We haven’t been here before

27 Ago

Le mani si sporcano di materia viva.
Perdono in un momento la loro illusione asettica, riprendono un contatto perduto nella fase embrionale.
La donna dietro il bancone sa tutto e non lo dice.
Conosce la paura e la speranza, spogliate dai filtri e dalle maschere che si portano appresso tutti i filtri e tutte le maschere.

“Inserisca il codice per ottenere il suo drink”.
La donna dietro il bancone aspetta, si asciuga le mani in un panno nero e aspetta.

Là fuori una scala devastata,
un fuoristrada nero.
Altarini in cirillico, l’ingresso di una chiesa.
Dove inizia l’oriente?
Dove finisce l’occidente?

La donna dietro il bancone aspetta, ma non aspetterà per sempre.
Ha studiato per svolgere al meglio quel compito.
Ha studiato anni per svolgere al meglio quel compito.
Altri hanno camminato, si sono persi, hanno ritrovato il cammino.
La donna dietro il bancone ha studiato: e ora aspetta.

Lamine d’oro là in fondo al sagrato.
Le foto di guerra in piazza Maidan.
Due anziani che si allontanano: lei ha il foulard in testa, lui ha i piedi nudi sotto i sandali grigi.
Dove finisce il racconto?
Dove inizia a prendere forma quel che è vero?

“Ma il vero è sostanza nuda, senza un’interpretazione che lo innalzi dalla polvere”.
Il vero è fine a se stesso, esiste solo in funzione di uno sguardo.
E allora le mani asettiche, il panno nero, la materia viva.
E allora inserire il codice, per ottenere il drink.

Apporter le monde au monde

20 Ago

“Portare il mondo al mondo”.
Il mondo, concetto di periferia.
Partivano dal centro e raggiungevano la scena.
Poi la realtà non gli bastava, e fu così che nacquero le storie di finzione.

Come foglie

13 Ago

Una costante che regola il rapporto tra l’Italia-che-fu e il nostro immaginario odierno trova una felice rappresentazione in letteratura. Al di là delle facili retoriche, negli arditi tentativi di reincarnarsi e capire – spesso sulle basi di testimonianze lasciate in eredità dall’uno o dall’altro avo – emerge un desiderio insaziabile di passato prossimo, di scovare quelle tracce del tempo nel tempo che ancora resiste.

Si direbbe che “Come foglie“, l’ultimo romanzo di Alessandro Marenco (Pentàgora Editore), si inserisce appieno in questo filone.
Il libro, che ricostruisce tre cammini biografici “minori” negli anfratti più inaccessibili dell’alta Valle Bormida, è costruito a partire da testimonianze concrete e documenti ritrovati, fatti accaduti o raccontati; insomma è “tratto da una storia vera”.
Si tratta di una vicenda (quasi) tutta al femminile, perché, come scrive l’autore, “le donne hanno un destino, ed è tutto e niente. Non basta fare volume, fare peso. Le donne fanno cose che non pesano”.

Teresa, classe 1889, viene al mondo “nel quieto ripetersi dei giorni e delle stagioni, nella speranza quotidiana di sopravvivere al tempo, di superare un altro giro di macina indenne”, in un contesto destinato a cambiare, e a cambiare per sempre. La sua figura, che rimanda all’immagine di antiche donne rimaste nebbiose nei ricordi d’infanzia, pare ancora visibile dietro le finestre chiuse e sulle soglie vuote delle case abbandonate, in quelle borgate che non sono campagna e non sono montagna e semplicemente non sono più – anche se nel frattempo sono state recuperate da svizzeri, tedeschi o nuovi abitanti, il mondo di Teresa, buono o cattivo che fosse, è scomparso per sempre.

Poi un giorno, mentre era al pascolo, “sola, come fosse una capra”, Teresa ha dato alla luce Anna.

Anna era stata buona fin da subito. Certo aveva pianto e urlato, ma non più di tanto.

E nella storia di Anna c’è tutta la maledizione e la fortuna dell’Uomo (e della Donna) Nuovo, lo stupore passivo di fronte a “un secolo che iniziò con un’esplosione: il lampo della fotografia”. Spinta ai margini della comunità dall’assenza di un padre (svanito in America), Anna insegue i mirtilli (frutti senza padrone) per cercare, in realtà, la fabbrica. Nuova, scintillante, pulita, ordinata, organizzata. La maledizione e la fortuna della Donna Nuova, che può perdersi tra le altre, anche se si porta appresso il frutto della vergogna.

Teresa sapeva bene che a lavorare in fabbrica, le donne diventano mosse, si scaldano, diventano sfrontate, pretendono sempre di più. Ma soprattutto non sono più niente.

Nel mondo ricostruito dall’autore, la fabbrica si sovrappone al fascismo. E’ la Valle Bormida negli anni Venti del secolo Venti, è la Ferrania, con il suo tentativo di avanguardia produttiva e sociale. E in questo laboratorio viene forgiato soprattutto l’Uomo (e la Donna) Nuovo, produttivo e moderno, disciolto in un insieme collettivo in cui oneri e onori sono scritti nel cemento.
L’Italia che diviene fascista, raccontata dalla prospettiva di una città del futuro sorta dal nulla in mezzo ai boschi, assomiglia in maniera disarmante ad Anna, che non comprende ma condivide, che resiste, ubbidisce e viene ricompensata con il suo “alloggio moderno con latrina al piano”.

Al di là dei testi e dei sottotesti, ancora una volta il libro racconta della grande sensibilità del suo autore, che riesce a ricostruire un mondo solo apparentemente vicino (e solo apparentemente lontano) a partire dal linguaggio. Viaggiando tra il detto e non detto, sulla base di un fatalismo antico che tiene insieme, nonostante tutto, le pietre e gli uomini, Alessandro Marenco ci restituisce una fotografia in movimento di quell’Italia al femminile che solo l’omologazione e il nuovo fascismo pasolinianamente inteso riusciranno a cancellare.

La rivoluzione al virtuale

02 Ago

 

In parallelo al caos sin solución che ormai definisce lo stato-delle-cose in Venezuela, sui social network di un amico – venezuelano – appaiono commenti e proclami.

L’America (intesa come Stati Uniti) imperialista, la vostra classe borghese, la rivoluzione del popolo come priorità, le menzogne della stampa.

Inutile aggiungere: si tratta di commenti ad opera di pensatori italiani, senza alcuna relazione con la realtà quotidiana del Venezuela o di un paio di suoi abitanti rimasti laggiù. La falsariga è quella dei “castristi a oltranza”, che si potevano ancora ammirare nei bar di provincia negli anni Novanta: quel che conta è il fine e non i mezzi, la battaglia è impari, la moretti è più buona della peroni.
Solo che in questo caso si tratta del chavismo, o per essere ancora più grotteschi: di Maduro, per essere più precisi di Nicolás Maduro Moros, e di quegli altri bolivarianos del siglo XXI che il fine della rivoluzione paiono averlo ben chiaro.

E’ il vecchio tarlo dell’ideologia.
Pare incredibile, ma così molti provano nostalgia verso i morbillivirus, c’è ancora spazio per le ideologie.
Per dirla con Mr. Lacarne, il principale problema del Secolo XXI è tutta questa gente del Secolo XX che ha deciso di trasferirsi fin qua.

Because when you see the face of God, you will die

17 Lug

Because when you see the face of God, you will die

S’allontanano dal tempo
le immagini del presente.
La palazzina contro la montagna è uno scherzo arancione
a galleggiar tra la nebbia.

[“Giriamo intorno al problema e non lo affrontiamo”,
dice la signora del thé al suo telefono blu].

Istantanee dal lungomare:
“Crazy Show”.
“Live Slow”.
“Ingresso riservato ai cani”.
Giriamo intorno al problema e non lo affrontiamo.

Su. treno
antichi uomini d’oriente con la seta sul cappello
invocano l’aiuto del Signore per aprire la porta.
Il Signore, distratto, non risponde all’appello
impegnato a selezionare il suono della playing list.

Un suono, un rumore, un cuscino per allontanare la gente.
Gli africani con i loro auricolari conoscono il metodo per dire di no.
Le anziane signore ammiccano e annuiscono.
Hanno visto sfuggire le cose
e non si riconoscono più.

“Ingresso riservato ai cani”,
si scusano al varco d’ingresso.
Poi accettano tutti, e distribuiscono braccialetti verdi.
La folla si accalca, si unisce, respira.
Giriamo intorno al problema
e non lo affronteremo mai.

MAKHNO

03 Lug

1
Aveva una maglia psichedelica e quarant’anni circa.
Se ne andava in giro per le montagne per inseguire una linea.
Tutti gli dicevano che si trattava di una linea importante, che tagliava a metà le creste e i pendii.
Una linea tracciata sulla terra e cancellata dal tempo, una linea che solo l’occhio di vetro riusciva a percepire.
MAKHNO preferiva pensare a geometrie diverse, superiori agli uomini e ai loro ultimi passi.
D’altra parte, nessun elemento garantiva risposte certe: la linea si spostava e scompariva.
L’occhio di vetro si perdeva e non capiva.
Sulla via della montagna, tutto era frontiera.


2

Di fronte alle barricate aveva incontrato un viandante.
“Se la gente non avesse abbandonato questi luoghi”, gli aveva detto, “questo tuo film non avrebbe senso”.
Diceva delle memorie accumulate in quegli ambienti.
Luoghi che la gente immagina, “studia”. Ripudia. Ma qualcuno ci abita.
“E’ una storia antica”, diceva il viandante.
Una storia scritta nei terrazzamenti e nelle meridiane, che se le guardi bene, hanno sempre le asticelle parallele all’asse del pianeta.


3
Poi MAKHNO è ripartito.
Si lasciava indietro i paesi degli uomini e le loro rovine. Le pietre erano messe tutte in linea come a voler segnalare una retroguardia, o forse, chissà, un’avanguardia.
L’occhio di vetro rimaneva fisso su una prospettiva obliqua, che messa così, in verticale, racchiudeva segni complessi e difficili da interpretare.
A guardarla bene, la linea esiste per davvero, ed è in movimento.


4
Sulle carte e sulle mappe, l’altro lato rimaneva bianco.
Terra sconosciuta, vuota, terra non prevista.
A quel punto la linea si faceva reale, e dietro di lei, secondo le previsioni del meteo, non splendeva il sole e nemmeno pioveva.
Dietro la frontiera il cielo rimaneva sempre trasparente, chiaro.

MAKHNO inseguiva quello spazio bianco, come un desiderio di purezza.
Non cercava la pace: fuggiva da una guerra.
Sentiva la necessità assoluta di attraversare un punto di separazione, di camminare su terra straniera.
Così, dimenticandosi della linea, è riuscito a raggiungere quel luogo senza elementi, senza segni, senza informazioni.


5
Eppure… il giorno dopo, quando tornava il sole, dove si nascondevano gli sguardi?
Le bandiere e le mutande appese, le botteghe aperte dietro le finestre piccole… dov’erano finite le persone?
Rimanevano gli anziani, che si muovevano con movimenti lenti, ragionati, ma quella degli anziani era un’altra storia.

MAKHNO si guardava attorno e non capiva.
Le tendine si scostavano e tenevano d’occhio il forestiero. Qualcuno credeva fosse un invasore, qualcuno sperava fosse uno dei liberatori.
Nessuno rimaneva insensibile al suo passaggio.
Per trovare traccia della linea, occorreva scendere. Scendere ancora.

[continua…]

 

Un film di Sandro Bozzolo
Musiche Originali Alessio Dutto, Francesco Torelli, Simone Sims Longo
Montaggio Marco Lo Baido
Voce Narrante Gabriela Kukurugyova
Disegno grafico: Bruno Volpez
Prodotto da Fondazione Dravelli e Airelles Vidéo nell’ambito del progetto ALCOTRA Borderscapes

A way to go

20 Giu

Sinners

Un personaggio sintetico si muove in un mondo reale.
Possiamo farlo correre, decidere che salti di fronte a un ostacolo sul cammino, possiamo immaginare che si fermi ad osservare quel che lo circonda.
Lo spazio che attraversa è frutto della sua esperienza, i diversi sentieri iniziano a ramificarsi mentre la storia scorre sotto i suoi piedi.
Possiamo decidere tutto di lui.

Il colore dei suoi capelli, la nobiltà della sua missione, il suo ruolo in questo mondo. Possiamo decidere tutto.

“Quanta autonomia permettere all’utente, in un universo narrativo altro?”
E dove muoiono, in quel mondo, le vittime che lasceremo sul terreno?

Immaginatevi di essere collegati a sensori di emozioni, di frequenze cardiache, di impercettibili sudorazioni incontrollate, e comunque lì, a piantare nella pelle il freddo.
Saranno le nostre emozioni a segnare il cammino. Il nostro inconscio a scegliere tra diversi finali.
E forse qualcun altro, là dietro, studierà il nostro cammino a sua volta, registrando ogni risposta.

“Possiamo decidere tutto di lui”.

Il linguaggio, diceva Borges,
“Il linguaggio è un’altra cosa”.

Sòta du lüv

03 Giu

 

Cammino dietro al suo profumo come inseguendo un ricordo. Animali e fragole, paesaggi primordiali da cui sono silenziosamente fuggito, qualche anno prima, tanti anni prima, quanti anni prima?
Il tempo non ha nessun lato bugiardo quando mi arrampico dietro di lei.
Le foglie crescono, si colorano, diventano la terra sotto i nostri piedi. Quando tutto è Foglia, lei pazientemente le mette insieme, come se fossero ricordi. Poi brucia tutto: a quel punto il tempo perde anche ogni consistenza.

Vista da lontano, vagamente ricorda una bambina invecchiata, un biscotto che si sbriciola nel latte del mattino, il tronco di legno quando è ancora nascosto nell’occhio dello scultore. Lei però non pensa minimamente a tutto questo. Lei pensa esattamente a tutto il resto, a quello che inizia e finisce nella Sòta du lüv. Mi parla di un fulmine che sessant’anni prima è sceso proprio lì, su quell’albero che ancora conserva la traccia del fuoco. Annuisce silenziosamente senza schiodarmi gli occhi di dosso, come a voler confermare il ricordo, come se lei stessa si stupisse non di quel che ricorda, ma dell’atto stesso di ricordare. In quello sguardo di temporale rimane solo lo stordimento del lampo, il suono di un tuono continuo.

Quanti bagagli, tra le rughe di questa donna. Quanto vento. Quanti attimi messi ad asciugare al sole. E io non posso fare altro che continuare a pensare al libro di Mircea Eliade, alla sua bella copertina arancione, sul mio comodino. Devo liberarmi dai feticci, mi dico. Devo liberarmi dai feticci. Devo essere come lei, anch’io sui miei vestiti voglio la musica delle campane, anch’io tra i miei capelli voglio il fumo dei seccatoi di castagne, anch’io tra le mie dita non voglio più niente e nessuno. Come lei che cammina veloce, la schiena curva verso l’erba e il muschio, gli occhi accesi su tutto quello che ha bisogno di essere visto. Trova i pensieri che aveva smarrito il giorno prima. Trova il tempo di stare a guardare.

Trova un fungo tra le foglie e me lo regala. Questo è buono con il limone e il prezzemolo, mi dice. Nella mia tasca però c’è ancora il biglietto d’ingresso del Museo Pompidou: chissà se potranno stare bene insieme, lui e il fungo.

Continuiamo a salire verso la Sòta du lüv, con il passo convinto di chi ha un luogo da raggiungere. Quando uno dei suoi animali devia verso un albero di pesche, lei lo richiama con un linguaggio misterioso, fatto di suoni ritmici e gutturali, un linguaggio spaventoso e bestiale, ma che al tempo stesso esprime tutto l’esprimibile, un linguaggio perfetto.

Su, verso la Sòta du lüv, come ieri, come l’altro ieri, come nell’idea che rimane in testa di un domani. E lei non dice niente, lei che ha imparato ad annullare anche il pensiero. La conoscono tutti la sua storia, giù in paese. La conoscono tutti, perché ognuno ne ha scritto un pezzo, ognuno ha ripetuto una verità fino a trasformarla in leggenda. La conoscono tutti questa vecchia contadina, ma nessuno le ha mai chiesto cosa sia successo veramente, su dalla Sòta du lüv, quando era giovane. Quando era bella. Quando suo fratello tornava dalla guerra. Quando il vino era il vino, cioè tutto ciò che rimaneva a chi tornava dalla guerra.

Non ho mai creduto alla storia della Sòta du lüv. Non ci ho mai creduto perché sapevo bene che era vera, e allora non mi interessava. Negli occhi della vecchia contadina, invece, c’è tutto quel che l’umidità deposita. Negli occhi della vecchia contadina c’è la Sòta du lüv, e non è più un punto da fuggire ma un rifugio in cui nascondersi, non è uno spazio in cui portare le capre ma un luogo in cui farsi trascinare dalle capre, non è quel che mormora il paese ma il suo esatto opposto: la Sòta du lüv è tutto quel che non è mai stato detto.

[Questo racconto ha ottenuto il primo premio al III Concorso Letterario “G. Bottero” di Mondovì (CN). Secondo la Giuria, “il racconto è condotto magistralmente sia per i tagli delle sequenze, sia per lo scavo interiore e la rara capacità di lasciare affiorare i dati sensoriali. Viene espresso il fascino del lirismo e la magia del mondo naturale].

Faudä

28 Mag

Riempiva il vuoto della piazza, presenza nera presenza incerta
presenza certa tra i comignoli spenti.
Sotto le pietre, la pietra.
L’uomo aveva scavato e poi costruito tremila anni di quotidiano calcare.
Tre millenni e un secolo: il medioevo, solo storia di ieri.

Antonia custodiva la chiave,
la chiave della grotta.
Custodiva il telaio e filava tappeti,
filava tappeti e nutriva i suoi galli.
Antonia custodiva anche la chiave,
la chiave nera del pollaio.

Franava la montagna e tornavano le rondini.
Chiudevano i bar, anche la strada era lisa.
Ma Antonia prendeva le chiavi e riempiva il vuoto della piazza:
filava tappeti, i tappeti del tempo.

Non furono i siculi, né i greci, i normanni.
Non furono gli arabi, i tedeschi, gli assedi.
Furono “i francesi, col loro strano dialetto”
a lasciar spazio a una leggenda,
un intreccio di fili.

Così Antonia prendeva la chiave e azionava il telaio.
Prendeva la chiave e nutriva il pollaio
e tra un momento e l’altro, lo spazio di un giorno
un passaggio sull’altro a riempire la piazza,
nel tempo nel vento del paese che verrà.

[Scritto a Sperlinga (EN), sacca di resistenza della lingua gallo-italica].

Yakutia

26 Apr

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una tavola imbandita da qualche parte in Siberia. Saltata fuori da Facebook.
Lui è un aviatore russo, conosciuto dieci anni fa, su un treno tra San Pietroburgo e Mosca.
Un bravo ragazzo, curioso, discreto, intelligente, misterioso. Un ottimo compagno di viaggio.
Sono passati dieci anni, e oggi è il suo compleanno.
Anche quella sera di dieci anni fa era il suo compleanno, e l’aveva passato in uno scompartimento di seconda classe con degli sconosciuti.
[Nei treni russi, per ogni vagone c’è un capo-vagone, con la sua divisa e il suo scompartimento riservato. Il compito principale del capo-vagone è tenere acceso il fuoco e riscaldata la vettura, tramite una solida stufa a inizio vagone].

Oggi, questa tavola imbandita.
Vedo che Andrei sta bene, pare sempre uguale.
Chissà chi sono quei tipi al suo fianco, che festeggiano con lui il suo compleanno.
Si direbbero Yakuzi, o Kirghizi, o Kamkatchi. In ogni caso, siberiani.
Andrei veniva da Yakutz, nel senso che per questioni di lavoro era andato a vivere lì.
“Conoscete la Yakuzia?”
“Certamente. Abbiamo giocato a Risiko”.
Un bell’incontro, quell’incontro con Andrei.
Sono contento di rivederlo, e di sapere che sta bene.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


Ricerca personalizzata