei ricchi di zona-nord, il negozio dei mariachi e l’ambulante venditore di mangos. Un’immersione totale nella relatività degli universi circostanti, se è così facile prendere un aereo e inventarsi un nuovo mondo. Ovviamente, un bonus riservato solo ai possessori di un idoneo passaporto. Parole di cui ho sempre ignorato il significato. Come “leadership”, “competitività”, “spirito di gruppo”. Balle. Servono per nascondere dietro una finta maschera terminologie più complesse, tipo “fuga: voglia di” con tutto ciò che fuggire realmente comporta; sono stati scritti interessanti libri sull’argomento. Parole che servono solo per mangiare, e nutrono comunque meno di una braciolata tra amici. Dall’alto di un marciapiede a scalini del Parque Metropolitano, il mondo è un algoritmo di combinazioni possibili, potenzialmente illimitati, e l’uomo, una pedina verde nel grande labirinto. Paradossalmente curioso come sia generalmente limitata la percezione di un possibile schema alternativo, un altro vivere (e non un’altra vita) nuove verità, una nuova password sul computer della biblioteca. Il cambio. L’illusione.
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C’è la completa lontananza, lo specchio migliore per osservare qualcosa di interessante attraverso nuove prospettive, e si manifesta sottoforma di goccie d’acqua di un rubinetto che perde. La lontananza come bene necessario, come barriera per difendere da orecchi terzi le lunghe ore di conversazione tra anima e coscienza. Il sentirsi straniero per ritrovarsi a pensare nella propria lingua, ed impararne la grammatica sulle cattedre di scuola. Paradossi a cielo aperto, proprio lí dove i paradossi abbondano, un destino maledetto perché maledetta è la storia di questa terra, prima dei bianchi prima dei neri e prima ancora degli Indios, prima dell’invenzione di un dio necessario per maledire. Una solitudine condivisa, incastro tra jing e jang, bianco e nero fondono tra loro. Lo specchio della lontananza ora che lo specchio non c’è più, spaccato in sette frantumi da un rospo imparanoiato terminato chissá come nella mia stanza, maledetto sia anche il rospo.
La disillusione nello scrivere storie assurde senza il bisogno di inventarle; la quotidianità stessa è una storia assurda e la sua rappresentazione, nient’altro che un capolavoro fotografico.
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Già da qualche giorno mi sono stabilito nel pueblo caribeño di Salgar, Colombia. Un’esperienza di solitudine condivisa con il vento e l’oceano (l’oceano, non il mare: l’oceano), in un paese dove 10 km di distanza dalla città assumono un altro significato.
Ho una casita con due stanze una cucina ed un bagno, ho una terrazza ed un patio sabbioso, non ho vetri alle finestre ma ho ottime infereriate, ho l’amicizia di doña Aurelia che mi regala qualche patacòn al sabato, ho acqua gas luce e casa alla modica cifra di euro 61,78 mensili, ho un’amaca appesa a due palme di fronte a casa, ho un tetto che resiste alla tremenda stagione della pioggia che va iniziando, ho due fornelli, un letto ed un ventilatore, non ho ancora il frigo ma ho internet (contraddizioni del nostro tempo).
Nei giorni settimanali insegno italiano all’Universidad del Norte, cercando più che altro di capire per quale assurda ragione undici persone sborsano una cifra considerevole (in Colombia l’educazione è basata sullo stile gringo) per imparare una lingua progressivamente impoverita da chi avrebbe il compito di salvaguardarla, gli italiani stessi. I giorni festivi saranno dedicati alla ricerca di tutto ciò che la globalizzazione (che vorrà dire, poi?) pare dimenticare.
Quando manca la luce e Salgar resiste a luna di candela, vale la pena essere qua.

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Né una partenza, né un arrivo, soltanto un altro passo.
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Posted by Baltic Man in Argentina, Buenos Aires, Persone, Viaggi, Vita, tags: Argentina, bernal, Buenos Aires, italiani, mate, quilmes
Giá da qualche tempo vivo in un micromondo bizzarro. Una casita in elegante decadenza nel centro di Bernal, proprio lí dove tutti questi (apparentemente) uguali sobborghi intorno a Buenos Aires rivelano quelle differenze che esistettero ottanta o novant’anni or sono.
Oltre a me e al mio Trozito de Caribe, ovviamente, vive lí una famiglia argentina. Doña Miriam é il perno fondamentale della faccenda: una strega ma di quelle originali, usa le carte come paravento ma in realtá legge dentro agli occhi delle persone. Lavora dieci ore al giorno con il marito, il señor Eduardo, nel taller di sartoria che hanno montato al secondo piano. Il señor Eduardo é ció che si potrebbe definire un todero: sarto, falegname, muratore, meccanico, panettiere ed idraulico, come il suo nonno d’Abruzzo gli insegnó cinquant’anni addietro. Adora il mate, come la moglie.
Poi c’é Pamela, la figlia, un anno piú di me e due figli piuttosto grandi. Diego, 7 anni, la sua essenza sta nel nome. Grande tifoso dell’Independiente, fatica a perdonare la mia inclinazione verso il River Plate. E la sorellina Abril, definitivamente hermosa.
E tutti insieme si tira allegramente avanti, nel decandente incedere del sano pessimismo europeo nei sobborghi di una capitale latina; finché c’é mate, c’é speranza.
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