Archivio per la Categoria Vita

Vento ed eco. Profondo eco, profondo vento. Suonano le campane dell’immaginazione, richiamano a lontani e sbiaditi doveri. La coscienza arriva là dove il corazòn si ferma. Nel gioco di luce degli occhi, sullo schermo di un computer, nei graffiti sui muri si posano le immagini, i riflessi e le scritte di un mondo che, inesorabile, sta per scomparire. Nella stanza a fianco dorme Alessandro, il compagno di viaggio, l’amico e il fratello di sangue che è venuto a prendermi per portarmi via da questo mondo di cartaveliina.

Io non so cosa dire. Non so cosa scrivere. Non voglio dire niente e tutto ho già scritto. Su un pavimento, sulla tua pelle mulatta, su un foglio di carta che poi ho bruciato nell’orgoglio e nell’intimità. Sbiadito sul pavimento, tra formiche e avanzi di vita, rimangono i 100 sonetti d’amore di pablo neruda. Nient’altro da dire, nient’altro da scrivere, tutto si bagnerà nelle lacrime dell’ultima notte di solitudine a quattro mani.

Voi pensate che io stia solo dormendo. E non vi accorgete che sto sognando.

La cienaga del Magdalena s’impadronisce delle terre. Rassegnati sotto il sole cocente, i contadini di ColombiaCaribe abbandonano le loro mule per canoe e a colpi di machete si riprendono ciò che resta del loro duro lavoro. Facce forti, facce brave, e in spagnolo “bravo” non è il buono ma l’arcigno, il duro. Figli della terra e terra stessa, rapporto profondo e totale coltivato (questa è la parola giusta) senza più contar gli anni o i decenni, solamente le stagioni.

Ricordo un universo lontano. Erano gli anni delle macchie d’erba sui jeans, e io spendevo i miei pomeriggi in campionati di calcio contro mio fratello tra le pietre e la terra delle Langhe. Ritrovo nella cienaga che si consegna lenta alla notte quelle immagini di paradiso perduto. Quell’indimenticabile giorno dove il tramonto si fermò. Il sole rimase sospeso a mezz’aria, imbarazzato come un falso vicino di casa per immischiarsi nella promiscuità di fottute vicende umane. Eppure non abbandonava, nel calore del suo ultimo abbraccio quotidiano, le rughe di quel vecchio – mio nonno, le sue rughe e il riverbero degli occhi all’abbraccio della luce.

Il silenzio fermò il pallone e il motore del camion, violento, s’impadronì della scena. Nel surreale della polvere trasportava via con sé un trattore, un vecchio trattore, uno di quei ferrami da campo che ancora si vedono là dove l’agricoltura è una vocazione generazionale e non solamente un commercio drogato. Io e mio fratello lo vedevamo allontanarsi lento, nell’eterno tramonto dell’estate che inizia, sempre più piccola la nostra astronave arancione scompariva all’orizzonte.

Una lacrima mi bagnò la spalla. Per la prima volta vedevo mio nonno piangere, mio nonno, più duro di quella terra che da sempre combatteva con la forza del sudore. Fu un’occhiata, fu un secondo, fu una vita: “questa volta il mio mulo mi abbandona”.

L’amico Cruz lavora a RCN, il principale canale televisivo di Colombia.
L’amico Cruz ha 24 anni, ha i rasta lunghi un metro, fa il direttore artistico in una telenovela.
L’amico Cruz guadagna cifre notevoli, ha macchina + autista, ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Colombia produce le migliori telenovelas del mondo, si dice.
Colombia vive di telenovelas, con le telenovelas gioca a ricrearsi una realtà finta, nelle telenovelas si perde e si ritrova, reale.
Colombia, come le telenovelas, molte volte è un mondo chiuso, diffidente verso il Nuovo, arroccato su quegli stessi principi che già dettavano legge (nella vita quotidiana e nel quotidiano delle novelas) 30 anni fa.

L’amico Cruz a settembre lascia tutto, il suo contratto d’oro la sua “Novia para dos” e la sua macchina con autista, per andare a Berlino a studiare cinema. Niente meno e niente più che rimettersi in gioco, rinunciare alla prostituzione dei soldi, vivere.
Colombia è come Italia, ma con una risorsa in più: ci sono tanti Amici Cruz, tante persone che cercano ancora di cambiare le cose. C’è ancora una notevole quantità di gente che preferisce un equilibrato amplesso con la vita all’alternativa del farsi fottere. Passivamente.

ps: per un tacito accordo entre il sottoscritto e la telenovela colombiana, entrambi possiamo dire di aver condiviso i nostri cammini con una comparsata di due minuti due l’un con l’altra.

La tua gente, i segnali di fumo di un Pellirossa, un’Aquila addormentata nella mano. Sto davvero pensando all’evidente sudditanza dello “scrivere” nei confronti del “dimenticare”, e da lì mi inoltro in ingannevoli circoli mentali troppo più veloce delle dita.

Strano davvero il viaggio erratico, a queste latitudini. Il caldo fertile rimpingua i rigagnoli dei sentimenti. Nella stanza a fianco si sentono voci indistinte, amici di amici improvvisano un poker e ne distruggono il sottostante tavolo. Risuonano accenti paisa. Al loro fianco, mi immagino una nativa, immersa nel mondo virtuale in cui si è racchiusa, camminare gomito a gomito con la sua vecchia amica “sé stessa”. Dietro lo schermo passeggia un suo possibile futuro vedovo e lei se lo lascia scappare. Leo cammina a testa alta sopra il filo sul burrone.

-“Dopodomani alle 7 del mattino dovrò prendere il taxi”.

-“Aaah non farla drammatica. Stop that. Tutti hanno preso un taxi per partire pieni di tutto dopo la loro festa d’addio. Una volta Benat è anche riuscito a fermare l’unica taxista donna del sud america, una tettona che non ha mosso un dito mentre lui moriva sotto tonnellate di valigie”.

-“Tu non capisci. Nessuno ha mai dovuto prendere un taxi per finire in un terminal per finire in un bus di venti ore per finire in un bus urbano per finire in un aereo per la Spagna per finire a TORINO. Tu non capisci”.

Urlano di qua ed urlano di là. Sento dietro la porta gente correre fuori dalle vie della ragione. Dietro di lui qualcuno piangendo ride e parla di peperoncino negli occhi. Ma Leo non se n’è accorto, ricollega le logiche delle sue verità:

“Praticamente prendo tutto sto casino di aerei e bus e navi e treni per finire su uno scivolo che conduce direttamente nella merda”

D’improvviso capisco. Rivedo, come in una serie di fotoflash, la cronologia del nostro cammino, ritrovo frammenti di etereo ricordo spersi tra le brezze di savona e le tempeste delle nostre provincie, annego nel trago amaro che questa notte ci tocca. Ombra costante, aleggiano melodie di fado portoghese. Ricordo il tempo in cui tornammo a casa – quale casa? – ebbri, sbranando anguria e mango mi confessavi la spinta definitiva che ti ha trasportato su queste terre. Ci ripenso ora scrutando le facce qua riunite, nascosto in mezzo a altre stronzate ritrovo un po’ d’orgoglio, un qualcosa di cui andar fiero d’aver condiviso con loro.

Te ne vai e per la prima volta il piccolo mondo di questa grande città addormentata sui caraibi si ferma. Non ho mai visto questa casa inondata dalle lacrime, né ho ritenuto logico piangere sopra un qualcosa macchiato di reversibile. Eppure i muri urlano silenzio, in questa prima notte vedova del tuo spirito. Da oggi non esisteranno più parole né tacite intese, il logico ritornerà a distinguersi dall’illogico, non ci saranno più donne né assurde storie di donne in quest’eterna primavera. Un mutismo androgino e solitario scenderà sulla vita a delirio e caffè.

Ciao Amico mio, compagno di Viaggi.

20 di luglio, Indipendenza Nazionale Colombiana. Per un giorno i confini della “civiltà” sono il centro nevralgico dell’azione, e nell’amazzonica Leticia nientepocodimeno che Uribe e Shakira si trastullano con la Gloria degli Dei che il popolo colombiano riversa su di loro. La televisione mostra, in diretta, la marea di gente che ancora una volta risponde all’appello e si riversa nelle strade per chiedere, déja-vu infinito, la liberazione di chi non è né candidato presidente né cittadino francese ma ancora soffre l’incubo di un sequestro.

20 di luglio, etere e sensazioni. Lo stesso schermo blando mostra adesso un qualcosa d’insolito. Chiesette pedemontane e stradine di paese. Strade lontane e destinazioni vicine. Il Tour de France arriva oggi a Prato Nevoso, 40 km da casa (?), 40 km conosciuti metro per metro e mille volte percorsi. Intorno a me, lentamente, il conciliabolo di colombiani raccolti davanti allo schermo raffredda il fuoco dell’emozione patriottica per condividere la sospensione tra due mondi che s’illumina sulla mia faccia. Il ponte di Cuneo, la strada che si apre in due a Miroglio per inglobare la chiesetta ottocentesca, “Marchisio Mobili di Gratteria” al lato della strada sono dettagli che assumono la loro fondamentale importanza solamente quando appaiono a 10.000 km dalla loro reale esistenza. Poi mi accorgo delle giacche a vento della pioggia e controllo la data sul telefonino. 20 luglio, estate cuneese.
20 luglio, Muse a Bogotà. Più di una trama sotterranea si sviluppa sotto l’apparente banalità di un semplice concerto rock. In primo luogo, perchè chiunque abbia visto Muse live o si sia scaricato il Live in Wembley sa che non si tratta di un concerto ma del concerto (il riconoscimento del “Best Acting Live” che da anni ormai si assegna alla band gallese ben fotografa il concetto). Ma c’è di più. Da sempre, il binomio Colombia-terrore che spaventa gli organizzatori di eventi&spettacoli escludeva Bogotà da qualsiasi tournée vagamente importante. I prezzi osceni delle compagnie assicuratrici permettevano all’appasionato pubblico colombiano di godersi solamente rottami e nonni-rock come Brian Adams, Marilyn Manson o Iron Maiden. Senza offesa per gli Iron Maiden e per i nonni, gran categoria. Soprattutto se rock. Dopo l’esempio di Bjork, però, una band all’apice della sua carriera osa rompere i canoni e includere Bogotà nel loro world-tour. Black holes and revelations.

Vagava tra i tavolini dei ristoranti della citta’. Presenza costante, cordiale come un cameriere e piu’ convincente delle pietanze tipiche costeñas, proponeva da tempi immemori il suo ultimo capolavoro “solo per voi a 70.000 pesos”. Niente di nuovo nell’immenso supermercato dei disperati barranquillero, se non fosse che l’opera d’arte era lui. Originario della vecchia Cali, John Castaño si rivolgeva ai suoi potenziali clienti in inglese, a volte in francese. Un po’ come stendere la stuoia sulla spiaggia di Celle Ligure e ascoltare un napoletano gridare “Nice coconut fresh coconuuuut…”. Marketing alternativo.

John Castaño, semplicemente, aveva vissuto sei dei suoi cinquantaqualche anni in Spagna, in Francia, in Norvegia e in Olanda, e di quei giorni europei ancora portava il ricordo nel cuore, nei quadri e nella testa. Cosa avesse combinato da quelle parti alla fine nessuno lo ha mai saputo, erano ben chiari pero’ i motivi del suo ritorno: “l’inverno, parcero”. Nonostante lo spirito artistico che lo avvolgeva, non era riuscito a comprendere quel fantastico congegno che ha creato l’inverno per farci apprezzare anima e corpo l’esplosione della primavera.

C’era un qualcosa d’inquietante in quel personaggio. Un mistero che sorgeva spontaneo ascoltando il fiume in piena delle sue parole. Cosa ci faceva tra i tavolini dei ristoranti, a proporre solo per noi il suo ultimo, sempiterno capolavoro a 70.000 pesos? Tra i 13.000 pesos (4 euro 4) salario base giornaliero in Colombia, la risposta.

Ricordo quelle notti che passavo sotto casa sua, ricordo quella finestra, ricordo uomini armati e vecchie moto sonnolente. Inoltrandomi nei meandri dell’ingegno, cercavo di spingere la mia voglia di lei più in là della finestra della sua stanza, elucubrazioni inutili. Sempre guardavo con tenero timore ai vetri della finestra di una ragazza, figurandomi la membrana sottile e inviolabile delle sue tende come un’iconografia ben definita, metafora di altri segreti che una femmina sa ben custodire.

Nessuno sapeva cosa succedeva là dietro. Schiere di maledetti e di disgraziati, paraventi di un romanticismo in decadenza, si ritrovava sullo stesso marciapiede, nella stessa ora delle stesse notti, a contemplare i movimenti lenti di quella silhouette misteriosa e maledetta. Ogni battito delle sue ciglia si amplificava nel filtro ottico delle tende, e provocava un brivido di unisono nella platea sottostante. Bellezza di vita trasformata in bottiglia e stretta forte tra le mani; qualcuno indovinava il colore della piuma che portava appesa all’orecchio.

Dora ancora una volta, ancora una notte, si scrollava via di dosso quei vestiti che un conservatorismo ancora vivo le incollava alla pelle tutte le mattine. Spogliandosi di fronte alla finestra, si immergeva in un rito magico che la portava direttamente alla comunione con quel dio alternativo che si era creata. Vento o brezza, bestia selvaggia o cucciolo d’anima, principe azzurro o membro virile, si rifugiava nel culto di quell’entità multiforme ogni volta che suo padre e sua madre la chiudevano dietro un muro di insulti e pianti. Non perché avevano scoperto che un uomo si era portato via quel leggero peso che la loro bambina ormai donna sentiva nel ventre e nella mente, ma perché era lei stessa a inseguire, tra fantasie e delirio, quell’overdose di passione che la trasportava d’incanto nel suo paradiso politeista.
E quando finalmente nuda, spegnendo la luce, scostava le tende e liberava nel vuoto l’ultimo triangolo di stoffa che aveva in quel giorno coperto la sua essenza, un disgraziato, o un maledetto, scagliava sul cemento la bellezza di vita trasformata in bottiglia e stringendo tra le dita il dono del suo dio si allontanava nella notte umida, tiepida, infinita.

© by Baltic Man