Colombia 022

24 Ago

Il 7 agosto 2022 Gustavo Petro è diventato il primo presidente progressista della storia colombiana.
I motivi di questo ritardo non sono solo politici: dal 1948 in avanti, ogni tentativo elettorale portato avanti “dal popolo per il popolo” è stato fermato con il sangue, generando l’anomalia regionale della Colombia nel contesto sudamericano: Bogotá è stata l’unica capitale a non aver mai sofferto un colpo di Stato, in quanto la lunga mano delle oligarchie, ampiamente foraggiata da Washington, ha sempre giocato d’anticipo, prima di arrivare alle urne.
Come se questo non fosse sufficiente, dal lontano 1964 sullo scacchiere politico colombiano sono entrati in gioco i movimenti di guerriglia, che con il loro linguaggio insurrezionale hanno delegittimato le istanze storiche delle sinistre. “Giustizia sociale”, “Riforma agraria” e “Riforma tributaria” per lunghi decenni sono rimasti concetti tabù. Il fatto di nominarli significava, per i partiti tradizionali, una pericolosa assonanza con i criminali delle FARC.

Tuttavia, molte cose sono accadute negli ultimi anni, e il nuovo governo è un esperimento particolarmente interessante anche e soprattutto perché poggia su ambizioni e visioni sensibilmente diverse rispetto alle sinistre latinoamericane del III millennio. Tramontata, tra luci e ombre, l’epopea chavista (ispirata a un ex militare divenuto presidente), con l’elezione di Gabriel Boric in Cile (febbraio 2022) è iniziata un’epoca nuova anche per la sinistra latinoamericana, che si potrebbe definire “post-ideologica”. Dopotutto, Bogotá è la capitale di un Paese solido e strategico, che nell’ultimo quindicennio ha conosciuto una fortunata stagione di crescita e di rinnovamento. La sua economia è diversificata e non è legata, come quella venezuelana o ecuadoriana, all’esclusiva esportazione di idrocarburi, mentre la radicata esistenza di una ben nota economia parallela (il narcotraffico) garantisce un flusso di denaro che viene comunque reinvestito nel Paese. Inoltre, con la sua posizione geografica privilegiata (una superficie vasta tre volte l’Italia, al centro del vasto continente americano), la Colombia rappresenta uno spazio troppo importante per essere lasciata nelle mani del primo caudillo alla deriva.

Le élite colombiane tutto questo lo sanno, e nonostante il loro giustificati timori, dopo una lunga decadenza della destra uribista, senza ammetterlo pubblicamente sono oggi disposte ad accordare un margine di fiducia al governo di Petro. Nel 2019, nel 2020 e nel 2021 le strade di Bogotá sono state teatro di violente e decise contestazioni, mentre in parallelo, nelle aree rurali, i popoli indigeni alzavano la testa anche se questo voleva dire persecuzione da parte dell’esercito nazionale. Per la prima volta nella storia colombiana, las minorí­as fino a quel momento escluse da una gestione del potere patriarcale e bianco-centrica hanno chiesto il loro diritto di rappresentanza. Mentre la crisi climatica metteva in risalto l’immenso patrimonio di materie prime di cui gode il Paese, mentre il modello-USA dimostrava in maniera inequivocabile le sue vistose crepe, l’intera società ha iniziato a interrogarsi circa la necessità  di progettare una nuova Colombia.

Gustavo Petro, dunque. La sua traiettoria politica è il coronamento di una lunga traiettoria che porta oggi, per la prima volta, las disidencias al potere. Nato nel 1960 sulla costa Caribe, Gustavo Petro è un ex guerrigliero del gruppo universitario M-19. In seguito a un sanguinoso assalto terroristico compiuto proprio dall’M-19 nel 1985, Petro si è progressivamente allontanato dai gruppi insorgenti, per coltivare una solida opposizione parlamentare che lo ha portato, nel corso di quarant’anni vissuti in prima linea, a conoscere molto da vicino i meccanismi del potere e dell’azione politica colombiana. Gustavo Petro è dunque un intellettuale nel senso più autentico del termine, un economista serio e competente che non ha mai smesso di studiare il corpo sociale del suo Paese. Eppure, è anche un politico scaltro e determinato, abile a divincolarsi nelle maglie strette del potere. Con l’eccezione significativa di Francia Márquez, prima donna afro-colombiana a ricoprire il ruolo di vice-presidente, il suo governo (età media: alta) è l’espressione di un attento gioco di pesi e contrappesi, che si presenta al mondo con la giusta credibilità per proporre riforme ambiziose e storiche.

Nelle prime due settimane di governo, infatti, Gustavo Petro ha stupito tutti per la determinazione e la portata delle sue proposte. Forte di una maggioranza parlamentare anch’essa inedita, il suo governo ha immediatamente scoperto le carte, proponendo una profonda riforma tributaria per tassare progressivamente i grandi patrimoni, una riforma completa della polizia e dell’esercito, una maggiore tassazione del trash food o “cibo spazzatura” (bibite gassate, dolciumi industriali, fast food, etc) e un invito a discutere una progressiva legalizzazione delle “coltivazioni illecite”. Soprattutto, però, Petro ha sorpreso tutti con due proposte inattese: secondo la visione del suo Governo, la Colombia dovrà  lasciare sotto terra gli immensi giacimenti di idrocarburi, e diventare un modello futuro per la transizione energetica impegnandosi a salvaguardare (insieme ai vicini) la foresta Amazzonica. La Colombia, da Paese produttore e consumatore di petrolio, dovrebbe dunque convertirsi in un laboratorio per la transizione energetica, salvaguardando il suo territorio privilegiato (l’El Dorado, per i conquistatori spagnoli) a beneficio dell’umanità intera.

 

 

La Whipala, bandiera dei popoli andini

 

Con le sue due coste oceaniche, con la contemporanea presenza di Cordigliere andine, bosco tropicale e Amazzonia, con la specificità derivante da ogni clima termico (ghiacciai inclusi), la Colombia è il secondo Paese più bio-diverso al mondo, al seguito del Brasile. Tuttavia, mentre in Colombia la presenza delle guerriglie su buona parte del territorio rurale ha avuto l'”effetto collaterale” di mantenere le selve incontaminate, nell’Amazzonia brasiliana il disboscamento procede a ritmi devastanti. Proprio ai vicini trans-amazzonici pare essere rivolto il messaggio di Petro in questi giorni: se la società civile brasiliana saprà resistere al tentativo di golpe paventato da Jair Bolsonaro, la Colombia e il Brasile potrebbero diventare modelli mondiali per la conservazione di una biodiversità sempre più minacciata. Ed eventualmente, insieme agli altri governi latinoamericani allineati su posizioni comuni, lanciare una proposta storica per liberarsi definitivamente dalle fallimentari politiche di contrasto al narcotraffico imposte da Washington, per passare a modelli di legalizzazione progressivi, che consentirebbero di sottrarre l’economia degli stupefacenti (la terza al mondo, dopo sesso e finanza) alle mafie, per dirottare quelle risorse verso le casse statali.

La sfida è lanciata, la storia si muove su binari veloci. Sul sangue versato dai milioni di colombiani che negli ultimi decenni hanno creduto in un destino diverso prende oggi forma un progetto differente, che sarà decisivo per le sorti future di questo Paese imprevedibile, e magari, chissà, per l’umanità  intera.

Come un regalo di ventisempre

13 Ago

Succo d’arancia e benzina per le prime luci sul Tropico.
Le strade sono pulite, gli uccelli cantano tra le fronde, le moto passano lente verso il desayuno.
La signora della frutta, Regina delle Vespe, parla gentile e chiede che ci fai qui.

Che ci faccio qui, ora e soltanto ora, o nell’abbraccio sfocato di un più impalpabile Sempre?
È uno sfolgorante viaggio da quel primo febbraio duemilaotto ad oggi, una progressione regressione un girar sempre intorno a lo mismo.
I miei abiti sono cambiati e sono sempre gli stessi, e per dire qualcosa alla Regina delle Vespe vorrei saper scrivere come Louis Charles Adelai de la¯de de Chamisso de Boncourt, che per parlar di sé un giorno scrisse: “Sono un francese in Germania e un tedesco in Francia, un cattolico tra i protestanti e un protestante tra i cattolici, un filosofo tra i credenti e un uomo di mondo tra gli scienziati, un pedante tra la gente di mondo, un giacobino tra gli aristocratici e un nobile tra i democratici, non appartengo a nessuno e sono ovunque uno straniero, volevo abbracciare tutto e tutto mi sfugge”.

Volevo abbracciare tutto e tutto mi sfugge.
La Regina delle Vespe ha un bel sorriso e un bel nome, si chiama Zafira.
È un nome gitano, nome d’oriente, perché sua madre e suo padre, con tutti i cugini le carovane e gli zii, arrivavano dall’Alessandria d’Egitto.
Poi una famiglia del posto, i migliori amici dei suoi genitori, gli portarono via la figlia mentre loro stavano in tournée per il Paese.

Ogni cosa è al contrario, ogni cosa è al suo posto.
Camminar soli equivale a portarsi dietro il peso di tutti gli altri, equivale a capire che forse non sono gli zingari a rapire i bambini degli altri, ma l’esatto revés. Volevo abbracciare tutto ma tutto mi sfugge, signora Zafira.

“Cosa vuole farci, quei signori avevano tre figli maschi ma nessuna femmina, ed evidentemente volevano a tutti i costi una femmina”.
Così la signora dei succhi schiaccia arance e mi dice, Yo soy la Reina de las abejas, vespe e api lì intorno, e io sono di nuovo qui, giacobino tra gli aristocratici, nobile tra i proletari, e le moto passano lente verso il desayuno.

Il caffè

12 Apr

Piero

Il sogno finisce quando lui si ritrova in una moschea.
È tutto bianco intorno,
È tutto caldo,
È tutto ovattato e tutto è lontano.

C’è un pezzo di plastica collegato ad un filo. Una freccia verso l’alto e una freccia verso il basso. Un puntino nero in mezzo.
Premendo il polpastrello su una di quelle frecce, si muove la tenda che nasconde il cielo e sparisce la moschea.

Adesso tutto ha a che fare con la guerra e con le cose del mondo.
I ragazzini nelle case, fino a quel momento pacifici e disinteressati, hanno imbracciato i loro fucili virtuali e si confrontano in un videogioco con la distruzione del nemico. Ecco il ritorno del maschio virile, ecco la fine dell’epoca fluida, ecco dunque realizzato quel che voleva il presidente dell’urss.
Ma anche le ragazze non scherzano: ragazze di vent’anni con le trecce e con i maglioni colorati, eccitate dalla retorica della guerra, realizzano fiori di carta per sostenere da lontano i movimenti di truppe là  al fronte.

Anche il gatto si chiama “Guerra”.
Si chiama “Guerra” o si chiama “Guerro”, perché è nato il 24 febbraio e non è ancora chiaro se si tratti di maschio o di femmina.
In ogni caso Guerra – o Guerro – guarda tutti con quella faccia che hanno i gatti quando non si capisce se stanno con i russi o con i cinesi.

La vita, insomma, procede come sempre
tra vecchi estremismi e il desiderio di prendere parte a qualcosa di più grande, un sogno collettivo.
Nell’illusione del giusto e nella certezza di poter individuare, con scientifica chiarezza, il profilo di un “nemico”.

Quando tutto è finito,
alla fine del grande sogno,
ho acceso la videovisione e ho visto un’esperta governativa parlare del suo programma contro le droghe.
Mentre esponeva il suo piano, con asfissiante supponenza,
sorseggiava beata la sua tazza bianca e rossa,
senza sapere che lì  dentro conteneva il narcotico più potente del mondo,

il caffè.

Estos extraterrestres nos están invadiendo

13 Mar

Cilene e cileni, abitanti della nostra patria, popolo del Cile. Questo pomeriggio, per la prima volta, vi parlo da Presidente della Repubblica. Presidente di tutte e tutti noi che abitiamo questo Paese, e che lo amiamo. Che ha sofferto tanto, e che tanta allegria ci ha dato. Grazie infinite per darmi questo onore, a voi che state seguendo da casa, nel lungo e largo di questo grande Paese.

Questo Cile, fatto di diversi popoli e nazioni, inserito in una cornice del Continente, tra la Cordigliera imponente e i suoi oceani magici, tra il deserto di vita e i ghiacci antartici, arricchiti e trasformati dal lavoro del suo popolo; è questo Cile che solo in un pugno di anni, e voi lo avete vissuto, ha dovuto attraversare terremoti, catastrofi, crisi, convulsioni e una pandemia mondiale.

E violazioni ai diritti umani che non si ripeteranno mai più nel nostro Paese.

Però ci siamo sempre scrollati via la polvere di dosso, ci siamo asciugati le lacrime, abbiamo mostrato insieme un sorriso e proseguiamo, cilene e cileni, sempre proseguiremo.

L’emozione che ho sentito oggi nell’attraversare la Piazza della Costituzione ed entrare in questo Palazzo della Moneda è profonda, e ho un bisogno esistenziale di condividerla con voi. Siete parte protagonista di questo processo. Il popolo del Cile è protagonista di questo processo. Non saremmo qua senza la vostra mobilizzazione. E voglio che sappiate che non siamo arrivati qui per occupare poltrone e godercela tra di noi. Per generare distanze incolmabili. Siamo giunti qui per consegnarci anima e corpo all’impegno di rendere migliore la vita della nostra patria. Voglio dirvi, compatrioti, che percorrendo il Paese ho visto le vostre facce. Quelle degli anziani, la cui pensione non basta per vivere perché alcuni hanno deciso di fare della previdenza sociale un business. Quelle di chi si ammala senza che le famiglie abbiano modo di pagare le cure: quanti di voi ci hanno parlato, ci siamo guardati agli occhi. Quelle degli studenti indebitati, quella delle contadine e dei contadini senza acqua, per siccità e per saccheggio. Quelle delle donne che si prendono cura dei loro figli, che in ogni angolo del Cile ho incontrato. Ai loro famigliari prostrati, indifesi. Quelle delle famiglie che continuano a cercare i loro cari scomparsi (desaparecidos), che non smetteremo di cercare. Le facce delle dissidenze e delle diversità, di generi che sono state discriminate ed escluse per troppo tempo. Le facce degli artisti, che non possono vivere del loro lavoro, perché la cultura non è sufficientemente valorizzata nel nostro paese. Le facce delle dirigenti sociali che lottano per il diritto a una casa degna per il popolo del Cile. Le facce dei popoli originari spogliati della loro terra ma mai, mai della loro storia. Le facce della classe media, e le bambine e i bambini del Sename. Mai più, mai più! Le facce delle zone più isolate del nostro Paese, como il Magallanes di cui sono originario. Le facce di chi vive nella povertà dimenticata. Con voi è il nostro impegno.

* “Estos extraterrestres nos están invadiendo” è una frase dell’ex-First Lady Cecilia Morel, moglie dell’ex presidente Sebastián PiNera, di fronte alle massicce proteste di piazza di cui non riusciva comprendere la natura spontanea.

Ai flores do verde pino

27 Feb

Portugal

L’Ucraina è il confine di Europa come lo è la Lituania la Grecia e il Portogallo.
È il confine d’Europa perché fino lì è arrivato quel vecchio sogno cosmopolita che non accetta i dispotismi
fin lì è arrivata la possibilità di studiare all’università senza doversi indebitare con le banche
e da lì arriva il confronto con le terre d’Oriente.
Se cade l’Ucraina cadrà Europa
quella che ha coltivato voglia di potersi esprimere e l’ha trasformata in bellezza,
quella di Rossi e di Spinelli,
non quella fredda delle istituzioni europee, o della paura dell’altro.
Ma Europa scricchiola dall’interno, è spaventata e stanca
e proprio dalle sue periferie arriva forza fresca e voglia di farcela. Ho visitato Kiev nel 2007 e sono bastati pochi giorni per ricordarla come una delle città più aperte cosmopolite creative determinate e curiose. Proprio come Vilnius, come Tallinn, Varsavia.
Il vento fresco arriva da Est.
A Ovest c’è il Mare Grande, rassicurante, definitivo.

Febbraio gattaio

05 Feb

È questo il tempo del miagolio dei gatti.
Girano inquieti sotto le finestre, si arruffano e s’azzaffano, inventano parole per parlare tra di loro.
Sembra che improvvisamente abbiano trovato un linguaggio, inteso come: un linguaggio con la voce. Un linguaggio modulato e parlato, lunga cometa che lacera il buio.

La voce dei gatti è roba strana nella notte.
Ti ricorda che c’è altra gente nel mondo, gente chiamata “gatti” e che anche loro vivono qua.
Sono gatti molto diversi dai gatti di città, che vivono un grande shock generazionale un po’ come accadde ai nostri vecchi negli anni sessanta, tutti conquistati dalle luci e dai cibi grassi dell’imperialismo consumista.
I gatti che stanno qua sotto son gatti davvero, che con la luna di febbraio sentono la voce della rivolta e ridefiniscono tutta la comunità, cambiano i ruoli e si ringiovanisce la stirpe, i giovani gatti cercano di scalzare dal trono chi si è insediato nel gennaio precedente e a volte ci riescono e a volte non ci riescono. Nei mesi d’estate nasceranno i gattini.

Ma i gatti che vivono qua in fondo in fondo sono uguali identici ai gatti di città.
Sono gatti come loro, e si comportano in quel modo in cui si possono comportare solo i gatti, ma al contrario degli altri hanno il dono della parola.

binzimánia

24 Gen
viajera viajera bella per el mundo.
tengo aquí tu vela

espero verte pronto.

Humahuaca

05 Gen

Camminavamo per spostarci sempre un metro più in là del presente. La strada era un dettaglio trascurabile, quello che cercavamo era il movimento, la fuga. I pastori di lama, il tipo con la bandierina della Nuovazelanda appesa alla bici. E l’abbraccio del sole, come se i tremila chilometri che ci separavano dal mare non fossero nient’altro che tremila chilometri in meno da attraversare. Camminavo al tuo fianco, e avrei potuto proseguire fino all’infinito, spinto da una mole di passato che avrei voluto fissare del tempo. Senza altre notti spese a cercare un dolore, senza banconote e senza film da vedere. Perché aggiungere altra legna, se tutto si trasformerà in cenere? Tutto era chiaro, troppo chiaro, stravolto dalla luce di una latitudine perfetta, impresso nel colore di quella terra accesa e silenziosa, presente nell’assenza di tutto quello che avrebbe dovuto essere lì, e non c’era niente, assolutamente niente, solo una linea di cavi elettrici a ricordare che un tempo l’uomo, un vuoto nello stomaco, una linea di formiche giganti che attraversava perpendicolarmente il nostro cammino.

A volte mi chiedevo se sarei stato capace di prendermi cura di te, o se saresti poi stata tu a doverti leccare le ferite. Se era protezione o condanna, chi il giudice e chi il colpevole, chi inseguiva e chi tracciava il cammino. Osservavo la profondità del tuo sguardo, e tutto quel che ci trovavo era una vecchia canzone, “così vanno le cose così devono andare”, noi sapevamo ma non sapevamo perché, come in quel film di Buñuel dove gli ospiti di una cena si salutano ma non se ne vanno, rimangono in attesa di un qualcosa di fronte alla porta, un qualcosa che non arriva e li tormenta e non sappiamo perché, e alla fine impazziscono tutti. Non sapevamo perché. Solamente che c’è un senso anche a Humahuaca, c’è un villaggio di barro con esseri umani che ci vivono ed hanno costruito i loro cimiteri e fumano Marlboro grigie, e se non c’è un senso lì allora dove.

Senza far rumore fluivamo fuori dallo spazio e dal tempo, eravamo lontani anni luce dal ricordo di un’infanzia, estranei. Comete. Lentamente ci stavamo spegnendo, ma nell’accelerazione finale avremmo fatto mille volte il giro del mondo, toccando ogni pietra senza considerazioni gravitazionali, eravamo nell’atmosfera e galleggiavamo leggeri in una nuvola d’amore, anche se avremmo avuto troppo paura di scriverlo su una lettera, su un cuscino. Eravamo due estranei in viaggio tra loro, un giga di foto da mostrare ad amici poco interessati nel giorno del ritorno, eravamo qualcosa che saremmo stati.

Quando incontrammo la linea, non ci fu sorpresa né sgomento. Solo uno sguardo reciproco piantato negli occhi, a ripetersi ancora una volta le parole di quella vecchia canzone. Una macchina passò al nostro fianco ai centodieci all’ora, il che significa che per molti quel punto era un punto qualsiasi. O forse eravamo noi ad essere traviati dalla poesia, ad inseguire chimere in un deserto arido e polveroso, a costruirci illusioni ottiche ed oasi nel deserto per provare sopravvivere a sopravvivere ancora un po’, per parlare con i morti. Era un luogo spaventosamente normale, un’astrazione tracciata sull’asfalto tra le pietre ed i cactus, un cartello verde a bordostrada a segnalare un’idea venti metri più in là.

“Qui passa il Tropico del Capricorno”.
Abbassai la cerniera, ed accesi una sigaretta. Pisciai felice.

Do everything feel nothing

04 Gen

I segni più antichi lasciati dall’uomo in the Tanaro Valley
sono queste incisioni su roccia in viaggio lungo i millenni,
a bordo di una delle tante strade che salgono verso il Bric del Monte.

Un richiamo alla Dea Madre
Un’invocazione di fertilità
Un alfabeto per segni.

Nel nulla del nulla dell’antico pantheon.

runaway

15 Dic
Il sacro segna la luce.
La luce segna il sacro.
Il sacro segna il cammino.

Diary of a Baltic Man

Real Eyes. Real Lies. Realize.


Ricerca personalizzata