Hubo un día en el que fotografié una vaca

27 Gen

Golondrina Presumida

Visto che suonano i mahavishnu
e sul grosso tavolo di legno c’è il segno dei soliti bicchieri e c’è una buonanotte che è una fotografia
visto che oggi ho lavorato
che oggi ho mosso i muscoli il senso delle cose la mente
visto che oggi era domenica, era lunedì, martedì
visti i precedenti
soppesato i conseguenti
visti i granchi azzurri, i piatti sporchi dell’inverno, le lezioni del duemila venti

visto tutto quel che è accaduto
è accaduto e accade

ho deciso di salire
arrampicarmi sulle scale
scrivere sul blog.

Segui la bestia, stana la bestia

08 Dic

Tra Purple Castle e Garessio non c’è niente.
Spazio bianco sulla mappa.
Le porzioni di mondo fuori dalle direttrici dall’asfalto sono ingombri da evitare, sono fastidi da circumnavigare, sono la distanza che separa dall’arrivare.

Tra Purple Castle e Garessio c’è una valle.
Passando da sotto, dalla Statale, sono due cartelli blu.
Uno dice “Piangranone” e l’altro “Deversi”, e quasi nessuno ormai ricorda che quei Deversi erano stranieri forestieri esseri umani diversi, importati da chissà dove nell’alto Piemonte per le operazioni di ingegneria etnica di casa savoia.
Tra Purple Castle e Garessio ci sono i Diversi, ma quei diversi sono ormai uguali a tutti gli altri, a tutti quelli che non ci sono più.

Tra Purple Castle e Garessio c’è il monte.
C’è il monte ed è pieno di neve.
È pieno di neve, e sotto la neve c’è Piangranone e ci sono i Deversi.
Ci sono i Deversi e ancora più in là, nell’uvi della valle, nella parte umida a ridosso del ruscello, ci sono i Cunni.
Un gruppo di case di cui non esiste memoria.
Per arrivare ai Cunni non ci sono strade ma solo antichi sentieri.
Per andare via dai Cunni, sotto la neve, non bastano nemmeno gli antichi sentieri.
Occorre attraversare il ruscello, risalire la valle, cercare una traccia nell’abbandono totale.

[fotosi]

Tra Purple Castle e Garessio, nella zona dei Cunni, non ci sono più tracce.
Ma lì sotto, nel bianco, una linea concreta.
Una strada che avanza, linea dritta nella neve, una traccia che è un solco che è indicazione di cammino che segna la strada.

Tra Purple Castle e Garessio, nella zona dei Cunni, è pieno di lupi.
E i lupi, si sa, razionalizzano ogni movimento.
Non stanno mai fermi e non sprecano un passo.
I lupi, come gli uomini, cercano la strada più diretta ma meno faticosa (o pericolosa) per cambiare crinale.
I lupi, come gli uomini antichi, non cercano la linea verticale ma inseguono direttrici verticali, eventualmente oblique, per andare e arrivare.
Al contrario dei cani, i lupi, come gli uomini, non camminano a zig-zag. Non si perdono, nel loro cercare.
Così, dove non ci sono più uomini, dove non ci sono più strade, basta seguire la traccia del lupo per superare la montagna.

Tra Purple Castle e Garessio,
nella zona dei Cunni,
è terra di lupi.
Camminano in direttrice obliqua, senza fare rumore, perché la loro unica speranza, per sopravvivere, sta nel sorprendere una preda molto più veloce di loro.
Quando il monte è gonfio di neve, partendo da Purple Castle per arrivare a Garessio, basta seguire le loro tracce nella neve, per sperare di arrivare.

Foto di Simone Rossi

IMPA | La ciudad – il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere

03 Dic

Frame by IMPA | La Ciudad. Per gentile concessione Gargagnán Film

Il mondo com’era, com’è, come potrebbe essere. IMPA | La ciudad, l’ultimo film di Diego Scarponi, ci porta all’interno di IMPA, “la fabbrica”, o per meglio dire, la “fábrica recuperada” dall’ostinazione visionaria dei suoi ex operai, a Buenos Aires. Nell’Emisfero Altro, dove le cose funzionano al revés.

Fin dai suoi esordi, lo sguardo scarponiano si è appiccicato agli stabilimenti industriali, spesso visti per quel che si sono convertiti nella fase discendente della loro rapida parabola: relitti, relitti ingombranti e talvolta problematici, ma pur sempre relitti densi di storia, luoghi nei quali si è lavorato, faticato, vissuto, ma anche e soprattutto creduto in qualcosa. Dall’Età del Ferro savonese agli Appalachi di portelliana memoria statunitense, gli ambienti post-industriali attraversati da Diego Scarponi sono luoghi duri, sporchi e afflitti, ma mai del tutto vuoti. Risuonano ovunque le voci dei protagonisti di quei luoghi, gli operai, mai intesi come un’entità collettiva e amorfa (la “massa operaia”), ma come singoli individui che, prima di tutto, hanno vissuto una storia. La loro personalissima storia.

A differenza di quanto registrato da Diego in Italia o negli Stati Uniti, tuttavia, la fábrica di Buenos Aires non risuona solamente di nostalgia e afflizione per i bei tempi andati, ma sprigiona tutta la sua forza di manifesto, indicazione di cammino per il futuro. Se i mega-stabilimenti in stile IMPA, con la loro architettura razionalista e un’estetica rigida e imponente, nacquero come Cattedrali del progresso, costruiti in quel modo anche e soprattutto per celebrare un’umanità nuova (“delirio onnipotente, dominio che sovrasta”, cantava Giovanni Lindo), la “Nuova IMPA” decostruisce e reinterpreta quel sogno, riportandolo alla prospettiva orizzontale, riportandolo alla prospettiva-uomo. Non è un caso che questa storia abbia origine alla fine del Novecento, il Secolo pesante del ferro e dell’acciaio. La fábrica recuperada ritratta nel film (e assemblata dal meccanico di fonderia Lorenzo Martellacci, fido collaboratore scarponiano) è un laboratorio di futuro, un laboratorio di presente, dove la rivoluzione inizia a partire dal linguaggio. Colpisce soprattutto un aspetto, in questa variegata umanità ex-operaia che si adopera per dare nuova vita e nuovo senso a quegli spazi e quella storia: il rispetto verso le parole, la volontà di ricostruire il mondo ripartendo dalle basi – dal linguaggio, appunto. Nella nuova IMPA, fabbrica del futuro, i laboratori di danza, artigianato, videomaking, la scuola auto-organizzata e la nuova linea di produzione (autogestita) vengono organizzati con tono gentile e inclusivo, declinando ogni frase al maschile e al femminile, los compañeros y las compañeras, los estudiantes y las estudiantes, una ripetizione costante e paziente che, goccia dopo goccia, saprà veramente forgiare un mondo diverso. Nella fabbrica occupata colpisce l’attenzione per i dettagli, forse perché là dove si producevano oggetti la consapevolezza verso il valore delle cose è più alta, e se una lampadina non funziona è tutto il mondo che non va. Ecco quindi che gli studenti del corso di percussioni prima di iniziare a suonare accendono un fuoco, perché va bene essere in una fabbrica, ma per suonare in cerchio occorre prima di tutto un fuoco, l’origine della musica, l’origine del tutto.

La stessa attenzione, la stessa cura quasi clinica, segna la composizione del film. Con occhio clinico e consapevole indicazione di rotta, Scarponi e i suoi collaboratori tracciano il ritratto (corale) della fabbrica e dei suoi abitanti, sull’ispirazione del cinema di quel Maestro ancora vivente, Frederick Wiseman, che ha riportato il cinema documentario alla sua dimensione primigenia – quella, appunto, di saper documentare rimanendo in disparte, osservando in silenzio. Ne esce così un ritratto del mondo com’era, com’è e come potrebbe essere, se il destino delle fabbriche in agonia fosse scritto dai loro protagonisti diretti e non dalle logiche di potere, se la prima, la seconda e la terza persona plurale includesse anche il femminile, un “tutti” e “tutte” che sia davvero per tutti e per tutte.

 

Reaponsabilitàk

01 Nov

Scrivo da un parcheggio
Su un telefonino
La mia vita ha cambiato casa, fondo, destino.

‘Destino’ scritto come in spagnolo,
‘Lugar hacia donde ir’.

È scesa la luna, sulle borgate più alte.
È fiorito il biancospino, è arrivato l’inverno.
Qui nel parcheggio ogni cosa è come sempre:
Disastri e incertezze. Elezioni. Opposizioni. Una pandemia.

“Abbiamo le risorse”, dice il ministro dell’economia al vertice con i giornalisti
Abbiamo le risorse, e pane caldo e benzina
Fai con calma, non c’è fretta di partire.
Riempi bene quella sporta, controlla tutta la bisaccia, che il viaggio è lungo, ci sarà tempo di arrivare.

La diversità della gente da conoscere

09 Ott

What remains unseen

Guido veloce nell’autostrada notturna.
Poche ore più tardi, due cinghiali attraversano quella stessa autostrada, e tre ragazzi muoiono nello schianto.

Il giorno successivo mia nonna, che conserva memoria selettiva di ciò che per lei è importante, ascolta la notizia al telegiornale, e torna con un foglio di carta. È una pagina de La Stampa di domenica 28 novembre 2004: riporta l’articolo di quelle due ragazze morte per un cinghiale contro un’auto, proprio lì dove passavamo sempre, lì dove passavamo anche noi.
Il nome di una di quelle due ragazze è sul mio portachiavi d’argento, che porta appresso i graffi del tempo ma non si ossida.

Nel silenzio del mattino guardo quel foglio che inizia a ingiallirsi, esplorando quella cronaca di provincia che riporta nomi ed età. Ricordo la voce di Barbara, una delle due ragazze, e ricordo la faccia assonnata di Nicoletta, che il giorno prima del disastro era lì a vendere focacce, come tutti i giorni, nell’intervallo della scuola superiore.

Sollevo il foglio del giornale, osservando il segno del tempo sulla memoria e sulle cose.
Nel retro del foglio c’è una notizia importante, sballottata in secondo piano dalla tragedia notturna.
“Apre oggi il primo centro commerciale in Provincia di Cuneo”. Un inizio importante, a cui ne seguiranno anche altri.Lì accanto, sulla destra, c’è un editoriale, a firma di Gianni Vercellotti, Presidente A.T.L.
Lo leggo con superficialità, poi qualcosa mi colpisce, poi ritorno a rileggerlo.

Lo trascrivo su questo spazio, perché non rimanga soltanto materia morta sulla spiaggia degli archivi.

Ho sempre considerato sciagurata la scelta della grande distribuzione.
Sotto il profilo economico la filosofia del carrello, con una sola scelta superflua, il modico vantaggio sul prodotto necessario.
Ma c’è di più: rinunciamo alla nostra filosofia, al nostro stile di vita, ad una opportunità per riaffermarci diversi, e – quindi – gente da conoscere. Ci siamo adeguati ad una legislazione miserabile anziché crearci la fama di essere i soli ad opporsi: e l’avremmo spuntata proprio in nome della libertà di scegliere.
Avremmo conservato un patrimonio di negozi di altissimo livello, necessitati ad essere ancora di maggiore livello per voglia di concorrenza, ma in una battaglia ad armi pari, non in un gioco al massacro.
Avremmo potuto essere quei vecchi, soliti testoni (ma tanto ammirevoli) che preferiscono conservare quello che c’è di buono nella tradizione per dimostrare di essere, in fondo, più umani e quindi più moderni.
Cominceremo ad accorgerci che la scelta di vita di Pittsburgh o Dallas (città senza storia e senza centro) costruisce periferie anonime e toglie anima alla comunità; potevamo diventare un simbolo, una bandiera, un esempio e abbiamo perso un’occasione, e forse, anche l’anima.

Ricostituente

11 Set

bevi sciroppo degli Dei
aspira aria di folletti
e ama la Giungla.

 

Como se fosse um náufrago

29 Ago

Salì nella costruzione come se fosse una macchina
Eresse nella piattaforma quattro pareti solide
Mattone su mattone in un disegno magico
I suoi occhi abbottati di cemento e lacrime

Si sedette per riposare come se fosse sabato
Mangiò fagioli e riso come se fosse un principe
Bevve e singhiozzò come se fosse un naufrago
Ballò e canticchiò come se ascoltasse musica
Ed inciampò nel cielo come se fosse ubriaco.

Home Is Where It Hurts

21 Ago

Sotto la Linea Gotica del Forte Apache è posta una pietra che segna sempre il Sud.
È apparsa da qualche giorno, forse da quando è arrivato il Professore che cerca le stelle nel fondo del bicchiere,
o quella sua figlia più grande di lui, più grande di lui e così bambina,
che versa da bere a chi chiede “ancora un po’”.

Io e te eravamo lì sul serio
sentivamo il suono delle campane lì sotto intorno a noi.
“Voglio che un bimbo negro annunci ai bianchi dell’oro l’avvento del regno della spiga”,
diceva il professore con tono solenne guardando il tramonto
e io conficcavo la pietra nel terreno come facevano gli antichi,
conficcavo una pietra rivolta verso Sud.

“Le strade portano, le strade conducono”
sui sentieri dall’erba fresca è sempre nascosta la verità.
Ma le strade riportano, le strade cancellano
Le strade iniziano là dove finisce questo progetto di Home
o forse è il concetto stesso di Home ad inglobare la strada?

Chissà se mi leggi, Camminante, sui tuoi sentieri pagani.
Ti immagino sotto una doccia in una casa senza soffitto,
e una confraternita di frati a cantare per te.

Ti immagino sui sentieri del Mare Bianco cercando un senso a questa musica vuota
e le voci del mondo che ti riportano a me.

Così si allungano,
le strade calde,
coi loro Professori bizzarri.
E insieme a loro se ne vanno le figlie-bambine,
ad annusare la strada, là nell’ampio mondo.

Questa sera c’è un pezzo che prima non c’era.
C’è una pietra orientata verso Sud, nel lato vero delle cose.

Blockbau

22 Lug

Erano soldati abruzzesi. Mandavano gli abruzzesi perché sapeva che la gente di qui non avrebbe mai sparato al di là della montagna. Quelli di là dalla frontiera erano loro parenti.

Gli abruzzesi sparavano contro i francesi, ma dopo la disfatta italiana sul Moncenisio non trovavano più senso in quello sparare. Passarono un paio di inverni così, a portar su provviste e fumare, dieci chilometri con la teleferica perché con le valanghe era meglio non scherzare.

Poi arrivarono i tedeschi. Sparavano alle spalle agli abruzzesi, per obbligarli a sparare di là. Ma loro passarono la frontiera, e a quel punto i francesi dissero ah no, fino all’altro ieri ci sparavate addosso, adesso se volete restare sparate contro i tedeschi di là, sparate addosso a loro, perché altrimenti noi ammazzeremo voi.

Gli abruzzesi spararono ai tedeschi ma non sapevano che nel frattempo i tedeschi erano stati scacciati dai partigiani. E i partigiani sparavano ai francesi ormai caduti sotto Vichy, senza sapere che in realtà stavano sparando a degli abruzzesi. Se ne reso conto quando estrassero, congelato sotto la neve, un cadavere con un cappello da alpino, e allora dissero ‘fermatevi tutti, ci stiamo ammazzando tra noi’.

 

Oggi a San Bernolfo c’è un bel rifugio.
Offrono sorbetto al lampone, servito bello fresco, fatto da noi.

Arde

14 Giu

Arde.
Arde di materia e carne viva.
Un uomo con la camicia rosa e suo figlio con lo sguardo allucinato, persi nel Cimitero delle Balene Cadute, percuotendo grossi alberi cavi, come fossero  – perché sono – materia viva.

Cercano il suono e inseguono il sogno.
Una chiara visione confusa, un’idea di armonia. Un sogno che è bisogno di suono, percuotere gli alberi per ricavarne del suono, trasformare quel che esiste per creare un qualcosa di nuovo. Procedono disordinati tra le foglie secche e le ortiche, nella luce già calda del mattino alle sette, la luce già calda di un mattino di giugno, lui con la camicia rosa e suo figlio con una videocamera grossa come un altro bastone, una videocamera che si può tenere in una mano sola e non è il caso di guardare quel che riprende, e così con il baricentro si può esplorare il terreno, e così con l’altra mano si può suonare un castagno che sembra un dinosauro dormiente.

 

Il figlio ha trentaquattro anni e il padre oltrepassa i sessanta,
nel mezzo del cammin di nostra vita si ritrovaron in una selva oscura,
e la retta via non era mai esistita.

 

 

Ricordi quando ti dicevano, alle scuole elementari, con sguardo severo

“bambini, bambine, ognuno a sedersi al proprio posto?”

Non avevano capito un cazzo,
o forse avevano capito tutto, e continuavano a perpetrare il messaggio sbagliato.

E come la mettiamo se il mio posto in fondo è un altro, se i miei posti son tutti?
Oggi voglio sedermi sul bordo. Oggi voglio sedermi sul banco. Oggi voglio sedermi sotto il tavolo, e guardarvi dalla prospettiva dei piedi, e immaginare che ogni scarpa sinistra si inventi un suo linguaggio per parlare con la scarpa destra e con quella soltanto, un linguaggio fatto di parole inventate, sciaqquicciate, ingialluntite, parole che costruiscano concetti che nelle lingue esistenti in effetti non esistono, come per esempio

 

“camminare arrampicandosi su un terreno scosceso in salita”
oppure
“la sensazione che si prova dopo sette ore davanti a uno schermo, quando la mente avrebbe voglia di continuare a rimanere in quel trip ma il corpo ha bisogno di altro, ha bisogno di movimento, perché è fatto di muscoli e carne e la carne e i muscoli sono indolenziti”.

Oppure il bisogno di amore,
quel bisogno di amore che avviene per un momento soltanto ma che ti lascia dentro come una fitta
quelle cellule che si spostano e rimbombano e muovono
il tocco del bastone sulla risonanza del legno
un uomo con una camicia rosa e suo figlio percuotendo castagni,
sotto la luce del mattino, la prima luce del mattino,
un padre e un figlio in un cimitero che è anche un giardino.

 

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