Ci si cerca. Ci si incontra. Non ci si incontra. Si insegue la traccia dei propri piedi ripercorrendo la sabbia al contrario, fino al mare, per lo meno. Più in là, inutile proseguire, ed è allora che si ritorna sui propri passi ed un’altra volta l’acqua ha cancellato tutto, ha riportato le cose al suo stato iniziale. Terribile metafora di un inutile passaggio umano su questa terra che trema e si muove, che un giorno ci scrollerà di dosso tutti, noi e le nostre inutili immondizie. Si cerca la scia di chi ha calpestato la sabbia prima di noi, altri piedi per sentirsi meno soli, e quel che si ottiene è altra acqua, nient’altro che acqua, il mare. Un po’ più in là sono visibili tracce di piedi, uno sull’altro si eliminano e si sovrastano, che alla fine non è più possibile distinguere le singole individualità e viene voglia di invocare un’onda un po’ più lunga, che annulli e appiattisca. Ci si cerca, nelle parole degli altri, nell’inganno di chi per un momento ha creduto di essere veramente libero, senza sapere bene com’è andata a finire la storia. Ci si incontra, non ci si incontra, e comunque tutto finisce quando arriva l’onda.
Nota per chi non legge questo testo chattando. L’immagine qui sopra non è solamente un’immagine, sono 90 anni di vita spesa ad osservare. Per chi ne volesse sapere di più, Hokusai.
Ho visto il cinema 3D. Quello con gli occhialini, i personaggi che si materializzano a mezzo metro dal tuo naso e tutte queste cose. “Alice in wonderland”, precisamente.
E dico che quest’ambizione di trasporre la tridimensionalità a livello grafico-visuale potrebbe portarci, fuori da Hollywood, a qualcosa di molto, molto pericoloso.
Un incontro tra italiani emigranti e viaggiatori può generare le conseguenze più assurde. Se ci si aggiunge che lo scenario è un deserto sonnacchioso e polveroso come Barranquilla, assetato di creatività ma incagliato nel – coerentissimo – stereotipo di Macondo di sé stessa, i risultati possono addirittura essere memorabili.
E’ il caso del Cucinema. Cucinare il cinema. Un esperimento iniziato a Roma, dove un gruppo di amici ha pensato bene di unire due arti supreme in un matrimonio creativo. E proseguito, in una lunga serie di successi, nelle più remote località d’Italia e d’Europa. Fino ad arrivare, sabato scorso, in America, a Nord del Sud, per lasciare una scia di rinnovato entusiasmo dietro di sé.
La ricetta, come al solito, nei piatti migliori, è semplice. Si preparano due o più tavoli. Sul primo, si stende una vecchia pellicola a 16 millimetri, cancellando prima buona parte delle immagini. Sul secondo, uova, farina e sale, e tutto ciò che serve per cucinare un qualcosa concordato in precedenza (nel nostro caso, Strozzapreti alla romana). I partecipanti, dai 5 ai 95 anni, passano da un tavolo all’altro, protagonizzando un doppio processo creativo che culminerà con la cena, e la successiva proiezione del film realizzato, roba da cinema sperimentale. La colonna sonora può essere composto da poesie, o dai commenti in fase di realizzazione, o da qualsiasi fonte sonora presente nelle vicinanze.
Quando negli anni Settanta dipinse “El Macuto” (Il bruto), Oswaldo Guayasamin concretizzò su tela una sua immagine visionaria. Aveva previsto, nel fuoco dei cattivi presagi che popolavano l’America Latina di quelle epoche difficili, l’ennesimo caudillo populista a minacciare il futuro del suo popolo, un uomo “che avrebbe creato conflitti internazionali e sarebbe rimasto più di un decennio al potere”.
Trentacinque anni più tardi, è curioso costatare come l’arte continui ad essere l’avanguardia dell’umanità nella rincorsa al proprio futuro, dimostrando molta più fantasia come la realtà stessa. Un venezuelano, di fronte a “El Macuto”, non può fare altro che sperare di essere di fronte ad un altro ritratto di Dorian Gray.
I bassifondi, mi interessano. L’estetica del semplice, la poesia dell’infinito. L’inquietudine di un cielo grigio, requiem costante. Pelle bianca color di nulla, di malattia, trasparente anima invisibile cute.
La musica del silenzio di un canto perduto, lontano dalle vostre coordinate spazio tempo. Io volevo cantare cose che non riuscivo nemmeno a comprendere, voi le avete trasformate in parole e in messaggi, in messaggi sublimi, in arte. Odio la musica, entità divina fino a quando non si traduce in suono. Perchè questa è l’imperfezione della musica: smettere di non-esistere nel mondo irreale, per tradursi in melodia e quindi in onde sonore e quindi in vibrazioni. Vibrazione: forma di comunicazione primaria e primitiva percettibile all’orecchio umano, e per questo ingannatrice. I vostri timpani vibrano su corde diverse, e trasmettono un suono o un colore del suono diametralmente opposto a ciò per cui nacque, un’inquietudine da venerdì sera sul parallelo 10. La musica è una forma di comunicazione decisamente imperfetta, mio caro. Trasmette un input ma non un messaggio, e paradossalmente solo funziona quando un significato originario si perde nei canali di chi ascolta. O è chi ascolta a perdersi nei canali del significato originario, se la melodia è palindroma e confusa. Palindromo e confuso. Così volevo essere io, così voleva essere la mia musica. Confondervi e crearvi in musica, prendervi per mano e perderci tutti insieme durante il cammino e tornare insieme, tornare all’origine, noi soli senza orchestra e senza arrangiamento alcuno, ritrovarci là dove eravamo partiti e non riconoscerci.
Ho abbandonato la band dopo il secondo album. L’America era troppo lontana, e alla luce ho sempre preferito il buio del mio Profondo Nord.
Mi hanno detto che adesso vi considerano asceti, divinità misteriose e poeti di una lingua che avete inventato. E grandi musicisti, muse ispiratrici per altri dei. Io continuo a vedervi uomini. E musica.
Certa roba va più in là del semplice concetto di “musica” così come televisione radio cultura popolare insegna. Passando per le droghe e la psichedelia, raggiunge universi sconosciuti di puri sperimentalismi dove i concetti di genere e di “ensemble” già non contano più niente. Quello che ne viene fuori è una mistura di esperienze vissute, di vita assimilata e metabolizzata sottoforma di scale cromatiche, un amplesso onanistico che si trasforma misteriosamente in un’orgia collettiva, il piacere del singolo musicista si amplifica nell’espressività degli altri.
Questo tipo di musica, definitivamente scomparso, ha conosciuto i suoi massimi albori negli anni ‘70, quando le droghe psichedeliche non erano ancora state scoperte dai moralisti della domenica, e l’esplorazione di nuove forme artistiche ne era la rappresentazione più evidente, l’eredità migliore lasciata ai posteri. Senza nessun tipo di presuntuosità particolare, e citando un’idea di Nachmanovitch, mi piace pensare che non si tratta di musica per tutti: chi vive rinchiuso tra quattro accordi che variano tra strofa e ritornello, non potrà percepire il misterioso matrimonio perfetto tra i diversi componenti del caos.
La Rai ha un’orchestra (notevole, considerata la migliore, in Italia. Con sede a Torino) i cui componenti sono a tutti gli effetti lavoratori della rete pubblica, 365 giorni all’anno. Eppure, al festivaldisanremo verranno assunti una settantina di musicisti “a chiamata”, e nessun musicista dell’orchestra ufficiale sarà fra di loro. Perchè? Non lo so. La domanda sarebbe piuttosto: perchè continuare a pagare il canone?
“Viaggiare è aprire una finestra sul mondo. E’ la curiosità di arrivare dove finiscono le strade. Di scoprire cosa si nasconde al di là delle montagne. Andare incontro all’imprevisto. Accettare la sfida dell’ignoto per raggiungere i confini della terra.”