Archive for the ‘Vita’ Category

Almeisan


19 Dec

Negli incontri nei reincontri vita abbozzata vita consumata piastrelle fredde sotto i piedi nudi l’odore di femmina ancora tra le dita biglietti vecchi di vecchi viaggi in metro archeologia industriale da convertire in formato .mov la password del wifi il libro di fotografie piante indiane vicino alla finestra lavare a mano un paio di magliette per averne fino a sabato almeno

e poi facce

facce gente e ancora nomi

il tipo della coinquilina l’amico dell’amico di Utrecht il giornalista di ieri mattina le loro foto appese sulla parete di fianco al letto dove dormirò stanotte

e poi storie

storie momenti e ancora storie

frammenti di vita separate che si intrecciano per un momento
desiderio di fuoco, tentativo di calore
storie che si accumulano sulle singole giornate
giornate che si riducono al dettaglio di un momento
incontri vita abbozzata
vita consumata
piastrelle.

Al-Baicín


16 Jan

Un cane bianco,
bianchissimo,
attraversa il vicolo.

Scivola attraverso le ombre lunghe,
passa leggero sopre le pietre del tempo.
Questo quartiere è il più vecchio d’Europa.
Questo quartiere viene dall’Africa.

Le stradine secondarie sono vicoli chiusi su un muro d’edera.
Lì in mezzo, un lampione spento, un mucchio di sabbia, un set di coperte.
Frammenti di vita anche là dove non te li aspetteresti.
Gli architetti hanno insegnato cosa significa la distribuzione nello spazio.

Un cane bianco,
bianchissimo,
che si contende con un altro cane
[anche questo, inspiegabilmente bianco]
una borsa dell’immondizia.

Ecco la città che per altri è giungla
e questo è il Sentiero del Lupo,
del Lupo Bianco.

L’animale ritorna più volte sui suoi passi
come un animale ci insegue, vuole sapere dove andiamo.
Si volta per un momento, un ultimo momento, per chiedere qualcosa.

Poi sparisce nel suo sentiero del cane,
del cane bianco.

Sciupando la tua vita in questo angolo discreto, tu l’hai sciupata su tutta la terra


11 Dec

La pace
La pace non è assenza di conflitto.

Sempre la stessa lotta per restare a galla e resistere all’impeto, a boccheggiare e sbattere i piedi fino a quando non ti accorgi che tutto è inutile e controproducente, esiste una forza che si chiama inerzia e segue una direzione e sistema le cose, esiste una forza centripeta che stringe tutto verso l’alto,ecco allora che il fiume scorre più tranquillo perché in fiume si converte, ecco che lo sforzo fisico abbandonando il corpo interte lascia spazio ai sensi, acqua sporca e limacciosa che trascina e attraversa terre diverse e abitate da popoli sedentari, palafitte in legno e fieno incastrate sotto le chiome degli alberi, contadini esploratori naviganti e sciamani, tutto scorre lungo il fiume e tutto è vivo e concreto per trenta secondi almeno, le vite degli altri che passano di lì, a portata di mano, a volte è un cenno di saluto a volte è uno sguardo di sottecchi a volte è voglia di fermarsi, ma il fiume scorre e una ragazza ci lava dentro i panni e tu vorresti dirle ti prego no, non farlo qua e non farlo adesso e lo dico per il tuo bene, acqua sporca e limacciosa è quel che troverai.

Il conflitto
Il conflitto non è assenza di pace.

All’ombra di un raggio di sole


06 Sep

Gozando de la Boca

Sento le dita che scivolano e stringono, la materia che diventa trasparente.
Uno stesso suono impregna l’aria. Un’eco di qualcosa che ancora deve accadere, eppure già svanisce.
Un’eco di qualcosa che sta accadendo, si diluisce.

Nel paese da cui provengo, vivo e mi nutro di vicinanza come di lontananza.
E’ una terra senza appigli, nemmeno le rondini posano i loro piedi sui rami dei nostri alberi.
E’ un mare di sassi e scogli, tappeto di roccia sotto la consistenza liquida.

Il morso del desiderio
la carne che brucia
il cervello che si bagna di adrenalina
per difendersi dalle forme che lo assalgono.

Dove sei, in tutto questo?
In tutto questo, dove sei?
Nello spazio concreto del mio volerti.
Sei un pensiero, un’idea, una domanda, sei l’immagine racchiusa in un fascio di luce.
Da lontano io ti attraverso e ti sto dentro.
Da lontano copri il mio corpo e mi travolgi.

Al paese verso cui sto volgendo,
si vive di lontananza come di vicinanza.
I frutti della terra devono il loro sapore all’amaro in bocca di chi li coglie
anche l’acqua riporta il sapore di quel che non c’è.

Vado lì, lontano, per non smettere di essere.

E se tutto sarà un’illusione
[in-ludo]
allora saremo rimasti autentici.

Siamo la scia di lotte passate


10 Aug

 
Barber-shop

Un campeggio parrocchiale di montagna.
Tredici, dodici, quindici anni più tardi.
Suono impetuoso di torrente.
Forza longitudinale delle stelle: ritorno alla vita.

Incontri sporadici con l’esistenza, estati distanti
[estati distinte]
che si fondono nella patria solida di un’unica rugiada.

Kiki està aquì, como aquì estàn las atracciones fatales di mondi e modi diversi, lontani; l’incontro.
Cosa serve per avvicinarsi al sole?

C’è Herzog, c’è una borsa piena di sale, ci sono elementi di visioni future e morbosità passate che si fondono e si confondono, come se il cammino fosse una possibilità in conto terzi tra il salto di una cascata e un incipiente zigzag, la materia rarefatta dell’azzardo o un metodico percorso, il cammino sintetizzato in due concezioni diverse che entrambe si uniscono nell’immagine di un futuro in bianco e nero, le orme degli scarponi e l’eterno mentire dell’acqua.

Sono qui, nella sfida primordiale della materia artificiale che si insinua tra il mistero grottesco del destino naturale, e intorno a me c’è profumo d’incenso nel suono dell’erba, c’è l’osservazione distaccata e la pulsione dell’istinto, c’è l’illusione audiovisiva e il fotogramma bianco-incandescente del fulmine che la interrompe, ci sono tentativi di amicizia nelle loro infinite rappresentazioni, c’è il movimento e la pietra e il movimento rimasto incastrato nella pietra, e la pietra scolpita a simulare un movimento.

Pausa. Herzog, dai suoi diari nella selva: “Era mezzogiorno e c’era silenzio. Mi sono guardato intorno perché tutto era così immobile. Ho riconosciuto la foresta vergine come qualcosa che mi era familiare e che era dentro di me, e ho capito che l’amavo: ma in malafede. A quel punto mi sono tornate in mente le parole che in tutti questi anni erano rimaste a turbinare, a vorticare dentro di me: Arquebuse, lettera pastorale, novantuno. Cauterizzazione, mostro, pane della carità. Operoso, sposa del vento, massiccio. Solo in quel momento ho avuto la sensazione di poter sfuggire al vortice delle parole”.

Sento le ginocchia resistere, nonostante il peso dello zaino, che spinge.
[Non sono ancora passati due giorni da quando ho visto mio nonno al pronto soccorso, con il panico negli occhi di chi non riesce a seguire i discorsi dei medici, ma capisce comunque che il cervello ha deciso di cancellare una gamba].

Sento lo sforzo del menisco ma sento anche il lavoro del cervello, mentre si misura con una nuova idea di equilibrio, da mediare con il piano inclinato e imperfetto e pietroso.
Penso a Kiki, a ieri sera.
A quando ci siamo addormentati riflettendo sulla nostra condizione di privilegiati.
Stiamo vivendo – da quanto tempo ormai? – immersi nel lato luminoso dell’esistenza.
A Kiki non piace la parola “privilegiati”: sostiene che si tratta anche di responsabilità.
Abbiamo deciso di vivere fino in fondo, è questo il discorso.

Arrivo all’alpeggio e il pastore non c’è più.
Tre cani presidiano il territorio, iniziano ad abbaiare quando mi avvicino troppo al gregge.
Intuisco che la tattica migliore sta nel circumnavigare al largo l’alpeggio.
Esiste una linea immaginaria, che scatta quando i cani s’alzano in piedi.
Riesco a intendermela con i cani, finisco in mezzo al torrente.

Basterà seguire il corso dell’acqua per ritrovare il campo-base.

Bip.


01 Aug

Un re.

Verso l’alto.
Metà del cammino coperto dall’umido.
Acqua ovunque, come se anche le pietre si stiano sciogliendo in altra materia.
A metà cammino c’è un larice seicentenario, un monumento vivente all’annullamento delle funzioni vitali.

In cima, scenari imprevisti.
Un altipiano si nasconde con una sorta di insano pudore, mentre si spoglia al sole delle dieci di mattina.
La camera si accende da sola quando incontra alberi abbattuti dalle valanghe.
L’idea era filmare fiori, prima che la luna d’agosto appiattisca le differenze nei colori.
Ma laggiù in fondo, un tipo col metal detector.

C’è ancora molta neve nell’Alpe Marittima.
La comunità scientifica, i guardaparco, gli esperti, tutti sono indecisi sulla lettura del fenomeno.
Qualcuno sostiene che si morirà per un caldo a cui non si potrà più sfuggire, un caldo che laverà via tutto.
Un’altra teoria invece parla invece di una nuova glaciazione. Il cambio climatico soffocherà la vita attraverso il freddo.
In ogni caso tutto accadrà dopo il 2025.
E’ il 2025 il punto di non ritorno, prima dell’irreversibilità.

L’uomo col metal detector procede con le cuffie.
Quando il “bip” diventa più intenso la terra nasconde qualcosa di artificiale.

Anche l’uomo con la camera procede con le cuffie.
Quando il suono del vento diventa preponderante, il cielo suggerisce qualcosa di soprannaturale.

Cartucce sparate
monete sabaude
brandelli di lattine anni ottanta.
L’uomo col metal detector scandaglia, scava, raccoglie.
A vederlo da qua, pensa l’uomo con la telecamera, sembrerebbe una punizione.
Una condanna in stile dantesco: in cammino per l’eternità, sotto le nevi e le pareti immobili, a setacciare l’infinito.

Cinque stambecchi riempiono lo schermo della telecamera.
A vederla da qua, pensa il tipo con il metal detector, sembrerebbe un’esecuzione.
Il tipo della videocamera, armato del suo supporto metallico, sembra un killer implacabile, alle prese con animali che sono soprattutto corna e che rimangono immobili.
L’esecuzione di un boia condannato a togliere la vita a chi non presta attenzione a simili inezie.

Dalla montagna scende un tonfo spalmato su livelli di eco diversi.
Il metal detector registra una serie di vibrazioni sensibili che risalgono dal terreno.
Il microfono della videocamera capta il movimento del tempo sotto un’altra forma, onde sonore.
La neve ancora incollata alla roccia, sotto la molestia del sole di luglio, spezza un’altra pietra verso il tempo in cui la terra sarà nuovamente piatta.

Gli esperti di climatologia hanno di che dibattere, su questa massa che si divide.
E’ stato il calore della neve a provocare il crollo?
E’ stata la luce glaciale del sole a spaccare la pietra?

Il tipo con la videocamera ha spostato il raggio d’azione dell’obiettivo.
Nello schermo adesso c’è l’uomo col metal detector.
Sembra quasi di sentire il suo bip, in cuffia.

Today is tomorrow?


08 Jun

Today is tomorrow?

Y qué serìa este pendiente que llevas al cuello?

El presente. Un presente que no termina nunca.

Un presente que no termina nunca, es la peor pesadilla que se haya oìdo nunca. Ahora entiendo porqué lo llevas al cuello. Asì tienes un lazo. Un lazo que te tiene amarrado a sì mismo. Menuda paradoja, matòt. Tu sì que estàs en una trampa.

No te creas tan seguro. A fin de cuentas, también tu seguridad puede ser un lazo que te tiene amarrado a sì misma.

Sì, tienes razon, matòt, pero un poco de seguridad, de vez en cuanto, no molesta. En cambio un presente que no termina nunca, creeme que no lo podrìa soportar.

Y porqué deberìas soportarlo? Tal vez sea suficiente vivirlo. Tu cargas con el peso antiguo del pasado mientras tus pies tiemblan en el humo blanco del futuro. No crees que serìa mejor un presente que no termina nunca? Asì todo sigue siendo. También lo que todavia queda por venir

No sé. Tu idea me suena a carpe diem. Y yo nunca confié en palabras en latìn, matòt. Si me quitas el olvido y la esperanza, me destruyes a la filosofia, y esto sì es un juguete que me divierte.

Pero entonces te pierdes lo mejor. Estamos buscando lo mismo, no te dàs cuenta? La bendita filosofía no es más que nostalgia, el deseo de sentirse en casa en cualquier sitio. No te parece maravilloso? Nostalgia y deseo. Presente permanente.

Esto suena bien. Es por esto que te lo llevas al cuello?

Es por esto. Piel de chivo sobre mi piel. Todavìa quedan las marcas de sus dedos, cuando lo moldeò mientras estaba caliente. El mismo deseo de aquel dìa en que la encontraré.

Y como podràs encontrar algo que ya tienes? Algo que ya, de alguna manera, perdiste?

Y como puedo tener algo que ya, de alguna manera, perdì?

A ver. Piel de chivo y marcas de sus huellas?

Nostalgia y deseo. Presente permanente.

…quand j’étais grand


12 May

Left

Fili d’erba sulla pelle.
Guarda il disegno, osserva la trama.
Piccole filature che rompono di giallo il verde.

Guarda il disegno, osserva la trama:
tra poche settimane questo fieno non ci sarà più.

Guarda il disegno, osserva la trama:
sono passato di lì l’altro giorno, e tutto era ancora terra e solo terra.

Quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui ho sentito la tua voce?
Tu adesso sei terra viva, dentro di te crescono fili d’erba,
piccole striature che colorano di giallo il verde.
Tu adesso sei primavera.

L’ultima volta in cui ho sentito la tua voce
parlava di fallimenti e insensibilità,
di giochi d’azzardo e scarsa responsabilità,
era uno sguardo ferito di sincera pietà.
Parlava di me, ma era un’altra lingua,
una lingua straniera, e non sempre capivo tutto.

E allora, quanto tempo è passato?
Anche l’ultima volta, poco prima dell’ultima volta,
siam passati di qua.
Guidavamo di notte ascoltando De André
e io ti traducevo ogni canzone in quella lingua che non ci apparteneva
e chissà se capivi, se capivi tutto.

Quindi, la tua voce. E questi fili d’erba.
Chissà se erano già qui, in quelle notti di tanti anni fa.
O forse sono le parole che mi dici in questo telefono,
che creano e ridisegnano la sostanza delle forme,
che scrivono una storia ancora troppo grande da capire.

Chissà se un giorno racconterai a tuo figlio di noi.

Tutte le cose iniziarono cantando


04 Dec

Dietro la creazione

Tutte le cose iniziarono cantando
canzoni di culla dalla consistenza della lana grezza.
Lana grezza che stabiliva un confine.
Al di là della filatura, la mano dell’uomo.
Al di là della mano dell’uomo, la pelle dell’animale.
Un solo fuoco a scaldare tutto.

Ricordo le strade arancioni, la città delle quattro del mattino.
Il freddo a congelare le vibrazioni appese alle mie labbra.
Possibilità di esprimermi limitata, coscienza a briglie sciolte.
“Quella notte hai parlato di me come se mi conoscessi da una vita”.
Quella notte ti conoscevo da tutta una vita.

Attraversare l’oblio in retromarcia.
Le illusioni e i desideri che si trasformano in certezze.
L’abbraccio del vento che diventa concreto
Cosa diventerò domani?
Quale pezzo di me ormai abbandonato mi accoglierà?

Stamattina ho spaccato legna per tre ore con mio nonno.
Poi quando la brina si è sciolta lui è partito con un bastone.
E’ tornato mezz’ora più tardi, poco prima delle campane di mezzogiorno.
Mia nonna come al solito è uscita incazzata a cercarlo, quando il sugo era già in tavola.
“Lavati le mani”, mi ha detto mio nonno.
“quella che rimane la spacchiamo domani”.

Ieri invece, dov’ero ieri.
Ieri è un concetto ancora un po’ difficile da ubicare.
C’è uno “ieri” fatto a linea continua e un altro sempre più piccolo, laggiù in fondo.
C’è uno ieri anche in questa notte, qui a Viola.
C’è uno ieri in quel che verrà.

Poi il patio di Kiki, una coperta di scritte, Granada.
La fisionomia di un sentiero, intravisto dall’alt(r)o.
La geografia di un’anima, i suoi elementi naturali.
Sei tu il padrone del tuo destino. Prenditelo.
Sei tu il padrone del tuo destino. Prenditelo.

E così tutte le cose iniziarono cantando
e non era la voce di tua madre, quella che sentivi, là dietro.
Non sei neppure sicuro che fosse, in fondo, una voce.
Ma tutte le cose iniziarono cantando.

Đá


26 Sep


avrei voglia di parlarti solo se tu fossi un’anima bianca,
un qualcosa che vola leggero.

fabrizio dice che quando i bambini sono bambini sono tutti rotondi,
sono una sfera di pietra che ruota su un piano inclinato,
una forza misteriosa ma poco importante da decifrare muove la superficie, in ogni momento.
e i bambini-palle-di-pietra rotolano in un’altra direzione, poi in un’altra ancora.
sono biglie impazzite, niente gli importa.

dice anche che i bambini non sono più bambini quando iniziano a scolpirsi da soli i fianchi,
quando determinano un sopra e un sotto da approfondire e rispettare,
poi un dietro e un davanti ognuno con le sue determinate caratteristiche
e certi colori, mai invertiti.

poi ogni esperienza una martellata,
e in ogni facciata contro gli altri blocchi di pietra
[ormai quadrateggianti, geometrici]
volano via pezzi di schegge, di pietra che non c’è più.

l’immagine si compone
la martellano i pensieri, le convinzioni, la filosofia.
segue il bozzetto dell’esperienza
delle illusioni che diventano ghiaccio tra le fessure
e anche il vento e la pioggia modellano la roccia.

il blocco di pietra alla fine è una statua.
rigida, ferma, compatta.
la fissità nel tempo sarà al proiezione di un’antropomorfa eleganza
di un agghiacciante delitto
che ha impedito a quella pietra
di continuare a rotolare.

 

 

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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