Archive for the ‘Vita’ Category


05 Ott

Nella luce arancione del mattino, Lei si guarda le dita. Le guarda come se fossero un oggetto dell’altro mondo, a Lei non sarebbe mai venuto in mente di progettare degli oggetti così.

Poi si accorge del cambio della musica e adesso ascolta le chitarre, e la voce di qualcuno cantare alla malinconia e al destino.

Non le importa delle parole a Lei quelle sono soprattutto intenzioni e le intenzioni possono esprimersi con nuove parole. Ognuna può inventarsi le sue.

MaLei si lamenta perché accadono troppe poche faccende accanto, c’è tutto questo bendidio a disposizione e i suoi simili, attorno aLei, a volte ne sembrano assuefatti.

Così Lei spunta dal lettino e si tiene sulla balaustra come un principe, come un papa, come il cucciolo del primo uomo, o della prima donna, puntando lo sguardo verso il sole. La luce rifrange tra i suoi sottili capelli di cucciolo ma intanto scalda una testa e accende nuove idee.

 

22 settembre duemilasempre


22 Set
Era il settembre 2006, equinozio d’autunno. In quei giorni qualcuno si era fatto saltare in aria ad Heathrow. Da quell’episodio proibirono le bottigliette d’acqua negli aerei europei. Prima di partire verso il Baltico, dal computer fisso nella stanza dei miei genitori, creai questo blog.
Era l’aprile 2007, nel cuore del Baltico. Da un internet café di Pietroburgo mi collegai per scrivere un testo come un altro. Ricordo il sollievo di ritrovare un mondo conosciuto (la tastiera di un computer, plastica e vetro, l’energia elettrica) dopo giorni e giorni di steppa e deserto.
Era il maggio 2008, la faccenda baltica nel frattempo si era fatta seria, così seria che era divenuta caliente, tropicale. Dall’altra parte del mondo uno scenario imprevisto diventava la mia casa. Come un caracol, come una lumaca, ancora oggi mi porto sulle spalle quella casa. Ancora oggi mi trovo a rifugiarmi negli spazi segreti che conservo, invisibili a tutti, comprensibili a nessuno. Ancora oggi mi chiedo quale parte di me sia rimasta laggiù, registrata tra queste pagine, fuggita per sempre attraverso le parole.
Era il marzo 2009, marzo d’autunno, autunno australe. Dormivamo nella camera da letto di una famiglia di fascisti argentini caduti in disgrazia. Buenos Aires era la somma di tutte le città possibili, la somma di tutti gli incroci, i destini, le poesie. Il diario báltico rimaneva lì, ai margini della notte, appoggiato ai tavolini di un bar che avevamo creato apposta per noi.
Era l’ottobre del 2012, cadevano nuovamente le castagne nei boschi di Viola, cadevano le castagne perché finalmente c’era qualcuno a guardarle. Rotolando tra le nostre vite ci avevano fatto cadere, ma le pagine hanno continuato a scriversi, a scriversi da sole, nelle notti di solitudine come se davvero scrivere sia l’unica azione sensata da fare.
Era il maggio del 2017, la prosa si era fatta altisonante aveva cercato la lirica aveva abbandonato l’innocenza, ma di quel tratto iniziale aveva conservato la ricerca dell’inutile, il grido allucinato lanciato nel vuoto della notte, l’idea che qualcuno, dall’altra parte del filo, esistesse davvero.
Era l’inverno del 2021, ammucchiavo le pietre contro i pendii della montagna come si ammucchiano le parole, un ordine abbozzato per rimettere insieme frammenti del sé. La montagna franava sotto il peso dell’ultima neve, ma nella terra umida si conservavano i frammenti di un mondo in divenire. Scrivere sulla montagna come altri prima di sé.
Era un giorno di settembre di vent’anni dopo quel 22 settembre 2006. Sono passati due decenni, mille e venticinque testi, sono passate molte persone che un tempo scrivevano e commentavano, oggi non ci sono più. Metafora dell’internet, che da laboratorio partecipato e collettivo è diventata il sogno atrofizzato di ogni possibile salvezza. Non c’è più nessuno che legge qui sopra, o forse qualcuno c’è ancora, e allora l’Uomo Baltico continuerà a scrivere.
–

Espléndidos Cuarentones


04 Mar
La benzina più cara, la banalità del male, il ministro che torna al paese per promuovere il referendum per il “sì” ma ci torna in elicottero e danneggia l’unico giardinetto, l’unico giardinetto è in terra sintetica. Il diesel a 1 punto 978, la banalità del male, il mondo in mano alle destre, morte e distruzione. Distruzione triste, caos incontrollato, lanciar merda giù dal balcone e poi tirar indietro la testa per non vedere cosa succede, se qualcosa di buono succede scenderò a rivendicare che la merda è la mia.
L’altro ministro che è in giro a comprare e vendere armi perché di questi tempi il prezzo delle armi è d’oro, l’altro ministro che vende carri armati così come vendeva carri spandiletame a Cervere, lanciar merda per i campi ma da qualche tempo il letame non serve a niente perché l’erba è sintetica, il letame non la concima. E poi la presidentessa dei sovranismi che svende il paese al Sovrano straniero, una pletora di lacché a scrivere sui giornali che la guerra è bella anche se fa male, dopotutto nella Granada del 1492 prima di imbarcarsi verso il Nuovomondo bruciarono ottocento anni di storia andalusa, los Reyes Catódicos si chiamavano Fernando e Isabel.
La benzina più cara, il diesel a 2 punto 129, la ridicola soddisfazione di poter dire “visto eh, le avete votate le destre”, il Teatro Ariston di Sanremo dove si canta “sarai per sempre mia”. La legge sui femminicidi risolta in un significativo passo avanti, se l’uomo uccide la donna non avrà più parola per stabilire dove e come seppellire il suo corpo, il consenso prima di tutto, donna morta consenso non dà.
Centosessanta ragazzine uccise da un missile mentre si trovavano a scuola, questa è la notizia che leggo mentre esco da una scuola a Sanremo. Passando davanti al Teatro Ariston, decido di andare a far gasolio.
Le piccole soddisfazioni, oggigiorno, sono queste qui.

Aleramico


09 Mag

Oggi ho incontrato mio padre
o forse – non sono sicuro –
che fosse mio figlio?

Camminava in un campo di fiori con una bambina lì di fianco
e io scendevo col mio cavallo tra la polvere e le pietre
scendevo verso il fiume
ad aspettare il falconiere.

Mio padre si è accorto del mio passaggio
ha lasciato per un momento la bambina
È venuto a salutarmi.

“Hai messo su i capelli bianchi”, mi ha detto
e io mi sono guardato nello specchio,
e ho visto lì i capelli bianchi.

Era parecchio tempo che non guardavo più in uno specchio, padre
era parecchio tempo che non ti vedevo, figlio
e poi di nuovo tra i campi di fiori e le bambine
e poi di nuovo giù,
verso il fiume.

Coruja Muda. ¿Donde está el Oriente?


28 Dic

Alô amigo
Eu vim aqui perguntar
Se você pode tirar
Em breve uma foto minha
Não é nadinha
De motivo especial
Só uma foto normal
Que eu pretendo emoldurar
Pois quando o tempo passar
Pode ser que ela até faça
Parte de um museu sem graça que ninguém quer visitar.


Il giovane uomo e la giovane donna entrano in un taxi parcheggiato sotto la pioggia.
La città è in fiamme: l’acqua scende dal cielo.
Il taxi è nuovo e spazioso, e si ferma un paio di metri più avanti della fermata del bus.
Innesta la retromarcia, torna indietro un paio di metri, per caricare quei due senza che si bagnino il capo.

Entrambi – il giovane uomo e la giovane donna – salgono su un taxi sotto la pioggia.
La città lì intorno ha cambiato radicalmente veste.
Tutto è pioggia e diluvio, e vento freddo di mezzanotte.
Salgono sul taxi e lei dice: “guarda là. Quelli sono i Fiumi di Pietra, río de piedras, e nessuno sa dire perché si chiamano così”.

Il tassista si mette comodo e sistema la musica. Poi innesta la prima e dice: “dove volete voi”.
“Con questa pioggia non si può fare altro che andare nell’acqua, galleggiando”.
“E allora vi porterò lì”.

Il giovane uomo guarda avanti, nel vetro.
La giovane donna guarda fuori, nel vento.
Macchie scure , e colori vivi, e nitidezza che si scioglie.
Il giovane uomo e il tassista hanno bisogno di parabrezza pulito, di visione lontana, per tentare capire lo que tocará después. Alla giovane donna invece bastano le gocce sulla parte esterna del finestrino. È concentrata su quelle, chissà che verrà fuori da lì.

La Metrópoli si ferma sul confine della montagna, ne morde le vesti, ma non ce la fa ad aggrapparsi lassù.
La Montagna resiste e osserva tutti dall’alto.
L’atmosfera è selvática, umido olor di altopiano mescolato nell’aria elettrica, ma dentro il taxi tutto è asettico e si sta bene lì.
Il taxista lo dice esplicitamente: “voglio farvi sentire a vostro agio”.
Potete baciarvi, potete amarvi se vi va.

Il giovane uomo e la giovane donna viaggiano avanti nell’aria umida.
Sono seduti su un taxi, c’è musica diluita lì intorno.
Il tassista guarda dentro il parabrezza e anche nello specchietto retrovisore.
Ogni tanto sussurra una parola, che non é diretta né all’uno né all’altro, e forse in fondo nemmeno a lui.
Per tenere la rotta segue l’Oriente. Ci sono le montagne, di là.

Abril


01 Mag

Room

Piena consapevolezza delle cose.
L’urlo è sulla pelle, sotto la pelle, nella carne.
L’urlo è la coscienza, la fusione delle stelle.
Materia in viaggio siderale,
in cammino verso noi.

Noi che siamo neve che cade sulle cose
noi che siamo febbre, la febbre del rimpianto
noi che andremo avanti, perché non serve altro
noi che finiremo insieme, e non importa quando.

È una visione di luce andina, di asfalto in mezzo al giallo.
Di lampadina tropicale, “ci vedono dall’alto”
El pelo arrecho y negro, la forma del encanto
Tu cuarto en el invierno, para seguir amando.

Pero sobretodo es ausencia y deseo, es ganas de cambiar
la estrella del oriente, algo en que creer
es seguirte desde lejos, y verte triunfando
sentir orgullo de ti, de ti que estàs volando.

Sentir orgullo de ti, reconocer todos tus sueños
y olvidarse de los otros, de los que fueron mal
volver a la Argentina, al Tropico del Canto
volver para encontrarte, allà en el mismo bar.

Así que se pasa el tiempo, se van los calendarios.
Se nos fueron el espacio, los detalles y la geometría.
Seguimos siendo uno, la suma de las partes
Seguimos siendo juntos, bien lejos del desastre.

Because when you see the face of God, you will die


17 Lug

Because when you see the face of God, you will die

S’allontanano dal tempo
le immagini del presente.
La palazzina contro la montagna è uno scherzo arancione
a galleggiar tra la nebbia.

[“Giriamo intorno al problema e non lo affrontiamo”,
dice la signora del thé al suo telefono blu].

Istantanee dal lungomare:
“Crazy Show”.
“Live Slow”.
“Ingresso riservato ai cani”.
Giriamo intorno al problema e non lo affrontiamo.

Sul treno
antichi uomini d’oriente con la seta sul cappello
invocano l’aiuto del Signore per aprire la porta.
Il signore, distratto, non risponde all’appello
impegnato a selezionare il suono della playing list.

Un suono, un rumore, un cuscino per allontanare la gente.
Gli africani con i loro auricolari conoscono il metodo per dire di no.
Le anziane signore ammiccano e annuiscono.
Hanno visto sfuggire le cose
e non si riconoscono più.

“Ingresso riservato ai cani”,
si scusano al varco d’ingresso.
Poi accettano tutti, e distribuiscono braccialetti verdi.
La folla si accalca, si unisce, respira.
Giriamo intorno al problema
e non lo affronteremo mai.

Almeisan


19 Dic

Negli incontri nei reincontri vita abbozzata vita consumata piastrelle fredde sotto i piedi nudi l’odore di femmina ancora tra le dita biglietti vecchi di vecchi viaggi in metro archeologia industriale da convertire in formato .mov la password del wifi il libro di fotografie piante indiane vicino alla finestra lavare a mano un paio di magliette per averne fino a sabato almeno

e poi facce

facce gente e ancora nomi

il tipo della coinquilina l’amico dell’amico di Utrecht il giornalista di ieri mattina le loro foto appese sulla parete di fianco al letto dove dormirò stanotte

e poi storie

storie momenti e ancora storie

frammenti di vita separate che si intrecciano per un momento
desiderio di fuoco, tentativo di calore
storie che si accumulano sulle singole giornate
giornate che si riducono al dettaglio di un momento
incontri vita abbozzata
vita consumata
piastrelle.

Al-Baicín


16 Gen

Un cane bianco,
bianchissimo,
attraversa il vicolo.

Scivola attraverso le ombre lunghe,
passa leggero sopre le pietre del tempo.
Questo quartiere è il più vecchio d’Europa.
Questo quartiere viene dall’Africa.

Le stradine secondarie sono vicoli chiusi su un muro d’edera.
Lì in mezzo, un lampione spento, un mucchio di sabbia, un set di coperte.
Frammenti di vita anche là dove non te li aspetteresti.
Gli architetti hanno insegnato cosa significa la distribuzione nello spazio.

Un cane bianco,
bianchissimo,
che si contende con un altro cane
[anche questo, inspiegabilmente bianco]
una borsa dell’immondizia.

Ecco la città che per altri è giungla
e questo è il Sentiero del Lupo,
del Lupo Bianco.

L’animale ritorna più volte sui suoi passi
come un animale ci insegue, vuole sapere dove andiamo.
Si volta per un momento, un ultimo momento, per chiedere qualcosa.

Poi sparisce nel suo sentiero del cane,
del cane bianco.

Sciupando la tua vita in questo angolo discreto, tu l’hai sciupata su tutta la terra


11 Dic

La pace
La pace non è assenza di conflitto.

Sempre la stessa lotta per restare a galla e resistere all’impeto, a boccheggiare e sbattere i piedi fino a quando non ti accorgi che tutto è inutile e controproducente, esiste una forza che si chiama inerzia e segue una direzione e sistema le cose, esiste una forza centripeta che stringe tutto verso l’alto,ecco allora che il fiume scorre più tranquillo perché in fiume si converte, ecco che lo sforzo fisico abbandonando il corpo interte lascia spazio ai sensi, acqua sporca e limacciosa che trascina e attraversa terre diverse e abitate da popoli sedentari, palafitte in legno e fieno incastrate sotto le chiome degli alberi, contadini esploratori naviganti e sciamani, tutto scorre lungo il fiume e tutto è vivo e concreto per trenta secondi almeno, le vite degli altri che passano di lì, a portata di mano, a volte è un cenno di saluto a volte è uno sguardo di sottecchi a volte è voglia di fermarsi, ma il fiume scorre e una ragazza ci lava dentro i panni e tu vorresti dirle ti prego no, non farlo qua e non farlo adesso e lo dico per il tuo bene, acqua sporca e limacciosa è quel che troverai.

Il conflitto
Il conflitto non è assenza di pace.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


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